.
Annunci online

oblomov

Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20040919

L'ottimismo del pessimista Intermezzi

Aletheia mi vede ottimista. Le sue parole in risposta ad un mio precedente articolo mi ricordano di quando per la prima volta sentii parlare di ottimismo e pessimismo nell'ambito di sentimento, ragione e volontà. Non mi ci volle molto per scoprire che nel mio caso l'espressione che meglio poteva definire il mio modo di pensare, di sentire e di vedere il mondo come il compensare l'ottimismo del sentimento col pessimismo della ragione. In dettaglio. Io ho una istintuale fiducia nei confronti dei singoli individui; non mi aspetto mai che una persona possa volermi intenzionalmente arrecare dànno. Non assumo nemmeno che la gente possa avvicinarmi solo per poter approfittare di ciò che posso dare loro. Può darsi che questo dipenda in larga misura dal fatto che personalmente non mi sono mai trovato, né come agente né come vittima, in una tale situazione1. A questa sostanziale fiducia nei singoli individui si contrappone una notevole sfiducia, se non addirittura un sospetto, nella collettività del genere umano. Su piccola scala, dove le persone in gran numero perdono la loro natura individuale e diventano massa; e su larga scala, con un giudizio complessivamente non troppo positivo sull'umanità intera. Può darsi che questo dipenda in larga misura da come vedo la natura umana. La cosa forse significativa è che nel mio piccolo mi vedo come l'exemplum per qualità e vizi, dell'umanità intesa in senso collettivo. Personalmente, ritengo di essere discretamente intelligente: capisco senza difficoltà ciò che mi viene spiegato; mi capita anche talvolta di riuscire a vedere oltre ciò che è chiaro ed esplicito, e tuttavia mai quando sarebbe veramente utile. Per di più, le mie capacità analitiche non sono affiancate da una pari saggezza; al contrario, capista spesso che le mie azioni, le mie parole siano caratterizate da ciò che nel migliore dei casi si può solo definire incoscienza, ma nel peggiore è pura e semplice stoltezza2. La descrizione potrebbe applicarsi, per filo e per segno, alla collettività del genere umano; per lo meno, questa è l'impressione che ne derivo. Vi è tuttavia forse una differenza tra come vedo me stesso e come vedo l'umanità: sempre più spesso mi rendo conto che nel mio caso una maggiore fiducia in ciò che sento di primo acchitto potrebbe portarmi ad operare scelte migliori di quelle a cui contribuisce un'analisi razionale. Mi succede, su scala ludica, ad esempio, nei Coloni di Catan, dove le scelte istintive mi portano alla vittoria più spesso delle scelte ragionate; e spesso, a metà partita mi rendo conto di come mi sarei trovato in una posizione migliore se del mio istinto mi fossi fidato. Ma anche nella vita quotidiana, ne prendo coscienza progressivamente, sembra valere lo stesso. Prendiamo ad esempio la scelta della carriera universitaria: in dubbio fra matematica ed informatica, ho scelto matematica, considerando l'informatica nient'altro che un hobby, una passione non abbastanza seria. E solo giunto a metà del dottorato l'erroneità della scelta mi si è presentata appieno. Viene da chiedersi come sarebbero andate le cose se avessi scelto informatica sin dall'inizio; ad esempio: sarei comunque entrato in contatto con il TEX, ambiente che promette di essere il mio campo d'azione per il futuro? Probabilmente sì, anche se per vie diverse; avrebbe suscitato in me abbastanza interesse da raggiungere il livello di coinvolgimento che ha raggiunto con la via che ho seguito? Non vedo perché no. Ed ancora: continuo inevitabilmente a chiedermi come sarebbero andate le cose se avessi avuto il coraggio di accettare fin da subito quello che sentivo per Perla, di ascoltarmi fino in fondo, senza esitare solo perché tutto era diverso da come avrebbe dovuto essere; se invece di aspettare che fosse troppo tardi, mi fossi aperto completamente a lei quando me ne ha dato occasione; se ancora una volta, almeno una volta, la mia anima fosse stata più forte della mia mente, senza lasciare che fosse l'esperienza diretta della perdita a far sì che la mia mente prendesse finalmente coscienza. E se non posso non credere a ciò che lei afferma sui propri sentimenti (fa parte della mia fiducia nei singoli individui, non riesco a capire perché si dovrebbe, o come si possa, mentire intenzionalmente), non riesco nemmeno a spezzare il pensiero che sia lei la Persona, con tutto ciò che questo avrebbe comportato se l'avessi capito in tempo. E non mi resta che un'offerta di me (che altro si può fare quando si ama, se non offrire se stessi?) che non può più nemmeno essere espressa; la coscienza che non a tutti gli errori si può porre rimedio, indipendentemente dalla propria volontà; e sopra tutto rimpianti e ricordi che sarebbe più lieve non avere. Ma rimpianti e ricordi meriterebbero un discorso a parte, e sto divagando. Tornando al genere umano, mi chiedo se una cosa del genere si potrebbe dire anche per l'umanità collettivamente: che le idee del primo impulso si rivelino in generale migliori di quelle ponderate. Ne dubito, perché sembra che gli impulsi delle masse siano più orientati alla violenza ed alla distruzione; ma può darsi che questo sia solo un effetto della facilità con cui la massa può essere guidata da quei singoli individui per i quali la mia istintuale fiducia non è meritata. O forse è proprio una questione genetica; dopo tutto, tutto ciò che per gli esseri umani sfocia in un conflitto violento, nell'unica altra specie ‘‘superiore’’ terrestre, i Bonobo, ha come esito il sesso. La volontà. Anche qui mi trovo in una situazione di moderato ottimismo, ed il moderatore è di nuovo un pessimismo collettivo. Con la mia solita tendenza all'iperbole3, mi capita di riassumere il mio ottimismo con un ‘‘tutti possono fare tutto’’. Un'idea che ha qualcosa di spaventoso e soprattutto di irreale, perché anche la più superficiale delle osservazioni rivela che ciascuno di noi ha capacità diverse, campi in cui eccelle senza problemi e campi in cui il minimo risultato richiede sforzi quasi sovrumani. È la nostra natura. Ma fermarsi a queste considerazioni manca di scoprire quanto in realtà di inespresso vi sia in ciascuno di noi. Eccellenza; è un termine quasi ambiguo, perché può essere letto in almeno due modi diversi, entrambi altrettanto validi. Il più pericoloso, eppure il più diffuso, vede l'eccellenza come una caratteristica di confronto, in un ambiente competitivo. Eccellere, allora, vuol dire fare meglio degli altri. La misura dell'operato di un individuo non è l'individuo stesso, ma ciò che altri, nello stesso contesto o in contesti simili, hanno fatto. Perché questo sia pericoloso, è facile da vedere: se si è in un campo a proprio favore, manca lo stimolo perché possiamo sorpassare gli altri con un minimo sforzo; se si è in un campo a proprio sfavore, manca lo stimolo, addormentato dalla coscienza che qualunque sforzo non potrà mai portarci al livello degli altri competitori. Vi è però una definizione più sana di eccellenza, in un'ottica più soggettiva. In tal caso, l'eccellenza è ottenuta quando diamo il massimo di noi stessi. Non ha più importanza quanto questo massimo sia valutabile in confronto a ciò che gli altri fanno; diventa essenziale solo il fatto che noi, in quella circostanza, non potevamo fare di meglio. Bene. Il mio ottimismo mi porta a ritenere che ciascuno di noi possa eccellere. Forse non sempre e dovunque, ma sono costantemente colpito dalla sensazione che ciascuno di noi, io prima di tutti, la maggior parte delle volte non provi nemmeno. Ora, vi sono delle condizioni oggettive naturali perché forse non si possa sempre dare il massimo, a partire dai cicli quotidiani, mensili, annuali, ed il ciclo della vita stessa. Vi sono anche condizioni oggettive sociali, e quindi in qualche modo artificialmente costruite dall'uomo. Ma molto spesso, la chiave finale è una soggettiva mancanza di stimolo. Che in alcuni casi è puramente soggettiva (ad esempio, la mia pigrizia); in altri, la soggettività è indotta dal processo formativo seguito dalla persona. Chi ha ripetutamente attraversato il trauma del mancato riconoscimento del proprio operato; chi ha ripetutamente trovato il fallimento nell'essere stato spinto, ad esempio dall'ambizione dei genitori, oltre le proprie capacità del momento; chi si è trovato, per analoghi motivi, in contesti in cui tutto è un continuo sforzo stressante; in generale, chiunque si sia trovato sotto la continua pressione ad essere qualcosa di più, o di meno, di se stesso finisce inevitabilmente con il perdere la spinta all'eccellenza viene meno. Eppure sempre —o quasi sempre— ciò che determina questa pressione non è l'individuo ‘‘protagonista’’, ma piuttosto le intenzioni, le opinioni, la volontà, le decisioni di altri. E quando tutto questo vince la nostra volontà soggettiva, lo sgambetto ci atterra nel peggiore dei modi. Perché anche la volontà stessa è un campo importante, e se vi sono coloro la cui volontà è naturalmente tanto forte da passare indenne attraverso le interazion con gli altri, più spesso le persone finiscono con il trovare, presto o tardi, un ostacolo che assorbe completamente la loro volontà. Ed è allora che le persone si ritirano. Forse la soluzione è quella suggerita dallo spazzino di Momo4, pensare sempre in piccolo, al passo del momento, senza alzare gli occhi a lasciarsi spaventare dalle dimensioni dell'ostacolo, dalla distanza dell'obiettivo5. In questo modo, la volontà diventerebbe praticamente indistruttibile; come le betulle che nelle steppe della siberia crescono orizzontalmente, parallele al terreno, invece che vericalmente, opponendo così al vento una resistenza minima, la nostra volontà non dovrebbe concentrarsi sul lontano —pur senza perderlo di vista—, ma sul vicino. E con questo diventa persino più facile lavorare sui propri limiti, per spingerli oltre, un passettino per volta. Troppo spesso la gente legge ‘‘veloce’’ invece di facile. E da lì provengono buona parte dei problemi. Perché la facilità non sta nell'arrivare subito a destinazione, ma nell'arrivarci senza essere stremati. Per questo le strade di montagna sono piene di tornanti: perché anche una vecchia 500 le possa affrontare. Un'ultima cosa. Rileggendo quello che ho scritto, sembra quasi che il mio sia un'ottimismo individualista, in cui la chiave di tutto sia nel successo individuale, e che dall'interazione vengano solo ostacoli. Eppure così non è. È pur vero che ritengo che spesso i più grossi ostacoli siano esterni a noi, e che quando sono interni lo sono per cristallizzazione di stimoli esterni, ma è anche vero che questa analisi la ritengolo valida solo per le interazioni a base competitiva, e quindi inevitabilmente origini di contrasti. Ma è anche vero che io ritengo l'altro aspetto dell'interazione, la cooperazione, la base naturale dello sviluppo individuale e collettivo. Dalla cooperazione, dal continuo scambio, dal dare e ricevere proviene sempre una crescita di tutte le parti coinvolte; nell'isolamento e nel constrasto, invece, giace il dispendio, la distruzione: degli altri ma anche di se stessi. Il problema, semmai, è che se il mio ottimismo è smaccatamente orientato all'incontro cooperativo (del quale la fiducia nell'altro è un elemento essenziale), è anche vero che il mio pessimismo, che insiste nel farsi chiamare realismo, rimarca come più spesso che non sia la competizione la base dei rapporti sociali.


1Che poi a stretto rigore non è neppure vero, poiché c'è gente per la quale esistevo solo in quanto utile in un certo momento; ma poiché non ho mai concesso più di quanto potevo concedere senza bruciarmi, la cosa non mi ha mai colpito in maniera significativa. Quindi forse sì, è solo una questione di esperienza vissuta (o meglio non vissuta). O forse invece è questa la chiave della mia fiducia, il fatto che la parte di me che considero di maggior valore è sempre stata rinchiusa in una solida cassaforte, e benché non sempre sia invisibile ed isolata, è tuttavia sempre stata talmente protetta dall'esterno da non essere mai stata raggiunta da azioni dannose. Eppure non può essere solo questo, perché intorno a me vedo continuamente esempi della meschinità di chi sembra quasi vivere del tentativo di rendere la vita di altri un inferno, per invidia o per ripicca (esperienze condominiali —suppongo chiunque abbia vissuto in condominio possa rileggerle intorno a sé), esempi che mi sono toccano persino; e nonostante tutto, nonostante la coscienza dell'esisteza di individui che fiducia non ne meritano, non riesco a non essere fiducioso fino a prova contraria. E spesso anche dopo, finché il reiterarsi delle crisi scoraggia ogni ulteriore tentativo. 2Dove la stoltezza è la caratteristica opposta alla saggezza, la stupidaggine essendo l'opposto dell'intelligenza. Non sono sicuro cosa esattamente sia descritto dal termine ‘‘idiozia’’. 3Anche da piccolo parlavo spesso per iperboli. 4Quanto devo, a Perla, senza più avere modo di restituirle? 5Mi sembra persino profano parlarne qui, ma non posso evitare. Potrà interessare sapere che è su questo principio che si basa Internet: i pacchetti di dati che vengono trasmessi da un capo all'altro del mondo passano attraverso un'infinità di server; ciascuno di essi si limita a scaricare il pacchetto al server successivo, con solo una minima coscienza della destinazione finale; persino gli sviluppatori stessi dei protocolli (TCP/IP) alla base di questo meccanismo erano stupiti di come la cosa, magicamente, funzionasse.
permalink | scritto da in data 19 settembre 2004 alle 18:58 | Stampastampa
Commenti Commenti (0) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare
agosto        ottobre