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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Intermezzi

20091214

Siamo fottuti Intermezzi

Il pazzo (letteralmente) che ha lanciato una statuetta del duomo di Milano in faccia a Berlusconi ha fatto alla propria vittima ed al suo governo il miglior regalo possibile. Un po' come il Bloody Sunday all'IRA. Per dirla con Cavour, se non ci fosse stato lo si sarebbe dovuto inventare.

Non ci vuole molta fantasia per indovinare in che modo l'accaduto verrà amplificato, ingigantito e soprattutto manipolato per stringere le redini su una situazione che, nonostante l'ottimismo di facciata del premier e la controllata disinformazione, si sta sgretolando, pronta ad essere soffiata via dal vento. E grazie proprio al controllo (e quando non il controllo anche il solo sempice appoggio) della più larga parte dell'informazione nazionale (in RAI si continua ad epurare i non-allineati, Mediaset va sans dire; sulla carta stampata troneggia ovviamente il Giornale; ma anche testate più serie come il Corriere o La Stampa, nei loro articoli più critici, sono poco più un qua del sussiegoso) propaganda e manipolazione saranno di una facilità disarmante.

Vediamo già da subito come si sia parlato di terrorismo, prima ancora di capire cosa fosse successo. Si è già scaricata la colpa sul “clima d'odio alimentato dalla sinistra”, preparando il terreno per mettere un freno (se non addirittura un fermo) alle manifestazioni di piazza della gente esaperata dalla personal politic di Berlusconi e dallo sfascio totale del sistema sociale attuato dal suo governo.

Mentre scrivo, si preparara l'oscuramento dei siti Internet che “inneggiano alla violenza nei confronti di Silvio Berlusconi”: considerando come Berlusconi senta ogni critica all'operato suo o del suo governo come un attacco personale, non è difficile immagine quanti potranno finire sotto la mannaia del censore. Dubito però che sparirà il gruppo Uccidiamo Massimo Tartaglia da Facebook, nonostante la solerzia con cui è stato soppresso l'equivalente antiberlusconiano.

Sul lato propaganda, vediamo appunto l'accento continuo e insistente sui presunti violenti della sinistra (dei quali il gesto di Tartaglia —uomo di sinistra, sebbene non “estremista dei centri sociali”— sarebbe appunto l'inevitabile sbocco). Per qualche motivo, si preferisce non rimarcare quando Bossi parlava di prendere il fucile (aprile 2008), quando La Russa invitava alla morte chi voleva togliere i crocifissi (novembre 2009), quando Berlusconi dice che per colpa dei giudici siamo sull'orlo della guerra civile (novembre 2009), quando Berlusconi minaccia di strozzare chi scrive della collusione tra Mafia e politica (novembre 2009), giusto per fare qualche esempio recente. Anche perché a ricordare questi atteggiamenti implicherebbe dare ragione alla Bindi (“lui ha le sue responsabilità per il clima che si è creato”) o peggio ancora a Di Pietro (“Berlusconi instiga”).

La costruzione ed il mantenimento di un Culto del Capo si nutre eccezionalmente di eventi come questi; proiettare un'aria di persecuzione, reale o fittizia che sia, è importante per arringare la gente, far loro dimenticare i loro problemi, gli errori e le menzogne del Capo e del suo entourage, per portare la base ad appoggiare la politica personale a svantaggio di quella nazionale (e personale persino quando nazionale; leggi “regime”). E se la gente non si sentiva abbastanza convinta della “persecuzione giudiziaria” (e questo pur non avendo conoscenza o coscienza né della realtà delle cose attuali né della storia giudiziaria pre-politica di Berlusconi; figuriamoci se le menzogne e le omissioni del povero innocente perseguitato fossero state reiteratamente esposte), la violenza fisica è sicuramente più convincente. E Tartaglia piove dal cielo come una benedizione: basta semplicemente negare che si tratti dell'isolato gesto di un pazzo, come si è affrettato a fare a fare Alfano.

Vedremo anche un'esagerazione in negativo delle condizioni di salute di Silvio: occorre proiettare un'immagine di Berlusconi che susciti compassione, che riporti i più scettici, la base sempre più diffidente, a tifare per il Capo, povera vittima innocente di un'ingiustificata aggressione. Da qui l'intuizione di uscire dall'auto subito dopo l'attentato per far ben vedere a tutti la faccia sporca di sangue. Da qui l'accento sulla miracolosa sopravvivenza.

Peraltro, se Berlusconi è serio quando dice “non capisco perché mi odino così”, la situazione è abbastanza tragica, perché vuol dire che lui per primo è caduto trappola della propria propaganda. Non che la cosa sia impossibile, giacché notoriamente è più facile convincere qualcuno di una menzogna se tu sei il primo a crederci. Se Berlusconi è convinto di avere dalla propria “il popolo” (sgrammaticato che picchetta l'ospedale) non può certo contare su quelli che, abituati alla plularità d'informazione del web piuttosto che alla monocultura propagandistica dell'informazione televisiva, non esitano a manifestare il proprio antagonismo, dentro e fuori dalla rete.

L'informazione, anzi la disinformazione in questi casi si gioca tutta sui numeri: dai novantamila dichiarati dalla questura per il No B-Day (lontani dai più probabili due/trecentomila quanto il milione millantato dagli organizzatori; chissà chi si ricorda di quando la stessa piazza semivuota ne ospitava ‘due milioni’ in una manifestazione anni fa) si va agli incontestabili 60.000 fan di Massimo Tartaglia su Facebook (in crescita); a questi, per compensare i miseri 400 che vogliono morto (metaforicamente parlando, s'intende) l'aggressore, si contrappone un madornale falso ottenuto cambiando il nome del gruppo che chiedeva l'abolizione del Superenalotto a favore dei terremotati dell'Abruzzo.

Ci sarebbe molto altro da dire, menzionando ad esempio il fatto che l'assalto non giunge inatteso. Non mi ha sorpreso, e a quanto leggo non sarebbe proprio una sorpresa nemmeno per chi della sicurezza di Berlusconi si occupa (o dovrebbe occupare) giorno e notte. C'è chi insinua che l'azione sia stata premeditata proprio per costruire la giustificazione del rafforzarsi del regime; a me pare eccessivo: perché organizzare qualcosa che ci si aspetta avvenga comunque? È molto più semplice lasciare che accada; sono curioso di sapere cosa succederà agli uomini che, per errore o intenzionale lassismo, non hanno adempiuto al proprio dovere di protezione.

Ma stavolta non si fermeranno a menzogne, falsi, omissioni, notizie costruite ad effetto. La situazione sta precipitando troppo velocemente. È evidente ormai che la mite connivenza dei vertici del PD non è più sufficiente a tenere tranquilla quella larghissima fetta della popolazione che non ama Berlusconi, che non si lascia ingannare dalla propaganda, che si informa e che informa, svelando maneggi ed imbrogli.

Ed il gesto inconsulto del pazzo è l'áncora cui possono aggrapparsi, la scusa perfetta per schiacciare senza tanti complimenti qualunque forma di dissenso.

permalink | scritto da in data 14 dicembre 2009 alle 16:58 | Stampastampa
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20091015

Periodi ipotetici Intermezzi

Ora, se io fossi un imprenditore venuto su dal nulla riciclando denaro mafioso attraverso la banca in cui lavorava mio padre, e partendo da questo avessi costruito un impero mediatico e finanziario sfruttando i miei ammanicamenti politici nonché l'appoggio della mia loggia massonica di riferimento, ricorrendo inoltre ripetutamente all'evasione fiscale (leggi: furto) e corrompendo giudici, ecco, probabilmente anch'io, vicino alla bancarotta, perduto il supporto politico (spezzato e spazzato via dall'emergere di quegli stessi meccanismi di corruzione cui avevo preso parte), ed impelagato in una serie di processi che cominciavano a far emergere il marcio su cui era costruito il mio impero, ecco, a questo punto anch'io probabilmente sarei ricorso alla politica per pararmi il culo dal punto di vista giudiziario, sia con leggi stilate ad hoc per far decare tutti i processi a mio carico, sia con una sana campagna mediatica per rivoltare la frittata e far credere che i processi, benché iniziati ben prima della mia attività politica, siano una tattica politica della perdente opposizione.

Fin qui nulla di nuovo. Ma c'è una cosa che mi sfugge. Perché dovrei voler menzionare, nella ‘giustizia politicizzata’ contro di me, le recenti indagini sulla trattativa tra Mafia e Stato del '92–'93?

Voglio dire, va bene aumentare il senso della persecuzione inserendo quanti più processi possibile (fa più figura), ma perché dovrei voler forzare io l'associazione della mia figura ad indagini che, se non ne l'avessi detto io, non sarebbe venuto in mente a nessuno che mi riguardavano?

Solo a me questo mettere le mani avanti ha fatto sorgere il sospetto che Berlusconi potrebbe sapere qualcosa, su quelle indagini e soprattutto sui fatti di quel periodo, che sarebbe stato meglio (per lui) non avere avuto modo di sapere?

Facciamo una ipotesi.

Io sono un giovane aspirante imprenditore e, attraverso i contatti in banca di mio padre, mi viene offerta la possibilità di costruire qualcosa di grandioso; non sono io ad andare da loro, sono loro a venire da me, a propormi qualcosa: io accetto, perché sono un giovane aspirante imprenditore; oppure, non sono un giovane aspirante imprenditore, ma accetto comunque, perché già allora sono, per qualche motivo, ricattabile. Ma facciamo che sono semplicemente un giovane aspirante imprenditore che non crede alla possibilità che gli viene offerta, ma non può non accettarla perché è troppo buona.

Mi lancio così in una partita emozionante, eccitante; mi ci butto a capofitto, vincendo sempre, e sono talmente ingenuo da credere di vincere perché sono tanto bravo, esattamente come trenta, quarant'anni dopo mi illudo che queste stangone vengono alla mia festa e à coucher avec moi per il mio fascino giovanile, aitante e potente, e non sacrificando il proprio senso del gusto per una pila di soldi, un posto al parlamento, un'agevolazione burocratica.

Però le cose si fanno man mano sempre più difficili; a volte sembra che gli amici mi lascino solo, magari perché hanno dei problemi loro; e a volte mi viene voglia di mollare tutto, davvero, perché sono stanco, il gioco non mi piace più, e più continua più ci sono problemi e meno ci sono soddisfazioni; però non posso mollare, perché c'è quel fttt killer che mi hanno costretto ad assumere, dopo avermi praticamente regalato una villa che ogni volta che penso che c'è quello che mi sorveglia e che gli basta ricevere una telefonata per far fuori me o i miei figli mi sembra più una prigione che una villa.

Ed alla fine questi amici decidono che le cose stanno andando troppo male, c'è troppa roba che sta venendo fuori che li mette in difficoltà, è il momento del gioco pesante: bisogna spazzar via tutto, ricominciare con una facciata pulita, e nella situazione in cui siamo sono io ad essere l'unico candidato possibile.

Ma ormai la situazione è fuori controllo, tutto mi scappa da tutte le parti, non so più che fare. Posso solo urlare mezze verità a denti stretti, tipo che la mafia mi perseguita per quello che ho fatto contro di loro, anche se in realtà non solo non ho fatto nulla contro di loro, ma ho persino reso più difficili indagini e procedimenti giudiziari che potrebbero colpirli.

Non vedo l'ora che salti fuori qualcuno che possa prendere il mio posto.

permalink | scritto da in data 15 ottobre 2009 alle 10:44 | Stampastampa
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20091009

Uso giustizialista della politica Intermezzi

Berlusconi continua a riempire i mezzi di comunicazione delle proprie menzogne. Per rimettere un po' le cose in prospettiva, gradirei ricordare alcuni fatti:

  • il voto nazionale non è per la presidenza del consiglio, ma per il parlamento; i risultati delle elezioni politiche non sarebbero un plebiscito nei suoi confronti nemmeno se la coalizione che l'ha appoggiato avesse preso quel 60–70% che lui continua a sbandierare;
  • il partito di Berlusconi, nei suoi momenti migliori (13 anni fa) ha superato di nemmeno un punto percentuale la soglia del 40%; alle ultime elezioni non è arrivato nemmeno al 38%; siamo ancora ben lontani dal famoso “72%”;
  • la prescrizione di un reato non è una (piena) assoluzione; nei processi caduti in prescrizione Berlusconi è stato trovato colpevole, ed ha potuto evitare di scontare la pena solo grazie a leggi fattegli su misura dai suoi governi;
  • i guai giudiziari di Berlusconi sono cominciati, tanto dentro quanto fuori dall'Italia, sensibilmente prima della sua “discesa in campo”, quando gli era impossibile parlare di “uso politico della giustizia” nelle proprie arringhe televisive di difesa.

Perché al TG1 non fanno un bel servizio sulla storia giudiziaria di Berlusconi, dalle origini ai giorni nostri, mettendo in evidenza l'uso giustizialista della politica fatto dallo stesso? Sarebbe carino concludere ricordando che le continue menzogne con cui cerca di difendersi sono spesso passabili di denuncia, a partire dai sondaggi farlocchi.

P.S. poi qualcuno dovrebbe spiegare a Berlusconi cosa vuol dire realmente quella parola.

permalink | scritto da in data 9 ottobre 2009 alle 14:18 | Stampastampa
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20090917

Definitivamente temporaneo Intermezzi

Riepilogando, i fatti: il Governo, conseguentemente alla valutazione della Protezione Civile, esclude Onna dal progetto C.A.S.E per la ricostruzione dopo il terremoto. La Croce Rossa Italiana, con la raccolta di fondi per i terremotati dell'Abruzzo, mette su un cantiere per la realizzazione di un insediamento temporaneo in località Onna. Il lavoro viene svolto in associazione con la Provincia di Trento sotto la dirigenza del Servizio Protezione Rischi del Dipartimento di Protezione Civile e Infrastrutture del Trentino, e le prime abitazioni sono disponibili in tempi molto stretti, superati solo dalle prime ricostruzioni seguite al terremoto dell'Irpinia.

La propaganda: Berlusconi non esita ad annoverare tra gli ottimi risultati del proprio governo la rapida costruzione (come promesso, a settembre!) di case permanenti per i terremotati dell'Abruzzo; l'insediamento temporaneo diventa definitivo (e purtroppo probabilmente, visto il Paese in cui viviamo, lo sarà davvero, cosa che non può sorprendere visto che in Irpinia ci sono luoghi che aspettano da vent'anni, mentre la camorra continua a sifonare fondi), ed una ricostruzione da cui il governo si è espressamente tirato indietro diventa merito del governo. Così si costruisce il gradimento: menzogne sulla pelle dei disastrati.

permalink | scritto da in data 17 settembre 2009 alle 22:26 | Stampastampa
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20090915

Pubblicità ingannevole Intermezzi

Una delle più ripetute critiche che gli elettori non berlusconiani portano ai governi non berlusconiani è l'assoluta incapacità di farsi pubblicità, lasciando passare quasi sotto silenzio non dico i risultati più sofisticati ed insignificanti per chi non ne capisca un minimo di economia (come ad esempio la riduzione del disavanzo primario e del rapporto tra debito pubblico e PIL), ma persino quelli di maggior impatto come le riduzioni per l'ICI e i bonus per gli affitti, significative per quella fetta non trascurabile della popolazione che ne ha maggior bisogno pur senza intaccare drasticamente gli introiti dello Stato come invece succede per la successiva boutade berlusconiana, che ha invece avuto effetti molto più disastrosi sull'economia italia degli apparenti immediati benefici pecuniari per i contribuenti.

Lo stesso non si può certo dire del governo attuale, retto da una forza politica nata sostanzialmente mediatica e di facciata; in effetti, talmente mediatica e di facciata da fare dell'informazione il proprio unico vero strumento di sopravvivenza. Peccato però che per raggiungere questo effetto debba passare da quella che sarebbe più opportuna definire propaganda, quando non vera e propria disinformazione.

Gli esempi sono innumerevoli. Ad esempio, si potrebbe fare riferimento al controllo accurato della cronaca nera, per assicurare che se ne parli molto quando governa l'altro lato, sempre meno quando governano loro, nonostante la costante tendenza all'aumento che accompagna i dati sul crimine tanto durante i brevi governi non berlusconiani quanto durante i lunghi governi berlusconiani.

D'altra parte, senza un po' di sano terrorismo non si può giustificare un decreto sicurezza che a ben guardare ha alcuni interessanti commi che con la sicurezza non hanno nulla a che fare, come il lodo Bernardo che proibisce alla Corte dei Conti di indagare su casi di mala amministrazione senza che l'amministrazione stessa (ovvero sostanzialmente i colpevoli dei casi di mala amministrazione) denunci una “specifica e precisa notizia di danno” che “sia stato cagionato per dolo o colpa grave”. Niente più indagini sul comune di Catania, ad esempio, portato sul lastrico da due consecutive amministrazioni del fedelissimo medico personale di Berlusconi, Umberto Scapagnini, né sulla Regione Sicilia, ben diretta sulla stessa strada. Ma su queste cose il governo non farà campagna informativa.

Ed ancora siamo sulla riga della simulazione, della disinformazione per omissione. Più interessanti sono i casi di dissimulazione, in cui si passa dal tacere informazioni importanti alla plateale bugia. È borderline il caso Alitalia, dove si parla di come la soluzione Berlusconi sia tanto migliore di quella Prodi, nonostante sia costata in più 300 milioni di prestito ponte, il doppio dei posti di lavoro ed i debiti dell'azienda scaricati allo Stato, per regalare il resto ad una congrega che continua ad offrire il peggior servizio d'Europa, invece di venderla (per quello che valeva) al solido e qualitativamente superiore consorzio KLM.

Ma adesso che Berlusconi sente forte puzza di bruciato, tra scandali prostituzione, compravendite a sfondo sessuale di cariche pubbliche, conflitti con la Chiesa, disprezzo europeo e critiche internazionali (tutto ovviamente opportunamente taciuto dai principali canali d'informazione televisiva, tanto dai suoi perché privatamente posseduti quanto dai suoi perché pubblici ed opportunamente ripuliti) ed un malfidato alleato concorrente (Fini), bisogna tirare fuori i cannoni pesanti. E poiché difficilmente le bordate di fango marca Feltri potranno parare tutto (è già un miracolo che abbiano funzionato con Boffo), bisogna ricordare alla gente che non è a tutto questo che si deve guardare, ma alla bontà degli atti di governo.

Come ad esempio la ricostruzione in Abruzzo. Si erano promesse le case a settembre? Bisognerà far sapere alla gente che i terremotati hanno avuto la casa a settembre. Si fa slittare Ballarò per dare a Vespa lo spazio di pubblicizzare la consegna delle prime case. Sui giornali fa notizia lo slittamento, che per carità è notizia di cruciale importanza, essendo un significativo esempio dell'aggressivo processo di normalizzazione delle reti televisive pubbliche per garantire l'assenza di voci che possano dissentire dalla propaganda disinformativa. Ma perché nessuno menziona il fatto che le case che verranno consegnate non sono frutto di un atto di governo, ma di una iniziativa della Croce Rossa, e che Onna (il paesino su cui il governo si farà immeritata pubblicità) è stato espressamente escluso dal progetto di ricostruzione perché giudicato a rischio alluvione?

permalink | scritto da in data 15 settembre 2009 alle 1:07 | Stampastampa
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20090910

Notizie da un mondo di merda Intermezzi

Un tribunale laico ritiene che un reato non sussiste perché compiuto per motivi religiosi. In Italia, non in Iran.

Il presidente del consiglio querela i giornali che riportano le notizie, ma non le fonti citate dai giornali stessi (mogli, prostitute, avvocati, giornalisti nel proprio libro paga, etc). Al solito, è grave che ci sia chi tenti di informare gli elettori di come Berlusconi chieda sesso offrendo in cambio posti in televisione, al governo, al parlamento italiano e/o a quello europe; non che lui lo faccia e che ci siano le prove nonostante la sua guerra alle famigerate intercettazioni che dimostravano come le attuali ministre dell'istruzione e delle pari opportunità siano arrivate dove sono arrivate spompinandolo.

Ovviamente, se i sostenitori di Berlusconi facessero caso a questo si renderebbero conto che lo scandalo delle puttanate (letteralmente) del loro beneamato presidente del consiglio non è un problema di moralismo cattolico, ma del “governo del merito” costruito con la compravendita di fama e potere in cambio di sesso, e che se a loro invece viene in mente l'invidia come motivo della denuncia forse non stanno facendo altro che proiettare quella che loro in sé stessi preferiscono considerare ammirazione.

Almeno, per coerenza, la Gelmini dovrebbe far introdurre l'educazione sessuale obbligatoria nel curriculum scolastico, visto che tanto già a 13 anni le ragazzine sanno di poter offrire varie prestazioni sessuali in cambio di regali e favori.

MIUR: sarebbe il caso di rinominarlo in MDUR: Ministero della Distruzione dell'Università e della Ricerca. Sono sicuro che il nome piacerà anche a Bossi. Intanto pagheremo gli stipendi ai professori tagliati fuori dalla riduzione del personale; il governo antispreschi e contro i fancazzisti nella PA decide di pagare la gente per non fare niente piuttosto che dar loro un posto di lavoro: li si paga un anno solo, e distruggendo la scuola pubblica si evita che le 13enni vi si prostituiscano. Almeno nelle sane scuole private cattoliche si pensa subito a fare il figlio. Qualche anno prima del diploma.

Da un giorno all'altro mi aspetto anche che Berlusconi racconti la famosa barzelletta: «Sapete qual è il bello di scoparsi ventiseienni?»; se non l'ha già fatto, forse sta aspettanto che le scolarette puttanelle anticipino alla prima elementare.

Decreto sicurezza: grazie al lodo Bernardo, la Corte dei Conti non può indagare sulla mala amministrazione a meno che la mala amministrazione stessa non denunci il fatto. Si comincia a capire di quale sicurezza si occupa il decreto.

Città più sicure. Forse nel resto d'Italia, ma a Catania (città portata alla bancarotta da due ininterrotte amministrazioni Scapagnini, (ex?) medico personale di Berlusconi) la situazione non è affatto migliorata, nonostante le due squadre di un poliziotto più tre militari ciascuna che passeggiano la sera in via Etnea.

(E sorvoliamo sul più eccellente precedente dell'uso dei militari a scopi di polizia, degenerato nel Domhnach na Fola universalmente riconosciuto come “la più grande vittoria dell'IRA”).

Complottismo #1: Mike Bongiorno è stato allontanato da Mediaset perché invece di fare come al solito propaganda per Berlusconi, per le ultime elezioni aveva detto di essere in dubbio. Secondo questa teoria, il mancato rinnovo del suo contratto sarebbe stato dovuto al fatto che in vecchiaia sarebbe rinsavito, piuttosto che, come vuole la versione ufficiale, perché era ormai un vecchio rincoglionito.

Complottismo #2: Mike Bongiorno sarebbe stato scomodissimo assunto da Sky. “Per fortuna” è morto d'infarto prima di fare dànno nella guerra Berlusconi–Murdoch.

Più con i piedi per terra, Berlusconi come Botero, Bongiorno come Sperati.

Berlusconi sostiene di non essere ricattabile per le storie di prostituzione che lo hanno distolto in questi mesi dalla conclusoine della realizzazione del progetto della P2. Intanto la Chiesa con la storia dello strappo ottiene: la revisione della 194, la guerra alla RU486, la distruzione di ogni speranza su una legge laica sul testamento biologico.

Fini lecca il culo alliscia il pelo all'elettorato piddino deluso per raccogliere consensi per la propria candidatura alla presidenza della Repubblica: dopo l'ex-comunista avremo così l'ex-fascista, nella storica tradizione dell'alternanza italiana. Berlusconi se n'è finalmente accorto, e s'è incazzato.

L'operato politico di Berlusconi, fin dalla sua discesca in campo, è sempre stato guidato da questioni tattiche (sostanzialmente: pararsi il culo dalle montagne di guai giudiziari in cui si era infilato da anni e che minacciavano di crollargli finalmente addosso), e la sua fangosa grossolanità appare ancora più evidente a confronto con la fine strategia di Gianfranco.

La vera domanda è: che cazzo se ne fa Fini della presidenza di un Paese totalmente sprofondato nella merda grazie all'operato del suo alleato concorrente?

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20090525

Towel Day 2009 Intermezzi

Non c'è molto da dire, salvo che da persona seria l'asciugamani me la sono portata dietro tutto il giorno, come testimonia lo sfondo della foto (presa all'INGV).

permalink | scritto da in data 25 maggio 2009 alle 23:00 | Stampastampa
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20090505

Domanda giornalistica Intermezzi

Qualcuno che guarda la TV potrebbe informarmi sulla seguente? Quando Berlusconi da Vespa parla di complotto dei giornali di sinistra e di come la sua seconda moglie [giusto per ricordare che Mr. Family Day è divorziato e risposato] si sia fatta da loro infinocchiare, lo fa con il contraddittorio?

O la regola del contraddittorio vale solo da Santoro quando si parla di vent'anni di DPC e governi ed amministrazioni che non hanno fatto nulla per far rispettare le norme antisismiche, e a Report quando si parla di come la mafia comandi a Catania e di come il medico personale di Berlusconi, Scapagnini, abbia mandato in bancarotta il comune con due sole amministrazioni?

permalink | scritto da in data 5 maggio 2009 alle 20:28 | Stampastampa
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20090408

L'imbecille che non annunciò la tragedia Intermezzi

Leggo, purtroppo anche su pagine scritte da persone che stimo peraltro intelligenti, una oserei dire quasi preoccupante beatificazione del povero Giampaolo Giuliani vittima della persecuzione della grossa e brutta DPC (nella persona di Bertolaso).

Io vorrei invece mettere qualche puntino sulle i.

Giuliani non ha predetto il sisma che alle 3 di notte del 6 aprile 2009 ha colpito l'Aquila e dintorni. Le previsioni di Giuliani riguardavano Sulmona (più di 60km di distanza) e la settimana precedente. Erano sbagliate.

Alla gente piace pensare che “su scala geologica” 60km e 7 giorni non sono niente; peccato che nella scala geologica anche tutti i terremoti dei precedenti cento e passa anni, e quelli dei prossimi cento e passa anni, in tutto il bacino del Medirraneo, sarebbero ‘qui ed ora’; ma peccato soprattutto che gli esseri umani (ed in particolare la DPC) devono agire su scala umana, e non geologica. E su scala umana 60km e 7 giorni sono luoghi e tempi diversi.

Giuliani, ad esempio, in questa intervista, insiste ripetutamente sulle “6–24 ore”: poteva quindi riferirsi a questo o forse piuttosto a questo evento sismico; ma non a quello del quale gli piace arrogarsi la previsione.

Purtroppo, lo stato attuale delle conoscenze scientifiche (ed includo qui anche i risultati di Giuliani) in campo geo(logico, fisico, chimico, etc) non fornisce una correlazione sufficientemente robusta tra precursori ed eventi sismici; il che non significa che la correlazione venga negata, ma semplicemente che le conoscenze non sono ancora tali da permettere di predire con sufficiente precisione data, luogo ed intensità di un evento sismico. E questo, piaccia o non piaccia, in italiano si traduce con “i terremoti non si possono prevedere”.

Giuliani, nella succitata intervista, parla dei propri risultati come di qualcosa di assodato in campo internazionale, ma che certi poteri oscuri di cui non vuole fare il nome (Bertolaso) voglio tenerli nascosti. Peccato che la ricerca internazionale abbia, al contrario, dimostrato l'inaffidabilità dei risultati di Giuliani. Consiglio la rapida lettura di questo articolo sul Los Angeles Times per una prospettiva ‘esterna’ (e lì si parla di californiani e cinesi, gente a cui la possibilità di prevedere con esattezza i terremoti fa molto gola).

In sintesi, le critiche mosse da Bertolaso a Giuliani sono motivate, e il signore in questione si è meritato tanto l'appellativo di imbecille quanto la denuncia per procurato allarme. (Ma poi, mi viene da chiedere, se Giuliani era tanto sicuro dei propri risultati, perché non ha preso capra e cavoli per scapparsene dallo spaventoso sisma che sapeva imminente?)

Purtroppo per Bertolaso, una settimana dopo la denuncia c'è stato il sisma che ha tirato giù l'Aquila. E Giuliani cavalca l'onda del disastro, approfittando della sua (del disastro) vicinanza con le sue (di Giuliani) previsioni errate; qualcosa che a me pare abbastanza immondo, ma che tocca facilmente le corde di coloro a cui piace avere l'ennesimo esempio, l'ennesimo Galileo, Fermi, Rubbia vittima dalla “politica della scienza” italiana (il che è piuttosto insultante per la memoria di Galileo e di Fermi, e per la persona di Rubbia).

Per puntualizzare, faccio presente che l'ultima cosa che mi interessa è difendere Bertolaso. Ma lapidarlo per il ‘caso Giuliani’ sarebbe come criticare il fascismo per le opere di bonifica. Quando il 6 mattiva ascoltavo alla radio commenti, promesse, discorsi, non trovavo nulla da ridire sugli interventi (parole e fatti) del momento; il mio pensiero era: «ma: e il poi

Se vogliamo criticare l'operato di Bertolaso, della Protezione Civile, e dei ministeri da cui dipendono (e quindi trasversalmente di tutti i governi che dalla sua istituzione nel 1982 ad oggi l'hanno accompagnata) facciamolo almeno con motivazioni valide.

Parliamo delle ricostruzioni (in Irpinia ancora aspettano i soldi finiti nelle tasche di Ciriano De Mita, Paolo Cirino Pomicino, eccetera eccetera eccetera).

Parliamo della mancanza di adeguamenti strutturali, delle deroghe, delle proposte cazzonesognanti (ponti e centrali nucleari, ampliamenti del 20–30%), delle leggi non rispettate.

Parliamo della mancanza di educazione (nel senso di quella formazione che la DPC dovrebbe fornire costantemente alle vecchie e nuove generazioni, con seminari ed esercitazioni).

Parliamo di tutte le cose che dovrebbero essere fatte, ma di cui si parla solo in quei 15 giorni in cui il sisma fa notizia, ed a cui tra sei mesi nessuno avrà più modo di pensare, quando la macchina mediatica avrà dimenticato le promesse di oggi ed impegnato le menti con nuove notizie.

Ma per favore, non facciamo di un imbecille un martire


Un breve post-scriptum è dovuto. Rimando a questi documentati interventi di Livio Fanzaga (direttore di Radio Maria) che vuole vedere in questo terremoto qualcosa di positivo: un segno del Signore, per aiutarvi (a voi cristiani dell'Abruzzo) a partecipare della sua Passione. (Strano, io avrei scommesso piuttosto che voleva dire alla propria nuova reincarnazione (Berlusconi) di darsi una calmata con i progetti cazzonisognanti.) Inviterei allora a riflettere sul significato dei crolli di chiese e campanili.


E al di fuori di tutto questo infernale rumore, un grazie a tutti coloro che stanno lavorando per salvare vite.

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20090329

Il righello delle majorette Intermezzi

Già in passato ho avuto (ripetutamente) occasione di citare Piet Hein e il suo gruk sulla saggezza. Oggi invece è il momento giusto per quello titolato Majority Rule:

His party was the Brotherhood of Brothers,
and there were more of them than of the others.
That is, they constituted that minority
which formed the greater part of the majority.
Within the party, he was of the faction
that was supported by the greater fraction.
And in each group, within each group, he sought
the group that could command the most support.
The final group had finally elected
a triumvirate whom they all respected.
Now, of these three, two had final word,
because the two could overrule the third.
One of these two was relatively weak,
so one alone stood at the final peak.
He was: THE GREATER NUMBER of the pair
which formed the most part of the three that were
elected by the most of those whose boast
it was to represent the most of the most
of most of most of the entire state --
or of the most of it at any rate.
He never gave himself a moment's slumber
but sought the welfare of the greater number.
And all people, everywhere they went,
knew to their cost exactly what it meant
to be dictated to by the majority.
But that meant nothing, -- they were the minority.
permalink | scritto da in data 29 marzo 2009 alle 16:39 | Stampastampa
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20090316

Il Rombo Intermezzi

Non so bene perché, ma a me il processo a Joseph Fritzl fa venire in mente il romanzo di Günter Grass

permalink | scritto da in data 16 marzo 2009 alle 10:42 | Stampastampa
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20081111

Freddura #2: matematica a cervello spento Intermezzi

(L'ultima non è del sottoscritto)

D: Quattro amici vanno in pizzeria, vengono fatti accomodare ad un tavolo per quattro ed ordinano: una margherita, una quattro stagioni, una norma ed una capricciosa. Di chi è il tavolo?
R: Di Banach.

D: Cosa sarebbe successo se i quattro amici fossero stati seduti ad un tavolo da sei?
R: Avrebbero ordinato in successione, sperando che non avesse limite.

D: Cos'è giallo, normato e completo?
R: Uno spazio di Bananach

permalink | scritto da in data 11 novembre 2008 alle 15:23 | Stampastampa
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20081022

Freddura #1: occhiali Intermezzi

ho smesso i miei occhiali da vista per quelli da debian

permalink | scritto da in data 22 ottobre 2008 alle 9:36 | Stampastampa
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20081004

Cose di cui si potrebbe parlare Intermezzi

È che in realtà a me scoccia mortalmente parlare di certe cose. Anche perché alla fin fine con tutto ciò che ci possiamo dire sopra non è che cambierebbe granché. Ma comunque, ecco un elenco tutto tranne che esaustivo:

  • il decreto Brunetta contro l'assenteismo, che fa più danno con le assenze di quanto possa aiutare a risolvere il problema che vorrebbe affrontare: si finisce o con l'andare a lavoro anche con la febbre o a ritardare il rientro allungando l'assenza a cinque giorni per non perdere lo stipendio, e si continua con l'assenteismo peggiore (e non certo il meno diffuso), ovvero la timbratura del cartellino senza poi restare sul posto di lavoro.
  • da quanto sopra si potrebbe poi trarre un importante spunto sulla (im)possibilità di licenziare dipendenti pubblici (ma anche quelli privati) persino quando è documentabile e documentato che la loro nullafacenza è una palese violazione di contratto, e su quanto sia difficile trovare il giusto equilibrio tra la possibilità di licenziare il (non) lavoratore, e proteggere i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa.
  • non dimentichiamo l'opinione di gente come Trichet che sostiene che per uscire dalla crisi in cui ci stiamo sempre più infognando sia necessario aumentare la produttività; qualcuno mi dovrebbe spiegare in che modo producendo di più a meno si esce da quel tipo di fogna in cui si precipita quando si viola il principio (keynesiano e forse per questo antipatico a molti?) dell'operaio che dovrebbe essere in grado di comprare quello che produce. Dovrebbero riflettere di più sul fatto che circa 40 anni fa mio padre si poté comprare la prima macchina con qualcosa come tre mesi di stipendio (primo impiego), vivendo in affitto e cenando spesso fuori, mentre oggigiorno uno nelle condizioni equivalenti a quelle sue di allora potrebbe cavarsela forse in un paio d'anni …
  • le possibili motivazioni dietro la metodica demolizione della scuola pubblica.
  • la lotta per il mantenimento del voto di preferenza alle elezioni europee da quegli stessi che non si sono certo ammazzati di lavoro per averlo in Italia per le politiche e le amministrativer.
  • i tagli di quasi il 50% ai finanziamenti per la ricerca, che già certo non esageravano per abbondanza (con questo si potrebbe scrivere un complemento al Peggio vs Meno Peggio #2).
  • il crac finanziario del comune di Catania: un debito da un miliardo di euro accumulato da due consecutive amministrazioni Scapagnini, il medico di Berlusconi che per la sua campagna elettorale al Senato quest'ultime elezioni prometteva di portare a livello nazionale l'esperienza di amministratore accumulata qui a Catania. Non ha scritto del fatto che Catania non riesce più nemmeno a tenere le luci accese la notte, né delle montagne di spazzatura che si stanno accumulando da quando i netturbini sono in sciopero perché non percepiscono più lo stipendio. Nella speranza che questo non faccia fa meno notizia della spazzatura di Napoli solo perché è colpa del PdL.
  • le forze dell'ordine (esercito e polizia insieme) che a parte i servizi fotografici in centro si guardano bene dal farsi vedere laddove ce ne sarebbe più bisogno (dai recenti casi di aggresione a Roma alla ripresa delle rapine in centro a Catania, che al solito ovviamente fanno meno notizia); e il fatto che vien quasi da sperare che sia meglio così, visto quello che riescono a fare i vigili urbani di Perugia.
  • eccetera eccetera

Insomma, un grazie di cuore a tutti coloro che hanno contribuito e contribuiscono a rendere questo Paese la merda che è.

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20080920

Peggio vs meno peggio #3: l'affaire Alitalia Intermezzi

È da quando è stato presentato per la prima volta il piano di ‘salvataggio’ Alitalia che vorrei esprimermi in proposito, in realtà, ma impegni turistico-accademici mi hanno fuorviato. Visto che ormai la questione sembra volgere al termine, potrei anche attendere di vedere come si risolvono definitivamente le cose prima di commentare, ma osservando che gli ultimatum continuano a susseguirsi, la cosa potrebbe richiedere un'attesa un po' troppo lunga per i gusti del sottoscritto, che preferisce quindi approfittare di questa traghettata per buttar giù due righe.

Il fallimento di Alitalia è un brillante esempio, a mio parere, di come si possa cominciare a scavare quando si è toccato il fondo, rifiutando un compromesso (non privo di vittime) quando la situazione è talmente disperata da non offrire possibilità migliori: non si tratta più qui di un meglio nemico del buono, ma di qualcosa di molto più stupido.

Nello specifico, nel caso non si fosse capito, parlo delle condizioni rifiutate dai sindacati durante le trattative per il salvataggio di Alitalia durante la fine del governo Prodi, aventi come causa espressa l'eccessivo numero di esuberi (un paio di migliaia).

In teoria si potrebbe rimarcare che la funzione prima dei sindacati sia la protezione dei lavoratori, e che pertanto il loro rifiuto sia stata cosa buona e giusta. E sicuramente lo sarebbe stato se ci fossero state alternative migliori. Ma come gli eventi successivi stanno abbondantemente dimostrando (e non si può certo dire che ci sia dell'imprevedibile in quanto è seguito), quelle condizioni rifiutate erano l'ultima speranza di salvare il salvabile.

Facciamo un attimo un bilancio del risultato dell'ottusità dei sindacati. Il costo più immediato è stato (ovviamente) l'iniezione di 300 milioni di euro (soldi delle nostre tasse) per permettere ad Alitalia di sopravvivere fino al riprendere delle trattative sotto il nuovo governo. A questo aspetto più immediatamente pecunario si va ad aggiungere però per l'appunto il nuovo piano di ‘salvataggio’ architettato da Berlusconi: il doppio se non il triplo degli esuberi, nonché l'occasione (d'oro!) di svendere la parte utile di Alitalia ad una ristretta cerchia di imprenditori, ed il mantenimento del suo debito sulle spalle degli italiani.

L'Italia si è sempre trovata in questa situazione un po' assurda (e quanto meno disdicevole) che laddove il fallimento di un'azienda privata viene pagato anche da chi la gestisce, con penalità amministrative di vario genere, per le aziende pubbliche vale una sorta di salvacondotto per cui non vi è alcuna responsabilità diretta degli amministratori, e gli unici a pagare le conseguenze del fallimento sono i dipendenti (che anche nel caso del privato, ovviamente, si trovano a spasso).

Il nuovo piano Berlusconi non solo conferma questa situazione, ma la peggiora con un decreto che la rende una solida piattaforma di lancio per la pirateria delle risorse statali da parte di chi non ha certo bisogno di incentivi in tal senso, e spianando così la strada per una forma di privatizzazione del pubblico in cui l'acquirente ha tutto da guadagnare ed il pubblico (ovvero il resto degli italiani) ha tutto da perdere.

(Sto ovviamente sorvolando qui su altri aspetti del piano di ‘salvataggio’ di Berlusconi, quali ad esempio l'ipocrita appoggiarsi allo stesso gruppo Air Franc-KLM considerato dallo stesso Berlusconi un partner inadeguato quando le trattative erano fatte sotto l'egida di Prodi; o l'inevitabile crollo di Malpensa, nonostante le promesse in senso contrario in campagna elettorale; ma che Berlusconi non sia nuovo a questo tipo di voltafaccia non fa nemmeno più notizia, purtroppo.)

È sicuramente un nobile gesto quello del personale che tuttora continua a rifiutare il piano, manifestando con cartelli che sottolineano la criminalità (morale se purtroppo non legale) delle nuove condizioni di svenditasalvataggio, ma è anche un gesto altrettanto inutile. Avrebbero dovuto pensarci per tempo, quando ancora il meno peggio era un'alternativa valida. E sinceramente, viene da chiedersi cosa sperassero di ottenere i sindacati quando rifiutarono l'accordo sei mesi fa.

permalink | scritto da in data 20 settembre 2008 alle 18:34 | Stampastampa
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20080828

A difesa della censura ecclesiastica Intermezzi

[Dalla, non della. Ma dopo aver sbagliato mi chiedo: quale titolo farà più rumore?]

[E cliccate sull'immagine per la spiegazione]

[Fin qui tutto bene]

permalink | scritto da in data 28 agosto 2008 alle 18:28 | Stampastampa
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20080709

Gambetto Guzzanti Intermezzi

La genialata dell'attacco mosso ieri da Sabrina Guzzanti al ministro delle pari opportunità Mara Carfagna è che, se la Carfagna porgerà querela, le famose intercettazioni che Berlusconi vuole far distruggere a tutti i costi diventerebbero atti essenziali per il processo di querela, e dovrebbero venir rese pubbliche.

Ma poi: è evidente che al popolo italiano la vita privata dei personaggi politici faccia molto gola; voglio dire, non so se Novella 2000 sia ancora il punto di riferimento del gossip da parrucchiere o Chi abbia preso il suo posto. Ed è altrettanto vero che per quanto possa essere immonda e fangosa, contraria a quei principî etici e morali in teoria tramandatici da quella tradizione cristiana che secondo quegli stessi esponenti politici forma l'ossatura dell'Europa, la gente non va oltre lo scandalo verbale e continua a tenerli in palmo di mano.

Ed allora perché tanta preoccupazione nella compagine del “cavaliere” per l'eventuale pubblicazione delle intercettazioni? Non è che la gente li consideri meno paladini della famiglia, nonostante una buona fetta dei loro rappresentanti più in vista (non stranamente, soprattutto i più vocali nell'affermare e difendere a parole i suddetti valori cristiani) siano notoriamente pluridivorziati, puttanieri e pompinare.

Vien quasi da pensare che il Popolo della Libertà sorvoli allegramente sul fatto che la vera libertà si ha quando si accettano le conseguenze delle proprie azioni, non quando all'aver fatto quel che ci pare si fa seguire una battaglia contro chi vuole che si sappia ciò che è stato fatto, e che si agisca di conseguenza

permalink | scritto da in data 9 luglio 2008 alle 9:56 | Stampastampa
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20080615

Repoopsblica #2 Intermezzi

Su qui quo e qua l'accento non ci va. Ditelo a quelli di Repubblica.it.

permalink | scritto da in data 15 giugno 2008 alle 11:03 | Stampastampa
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20080405

La notizia pubblicitaria Intermezzi

Qualche tempo fa Repubblica.it ha riportato la notizia dell'avvenuta accettazione del formato OOXML (all'incirca quello usato dall'ultimissima versione di Microsoft Office) come standard ISO.

L'articolo ha i soliti toni entusiastico-sensazionalistici che il giornale usa per le notizie di informatica e tecnologie: più che di notizia, quindi, si tratta di un annuncio pubblicitario. Gratis.

Ora, se la cosa poteva anche anche essere accetabile ad esempio per l'uscita dell'ultima versione di Microsoft Office per Mac (ma mica tanto, in realtà; sempre più che in circostanze come queste), nel caso della standardizzazione dell'OOXML notizie da dare ce n'erano.

A partire dalla scelta del fast track nonostante la mole dello standard fosse più di 10 volte superiore a quella del già accettato standard ODF sullo stesso tipo di documenti, (standard che aveva richiesto anni per giungere ad essere approvato), per concludere con le irregolarità della conclusione del processo, passando per bazzecole come l'esplosione del numero di Paesi votanti subito prima del voto (la maggior parte dei quali, chissà perché ha votato “sì”) o le profonde irregolarità nelle votazioni già al livello delle commissioni nazionali, dalla Svezia alla Norvegia passando per la Germania (scusate ma mi sono scocciato di andare a pescare gli articoli, potete trovare quasi tutto su Groklaw).

Ecco, avrebbero potuto fare notizia, tutte queste cose. Invece no, solo pubblicità e per giunta con un giorno d'anticipo sulla pubblicazione del risultato. Sorge spontanea la domanda: perché, visto che era ben possibile fare giornalismo serio anche senza scendere in tecnicismi? (Ah, se poi si va sul tecnico si può parlare praticamente all'infinito di quanto l'OOXML sia tutto tranne che materiale per uno standard —ed infatti la Microsoft si è praticamente dovuta comprare una larga fetta delle organizzazioni di standardizzazione per poterlo fare passare.)

Fortuna che qualcuno si sta dando una mossa per indagare su queste irregolarità. E chissà che qualcosa non venga fuori.

permalink | scritto da in data 5 aprile 2008 alle 11:20 | Stampastampa
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20080223

Repoopsblica #1 Intermezzi

Repubblica.it nella diretta sulla politica in vista delle prossime elezioni pubblica, poco dopo mezzogiorno, un ‘piccolo’ errore (corretto qualche aggiornamento più tardi). A memoria dei posteri:

Berlusconi: "I cattolici non votino Berlusconi".

Magari fosse stato vero.

permalink | scritto da in data 23 febbraio 2008 alle 14:33 | Stampastampa
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20080120

La morte della fede genera mostri Intermezzi

I giochi retorici con cui l'attuale papa cerca di ridefinire fede e ragione per poter parlare di fede razionale hanno qualcosa di grottesco: raccapricciante con l'ottica dell'onestà intellettuale, ma allo stesso tempo morbosamente divertente.

L'atto di fede, quel salto illogico necessario per raggiungere quel livello di conoscenza (per il credente) superiore, a cui la ragione non lo può portare, è per definizione irrazionale: non è opera della ratio, ma è l'ammissione di un limite della ratio stessa; il credente dice: «la mia ragione non può portarmi alla Verità; l'unico modo per conoscerla è ‘affidarmi’» a Qualcosa, saltare nel vuoto della non conoscenza (razionale).

Ma l'uomo moderno esita sempre più ad affidarsi al vuoto dell'ignoranza che poi dovrebbe essere Conoscenza, perché ha conosciuto la solidità della conoscenza razionale, che gli allunga la vita e gli cura il mal di testa e gli porta l'acqua calda con cui farsi la doccia la mattina ed il sapone ai feromoni con cui sperare di adescare la femmina ed il preservativo per trombarsela senza poi ritrovarsela sotto casa con un fagotto in braccio; e perché sa che esistono tante ignoranze che poi dovrebbero essere Conoscenze e non sa dove saltare nel vuoto perché non sa da quale parte del vuoto sta la Conoscenza vera.

In altre parole, con il progredire della conoscenza con la c minuscola, la Conoscenza con la C maiuscola, fideistica e trascendente, che salva l'anima magari frust(r)ando il corpo, non solo ha sempre meno appeal edonistico-terreno, ma convince sempre meno anche dal punto di vista spirituale.

Ed è in questo contesto che si inserisce il subdolo gioco di parole del papa. L'aspetto divertente della questione è che il dichiarare razionale l'atto di fede è, in un certo senso, un capitolamento, l'ammissione di una sconfitta, il riconoscimento dell'inadeguatezza dell'atto di fede stesso nella sua natura intrinsecamente irrazionale; magari nasce come tentativo per rassicurare quei credenti sempre più dubbiosi ed insicuri dell'oppportunità dell'irrazionalità dell'atto di fede tradizionalmente inteso: ma di fatto è il forfait, è il gettare la spugna.

Ciò che rende poi raccapricciante il tutto, dal punto di vista intellettuale, è il tentativo di rivoltare la frittata per trasformare la sconfitta, l'abbandono, in una finta vittoria: come effettuare una marcia di trionfo dopo aver firmato l'armistizio cedendo territori. E poiché è papale (mi si scusi il gioco di parole) che l'atto di fede e la ragione non sono nemmeno lontani parenti, e che la fede di razionale non ha proprio nulla, il papa preferisce ridefinisce la fede come ragione ‘superiore’, che è un po' come dire che il colore rosso è un cerchio più rotondo.

Un'affermazione quasi Zen … che papa Ratzi sia in realtà un buddista sotto mentite —ma ricche— spoglie?

(Che poi voglio dire, si limitasse a dire che la fede cristiana è una fede in una Ragione che trascende la ragione umana, potrei anche accettarlo, accontentandomi di una sottile risata —è una posizione poco più ridicola di quella di positivisti e razionalisti con la loro fede nella ragione umana. Ma quando mi si viene a dire «La fede (…) cresce a partire (…) dalla sua [della razionalità] fondamentale affermazione», io mi sento sinceramente preso per i fondelli; com'è che i ferventi papisti si lasciano menare così per il naso? Mistero della fede.)

permalink | scritto da in data 20 gennaio 2008 alle 1:27 | Stampastampa
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20080116

“Does the pope shit in the woods?” Intermezzi

Non sorprende che il papa scelga di giocare la parte della vittima piuttosto che affrontare la contestazione. Uno come lui, abituato ad essere accolto da succubi ossequiosi a capo chino, poverino, si sarà sentito male solo all'idea che qualcuno potesse fischiarlo.

Non sorprende nemmeno, dopo tutto, la reazione ‘indignata’ dei politici dell'intero spettro, che tanto ormai l'abbiamo capito che sono talmente succubi ed ossequiosi del potere della Chiesa Cattolica da aver completamente dimenticato i principî di laicità dello Stato che dovrebbero rappresentare.

Ora si sfogano parlando di censura, nonostante sia il papa a rifiutarsi di parlare (in un contesto, certamente, a lui poco favorevole); ma dov'erano tutti quanti quando venne il Dalai Lama? E poi sinceramente sentir parlare di censura da gente che ha appena votato una legge che rende penalmente perseguibile il giornalismo che informa (ovvero la pubblicazione delle intercettazioni allo scadere del segreto istruttorio), è sinceramente un po' vomitevole. Quasi peggio che sentir Mastella parlare di persecuzione giuduziara; Berlusconi ce l'aveva con le toghe rosse; e quelle che dànno addosso a Mastella di che colore sono?

Delude molto di più il commento di Ezio Mauro su Repubblica: da un giornalista come lui sinceramente non mi aspettavo che abboccasse come un'allocco al gambetto curiale.

Parla di censura, come se al papa venisse impedito di parlare: eppure lui stesso (Ezio Mauro) osserva che la sua parola (quella del papa) viene «diffusa da tutte le televisioni italiane con una assiduità che non conosce l'eguale». Allora osserivamo piuttosto che al papa viene dato fin troppo spazio, e che quando finalmente c'è qualcuno che ha il coraggio di opporsi all'ingerenza arrogante e presuntuosa di questo individuo e della corporazione che rappresenta, l'iniziativa è da lodare.

Parla (sempre Ezio Mauro) di rifiuto del dialogo e del confronto, e gioca le sue parole come se i responsabili fossero gli studenti contestatori o i professori firmatari della famosa lettera, o il professore che chiese al proprio rettore il motivo di un gesto tanto idiota, quando a rifiutare il confronto è invece proprio il papa, che abbandona il campo appena scopre che ci sarà un confronto e che non potrà dire la sua davanti ad una platea di allocchi.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché il papa, esponente di una religione che dovrebbe professare la tolleranza, di una religione che almeno a parole è sempre dalla parte dell'oppresso, si è rifiutato di incontrare il Dalai Lama, capo spirituale di un popolo che da cinquant'anni vive sotto il tallone della seconda potenza economica mondiale (la Cina).

Si chieda piuttosto Ezio Mauro il perché del servilismo che ha voluto invitare a tenere la lectio magistralis alla Sapienza, università laica e promotrice del progresso della scienza e della conoscenza, un individuo talmente retrogrado e reazionario da pronunciarsi non solo contro la scienza e gli scienziati, ma da far regredire persino le forme della propria stessa fede (messa in latino, rito preconciliare?), allontanandola sempre più da coloro che dovrebbe invece rendere partecipi.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché il giornalismo sta dando tanto spazio alla vigliaccheria papale, e per giunta in termini così erronei, dando pieno campo alla voce vittimista della curia invece che compiere il proprio dovere critico.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché ogni parola del papa continua in Italia (e solo in Italia!) a pesare tanto da impedire la civiltà di leggi non discriminatorie sul matrimonio civile e sulle coppie di fatto. Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché di questa pagliacciata tutta italiana nel resto del mondo they don't give a shit.


Per conto mio, divento sempre più cosciente di quanto pericolosa e pesante sia l'ingerenza cattolica, e per questo gesti quali lo sbattezzo cominciano a rivelarmi la loro importanza.

permalink | scritto da in data 16 gennaio 2008 alle 14:21 | Stampastampa
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20070809

Oblomov ed il pessimismo della volontà Intermezzi

La discussione sulla prostituzione prosegue accanita nei commenti al post da cui è partito tutto. E ce n'è uno in particolare, che mi ha risvegliato ricordi di quando, giovane e ingenuo, avevo ancora sogni (sì lo so che è solo l'anno scorso).

Il commento in questione è il seguente:

(Sorvolo sul tenere la gente all'oscuro: dopo tutto, non ero io a non sapere della sussistente iniziazione sessuale di stampo meretriciale, o della volontaria scelta di chi si prostituisce pur non essendo schiava e pur avendo altre possibilità.)
Non si è mai fatto nulla, nulla per contrastare la cultura imperante. E secondo te, nulla dovrebbe essere fatto perché è "inefficace". Su quale base lo dici? E' mai stato fatto un tentativo?
No, secondo me nulla può essere fatto. Vorrei poter condividere il tuo ottimismo sulla possibilità di un cambiamento, davvero. Quanto alla base su cui lo dico … la base è proprio il fatto che nessun tentativo (serio) è mai stato fatto, e non è mai stato fatto perché non c'è la mentalità per agire in tal senso. E senza questa mentalità si continuerà a non fare niente. Ed io sono scettico sulla possibilità di cambiare la mentalità abbastanza da rendere possibile (prima ancora che efficace) un qualunque tentativo di soluzione.
tu sembri pensare che io voglia lasciare tutto com'è.
Al contrario, io ho ben capito che tu vorresti poter cambiare la situazione. Proprio per questo quando parlo di ipocrisia non mi riferisco a te, ma alla mentalità che tu vorresti combattere, e che preferisce la prostituzione in strada, presente e voluta ma non ufficialmente, a quella “in scatola”.

E ti assicuro che non sei l'unica a voler cambiare la situazione, né penso che le misure drastiche a breve, medio e lungo termine che hai in mente siano sbagliate; al contrario, io penso che sarebbero la soluzione giusta. Se fossero attuabili. Ma non le vedo come tali: non perché ci siano insormontabili ostacoli concreti alla loro attuazione, ma semplicemente perché, come dicevo sopra, non c'è (e dubito che mai ci sarà) la mentalità per attuarle.

Ti dirò di più: personalmente ritengo che la prostituzione non sia un problema a se stante, ma uno dei (purtroppo non pochi) sintomi del deterioramento della società. E mi illudo che già solo il mostrare alla gente un'impronta sociale veramente diversa (non l'ipocrita vernice perbenista fin troppo diffusa), già solo dar loro la possibilità di vivere un contesto eticamente profondamente diverso potrebbe dare un impulso al cambiamento: perché io credo che uno dei pilastri del problema sia proprio l'assenza di modello concreto diverso, e la gente non sa che farsene delle parole e delle promesse, quando è abituata a sacrificare il proprio futuro per un guadagno immediato. Ma forse l'avere l'occasione per vivere un modello diverso potrebbe spingerli ad agire per la sua diffusione. Ed io stesso ho i miei sogni nel cassetto, progetti (anche dettagliati, ma sui cui dettagli non ti tedierò) che potrebbero fungere da cardine per un rinnovamento sociale. Se fossero attuabili.

E se non c'è possibilità di rinnovamento sociale, allora le uniche possibilità sono l'ipocrisia della tolleranza del sotterraneo e l'“inscatolamento” pubblico. Ed il mio profondo disprezzo per l'ipocrisia mi costringe a scegliere l'altro male.

Vorrei avere il tuo ottimismo sulla possibilità di un cambiamento sociale, e non dover essere costretto a scegliere fra cose che non vorrei.

Il progetto a cui mi riferisco è lo stesso “Altri quartieri” dell'anno scorso, e che ultimamente mi torna in mente con una certa frequenza: ora con questi commenti, ma anche già durante il Campeggio, quando discutevano di come la comunità dovesse agire nel sociale.

Ed ecco allora i dettagli che nel commento non ho voluto mettere.

Ho persino un sogno nel cassetto, il progetto di un centro di educazione, svago ed incontro per gli abitanti di uno dei quartieri più “infelici” della mia città: con un campetto da calcio, magari uno da pallacanestro, qualche calcio balilla ed un tavolo da ping pong, per dare ai ragazzi qualcosa da fare piuttosto che stare per strada; e che offrisse per tutti corsi di alfabetizzazione di base, nonché un certo numero di computer con la duplice funzione di fornire l'accesso ad internet e come base per un corso di alfabetizzazione informatica.

Il sogno è immaginare situazioni in cui il progetto prende piede, perché se potesse prendere piede e coinvolgere gli abitanti del quartiere al punto che, sentendola loro, la mantenessero e sostenessero, una tale iniziativa potrebbe diventare un cardine per un rinnovamento, potrebbe dimostrare (a coloro che la vivessero) la possibilità di un modello sociale differente, educando al rispetto (di sé e degli altri), insegnando quindi anche un modo diverso di vivere se stessi ed il proprio rapporto con gli altri, un modo che non sia basato sulla svendita di se stessi ma sulla collaborazione, non sul guadagno immediato ma con un minimo di attenzione alle conseguenze delle proprie scelte. Potrebbe essere un inizio, anche se fortemente localizzato.

Ma appunto, sono solo sogni: perché ammesso e non concesso che avessi (o potessi procurarmi) le risorse per avviare un progetto del genere, ammesso e non concesso che riuscissi a realizzarlo facendo sì che la gente del quartiere lo senta proprio (perché, diciamolo, io sono un po', diciamo, indisponente), ammesso e non concesso che riuscisse davvero a diventare una possibilità di imparare il rispetto e la tolleranza, ammesso e non concesso che riuscissi a tenerlo fuori da ingerenze politiche e religiose (un tale progetto deve essere privo di connotazioni politiche e rigorosamente laico), fin dove potrebbe arrivare il rinnovamento della piccola comunità che si fosse creata attorno al centro?

Perché la verità è che una forma di rappresentazna politica ci vuole pure, qualcosa che la difenda dai tentativi di smantellamento, e ancor di più qualcosa che la proponga attivamente come alternativa. E quest era l'altro mio sogno, ben più antico: l'avevo chiamato la Nuova Sinistra Italiana, ed era un partito fondato sull'intelligenza e l'onestà, che sfuggisse a certe velleità parolaie come da certi ipocriti compromessi, un partito che partisse pulito e che si sforzasse di mantenersi tale, rifiutando di farsi rappresentare da criminali, collusi, corrotti … e che nonostante questo riuscisse ad avere successo senza regalare cellulari frigoriferi e cartate di pasta, perché ancorato al terriotorio, alla gente grazie ad iniziative come “Altri quartieri”, un partito basato non su ideologie da “compagni e compagne” o “fratelli e sorelle” ma su basi concrete e pragmatiche, idee applicate da subito, anzi da prima, un partito i cui membri fossero contraddistinti dall'aderenza effettiva ai principî sostenuti, e non dall'ipocrisia del “predico bene e razzolo male”.

Un partito le cui iniziative fossere altamente impopolari presso la classe politica attuale (tipo: riduciamo lo stipendio dei parlamentari pareggiandolo con quello degli insegnanti; tipo: rendicontazione dettagliata, con fatture e contratti, per tutte le spese pubbliche, galoppini e donnine allegre incluse; tipo: retribuzione pensionistica commensurata con gli anni di legislatura effettivamente compiuti; tipo: obbligo per tutti i governi (locali e nazionali) di rendicondatazione pubblica e dettagliata, perché i contribuenti sappiano come vengono spesi i loro soldi) e tutte le altre forme di potere che con la politica non dovrebbero avere nulla a che fare (tipo: niente finanziamenti pubblici alle scuole private; tipo: ripartizione dell'8‰ in base al reddito delle dichiarazioni, e non pro capite; tipo: utilizzo dei beni confiscati alla mafia per scuole, centri di quartiere, etc; tipo: utilizzo dell'esproprio, quando necessario, per procurarsi edifici di utilità pubblica, che non si verifichino più situazioni come il problema dell'Andrea Doria a Catania) …

Ma diciamoci la verità, che speranze avrebbe un partito del genere? Mettiamo anche che si riuscisse a fondarlo, coerentemente con i suoi principî; come si trasformerebbe crescendo di scala e durando nel tempo? e come mai potrebbe un'idea come la mia riuscire dove progetti come La Rete di Orlando hanno, di fatto, fallito, fagocitati dalla necessità di un partito unico che si opponesse alla CdL?

Ma prima ancora che del suo futuro, io ho serie perplessità sulla sua fondazione: sarebbe possibile trovare un numero sufficiente di persone con cui avviare i progetti sul territorio da cui far nascere, a tempo debito, la NSI?

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20070608

Stiamo lavorando per noi Intermezzi

Ora che il Cannocchiale passa alla nuova piattaforma è giunto il momento di sistemare un po' il template. E no, la sistemazione non prevede sostanziali alterazioni stilistiche. Almeno non per il momento. E la funzione di leggere i commenti senza aprire una pagina separata non funziona, per ora.

permalink | scritto da in data 8 giugno 2007 alle 15:29 | Stampastampa
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20061105

Due estemporanee riflessioni sulla religione Intermezzi

Riflessione #1 le religioni si nutrono sulle paure degli uomini, in primis la paura della morte. Quindi le religioni profilerano e trionfano perché gli uomini hanno la presunzione di credersi importanti (come diceva Snoopy minacciato da un'enorme stalattite prossima al distacco pendente sulla sua cuccia: “sono troppo io per morire!”) Ciò è particolarmente ipocrita in quelle religioni che predicano la modestia e promettono il paradiso.

Riflessione #2 la religione è come un racket: si inventa il peccato, e ti chiede di convertirti per salvarti. Tipo: ti brucio la casa, e poi ti chiedo soldi per “proteggerti” dall'eventualità di tali futuri eventi.

permalink | scritto da in data 5 novembre 2006 alle 11:17 | Stampastampa
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20061103

Fatica Intermezzi

Oggi mentre facevo colazione la radio (perennemente o quasi accesa in questa casa, e sempre su Radio3) trasmetteva un programma (non so bene quale) in cui parlavano della situazione nel napoletano.

Non è mia abitudine parlare di politica (salvo rare eccezioni), ma vorrei comunque cogliere l'occasione per consigliare la visione di un film: Pater Familias. Non dirò molto, salvo che, nonostante alcuni grossolani difetti da “opera prima”, riesce a comunicare, con una forza (anzi con una violenza) notevole, la “psicologia sociale” interna ed esterna di certi ambienti (e prima che i napoletani mi saltino addosso: non sto dicendo che Napoli è tutta in un certo modo, ma sarebbe sciocco negare che vi esiste anche quel tipo di realtà; né voglio dire che Napoli è l'unica a viverla, benché venga spesso presa a modello).

Tornando al film, dicevo, non lo direi quindi un “bel” film, e soprattutto non nel senso estetico del termine, ma indubbiamente un film significativo. Ne raccomando quindi la visione, pur sottolineando un caveat: il film è violento, molto violento: non tanto di una violenza fisica (che è comunque presente, ma sempre in maniera estremamente fine, mostrata velata), quanto di una violenza psicologica, pervasiva, invadente, opprimente, quel tipo di pressione che ti fa uscire boccheggiante dal cinema, improvvisamente d'accordo con l'idea di andare ad una mostra di Mio Mini Pony.

(E quando penso che la gente mi aveva parlato in questi termini di Arancia Meccanica, che in confronto è uno sciaquettìo di acqua di rose … non so, forse dipende dal fatto che Pater Familias è di un sostanziale quanto crudo realismo laddove Arancia Meccanica mantiene sempre un tono che ha dell'ironico surreale)

Oh sì, il titolo. Nel film parlano molto in napoletano. Con sottotitoli per fortuna. Una delle cose che notai subito durante la visione fu che “lavoro” in napoletano si dice “fatica”. Visto il mio notevole interesse per i risvolti psicologico-antropologici della lingua (o delle lingue), si può capire perché questo tipo di scoperte mi appassioni.

permalink | scritto da in data 3 novembre 2006 alle 11:39 | Stampastampa
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20061027

Paximoni, parte seconda Intermezzi

E mentre che ci siamo mi chiedo: com'è che tutti parlano di coppie e nessuno si preoccupa della poligamia? Che sia –ginia, –andria, o generica unione di gruppo con m uomini ed n donne (con m+n>2), sembra non interessare ad alcuno abbastanza da giustificare una campagna informativa con relative proposte di legge.

La domanda meno seria: c'è un complotto contro il poliamore?

La domanda più seria: i PACS potrebbero essere l'occasione di introdurre questo concetto a livello legale? Nell'attuale proposta, essi riguardano solo le coppie. Potrebbero essere estesi ad unioni più estese?

permalink | scritto da in data 27 ottobre 2006 alle 21:12 | Stampastampa
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Paximoni, parte prima Intermezzi

L'Elfo scrive su PACS e matrimoni lodando una certa superiorità dei primi sui secondi.

Non sono affatto d'accordo con la sua analisi, e vado a spiegarne i motivi (ero partito con un semplice commento al suo articolo, ma poi ho cominciato a dilungarmi …)

Innanzi tutto, parto dall'impressione che mi viene leggendo quell'articolo, e cioè che il confronto sia stato fatto confrontando non il matrimonio civile come regolato dalle ultime leggi, ma il matrimonio religioso, possibilmente di qualche secolo fa. Nelle mie peraltro alquanto limitate conoscenze delle varie istituzioni, invece, direi che il matrimonio civile contemporaneo gode (almeno sulla carta) esattamente di quelle stesse tre proprietà che l'Elfo tanto generosamente grassetta come se fossero prerogative uniche del PACS: laicità, uguaglianza, solidarietà.

Ovviamente, ne gode nella misura in cui ne godono le persone che si sposano, ma il discorso vale tale e quale per chi si pacsa: bisognerebbe avere più cautela nel distinguere l'istituzione dalle persone. Anche la “lucida analisi” (come viene definita dall'Elfo) di Wonder Cozza fa in alcuni punti lo stesso errore: che la gente si sposi anche civilmente con la pompa e la fanfara del matrimonio religioso è perché questa è la gente, non perché è questo il matrimonio.

Allo stesso modo, l'osservazione sul numero di divorzi mi pare quasi indegna:

Ho semplicemente messo a confronto i due istituti. A livello storico i limiti del primo sono evidenti a tutti. Il fatto che il 50% delle coppie sposate divorzi entro i primi cinque anni di matrimonio, poi, dovrebbe dirla lunga sulla solidità su cui si poggia.

Sarebbe come dire che l'idea di trasporto pubblico sia inferiore all'idea del mezzo proprio perché a Catania gli autobus non passano mai, e quando passano sono talmente pieni da essere impraticabili.

Ma se non altro questa osservazione, che ha un posto recondito in uno dei commenti laddove è secondo me molto più importante (cruciale) di quelle esposte nell'articolo, mette alla luce quella che, praticamente, è l'unica vera sostanziale differenza tra PACS e matrimonio civile: il progetto di stabilità: chi contrae matrimonio si suppone voglia stare insieme all'altro o all'altra vita natural durante, laddove il PACS è più semplicemente un contratto che rende ufficiale (e legalmente riconosciuta) una convivenza che non necessariamente ha un progetto di lunga durata. In altre parole, il PACS è focalizzato sul presente, il matrimonio sul futuro: da questo discendono varie cose, quali il regime patrimoniale che per difetto è con beni separati nel primo caso, in comunione dei beni nel secondo; o il fatto che recedere dal PACS è molto più semplice che non recedere da un matrimonio (anche se qui è una questione locale: ad esempio, in Spagna il divorzio è più semplice che non in Italia).

Si può discutere di “superiorità” di un'istituzione rispetto all'altra, su questa base? Sinceramente dubito. Sarebbe come discurtere sulla superiorità di un camper rispetto ad una casa: dipende da cosa ci devi fare.

Con tutto ciò, vorrei puntualizzare che non sono contrario ai PACS, e che al contrario ritengo che la loro introduzione riempirebbe una lacuna legale non indifferente. Per inciso, non mi riferisco all'impossibilità per i gay di contrare matrimonio: anzi, trovo “disdicevole” (diciamo) che certuni sperano con il PACS di dare alle coppie omosessuali un contentino sufficiente ad alleggerire la pressione perché venga reso legale anche il matrimonio per dette coppie. È mia opinione invece che il matrimonio debba essere possibile anche alle coppie omosessuali, a prescindere dai PACS, e che, viceversa, i PACS debbano essere istituzionalizzati a prescindere dal matrimonio per gli omosessuali.

La lacuna, semmai, consiste nel non garantire alle coppie convinventi un minimo di diritti legali (con annessi doveri) qualora se non sussista progetto a lungo termine. Noto a questo proposito, citando da Wikipedia a proposito delle unioni civili in Italia, che

esistono anche delle eccezioni per alcune categorie di persone. I partner di giornalisti e onorevoli, anche se non sposati, possono usufruire del trattamento sanitario del partner appartenente a queste categorie, inoltre per gli onorevoli è possibile lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra di loro non sussiste alcun legame matrimoniale.

Guardacaso, gli onorevoli per i loro partner i diritti li hanno garantiti; sarebbe ora che questi casi speciali venissero annegati in regole valide per tutti i cittadini, costituzionalmente (Art. 3) eguali davanti alla legge.

permalink | scritto da in data 27 ottobre 2006 alle 20:53 | Stampastampa
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20040928

Autodifesa (1) Intermezzi

Il meccanismo più elementare, e forse per questo il più diffusto, di autodifesa sociale è la menzogna. Si mente per due ragioni, principalmente. Ottenere un guadagno, che sia materiale (un oggetto che sarebbe altrimenti difficile o impossibile da ottenere) o meno (prestigio, o persino paradossalmente fiducia); oppure, ed è questa la vera menzogna difensiva, per nascondere una propria mancanza, un proprio errore, più raramente un proprio difetto. Perché la menzogna sia efficace occorre innanzi tutto che sia creduta sul momento. La cosa forse straordinaria, il punto che più mi rende perplesso, è che per molta gente questo è l'unico elemento che conta; di più, vi sono circostanze critiche in cui nemmeno la momentanea credibilità diventa importante, e ci si riduce a negare l'evidenza, arroccarsi a difendere posizioni impossibili, forse anche insultare l'altro, usando l'attacco, in genere violento ed inconsulto, come difesa. Mi sono chiesto spesso che cosa esattamente spinga la gente (me compreso) a mentire. Cosa spinga a farlo in generale, ma soprattutto quando la menzogna non può avere nessuna efficacia nemmeno temporanea, come può succedere ad un bambino che sa di aver fatto qualcosa di male, ma non vuole ammetterlo. Che cosa fa sì che persino gli adulti si comportino in questo modo? Raramente c'è una qualche spiegazione razionale per la menzogna difensiva. Al contrario, ogni tipo di ragionamento sembra dimostrare che la menzogna sarebbe nella maggior parte dei casi la peggiore delle scelte, perché sul medio e lungo periodo crea ben più problemi di quanti ne risolva sul momento. Perché le menzogne attraggono inevitabilmente altre menzogne (sempre come meccanismo di difesa, in cui la mancanza, l'errore, il ‘misfatto’ altri non è che la precedente menzogna); e perché vengono fuori, in un modo o nell'altro, prima o poi. Non v'è nulla di razionale, invero; nella maggior parte dei casi, in effetti, la bugia è una reazione dettata soprattutto dalla paura. Ed è una paura, purtroppo, spesso ben fondata: quella che il riconoscimento della mancanza, dell'errore venga accolto nel peggiore dei modi. Il vero obiettivo, in questi casi, non è tanto quello di stornare definitivamente la ‘‘punizione’’ (più in generale la reazione) —anche se magari un desiderio in quel senso vi è— quanto piuttosto di allontanarla, ritardarla, rimandarla. Con il triste risultato che quando infine essa arriva —perché nella maggior parte dei casi arriva— tutte le menzogne costruite diventano aggravanti. E la reazione diventa ancora più violenta, più lesiva, più mortificante. La menzogna difensiva ha spesso l'effetto opposto a quello che dovrebbe avere: invece di proteggere chi la costruisce, finisce con l'ingigantire la natura del ‘‘misfatto’’, ed in proporzione la sua reazione. Che cosa allora porta la gente a mentire? Forse, soprattutto il fatto che già in condizioni normali le reazioni sono esagerate. Il significato dell'aforisma errare è umano, perdonare divino, tutto sommato, è proprio questo, ed ha ben poco di religioso: gli esseri umani, nonostante siano essi stessi proni alla fallacia, mancano della capacità di accettare le mancanze degli altri. Ma anche di se stessi; quando il pensiero a livello conscio si potrebbe esprime in termini come ‘‘l'ho fatta grossa; mentirò quindi perché non si venga a sapere che sono stato io, perché non me la perdoneranno mai’’, non sempre sappiamo che non verremo perdonati, ma piuttosto capita non infrequentemente che noi stessi non siamo in grado di perdonare il nostro errore. In più, vi è ancora qualcosa che interviene quando un errore viene commesso e la situazione viene affrontata: spesso, ciò che conta davvero è la reazione del momento; se anche chi reagisce male ad una mancanza altrui è in grado di riconoscere l'errore latente nella propria reazione, non sempre si ha possibilità di riconciliarsi con chi la reazione l'ha subita. C'è forse qualcosa di paradossale in questo, perché in un certo senso la reazione sbagliata è a sua volta qualcosa che va ‘‘perdonato’’, una mancanza da fronteggiare. E chi ha subìto una reazione negativa, è difficile che riesca ad averne una diversa. Non necessariamente per sciocca ripicca; piuttosto, per istinto, per esperienza. È per questo che ci sono due cose a cui mi sto educando, e nel farlo sto scoprendo che qualcosa di intrinsecamente sbagliato, che tuttavia non riesco ad individuare appieno, prescinde qualunque mio sforzo. La prima cosa è: educarmi ad accettare le mancanze (confesse1) altrui. È al contempo più facile e più difficile di quanto non sembri. A prima vista, si direbbe che la cosa migliore da fare sia non fare nulla: lasciarsi il tempo di riflettere sulla faccenda a mente più fredda, se proprio non riusciamo ad accettare, a digerire la mancanza sul momento; si tratta cioè di concedere una sorta di beneficio del dubbio, a se stessi ed all'altro: non solo questo è indice della volontà di trovare una soluzione equilibrata, ma spesso aiuta proprio in quella direzione. Eppure, vi sono circostanze in cui anche la mancanza di una reazione, di qualunque reazione che non sia la pura e semplice accettazione del fatto, senza alcuna conseguenza (ovvero, se possiamo così semplificare, il perdono), persino la mancanza di reazione, dicevo, è già una reazione negativa, o per lo meno come tale viene percepita dall'altro. Il secondo obiettivo è quello di educarmi alla sincerità. Ed è qui che avviene la scoperta forse più sconcertante, certamente la più frustrante: la menzogna è talmente endemica (alla nostra società, o al genere umano?) che essere sinceri è difficile non solo perché ci portiamo dappresso un bagaglio (culturare, di educazione, di esperienze passate) che ci spinge a mentire in troppe circostanze, ma (forse soprattutto) perché la sincerità, persino quando viene spontanea2, lascia perplessi, sconvolge, disturba; e troppo spesso, paradossalmente, non viene creduta; o viene considerata superficiale, o formale, o peggio, uno schermo per secondi fini. Cosa ci manca perché troviamo la forza di sollevare una cornetta, o presentarci di persona, a chiedere scusa per i nostri sbagli? E cosa ci manca per accettare veramente, con serenità, un gesto simile? Quante volte siamo riusciti a compierlo, e quanto volte abbiamo avuto la fortuna di vederlo accettare? E viceversa, quante vole abbiamo avuto la fortuna di riceverlo, e siamo riusciti ad accettarlo? Forse sta tutta lì la chiave del nostro benessere. Perché alla fine la menzogna non aiuta noi, e non aiuta gli altri; semmai, al contrario, non ottiene altro che impantanarci in una melassa da cui più tempo passa più diventa difficile uscirne da soli. Non resta allora che augurare, a chi fosse ormai a tal punto vittima di sé e di chi ha fomentato la più profonda delle paure3 che ne sta alla base, di trovare la forza di uscirne, o la mano tesa di qualcuno. Ed a tutti, di riuscire ad essere quella mano tesa per chi ne avesse bisogno.


1Tutto il discorso qui è basato sul presupposto che chi sbaglia sia cosciente, magari a posteriori, dell'aver sbagliato; i casi in cui non ci renda conto di aver sbagliato sono alquanto più complessi, e non hanno a che fare con la menzogna, almeno non a livello cosciente (può ovviamente capitare che si menta a se stessi, ad un livello più profondo, ed allora la faccenda si complica ulteriormente ...) 2Cosa che sorprendentemente non viene poi così difficile come si potrebbe pensare, anche se occorre una certa forza interiore per oltrepassare i momenti peggiori, le reazioni negative, tutto ciò che ci spinge a credere ‘‘ecco, se avessi mentito sarebbe stato meglio’’. Forse per questo è importante prima imparare ad accettare (perdonare?) tali reazioni, per poter poi crescere verso la sincerità; ma più correttamente forse bisognerebbe dire che le due cose vanno di pari passo. Perché anche con se stessi, verso se stessi bisogna imparare la misura nella reazione, e la sincerità. Imparare a riconoscere innanzi tutto davanti a se stessi di aver sbagliato, ed indi non essere né troppo duri nel ‘‘punirci’’ né troppo leggeri nel dimenticare: perché il vero perdono non è dimenticare, ma risiede piuttosto nella coscienza ed accettazione del fatto. Così come il coraggio non viene dall'assenza di paure, che è piuttosto incoscienza, ma nel saperle gestire. 3Che poi alla fine altro non è che la paura di non venire accettati.
permalink | scritto da in data 28 settembre 2004 alle 0:34 | Stampastampa
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20040919

L'ottimismo del pessimista Intermezzi

Aletheia mi vede ottimista. Le sue parole in risposta ad un mio precedente articolo mi ricordano di quando per la prima volta sentii parlare di ottimismo e pessimismo nell'ambito di sentimento, ragione e volontà. Non mi ci volle molto per scoprire che nel mio caso l'espressione che meglio poteva definire il mio modo di pensare, di sentire e di vedere il mondo come il compensare l'ottimismo del sentimento col pessimismo della ragione. In dettaglio. Io ho una istintuale fiducia nei confronti dei singoli individui; non mi aspetto mai che una persona possa volermi intenzionalmente arrecare dànno. Non assumo nemmeno che la gente possa avvicinarmi solo per poter approfittare di ciò che posso dare loro. Può darsi che questo dipenda in larga misura dal fatto che personalmente non mi sono mai trovato, né come agente né come vittima, in una tale situazione1. A questa sostanziale fiducia nei singoli individui si contrappone una notevole sfiducia, se non addirittura un sospetto, nella collettività del genere umano. Su piccola scala, dove le persone in gran numero perdono la loro natura individuale e diventano massa; e su larga scala, con un giudizio complessivamente non troppo positivo sull'umanità intera. Può darsi che questo dipenda in larga misura da come vedo la natura umana. La cosa forse significativa è che nel mio piccolo mi vedo come l'exemplum per qualità e vizi, dell'umanità intesa in senso collettivo. Personalmente, ritengo di essere discretamente intelligente: capisco senza difficoltà ciò che mi viene spiegato; mi capita anche talvolta di riuscire a vedere oltre ciò che è chiaro ed esplicito, e tuttavia mai quando sarebbe veramente utile. Per di più, le mie capacità analitiche non sono affiancate da una pari saggezza; al contrario, capista spesso che le mie azioni, le mie parole siano caratterizate da ciò che nel migliore dei casi si può solo definire incoscienza, ma nel peggiore è pura e semplice stoltezza2. La descrizione potrebbe applicarsi, per filo e per segno, alla collettività del genere umano; per lo meno, questa è l'impressione che ne derivo. Vi è tuttavia forse una differenza tra come vedo me stesso e come vedo l'umanità: sempre più spesso mi rendo conto che nel mio caso una maggiore fiducia in ciò che sento di primo acchitto potrebbe portarmi ad operare scelte migliori di quelle a cui contribuisce un'analisi razionale. Mi succede, su scala ludica, ad esempio, nei Coloni di Catan, dove le scelte istintive mi portano alla vittoria più spesso delle scelte ragionate; e spesso, a metà partita mi rendo conto di come mi sarei trovato in una posizione migliore se del mio istinto mi fossi fidato. Ma anche nella vita quotidiana, ne prendo coscienza progressivamente, sembra valere lo stesso. Prendiamo ad esempio la scelta della carriera universitaria: in dubbio fra matematica ed informatica, ho scelto matematica, considerando l'informatica nient'altro che un hobby, una passione non abbastanza seria. E solo giunto a metà del dottorato l'erroneità della scelta mi si è presentata appieno. Viene da chiedersi come sarebbero andate le cose se avessi scelto informatica sin dall'inizio; ad esempio: sarei comunque entrato in contatto con il TEX, ambiente che promette di essere il mio campo d'azione per il futuro? Probabilmente sì, anche se per vie diverse; avrebbe suscitato in me abbastanza interesse da raggiungere il livello di coinvolgimento che ha raggiunto con la via che ho seguito? Non vedo perché no. Ed ancora: continuo inevitabilmente a chiedermi come sarebbero andate le cose se avessi avuto il coraggio di accettare fin da subito quello che sentivo per Perla, di ascoltarmi fino in fondo, senza esitare solo perché tutto era diverso da come avrebbe dovuto essere; se invece di aspettare che fosse troppo tardi, mi fossi aperto completamente a lei quando me ne ha dato occasione; se ancora una volta, almeno una volta, la mia anima fosse stata più forte della mia mente, senza lasciare che fosse l'esperienza diretta della perdita a far sì che la mia mente prendesse finalmente coscienza. E se non posso non credere a ciò che lei afferma sui propri sentimenti (fa parte della mia fiducia nei singoli individui, non riesco a capire perché si dovrebbe, o come si possa, mentire intenzionalmente), non riesco nemmeno a spezzare il pensiero che sia lei la Persona, con tutto ciò che questo avrebbe comportato se l'avessi capito in tempo. E non mi resta che un'offerta di me (che altro si può fare quando si ama, se non offrire se stessi?) che non può più nemmeno essere espressa; la coscienza che non a tutti gli errori si può porre rimedio, indipendentemente dalla propria volontà; e sopra tutto rimpianti e ricordi che sarebbe più lieve non avere. Ma rimpianti e ricordi meriterebbero un discorso a parte, e sto divagando. Tornando al genere umano, mi chiedo se una cosa del genere si potrebbe dire anche per l'umanità collettivamente: che le idee del primo impulso si rivelino in generale migliori di quelle ponderate. Ne dubito, perché sembra che gli impulsi delle masse siano più orientati alla violenza ed alla distruzione; ma può darsi che questo sia solo un effetto della facilità con cui la massa può essere guidata da quei singoli individui per i quali la mia istintuale fiducia non è meritata. O forse è proprio una questione genetica; dopo tutto, tutto ciò che per gli esseri umani sfocia in un conflitto violento, nell'unica altra specie ‘‘superiore’’ terrestre, i Bonobo, ha come esito il sesso. La volontà. Anche qui mi trovo in una situazione di moderato ottimismo, ed il moderatore è di nuovo un pessimismo collettivo. Con la mia solita tendenza all'iperbole3, mi capita di riassumere il mio ottimismo con un ‘‘tutti possono fare tutto’’. Un'idea che ha qualcosa di spaventoso e soprattutto di irreale, perché anche la più superficiale delle osservazioni rivela che ciascuno di noi ha capacità diverse, campi in cui eccelle senza problemi e campi in cui il minimo risultato richiede sforzi quasi sovrumani. È la nostra natura. Ma fermarsi a queste considerazioni manca di scoprire quanto in realtà di inespresso vi sia in ciascuno di noi. Eccellenza; è un termine quasi ambiguo, perché può essere letto in almeno due modi diversi, entrambi altrettanto validi. Il più pericoloso, eppure il più diffuso, vede l'eccellenza come una caratteristica di confronto, in un ambiente competitivo. Eccellere, allora, vuol dire fare meglio degli altri. La misura dell'operato di un individuo non è l'individuo stesso, ma ciò che altri, nello stesso contesto o in contesti simili, hanno fatto. Perché questo sia pericoloso, è facile da vedere: se si è in un campo a proprio favore, manca lo stimolo perché possiamo sorpassare gli altri con un minimo sforzo; se si è in un campo a proprio sfavore, manca lo stimolo, addormentato dalla coscienza che qualunque sforzo non potrà mai portarci al livello degli altri competitori. Vi è però una definizione più sana di eccellenza, in un'ottica più soggettiva. In tal caso, l'eccellenza è ottenuta quando diamo il massimo di noi stessi. Non ha più importanza quanto questo massimo sia valutabile in confronto a ciò che gli altri fanno; diventa essenziale solo il fatto che noi, in quella circostanza, non potevamo fare di meglio. Bene. Il mio ottimismo mi porta a ritenere che ciascuno di noi possa eccellere. Forse non sempre e dovunque, ma sono costantemente colpito dalla sensazione che ciascuno di noi, io prima di tutti, la maggior parte delle volte non provi nemmeno. Ora, vi sono delle condizioni oggettive naturali perché forse non si possa sempre dare il massimo, a partire dai cicli quotidiani, mensili, annuali, ed il ciclo della vita stessa. Vi sono anche condizioni oggettive sociali, e quindi in qualche modo artificialmente costruite dall'uomo. Ma molto spesso, la chiave finale è una soggettiva mancanza di stimolo. Che in alcuni casi è puramente soggettiva (ad esempio, la mia pigrizia); in altri, la soggettività è indotta dal processo formativo seguito dalla persona. Chi ha ripetutamente attraversato il trauma del mancato riconoscimento del proprio operato; chi ha ripetutamente trovato il fallimento nell'essere stato spinto, ad esempio dall'ambizione dei genitori, oltre le proprie capacità del momento; chi si è trovato, per analoghi motivi, in contesti in cui tutto è un continuo sforzo stressante; in generale, chiunque si sia trovato sotto la continua pressione ad essere qualcosa di più, o di meno, di se stesso finisce inevitabilmente con il perdere la spinta all'eccellenza viene meno. Eppure sempre —o quasi sempre— ciò che determina questa pressione non è l'individuo ‘‘protagonista’’, ma piuttosto le intenzioni, le opinioni, la volontà, le decisioni di altri. E quando tutto questo vince la nostra volontà soggettiva, lo sgambetto ci atterra nel peggiore dei modi. Perché anche la volontà stessa è un campo importante, e se vi sono coloro la cui volontà è naturalmente tanto forte da passare indenne attraverso le interazion con gli altri, più spesso le persone finiscono con il trovare, presto o tardi, un ostacolo che assorbe completamente la loro volontà. Ed è allora che le persone si ritirano. Forse la soluzione è quella suggerita dallo spazzino di Momo4, pensare sempre in piccolo, al passo del momento, senza alzare gli occhi a lasciarsi spaventare dalle dimensioni dell'ostacolo, dalla distanza dell'obiettivo5. In questo modo, la volontà diventerebbe praticamente indistruttibile; come le betulle che nelle steppe della siberia crescono orizzontalmente, parallele al terreno, invece che vericalmente, opponendo così al vento una resistenza minima, la nostra volontà non dovrebbe concentrarsi sul lontano —pur senza perderlo di vista—, ma sul vicino. E con questo diventa persino più facile lavorare sui propri limiti, per spingerli oltre, un passettino per volta. Troppo spesso la gente legge ‘‘veloce’’ invece di facile. E da lì provengono buona parte dei problemi. Perché la facilità non sta nell'arrivare subito a destinazione, ma nell'arrivarci senza essere stremati. Per questo le strade di montagna sono piene di tornanti: perché anche una vecchia 500 le possa affrontare. Un'ultima cosa. Rileggendo quello che ho scritto, sembra quasi che il mio sia un'ottimismo individualista, in cui la chiave di tutto sia nel successo individuale, e che dall'interazione vengano solo ostacoli. Eppure così non è. È pur vero che ritengo che spesso i più grossi ostacoli siano esterni a noi, e che quando sono interni lo sono per cristallizzazione di stimoli esterni, ma è anche vero che questa analisi la ritengolo valida solo per le interazioni a base competitiva, e quindi inevitabilmente origini di contrasti. Ma è anche vero che io ritengo l'altro aspetto dell'interazione, la cooperazione, la base naturale dello sviluppo individuale e collettivo. Dalla cooperazione, dal continuo scambio, dal dare e ricevere proviene sempre una crescita di tutte le parti coinvolte; nell'isolamento e nel constrasto, invece, giace il dispendio, la distruzione: degli altri ma anche di se stessi. Il problema, semmai, è che se il mio ottimismo è smaccatamente orientato all'incontro cooperativo (del quale la fiducia nell'altro è un elemento essenziale), è anche vero che il mio pessimismo, che insiste nel farsi chiamare realismo, rimarca come più spesso che non sia la competizione la base dei rapporti sociali.


1Che poi a stretto rigore non è neppure vero, poiché c'è gente per la quale esistevo solo in quanto utile in un certo momento; ma poiché non ho mai concesso più di quanto potevo concedere senza bruciarmi, la cosa non mi ha mai colpito in maniera significativa. Quindi forse sì, è solo una questione di esperienza vissuta (o meglio non vissuta). O forse invece è questa la chiave della mia fiducia, il fatto che la parte di me che considero di maggior valore è sempre stata rinchiusa in una solida cassaforte, e benché non sempre sia invisibile ed isolata, è tuttavia sempre stata talmente protetta dall'esterno da non essere mai stata raggiunta da azioni dannose. Eppure non può essere solo questo, perché intorno a me vedo continuamente esempi della meschinità di chi sembra quasi vivere del tentativo di rendere la vita di altri un inferno, per invidia o per ripicca (esperienze condominiali —suppongo chiunque abbia vissuto in condominio possa rileggerle intorno a sé), esempi che mi sono toccano persino; e nonostante tutto, nonostante la coscienza dell'esisteza di individui che fiducia non ne meritano, non riesco a non essere fiducioso fino a prova contraria. E spesso anche dopo, finché il reiterarsi delle crisi scoraggia ogni ulteriore tentativo. 2Dove la stoltezza è la caratteristica opposta alla saggezza, la stupidaggine essendo l'opposto dell'intelligenza. Non sono sicuro cosa esattamente sia descritto dal termine ‘‘idiozia’’. 3Anche da piccolo parlavo spesso per iperboli. 4Quanto devo, a Perla, senza più avere modo di restituirle? 5Mi sembra persino profano parlarne qui, ma non posso evitare. Potrà interessare sapere che è su questo principio che si basa Internet: i pacchetti di dati che vengono trasmessi da un capo all'altro del mondo passano attraverso un'infinità di server; ciascuno di essi si limita a scaricare il pacchetto al server successivo, con solo una minima coscienza della destinazione finale; persino gli sviluppatori stessi dei protocolli (TCP/IP) alla base di questo meccanismo erano stupiti di come la cosa, magicamente, funzionasse.
permalink | scritto da in data 19 settembre 2004 alle 18:58 | Stampastampa
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ottobre