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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Oppure

20080805

Gan'ka/2 Oppure

Dicono che gan'ka si diventa quando la paura o il disprezzo o l'odio per gli esseri umani ci porta ad allontanarci dalla nostra specie per legarci alle macchine. Nell'immaginario collettivo i gan'ka sono tutti delle sorte di cyborg, quando non degli ammassi ormai informi di carne incapace di muoversi, alimentati da sofisticati macchinari e la cui vita è ormai solo virtuale; pare inoltre che i gan'ka diano di matto in presenza di esseri umani, fuggendo in preda al panico o reagendo con pericolosa, possibilmente mortale, violenza.

La realtà è molto più banale, benché sia incontestabile che in maggioranza noi si conduca una vita piuttosto riservata, circondati dalla più parte della giornata più da macchine che da esseri umani. Ma la maggior parte della gente incontra gan'ka quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto. Non so quanto l'élite prema per il persistere di questo immaginario, magari come misura difensiva; dopo tutto, se loro governano come sovrastuttura, è nostra la mano che controlla e mantiene l'infrastuttura tecnologica della vita quotidiana di questo angolo di universo.

Fuori dai centri urbani, la notte è più nera e più greve, la strada quasi spettrale sotto i fari bluastri della mia automobile. Momenti come questi mi riportano a riflettere su come la società sembra regredita, tornando in piena fanfara ad una condizione socioculturale quasi medievale: una scenografica vernice stesa a nascondere un contesto dove spesso la vita di una persona ha meno valore di ciò che la persona stessa porta con sé, dove il crimine è un'allettante alternativa al lavoro di fatica per chi non può fare la guardia del corpo dell'élite, dove il sesso è spesso l'unica chiave per la sopravvivenza per una donna. Un mondo dove le uniche vie di fuga sono spirituali, alcune vecchie, altre nuove.

Anche per questo ho preso residenza così lontano dai centri abitati. La bambina seduta accanto a me si ostina a combattere il sonno nonostante la tarda ora. Ma sono io a sospirare di sollievo quando i fari dell'automobile illuminano finalmente i cancelli della abitazione: la mia casa, il mio rifugio, la mia fortezza.

Le cariatidi che li tengono aperti si apprestano a chiuderli appena la mia automobile le sorpassa, e quando infine spengo il motore dell'auto ormai ferma nella rimessa, trovo ad accogliermi, come sempre, la prima delle mie Custodi.

«Bentornato.»

Una parola sola, non diversa da quelle altre volte, e come le altre volte è la parola che mi scioglie dal mondo di fuori, per accogliermi a casa. È la parola del riposo.

Giriamo intorno alla macchina per far scendere il passeggero, e vedo gli occhi della Custode spalancarsi per lo stupore nel vedere la bambina in piedi davanti a sé. La sua bocca si apre per la sorpresa, quindi il suo sguardo cerca il mio. So cosa vorrebbe dirmi, sento crescere la sua voglia di protestare, di rimproverare, di contestare, ma la sua bocca si apre nuovamente senza emettere suono. È alla nostra nuova ospite che si rivolge infine, con voce dolce:

«Quanti anni hai?»

La bambina non risponde. Continua a guardare ad occhi bassi un punto non meglio determinato di fronte a sé, ed insiste con il suo sguardo nascosto anche quando la Custode le solleva delicatamente il mento.

«Dodici.» un mormorìo, giunge infine la risposta; poi ancora più basso, quasi impercettibile «A marzo.»

Chiudo gli occhi per un momento. Altre Custodi sono giunte intanto. «Preparatele una stanza» chiedo a quella più vicina a me, indicando la bambina. La Custode prende la bambina per mano, la porta via con sé; le altre svaniscono silenziose come sono apparse, lasciandomi nuovamente solo con la prima.

Mi avvio per rientrare in casa, ma la mano di lei cerca il mio braccio. Mi fermo, mi volto.

«Mio signore, vi sono sempre stata accanto, fedelmente. Quando avete cercato la mia opinione, ve l'ho detta senza timore anche quando sapevo che non sareste stato d'accordo. Ma vi ho sempre seguito, in ogni vostra scelta, anche quando il mio consiglio è andato inascoltato. Ma stavolta … undici anni! Non posso …»

La interrompe uno scatto improvviso del mio braccio, che ella para con gesto istintivo. Quindi i suoi occhi si riempiono di paura, ed ella si lascia colpire, manrovescio schiaffo manrovescio schiaffo. I primi due sono uno sfogo per l'ira che provo contro me stesso, gli ultimi per punire il suo precedente tenativo di fermarmi.

Non sono fiero di me.

È la prima volta che colpisco la Custode in uno scatto d'ira. Non mi piace essere giunto a tal punto di stanchezza e nervosismo. Vado a dormire.

permalink | scritto da in data 5 agosto 2008 alle 20:19 | Stampastampa
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Gan'ka/1 Oppure

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero, imbronciato e silenzioso, fissa il cruscotto davanti a sé. Non so cosa stia pensando, ma so cosa sta tormentando me in questo momento.

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero è una ragazzina; no, una bambina; una ragazzina; non so. Prepubere. L'ho vinta giocando d'azzardo contro suo padre.

Non sono fiero di me.

Mi dico che non è colpa mia, che è colpa del padre, ma so bene che avrei anche potuto, no, dovuto rifiutare. Anche quando mi dico che vista la situazione è persino meglio per lei che adesso sia in mano mia, ma non mi sembro molto convincente.

Non sono fiero di me.

Non lo sono perché gioco d'azzardo, perché vinco, perché vinco giocando contro persone per cui l'azzardo è una droga, che insistono a giocare anche quando non hanno né la capacità né la fortuna necessari per vincere.

A quest'uomo ho vinto tutto, prima tutti i soldi, poi ogni altro suo possesso, fino alla casa in cui vive con la sua famiglia. L'ho lasciato continuare a vivere lì, senza nemmeno chiedergli l'affitto, per pena. Poi lui ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, la sua figlia maggiore contro tutto quello che aveva perso.

Avrei potuto rifiutare; non l'ho fatto. Avrei potuto incassare la vittoria come avevo fatto per la casa; non l'ho fatto.

Non sono fiero di me.

Continuo a dirmi che mi lascio trascinare da chissà che cosa a fare cose che non vorrei nemmeno fare, ma la cosa non mi fa sentire meglio.

L'uomo si è presentato con sua figlia al seguito, questa bambina goffamente vestita e truccata da o per sembrare più grande della sua età, ed io mi sono scoperto innervosito da ciò, e disgustato. Ho provato per quell'uomo, per la sua mania, per la sua ottusa costanza nella sua debolezza, un ribrezzo che non avevo mai provato prima per nessun essere umano.

Forse quando avevo accettato la proposta del tutto per tutto avevo sperato che l'uomo non potesse trovare la forza di fare veramente una cosa del genere. Ritrovarmelo davanti questa sera mi ha fatto ricordare con il peggiore degli esempi la radice della mia misantropia.

La bambina è rimasta seduta su una sedia contro la parete, lontana dal tavolo, fino alla fine, facendo oscillare le gambe per passare il tempo. Dopo qualche minuto mi ero quasi dimenticato della sua presenza, e l'unica cosa che me la teneva a mente era la crescente sudorazione dell'uomo, con il procedere della sconfitta.

L'uomo ha pianto in silenzio abbracciando in ginocchio la figlia in piedi accanto alla porta, quindi se n'è andato, lasciandomi ad affrontare lo sguardo corrucciato di lei.

Non ho ancora sentito la sua voce; solo qualche sbuffo infastidito quando le ho passato ripetutamente sul viso lo spugnone da doccia per levarle quell'orrido trucco e ridurre il fastidio della sua presenza a quegli assurdi vestiti per i quali non potevo proporre un cambio.

Non sono fiero di me.

Non sono fiero di me anche perché non temo ripercussioni. Non temo ripercussioni legali, perché da anni ormai quest'angolo di mondo non ha più una legge che possa raggiungermi. Non temo vendette da parte della famiglia, se anche la moglie dell'uomo dovesse provare in tutti i modi a convincerlo a riprendere indietro sua figlia (ma non avrà già cercato di dissuaderlo? e lui l'avra picchiata), se anche offrisse se stessa in cambio … forse divorzieranno, ma sicuramente per quell'uomo non vedo altro modo di mettere a tacere la propria coscienza che il suicidio.

Non voglio più avere nulla a che fare con loro, non mi sarà difficile.

permalink | scritto da in data 5 agosto 2008 alle 20:14 | Stampastampa
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20071107

La Strega/2 Oppure

Della strega io non avevo paura; al più, un certo disagio riflesso, ispirato dalla paura degli altri, dalla distanza da loro mantenuta. E non lo dico certo per vantarmi, la boria non mi si addice e non sono nemmeno particolarmente coraggioso; non credo tra l'altro che la mia istintiva reazione di stupore e curiosità nei confronti della strega sia mai stata molto diversa da quella che ebbero gli abitanti del villaggio al suo arrivo. Però ecco, non la potevo certo chiamare paura. Finora.

Trovarmi qui ora, però, con l'oscurità intorno, la porta davanti a me con chissà cosa dietro, ed i compagni che mi hanno portato qui nascosti da qualche parte a spiarmi dall'altra parte della strada, non mi fa sentire tranquillo, ed è molto più di un semplice disagio riflesso quello che sento ora, perché ho il cuore che mi batte forte che penso lo si possa sentire anche fuori e sto sudando freddo e vorrei essere da un'altra parte e non certo qui davanti a bussare e scappare via come mi hanno sfidato a fare.

Non è bello dover scegliere tra l'essere preso in giro e picchiato per tutti i futuri giorni, o venir mangiato dalla strega ed evitare così che i futuri giorni ci siano. Perché diciamolo, io a tutte le storie del cannibalismo non ci avevo mai creduto. Finora, però. Perché ora questa porta sembra quasi che anch'essa mi sfidi a bussarci contro, a mostrare di avere il coraggio di mettere a repentaglio la mia vita disturbando questa crudele e minacciosa strega che chissà cosa farà delle mie povere carni. Tanto varebbe presentarmi con un mazzo di rosmarino e una mela in bocca e risparmiarle di doversi andare a cercare i condimenti.

Sto delirando. Devo fare una cosa semplicissima, bussare e correre via, la strega non farà nemmeno in tempo a vedermi. Parole che non riescono a convincere il mio braccio tremante che si alza per dare un rapido doppio colpetto, le gambe già pronte a tirarmi via di là. Mi immagino la porta che si apre di colpo prima che io possa colpirla una sola volta, un demone inferocito comparirmi davanti, mi immagino incespicare e crollare di schiena mentre questo mostro con una testa di Medusa mi si avventa contro, pronto a divorarmi.

Sono ancora qui, mi guardo dietro ed i miei accompagnatori sono lì, li vedo che si affacciano dalla siepe dall'altra parte della strada, che mi fanno il gesto di bussare; secondo me hanno più paura di me, hanno paura di doversi pentire di questa bravata, e però sono io qui davanti che deve bussare a questa porta. E quindi lo faccio. Deglutisco a vuoto, e do due colpi, rapidi ma nettamente udibili, sembrano rimbombare dappertutto, ed io rimango paralizzato dal rumore che ho fatto; le mie gambe si rifiutano di portarmi via di là.

E la porta si apre, e la figura della strega ne riempie il vano, sagoma nera contro rossastri riflessi luminosi sullo sfondo, ed io non riesco a muovermi, paralizzato come sono dalla paura. Siamo a pochi centimentri, ed io sento distintamente il suo odore pungente, e mi sento investito da un'ondata di calore, e non capisco se è dalla stanza dietro di lei che proviene, o se invece è vero quello che dice la gente, che è lei ad emanare un calore così intenso. Anche perché non capisco niente in questo momento, salvo che le mie gambe finalmente si sciolgono, ma si sciolgono troppo e non riesco a correre, solo ad indietreggiare barcollando.

Finché il mio piede non trova il vuoto dove finisce lo scalino antistante l'uscio, facendomi crollare sul viottolo, riverso sulla schiena mentre la strega avanza verso di me, ed io scalcio per rimettermi in piedi e correre via, ed appena mi sono alzato lei è lì accanto a me e mi afferra, e mi guarda fisso con quello sguardo che non ha nulla di torvo e minaccioso, ma è invece acceso da cupidigia e bramosia, e la cosa mi mette ancora più paura. E se non riesco più ad opporre resistenza, e mi lascio trascinare fin dentro casa, ho un unico martellante pensiero in testa: “non voglio morire, non voglio morire, non voglio morire così”.

permalink | scritto da in data 7 novembre 2007 alle 18:31 | Stampastampa
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20071021

La Strega/1 Oppure

Dice che la donna che vive qui sia una strega. È così che la chiamano, ‘la strega’, anche se nessuno l'ha mai vista fare un incantesimo, un maleficio, una mavarìa. Dice che non parla mai con nessuno, e nessuno parla con lei. E quando esce per strada, sempre completamente nuda, in qualunque stagione e con qualunque tempo, con quei suoi lunghi capelli neri, tenuti lisci ed in ordine con l'olio, a coprirle la schiena, nessuno la affronta; anzi, la evitano, cercano sempre di non intralciarle il passo, evitano persino di guardarla.

Dice che quando era arrivata in paese la prima volta, dalla strada maestra, era stata una sorpresa. I bambini erano corsi in paese gridando che c'era una donna nuda che camminava per strada, e tutti si erano affacciati a guardare, e lei aveva attraversato il paese così, con i capelli scarmigliati, sporca e graffiata, sotto lo sguardo attonito di tutti. Si era fermata all'altro estremo, davanti ad una casettina abbandonata. E da allora non se n'era più andata. Dice che questo era successo tanti anni fa, ma nessuno si ricorda veramente quando, c'è chi dice quaranta, c'è chi dice sessanta, c'è chi dice cento. Ma la verità è che io la strega l'ho vista e secondo me non ha nemmeno trent'anni. Però io del paese sono nuovo e non posso sapere quando sono successe queste cose.

Dice che passato il primo sbigottimento la gente cominciò a chiedersi chi fosse e cosa ci facesse. Le donne soprattutto non erano contente di questa nuova arrivata che andava in giro sempre nuda, una cosa indecente e offensiva, un brutto esempio per i bambini e una tentazione per gli uomini. E anche se lei non disturbava nessuno, e l'unica cosa che fece i primi tempi fu mettere a posto la casetta, la gente la guardava con sospetto. Dice che anche allora non parlava mai con nessuno. Ogni tanto capitava che qualcuno provasse a dirle qualcosa, ma lei li guardava dritto negli occhi, con uno sguardo chi dice assente chi dice di disprezzo, e non rispondeva e tornava ai fatti suoi.

Dice che i bambini stavano sempre a spiarla, e anche gli uomini capitava che si fermassero a guardarla lavorare, ma sempre poco, per non dare nell'occhio. E la cosa piaceva in segreto agli uomini e ai bambini, ma non piaceva alle donne e anche gli uomini facevano la faccia di quelli insospettiti da questo comportamento. Perché non si capiva come vivesse, come si procurasse da mangiare, come non soffrisse il freddo sempre più intenso mentre la stagione cambiava. Forse fu per questo che si cominciò a chiamarla ‘la strega’ e non ‘la pazza’. Dice che ipnotizzava le persone e si faceva portare da mangiare da gente che poi non se lo ricordavano, cose così, ma era solo una diceria perché non mancava mai niente a nessuno. Dice che gli uomini andavano da lei in segreto, ma anche questa è una diceria, non si fermavano nemmeno per aiutarla.

Dice che lei finì di rimettersi a posto la casa subito prima che arrivasse il brutto tempo, le bufere e la neve. Dice anche che quell'inverno fu l'inverno più grave che avesse mai colpito il paese, con le bufere più violente, la neve più alta ed il freddo più gelido. Dice anche che la sua casetta appena restaurata, rimessa in sesto non si sa bene come, fu la meno colpita. Forse anche per questo si pensava che fosse una strega, che avesse chiamato lei il cattivo tempo e che lei ne fosse immune, talmente immune che poteva camminare tranquillamente con la neve alta al ginocchio, nuda, senza che gli arti le diventassero blu per il freddo. Dice che addirittura la neve le si scioglieva davanti, come se un fuoco le bruciasse dentro.

Dice che fu l'inverno più lungo che il paese avesse mai visto, e che sembrava non finire mai, che anche quando ormai non nevicava più e le bufere portavano solo acqua e le strade erano fango che ghiacciava, era sempre inverno; ed alla fine il paese stremato decise che l'avrebbero cacciata via, la strega. E allora si riunirono in massa, con i forconi e le torce, uomini e donne, ed andarono alla casetta, inferociti, urlanti. Dice che si fermarono davanti alla staccionata, gridandole di venire fuori, strega. Dice che lei uscì sulla soglia, davanti alle torce e ai forconi, e li guardò con quel suo sguardo torvo, minaccioso, penetrante, che le avrebbero sempre visto in volto da allora, e che tutti si zittirono di botto, e lei avanzò fino alla staccionata con la folla che si protendeva indietro per paura ma con la volontà di non retrocedere. Dice che lei strappò la torcia di mano a uno che le stava davanti, e che la spense con le mani, come si fa con due dita sulla candela quando non si vuole che faccia fumo. E che sempre a mani nude spezzò quel troncone di torcia che aveva in mano, lasciandolo cadere di là dalla staccionata.

Dice che quando subito dopo la donna gridò “Via!” tagliando l'aria con le braccia tese, scapparono via tutti, anche se erano in tanti e lei una sola. Dice che nessuno si ricorda quella voce, ma solo come rimbombò nell'aria tagliente di quella notte, alle loro orecchie, nella loro testa. Dice che quella notte finì l'inverno, e che da allora la gente, anche se ne ha paura, ha rinunciato all'idea di cacciarla, e si limitano ad evitarla quanto gli è possibile.

Dice anche che una volta hanno provato a violentarla: erano in cinque, e una sera l'hanno beccata fuori di casa e le sono saltati addosso. Dice che lei è riuscita ad acchiapparne uno, che chiamavano ‘il toro’, per il collo, e che gliel'ha spezzato a mani nude, e che subito dopo ne ha afferrato un altro, e che nel frattempo gli altri sono scappati. Dice che di quei due, il toro e l'altro, non si è più trovato niente, né i corpi né i resti. Dice che se li è mangiati.

La strega io l'ho vista con i miei occhi, e secondo me ha vent'anni, forse trenta, ma dice che è sempre stata così, che non è invecchiata. L'ho vista camminare nuda per strada, nella neve come sotto il sole; ed ho visto lo spazio vuoto sempre attorno a lei, e gli sguardi di timore di tutti, e la curiosità dei più giovani. L'ho vista raccogliere gli scarti del fabbro, e quelli del vetraio, e quelli del falegname, ed è come un'offerta che il paese fa alla strega perché non porti di nuovo su di loro stagioni crudeli come il primo inverno, ma un'offerta sotto tono perché tale non sembri. Ho visto con i miei occhi la paura della gente, e ho visto lo stupore dei miei, e li ho sentiti parlarne a voce bassissima e timorosa i primi giorni, quando un anno fa ci siamo trasferiti qui.

Io ho quindici anni, e i bulli della scuola questa sera hanno deciso di mettere alla prova il mio coraggio costringendomi a venire a bussare a questa porta.

permalink | scritto da in data 21 ottobre 2007 alle 17:52 | Stampastampa
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20060401

Momento sbagliato Oppure

I due sono seduti su una panchina al parco, guardano una bambina giocare, più che altro per non guardarsi negli occhi.

«Ricordi» dice lui «il discorso che mi avevi fatto, il coraggio di prendere il treno, ma anche il coraggio di scendere …»

La giovane non risponde, anche se sa già dove andrà a parare lui, o forse proprio per questo. Il ragazzo continua:

«Io … ieri ho incontrato una … una persona, una persona che non vedevo da … da secoli, dai tempi del liceo. Abbiamo … abbiamo parlato, abbiamo ricordato i bei tempi, ci siamo … aggiornati sulle novità. E … insomma, l'ho riaccompagnata a casa e … ed abbiamo … scoperto, riscoperto che … che le schermaglie di allora erano … un preludio, un velo su qualcosa di … di più profondo.

“Mi … mi sento … mi sento ridicolo, lo so, è … è assurdo, soprattutto dopo … dopo ieri, dopo …»

Tace, perché gli è impossibile continuare, perché in realtà non ce n'è bisogno. E lei che non risponde, continua a seguire attentamente i movimenti della bambina, sembra quasi non aver ascoltato.

«Mi dispiace.» conclude infine il giovane.

Ella scuote il capo. «No, va bene. Meglio ora che dopo.»

Il giovane non sa cos'altro dire, perché non c'è piu nulla. Si alza, ed è l'immagine della goffagine, dell'imbarazzo. Si … si allontana, ecco, si … si allontana.

Ed appena è abbastanza lontano la maschera della giovane crolla e si sgretola. Non piange, ma il suo corpo non riesce a nascondere i sussulti. Si alza anche lei dalla panchina, mentre il mondo le crolla intorno, ira disperazione angoscia, e raggiunge la bambina, le fa indossare la giacca, «È ora d'andare.» e la bambina è all'inizio recalcitrante, non è ancora ora, no, normalmente non lo sarebbe e lei lo sa, anche se le dispiace sempre dover andare, ma stavolta è troppo presto; ma l'umore della giovane non è nascosto, non è verniciato, non è coperto, ed anche se la bambina capisce solo che c'è qualcosa che non va, segue mitemente la giovane, lasciandosi trascinare via dal parco, attraverso la piazzetta.

Il giovane non se n'è andato, ha solo fatto il giro, rispunta in piazzetta proprio mentre la giovane e la bambina stanno attraversando la strada. Chiama la giovane per nome, ed il suo viso è ben diverso dal contrito e disperato viso di prima, è allegro mentre grida

«Che giorno è oggi?»

E la giovane si ferma un istante solo, interdetta, quando è già quasi sull'altro marciapiede, si volta incredula verso il giovane.

Poi c'è solo lo stridente urlo dei freni tardivi della Opel Tigra grigio metallizzato, e due corpi presto senza vita che per un breve tratto di parabola accompagnano le anime verso il cielo.



permalink | scritto da in data 1 aprile 2006 alle 11:55 | Stampastampa
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20041213

Io vado Oppure

Bloccato a Villa. Guardie forestali in sciopero. Non si passa, hanno bloccato tutti i treni, hanno bloccato i traghetti, hanno bloccato la qualunque, anche le autostrade. Non si esce da qui. C'è la nazionale libera, si può andare a Reggio se si trova un passaggio, un amico. Si cammina lenti, perché tutto il traffico è dirottato lì, ci sono i TIR che intralciano, ci vogliono due, tre, quattro ore per fare quei quindici chilometri. Ma dice che da lì organizzano autobus, si viaggia. Ci sono persino gli aliscafi per tornare in Sicilia, al limite. Io non la passo la notte qui. Io prendo e parto. Anche a piedi se necessario, ma non esiste che resto qui a Villa a passare la notte. Vado a Reggio. Vuoi che non diano un passaggio? Saranno centomila persone, tutte con lo stesso problema, un po' di solidarietà, devo solo raggiungere la Statale a piedi. Lo faccio. Carico di zaino, portatile, borsone (e porca pupattola doveva accadere proprio oggi che non avevo il trolley ma quest'orrendo ed intrasportabile Spalding, non ho nemmeno la cinghia per tenerlo in spalla, mi sta segando le dita). Ma arrivo, in Statale. Le macchine camminano a passo d'uomo. Faccio l'auto stop, ci sono momenti che mi pare di farlo sempre alle stesse macchine perché a volte le sorpasso. Alla fine un'anima pia mi tira su. Torna a casa, a Reggio. Mi può portare alla stazione. Grazie. Non speravo tanto. E ci voglio davvero tre ore per arrivare. Tre ore. Quando infine arrivo, l'ultimo autobust sostitutivo è partito da mezz'ora (mezz'ora, vacca, mezz'ora). C'è un aliscafo per Messina alle 20:20. O se no, si passa la notte in stazione (che? ma siamo scemi?) e l'indomani si vede. Guardo su, in direzione di Matera. Non vogliono che sia oggi, amore. Come quando andammo a Praga. Ritenterò domani. Rassegnato, prendo l'aliscafo. Il biglietto stesso d'andata, annullato e rimborsato, mi riporta a Catania. Sono mogio e depresso. E la mattina dopo, i forestali sono ancora lì. Quando mai potrò rivederti, amore?

permalink | scritto da in data 13 dicembre 2004 alle 15:27 | Stampastampa
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Stasera Oppure

Giorno di cautela dopo l'influenza. Sono al telefono con la mia ragazza. Andrò da lei domani, in treno. «Vieni stasera stesso,» mi dice «mi manchi tanto tanto.» «Amore, dài, sarò lì domani.» «Sì ma domani pomeriggio. Parti stasera, staremo insieme tutto il giorno.» «Amore, non mi fido a prendere il treno adesso, appena uscito dall'influenza, e poi lo sai che in treno non dormo, sarei uno zombie tutto il giorno.» Ma lei insiste. Insiste. Insiste. Ho la valigia pronta. Ed io stesso vorrei vederla il primo possibile, non ne posso più di telefonate, telefontate, telefonate, quando potrei essere lì, vederla davanti a me, sentire la sua voce, amarla per tutta la sua persona e non solo per quello che le sento dire attraverso cavi di rame. Ed alla fine parto. Una notte d'inferno, praticamente insonne, sul treno che oscilla e sferraglia, e spesso sento i conati che suggeriscono un ritorno. Vado avanti a chewing gum e mentine. («Una mentina?» KABOOM. No, non dovrei pensare a quella scena di The Meaning of Life, non in queste condizioni.) Arrivo alle cinque di mattina in una delle più stranìte stazioni di tutta la stranìta rete ferroviaria del Meridione. E lei mi viene incontro, come sempre sorridendo, come sempre felice di vedermi, ed io mi sento già nuovo, fresco, senza quell'orrendo viaggio alle spalle, per il solo fatto di averla vista. E poi, durante la giornata, sentiamo qui e lì smozziconi di notizie su uno sciopero in Calabria, treni bloccati, gente ferma in autostrada ... «Amore, pensa se non mi avessi dato retta e fossi venuto oggi, come pensavi di fare ...» No, non voglio pensarci. Una notte in treno sarà orribile quanto volete. Ma una notte in stazione? Ne ho già passate, ricordo una notte a Messina Marittima ad aspettare che partisse il primo treno per Catania ... oh, no, mai più. Salvato dall'insistenza della mia ragazza.

permalink | scritto da in data 13 dicembre 2004 alle 15:26 | Stampastampa
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20040709

Non ciò che ero (1) Oppure

Lei dorme prona, la faccia girata dalla parte opposta a me, le braccia piegate sotto il cuscino; il suo respiro è regolare, ma non profondo. Io non dormo; sto seduto sull'altra piazza del letto, la schiena contro il perlinato della parete, le gambe incrociate; guardo un po' lei un po' la stanza. Mi viene in mente Norwegian Wood dei Beatles. Mi viene in mente che fa molto scena da film, ripresa da qualche parte con lei in primo piano, quasi invisibile nell'ombra, la mia silhouette chiaramente marcata dall'abat-jour accesa sul comodino alla mia destra. Destra, sinistra; lei è alla mia sinistra, io sono alla sua sinistra. Relatività. La scena farebbe molto più film se io stessi fumando. La silhouette non sarebbe allora chiaramente marcata, ma immersa in questa nuvola di fumo. E forse non dovrei essere a gambe incrociate, ma con una gamba distesa e l'altra con il ginocchio sollevato, a fungere da supporto per il braccio con cui non tengo la sigaretta. Invece io non fumo. Non è una questione di vizio, è una questione di congiuntivite, di senso di soffocamento. Quindi non fumo. Ci sono un sacco di cose che non faccio. Ci sono anche un sacco di cose che credevo, speravo direi, non avrei mai fatto. Come ad esempio trovarmi in una situazione del genere. A letto con una ragazza. Bionda. Di destra. Di cui so così poco, e di cui quel poco che so non mi piace tanto. Per questo non so bene cosa ci faccio qui, o quello che farò, o che dovrei fare. So solo quello che ho fatto, anche se preferisco non pensarci. Anche il fatto che dico di sapere così poco di lei, ed il fatto che lo dica pensando ``di lei come persona´´, è significativo, probabilmente; vuol dire qualcosa sull'importanza che do alla componente non fisica di una persona: quello che le passa per la testa, la sua scala di valori, il suo modo di pensare, di parlare, di agire; e ciò da cui tutto ciò deriva, le origini dell´imprinting. Ed a maggior ragione, allora, non mi risulta chiaro perché sono qui. O piuttosto perché è successo quello che è successo. Che in realtà lo so, anche se non mi spiego bene quando ciò che ero ha smesso di essere, ha ceduto il passo a qualcun altro, che ha agito in almeno due cruciali momenti in maniera diversa da come avrebbe agito ciò che ero. Però il fatto che continui a pensarci vuol dire che ciò che ero è ancora lì da qualche parte e che ritorna, vorrebbe riprendere ad essere. Anche il fatto che continui a pensare per frasi così convolute. «Non dormi?» mi chiede. La voce non è pastosa, ma un po' strascicata. «Neanche tu, mi pare.» Scuote debolmente la testa in segno di diniego. Non la solleva nemmeno dal cuscino, non riesco a capire se sia veramente un diniego. Forse è un assenso. In entrambi i casi, potrebbe voler dire qualunque cosa. «Abbracciami.» biascica ancora. Scivolo disteso, mentre lei si solleva su un fianco, sempre volgendomi la schiena. Di nuovo la sua pelle contro la mia; quando le mie braccia la cingono, il suo braccio destro, ora libero, cerca a sua volta un abbraccio un po' difficile, quindi si ferma su una natica. Mentre stiamo così mi vengono in mente tutta una serie di cose a cui ciò che ero dava una priorità secondaria, terziaria, spesso anche meno. Come: devo lavorare sugli addominali; forse mi dovrei depilare. Forse perché non è facile pensare come pensavo quando ero ciò che ero, quando come adesso si ha il corpo nudo di un altro essere umano tra le braccia. C'è da qualche parte qualcuno che alza o abbassa un interruttore in base alla situazione. Chissà se ha la saggezza di scegliere sempre correttamente. Mentre stiamo così i pensieri si spengono ed emergono le sensazioni, preponderatamente tattili e olfattive; ed con esse il corpo che agisce di testa sua. «Hai di nuovo voglia.» dice lei ad un certo punto. «No.» dico io, senza troppa convinzione. «Tu magari no, ma qualcun altro credo proprio di sì.» si volta verso di me quanto le è possibile senza distruggere il cucchiaio, le leggo un sorriso sul volto. «Forse.» ancora non molto convinto. Mi stacco da lei, mi sdraio sulla schiena; lei si volta completamente verso di me, sempre sorridendo chiede: «Che c'hai, eh?» È allegra, lei. Ed io non riesco a guardarla, non quando il flusso e riflusso come di mare sulla battigia porta di nuovo ciò che ero a dominare i miei pensieri. «A che pensi?» Continuo a guardare il soffitto, la presenza di lei un'ombra appena percepibile con la coda dell’occhio. «Mi chiedo che ci faccio qui.» Il suo viso mi si para davanti; è sempre allegra «È una domanda seria?» Non ci crede; forse pensa che io mi atteggi. Si siede cavalcioni sul mio ventre. Si abbassa finché il suo seno sfiora il mio petto, mi acchiappa le guance, una per mano, me le stira in una smorfia di sorriso, e sorride in risposta. Fa il pesce. Poi si china ancora, finche le nostre fronti si toccano, e strofina il naso contro il mio, lentamente, da un lato e dall’altro. «Che c'hai, eh?» ripete ancora, la voce ora bassissima. Quello che c'ho ora è la sorpresa per il suo gesto del bacio eschimese. Perché l'ho sempre considerato persino più intimo del tanto decantato e praticato bacio francese. Ecco qual è il mio problema. Proiettare sugli altri i miei pensieri, ritenere che gli altri facciano, o non facciano, un certo gesto, dicano, o non dicano, certe parole per lo stesso motivo per cui io farei, o non farei, lo stesso gesto, direi, o non direi, le stesse parole.

permalink | scritto da in data 9 luglio 2004 alle 4:09 | Stampastampa
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