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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Risposte

20080416

Sono anni … Risposte

Sinceramente, la scomparsa della sinistra 'radicale' dal parlamento per me è l'unica buona notizia di queste elezioni; non ho mai avuto stima, e parlo per eufemismi, delle persone che ne facevano parte, ed ho sempre trovato alquanto raccapricciante che la gente li votasse nonostante la loro palese incapacità, la loro totale mancanza di pragmatismo, il loro totale distacco dalla realtà ed a maggior ragione dalla famosa 'Base' (dopo tutto, l'operaio italiano vota FI, non RC).

La sparizione dal parlamento di questa 'rappresentanza' politica (che in realtà rappresentava ben poco più che le parole e la voglia di fare opposizione quasi solo per il gusto di fare opposizione, senza peraltro poterla più realmente fare, grazie al maggioritario, se non quando era al governo e poteva spaccare la maggioranza) potrebbe finalmente dare agli italiani che si considerano veramente di sinistra lo stimolo che finora è loro mancato, cullati nell'illusione di avere qualcuno in parlamento a rappresentarli. Potrebbe far sì che la smettano di parlare e comincino a fare.

Non nego però sinceramente di essere alquanto scettico.

Un esempio personale: leggo con interesse il tuo blog, mi trovo d'accordo con moltissime tue osservazioni (con la differenza che tu le cose le dici molto meglio di come le dico io), hai un sacco di buoni esempi ... e poi parli di Movimento. Il Movimento è il peggior nemico di se stesso, è l'ideologia che strangola le buone idee, è il motivo per cui la gente parla delle Grandi Cose e si dimentica che si deve vivere ogni giorno, ed è il motivo per cui, giustamente, non si sta più a sentirli. E allora per favore basta prenderci per il 'cilo' (cit.), basta parlare di Movimento. Parliamo di civiltà, parliamo di responsabilità, parliamo di realtà.

Un altro esempio personale: i miei "tempi d'azione" sono lunghissimi: tra quando decido di fare qualcosa a quando finalmente effettivamente la faccio, se la faccio, passano spesso anni, in riflessioni, attese del 'momento giusto' ed altre distrazioni (insomma, in procrastinazione). Ecco, io spero che la situazione attuale possa essere per me per primo lo stimolo del 'momento giusto'.

Grazie tantissimo sempre per le informazioni.

permalink | scritto da in data 16 aprile 2008 alle 10:34 | Stampastampa
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20080415

La sinistra che non c'era Risposte

Rispondo al lungo commento di Andrea al mio precedente articolo. (Sì, lo so, ci vorrebbe più spazio anche per te. Forse potremmo spostare tutto su Vineland?)

Anche tu, vedo, sei tra quelli convinti che le mie opinioni derivino dalle letture di opinioni altrui. La cosa è piuttosto comica perché l'unica cosa che io legga sono gli articoli tecnici su /., le notizie di cronaca nera su Repubblica.it, e qualche articolo che richiama la mia attenzione su Le Scienze. Tutto il resto è semplicemente frutto della mia, indipendente, analisi della situazione italiana. Se poi Pansa la pensa come me, tanto meglio per lui, visto io ho sempre ragione ;)

Tipo, l'idea di sopprimere le province? Appena ho saputo (da Alex) che girava quest'idea gli ho detto che sarebbe stata una cazzata, perché lo si sarebbe fatto spostando i dipendenti delle province altrove, senza risparmiare un centesimo e spendendo milioni in traslochi; che per farla giusta si sarebbero dovuti licenziare in tronco la maggior parte dei dipendenti, e che quindi non lo si sarebbe mai fatto nel modo giusto. Be', a quanto pare Veltroni ha poi detto lo stesso in TV. Mi avrà indottrinato lui, o è solo un'ovvietà talmente banale che solo chi si illude ancora può non vedere?

Ancora: anche tu, vedo, sei tra quelli a cui Veltroni fa paura. Sinceramente, del suo programma, del suo essere grande comunicatore e di tutto il resto non me ne potrebbe fregare di meno: con lui sarebbe tornata la Democrazia Cristiana a governarci per altri 40 anni? Visto quello che è riuscito a fare Berlusconi in 5 (il 90% del programma della P2, giusto per dirne una; ora vediamo cosa riuscirà a fare nei prossimi 5), non ti viene da chiederti se davvero non sarebbe stato meglio?

O sei tra quelli che speri che l'Italia arrivi ad una situazione di disastro tale da innescare la Gloriosa Rivoluzione Comunista per ricominciare da zero?

Ho una brutta notizia per te: nome o non nome, in Italia una sinistra vera, concreta, realista, pragmatica e capace non esiste (parlo ovviamente del livello nazionale, perché a livello locale ci sono realtà le più disparate). Sicuramente non è esistita negli ultimi vent'anni, e sinceramente mi chiedo se sia mai esistita, grazie anche ad un PSI che di socialista aveva solo il nome ed un PCI che era sì e no capace di fare opposizione. C'è da sorprendersi che un buon numero di italiani voti come si tifa allo stadio? Quanti hanno votato le costole incenerite del fu PCI solo perché avevano il nome 'Comunista' dentro? Ma soprattutto, sarebbero questi incapaci a guidare il popolo al nuovo rosso (e Verde) futuro? Ma per favore.

Ma la vera brutta notizia (per te, ovviamente) è che quello che ha consumato i voti dell'SA non è stato il PD, ma la Lega. Vatti un po' a vedere i risultati, che so, dell'Emilia Romagna: somma i voti dei vari partiti riconfluiti, e vedi un po' chi ci ha perso, chi ci ha guadagnato e chi è rimasto sostanzialmente invariato. Poi chiediti perché.

Come dicevo, in Italia una sinistra vera, concreta, realista, pragmatica e capace non esiste; con la sparizione (finalmente!) del Bertinottismo ci sarebbe la possibilità di costruirne una, ricominciando veramente da zero, e partendo dalla realtà invece che dalla propaganda e dalle teorie: sarebbe un processo lungo, forse 20, forse 40 anni. Chi vogliamo che gestisca l'Italia nel frattempo? Qualcuno che in cinque anni di strapotere ha distrutto le istituzioni, sfondato le casse ed istituzionalizzato il crimine, o qualcuno che in due anni di potere risicatissimo, che ad ogni scorreggia gli cadeva il governo, è riuscito almeno a tappare i buchi del bilancio e ad ottenere qualche risultato contro la mafia?

Ah, ovviamente il fatto che si potrebbe fare è assolutamente insignificante, visto che si continuerà a non fare, perché l'appeal rimane sempre quello dell'integralismo ideologico alla Bertinotti; e basta starti a sentire per vederlo: nel 2001 avete esemplarmente ‘punito’ chi aveva accettato di bombardare i Serbi — congratulazioni per la vostra integrità morale; peccato che nel processo educativo l'Italia sia stata distrutta dal punto di vista sociale, economico e giudiziario.

Proprio nel 2001, peraltro, c'è stata la dimostrazione del fatto che non è vero che l'italiano vota sempre l'opposizione. È vero, quest'anno anche sommando i voti dal PD al PCdL Berlusconi avrebbe vinto (e chi si sorprende?); ma nel 2001 no: avete preferito un governo piduista e mafioso ad uno non abbastanza di sinistra. Una scelta concreta, realista e pragmatica.

O forse no.

Quando ricomincerete a vivere nel mondo reale, ed a guardare alle possibilità invece che ai desideri, forse si potrà costruire qualcosa di valido. Nel frattempo, paghiamo tutti le conseguenze.

permalink | scritto da in data 15 aprile 2008 alle 14:03 | Stampastampa
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20080309

TDT #1: Atteggiamento intenzionale Risposte

In risposta ad Atteggiamento intenzionale sul blog di Tommy David

Se ho ben capito, l'atteggiamento intenzionale è la tendenza dell'inviduo (che ‘ritiene’ se stesso capace di elaborare i proprî contenuti mentali) ad attribuire questa stessa capacità a ciò che gli è esterno (esseri animati o oggetti inanimati che siano); un po' come succede nelle religioni animiste. L'idea di Dennett sarebbe allora di applicare questo approccio in maniera metodica (e non soltando quando la macchina ci fa il dispetto di non partire o il semaforo ci vuole fare arrivare tardi al lavoro).

Io non direi che questo ci porterebbe a “fare a meno della scienza”; d'altronde, l'idea di non andare a guardare riduzionisticamente a tutte le interazioni delle componenti essenziali della materia è tutt'altro che estranea alla scienza “della natura”.

Prendiamo ad esempio la fluidodinamica; quando si studiano i gas, si possono assumere due prospettive: una microscopica, in cui il gas viene concepito come un insieme di palline da ping-pong (corpi con caratteristiche fisiche fissate) che rimbalzano qui e lì all'interno del contenitore, ed una macroscopica che invece considera la massa di gas come un corpo unico con caratteristiche fisiche che possono anche mutare nel tempo. Il modello macroscopico descrive piuttosto bene il comportamento della massa di gas senza dover andare a vedere cosa fa ciascuna delle palline che lo compongono. In alcuni casi però la descrizione macroscopica è inadeguata, ed in tal caso il modello microscopico può essere preferibile. I due modelli non sono totalmente indipendenti: vi sono alcune leggi statistiche che legano le proprietà delle particelle alle carattistiche macroscopiche del gas. E questo, ovviamente, è solo un esempio. La scienza è piena di modelli macroscopici che non guardano al microscopico.

La novità introdotta da Dennett consisterebbe piuttosto nell'usare come base del modello ‘macroscopico’ l'idea (molto immaginativa) che gli enti trattati siano dotati di ‘raziocinio’, abbiano una mente capace di ospitare dei contenuti e di elaborarli per decidere come agire.

Non nego che sarei molto curioso di vedere una fisica costruita a partire da questi presupposti, e vedere a che tipo di risultati porterebbe, ma sinceramente sono molto scettico sulle sue potenzialità; questo tipo di approccio lo vedo meglio per le ‘scienze’ umane, ed in particolar modo per studiare la sociologia e la psicologia delle masse, considerando la massa non come insieme di persone ma come entità pensante autonoma; tuttavia, ho il sospetto che in quel campo l'idea di Dennet non sia poi tanto originale (ma non essendo del campo non ne ho la minima idea).

Ciò che veramente mi rende perplesso, ma che immagino verrà chiarito dai tuoi futuri articoli, è in che modo si possa andare a prevedere il comportamento di un ente partendo solo dalla sua intenzionalità. Dovrebbe quanto minimo essere necessario sapere (1) su quali basi l'ente costruisca i propri ‘ragionamenti’ (2) come sono effettivamente costruiti questi ragionamenti (e.g.: seguono la logica formale? quella aristotelica? sono più sul paralogistico?) (3) quali dati sono effettivamente disponibili all'ente per costruire i propri ‘ragionamenti’. Ma tutto questo mi sembra molto scientifico: si costruisce un modello del ‘modo di pensare’ dell'ente, e se ne deduce come si comporta.

E sì, questo ha risvolti molto interessanti per quel che riguarda il libero arbitrio. Anche non arrivando al determinismo, si cammina pericolosamente vicini al probabilismo (un po' come la meccanica quantistica contro quella classica, per dire); in ogni caso si toglie tanto l'arbitrarietà quanto la libertà. Ma di questo, se non ricordo male, ne vorrai parlare tu stesso a suo tempo.

permalink | scritto da in data 9 marzo 2008 alle 12:23 | Stampastampa
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TDT #0: Introduzione a Tommy David's Thesis Risposte

TDT #0: Introduzione a Tommy David's Thesis

Tommy David ha deciso di scrivere la propria tesi “via blog” per motivi che non sto qui a ripetere.

Siccome io mi rosico perché mi ruba le idee (volevo scrivere un articolo sulla mia amante di via Etnea e poi non l'ho fatto perché lui ha scritto questi) le mie risposte sul suo blog sono belle lunghe, ho deciso di ripotarle anche nel mio.

permalink | scritto da in data 9 marzo 2008 alle 12:19 | Stampastampa
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20070806

Sull'opportunità di legalizzare la prostituzione Risposte

Scrivo questo lungo articolo in risposta a Si accettano carte di credito, linkatomi dall'Affine.

Volendo essere sintetici: ritengo che la legalizzazione della prostituzione non sia una cattiva idea.

Volendo essere più prolissi, parto da una breve premessa: sono maschio, eterosessuale, prossimo ai 29 anni, fidanzato e con una soddisfacente vita sessuale. Non sono mai “andato a puttane”, e non credo che la cosa cambierà in futuro, né nell'immediato né sul lungo termine, non foss'altro perché sono di quelli che considerano il sesso «un momento di vicinanza e scambio con un altro essere umano, in cui entrambe le parti si donano spontaneamente e per il proprio appagamento»; anzi qualcosina di più, perché per me tale momento è importante che sia immerso in un contesto emotivo ed affettivo di lunga prospettiva. Ma il fatto che la mia personale opinione sul sesso sia tale non vuol dire che altre prospettive siano moralmente perverse: l'unica cosa che a me interessa è che la mia compagna (di vita e di letto) la pensi allo stesso modo; per il resto, ciascuno è libero di vivere un'opinione diversa.

Ora, sulla prostituzione ci sono moltissime cose da dire. Parto dunque dalle tue obiezioni, allargando il discorso ove opportuno.

«Riaprire i casini, di questi tempi, significherebbe principalmente dare un assist meraviglioso alla criminalità organizzata.»

Un assist meraviglioso? Sicuramente non sono così ingenuo da credere che la legalizzazione della prostituzione togliere automaticamente le ragazze dalle grinfie della criminalità organizzata, ma sinceramente non vedo come gli darebbe «un assist meraviglioso»: è indubbiamente vero che la criminalità continuerebbe a controllare gran parte, se non la totalità, del mercato della prostituzione, ma la legalizzazione avrebbe almeno la possibilità di dare alle ragazze alcune garanzie, dal punto di vista sanitario, fisico ed economico.

Ovviamente, l'efficienza di tali garanzie dipenderebbe dall'applicazione, ma il discorso vale per ogni altra attività imprenditoriale: ad esempio, dalle mie parti la maggior parte delle scuole private fa lavorare i propri professori gratis, facendo poi loro firmare le ricevute di pagamento degli stipendi anche se non vedono una lira (un euro ormai), o comunque molto meno di quanto dichiarato; eppure la gente ci lavora comunque, perché quel poco che ricevono è pur sempre qualcosa, e questo tipo di lavoro è l'unico modo che hanno per ottenere abbastanza punteggio da poter sperare di venir assunti dalle scuole pubbliche; non parliamo poi di come tali discorsi valgano abbondantemente per ogni forma di lavoro in nero, soprattutto per quei lavori fisici che possno mettere a repentagli l'incolumità del lavoratore.

Ed allora, se le alternative (realistiche) sono la speranza di avere qualche forma di controllo contro la totale mancanza di garanzie del sotterraneo, ben venga la prima. Sarebbe preferibile avere altre possibilità? Indubbiamente. Ce ne sono? Non mi pare.

Inoltre, ci sono alcune possibilità di aumentare le forme di controllo: ad esempio, il monopolio di Stato, come per i tabacchi. Non è una bella cosa che lo Stato venda direttamente droghe che creano dipendenza fisica e che sono notoriamente dannose sia per chi le consuma che per chi sta loro intorno; ma qual è l'alternativa? come dimostrò il proliferare della vendita di contrabbando con lo sciopero dei tabaccai una ventina d'anni fa, l'alternativa è che il commercio dello stesso prodotto finanzi ancora più pesantemente la criminalità organizzata; il monopolio di Stato elimina il problema? No, ma aiuta a ridurlo. Sarebbe possibile eliminarlo per altra via? Sinceramente, non credo. E con questo rispondo anche al commento in cui rimarchi:

Quello che dico è che viviamo in un paese corrotto, dove la malavita fa già il bello e il cattivo tempo con il tacito appoggio delle istituzioni. Cosa ti fa pensare che si potrebbe avere la prostituzione "legalizzata" senza che la mafia albanese o chi per essa ci mangi sopra? E ci mangi sopra, per giunta, a scapito della pellaccia di migliaia di donne. La cui schiavizzazione mi pare ti risulti essere un trascurabile sottoprodotto di un fenomeno necessario. Come se tutti quelli che pagano per scopare andassero con le prostitute autonome.

Sono d'accordo con te sul Paese in cui viviamo, ed alla maggior parte di quanto dici qui ho risposto sopra. (Alla “necessità” del fenomeno, ed alle sue caratteristiche culturali risponderò a breve). Ma non ti sento proporre la soppressione di tutte le attività imprenditoriali come soluzione dell'ingerenza della criminalità organizzata in ogni aspetto della vita sociale economica e politica nostro corrotto Paese.

Per quanto riguarda poi la questione postribolo/libera professione, anche qui credo che sia una questione d'implementazione: la riapertura dei postriboli non deve necessariamente essere in contrasto con il libero esercizio della professione. Per loro, come tu evidenzi, la principale differenza sarebbe fiscale; il che forse potrebbe comportare un aumento delle tariffe, o un calo dei profitti, rendendo in entrambi casi la professione meno allettante.

«Rimane la questione, inafferrabile e tuttavia ineludibile, dell’impoverimento generale. Di una cultura in cui il sesso è già merce, prestazione, competizione, tutto meno che intimità.»

E qui veniamo a quello che, mi sembra di capire dall'articolo e dai commenti, è il nodo cruciale della questione.

Eh, ma la cultura è già questa. Cosa ti fa credere che la legalizzazione della prostituzione darebbe un significativo impulso in questa direzione? Sinceramente, dalla mia limitatissima esperienza con persone provenienti da Paesi dove la prostituzione è legale, non ho avuto questa impressione. L'istituzione della prostituzione legale non costringe nessuno al meretricio, o a frequentare le prostitute, né più né meno di come la legalizzazione del divorzio o dell'aborto costringano la gente a divorziare ed abortire: se poi ci sono molti aborti o molti divorzi o molte prostitute e molta gente che le frequenta, non è rendendo (o mantenendo) la cosa illegale che si risolve il problema o si “arricchisce” la cultura contro queste tendenze; allo stesso modo, non è legalizzandole che la si “impoverisce”: semplicemente, invece di far accadere le cose di nascosto, senza alcun dato e senza nessuna sicurezza per i coinvolti, si permette che si sappia che accadono ed in che misura, dando la possibilità di offrire ai coinvolti un minimo di garanzie.

A questo si ricollega anche quanto dici nel secondo capoverso:

L’idea che un uomo debba “sfogarsi” (per non importunare le ragazze perbene, per non infastidire la moglie con i suoi volgari desideri, per non impazzire) è sopravvissuta intatta nella nostra cultura, come appunto l’idea che la puttana serva per esaudire desideri inconfessabili e inappagabili

Cambierebbe qualcosa con la legalizzazione della prostituzione? La prostituzione, se ha qualcosa a che fare con questo, è come sintomo, non certo come causa o come soluzione; e sinceramente, non credo che la sua legalizzazione avrebbe un significativo impatto culturale, in un senso o nell'altro: in questo non sono d'accordo con la tua affermazione «Sarebbe un messaggio molto chiaro sul valore che attribuiamo alla vicinanza con gli altri e alla nostra capacità e volontà di raggiungerla»; semmai, sarebbe piuttosto uno spogliarlo dell'ipocrisia che lo copre attualmente (e questo, secondo me, è il motivo per cui dubito che verrà legalizzata, da noi).

«Auspicabile»

«You keep using that word. I don't think it means what you think it means.» (The Princess Bride). Ora, ci sono ottime probabilità che un numero magari significativo di chi sostiene la legalizzazione della prostituzione lo faccia per proprio tornaconto (i.e. sia uno che “vada a puttane”); ma sinceramente ci sono anche coloro che (come ad esempio me, o a quanto mi pare di capire il Gianni Pecio che ti commenta) sono ben consci degli aspetti negativi della questione, e che in luce del semplice realismo si rendono conto che la legalizzazione della prostituzione sia, se posso usare un'espressione che odio, un “male necessario”: anche non essendo a favore della prostituzione in alcuna forma ci si può rendere conto che, se non si può fare a meno di averla, è meglio che sia legale.

Torno un attimo all'esempio del fumo: io sono una persona che ha un profondo odio per il fumo, fastidi fisici che vanno dalla mancanza di respiro agli attacchi di congiuntivite quando qualcuno fuma in un raggio di dieci metri da me, anche all'aria aperta; la mia personale soluzione ideale al problema sarebbe la soppressione fisica immediata di chi mi fuma davanti. Con tutto questo, capirai che non sono un gran fan dei tabaccai: eppure preferisco di gran lunga i tabaccai alla diffusione delle sigarette di contrabbando, per i motivi già menzionati. Vuol forse questo dire che io “auspichi” la diffuzione del fumo? Tutt'altro, come puoi immaginare. Vuol forse questo dire che io non preferirei una rivoluzione culturale che diffonda un'approfondita conoscenza delle conseguenze del fumo per chi fuma e per chi gli sta attorno? Tutt'altro, come puoi immaginare. Ma mi rendo conto che nonostante tutto che la legalizzazione della vendita del tabacco sia preferibile al contrabbando; per lo stesso motivo, per inciso, sono favorevole alla legalizzazione della marjuana (sapevi ad esempio che i corrieri, per lo più ragazzini, sono “legati” con l'eroina?). E per lo stesso motivo sono favorevole alla legalizzazione della prostituzione.

Tu dici:

Da qui si possono fare due cose: accettare lo status quo che mantiene gli uomini allo stato bestiale e le donne a livello utilitaristico (vedi alla voce "c'è figa", appunto), oppure cominciare a costruire una cultura diversa, più paritaria e basata sul libero scambio.

e mi trovi d'accordo sulla necessità di costruire una cultura diversa. Ma a differenza di te, io non penso che questo sia mutualmente esclusivo con la legalizzazione della prostituzione: perché mentre tu ed io lavoriamo per costruire una cultura diversa, perché non vuoi permettere alle schiave della prostituzione di avere un minimo di garanzie legali, sanitarie, economiche?

L'aborto come metodo contraccettivo è quanto meno riprovevole, ma nessuna campagna informativa sull'uso dei contraccettivi e nessuna eccellente consulenza psicologica può soppiantare la possibilità di abortire legalmente. Allo stesso modo, nessuna iniziativa di rivoluzione culturale può sostituire l'opportunità di offrire garanzie a chi, secondo o contro la propria volontà, eserciti la prostituizione.

“Poi c'è da affrontare la questione del perché una finisce per strada: sono tutte colpite da improvvisa vocazione?”

Ho lasciato questa per ultima perché a mio immodesto parere è l'obiezione, diciamo, meno significativa. Ti rigiro la domanda: perché si lavora? Secondo te, quanti impiegati, operai, manovali, netturbini, professori, scaricatori di porto, avvocati, contadini sono colpiti da improvvisa vocazione? Quanti camerieri servono ai tavoli o al banco per vocazione?

Ed a questo punto ti lancio anche una provocazione: perché la vendita di una qualunqe altra parte del copro (testa, schiena, braccia, gambe, mani) dovrebbe essere lecita, ma non quella dei propri organi genitali? Perché il sesso dovrebbe essere trattato diversamente dal massaggio, o dalla cucina?


Mi piacerebbe molto vivere in un mondo dove nulla fosse mercificabile. E se anche posso fare il possibile per migliorare la situazione in tal senso, la pragmatica a volte suggerisce complementi di cui farei volentieri a meno.

permalink | scritto da in data 6 agosto 2007 alle 18:55 | Stampastampa
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20060508

Categorie (st)ruggenti Risposte

Miss Margot Tenenbaum fa qualche riflessione su "gli uomini". Nel risponderle mi sento un po' banale, magari persino un po' nazionalpopolare, alla Marco Ferradini da Teorema; ma siccome, nonostante dovessi andare a letto da un po', m'è venuta di getto una lunga risposta alla seconda delle succitate riflessioni, e siccome Splinder limita (giustamente) le dimensioni dei commenti, mi ritrovo a trascriverla qui.

Ecco dunque cosa ho da rispondere a questo.

Quando uno c'ha un'idea in testa, si va a trovare ogni possibile giustificazione per dimostrarsela. Così, se deve dimostrare che una certa categoria si comporta in un certo modo, troverà tutti gli esempi che gli siano necessari a prova del fatto. Ma nel farlo magari non si renderà conto di continuare a selezionare esempi da un preciso sottoinsieme che ovviamente in quel modo si comporta davvero, trascurando tutti quelli che così non sono. Così l'esempio portato invece è solo l'ennesima dimostrazione del fatto (nello specifico) che esistono uomini il cui comportamento è di stampo "usa e getta"; ma si può dedurre da questo che gli uomini siano "usa e getta"?

Mi permetto di dissentire, e non perché sia uomo: sono il primo a parlare male della mia categoria, ma preferisco a limitarmi a ciò che è reale e diffuso, poiché trovo stupido inventarsi false generalizzazioni quando c'è già una valanga di cose vere su cui basare il proprio malsentimento.

Una cosa però te la concedo: nei contesti in cui lei ha un certo tipo di interesse e lui no i lui si comportano diversamente da come si comportano le lei nei contesti in cui lui ha un certo tipo di interesse e lei no. Ho visto, dall'esterno, varie incarnazioni aneddotiche di entrambi i casi; a volte conoscevo entrambe le persone in gioco, a volte ne conoscevo solo una delle due, a volte lei, a volte lui. Dalla magra casistica a cui ho fatto da testimone posso anche rilevare negli uomini una tendenza all'"usa e getta" di stampo principalmente sessuale (la cosiddetta "svuotacoglioni", quindi nemmeno di altissima priorità, perché non si passa la vita trombando); le donne invece sembrano più profittatrici: dell'aspirante si fanno il cavalier servente, lo schiavetto servizievole e volontario.

Ma questo, dicevo, è, fortunatamente, limitato ai suddetti contesti. Al di fuori di quello, capita che le persone si incontrino, si trovino, si scoprano amiche, ciliegina sulla torta si piacciano, scoprano che la vita insieme non li annoia né li distrugge, e formano una coppia. Non come reciproca stampella, pur essendo capaci di aiutarsi; non come reciproco sfogo, pur essendo capaci di sopportarsi; non come reciproci schiavi, pur essendo capaci di servirsi; non come reciproci prostituti, pur andando a letto insieme. Come persone, da persona a persona.

Non c'entrano le rose, non c'entrano le farfalle, non c'entrano le nuvole rosa, non c'entrano i violini; eppure tutto questo c'è. Ma invece di essere semplicemente una quinta senza nulla di solido e sostanzioso dietro (e magari retta da uno solo dei due), in questi casi è la facciata d'un palazzo. Ed i palazzi si reggono in piedi sulle fondamenta, non sulle facciate. Che non vuol dire che le facciate siano inutili, fossero anche solo quello che ci distingue dagli altri animali (o, per i più cinici, se non altro come sopraffini ceramiche da gabinetto invece di un semplice buco su cui accoccolarsi).

Detto questo, per momenti come questi s(tr)uggerisco due canzoni: Ne me quitte pas di Jacques Brel, e Canoë Rose di Viktor Lazlo. Non rendono l'animo più leggero, non rasserenano, non rallegrano. Ma sono molto belle, di musica, di voce, di parole.

permalink | scritto da in data 8 maggio 2006 alle 1:04 | Stampastampa
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20060308

Ex liber Risposte

Dalla sua finestra si vede un paesaggio che ha talvolta degli elementi in comune con quello che si vede dal mio.

Inizialmente pensavo di commentare questo limitandomi ad invitare alla prudenza circa la voglia di eliminare tutte le ex dei passati, presenti e futuri uomini ... soprattutto per i passati, e per i presenti se ce ne saranno di futuri, giacché per loro sarebbe ella stessa una ex, e si tratterebbe allora di aspirazioni suicide.

Io non ho mai fatto mistero del mio desiderio di incontrare qualcuna "senza passato", che trovava una totale simmetria nel desiderio di non avere un passato io stesso. Non so se posso enumerarne le motivazioni, perché alcune sono solidamente inconsce; ma contributi consci ne posso trovare tanti: il desiderio di una specialità che venisse anche dall'unicità; una certa diffidenza e paura nei confronti del confronto; per me stesso sicuramente il peso della memoria, peso che ho sempre ben conosciuto; la voglia di non commettere errori; e chissà quanti altri. Non è stato così, e mi dispiace (quante volte l'ho detto?): considero la mia esperienza passata un errore, e mi rendo conto di averlo commesso in un momento di estrema fragilità emotiva; mi auguro di non ritrovarmi nelle stesse condizioni, o per lo meno di avere d'ora in poi la forza di non commettere nuovamente lo stesso errore.

Se dovessi fare una valutazione positiva/negativa della mia esperienza passata, forse l'unico valore positivo che posso sperare di trovarvi, e di cui potrò avere conferma solo in futuro, sarà proprio il suo valore di memento. Per il resto, non posso dire di avere imparato qualcosa, se non forse nella misura in cui un'esperienza pratica può dare conferma di cose che si sapevano già; e nel rileggere le mie azioni vi trovo solo vanità, e conseguente inganno, verso me stesso innanzi tutto, e conseguentemente verso di lei: qualcosa di cui certo non posso andare fiero.

Ho fatto un errore e ne pago le conseguenze. Una di queste è l'avere una 'ex'. Mi sono trovato d'accordo con uno dei commenti al suddetto articolo: lo scetticismo per la trasformazione della ex in amica. Io non dubito che ad altri possa a ben ragione succedere, con piena soddisfazione di entrambi; ma questo non è certo il caso per me, giacché se ci fossero state le solide basi su cui poggiano le vere amicizie, non sarebbe nemmeno mai diventata una ex, probabilmente. Se le cose sono andate come sono andate è stato proprio perché non c'era nulla di solido sotto. Eppure è abbastanza evidente che questa mia visione del nostro rapporto, e di quel che ne è rimasto o ne dovrebbe rimanere (ma anche no) non è assolutamente condivisa dalla controparte ... e non solo la cosa non è piacevole (almeno per come la vivo io, che tra l'altro da un lato mi causa comportamenti difensivi che io stesso trovo sgradevoli, ma di cui non riesco a fare a meno, e dall'altro significa che per le cose le quali mi dovrebbe contattare non mi contatta e per quelle per cui invece non dovrebbe lo fa), ma mi fa anche dubitare della validità delle affermazioni di coloro che dicono di essere rimaste amiche dei loro ex: mi chiedo se le loro controparti siano d'accordo con tali affermazioni, e fino a che punto, ed a che livello; e si può parlare di amicizia se solo uno dei due pensa che lo sia?

Eppure la cosa che maggiormente mi fa rimpiangere il fatto di avere una ex non è tanto il comportamento della ex, (una cosa esterna a me, dopo tutto) quanto l'impronta che ha inevitabilmente lasciato in me, e le catene mnemoniche, e quello che comporteranno per il futuro. Ma di questo ho già parlato, qui e altrove, credo, e non ho molto desiderio di ripetermi troppo.

Per il resto, direi che per ora il memento funziona d'incanto, a supportare il mio non credere. E non sto parlando di religione.

permalink | scritto da in data 8 marzo 2006 alle 11:34 | Stampastampa
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20060220

Tufte Risposte

Prendo spunto da una breve tangente presa dai commenti in questo articoletto sul blog di Azalais per citare un autore che ho conosciuto grazie alla passione per la tipografia.

L'autore in questione è Edward Tufte, l'opera è Envisioning Information e la citazione è la seguente:


We thrive in information-thick worlds because of our marvelous and everyday capacities to select, edit, single out, structure, highlight, group, pair, merge, harmonize, synthesize, focus, organize, condense, reduce, boil down, choose, categorize, catalog, classify, list, abstract, scan, look into, idealize, isolate, discriminate, distinguish, screen, pigeonhole, pick over, sort, integrate, blend, inspect, filter, lump, skip, smooth, chunk, average, approximate, cluster, aggregate, outline, summarize, itemize, review, dip into, flip through, browse, glance into, leaf through, skim, refine, enumerate, glean, synopsize, winnow the wheat from the chaff, and separate the sheep from the goats



Mi piacerebbe tradurvela, ma per quanto mi ritenga un buon conoscitore della lingua d'Albione, temo di non avere la pazienza di andare a cercare accurati sinonimi per rappresentare tutte quelle attività dell'intelletto umano che caratterizzano la nostra capacità di (e propensione ad) elaborare informazioni. Quindi mi limiterò a buttarla lì, e non ci metterò nemmeno un filino di commento.


permalink | scritto da in data 20 febbraio 2006 alle 21:58 | Stampastampa
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20060212

Fila Risposte

A volte leggendo qui e lì per i blog mi sorgono in mente riflessioni È irrazionale, doloroso e inutile, benché forse inevitabile, cercare o sperare di richiamare le attenzioni di chi non è spontaneamente interessato a rivolgercene. È vero, è una questione di saperci fare con le persone; eppure a volte è piuttosto una questione si saperci non fare; e di saper capire quando è il caso di fare, e quando è il caso di non fare. Ma è anche una questione di autostima, perché è questa la prima vittima: ‘‘se non suscito il tuo interesse, sarà che non sono "all'altezza"?’’. Ed è per questo che è tanto facile, comodo ed utile lasciarsi cullare dalle coccole di chi è invece disposto a concedercele, genuinamente o no; o dedicarsi con viva passione a qualche attività in cui ci piace e soddisfa primeggiare. Purché l'assistenza di queste stampelle, venendo improvvisamente a mancare, non ci butti in una situazione ancora più cupa della precedente, innescando così un circolo vizioso ... per questo è bello credere che ogni volta è qualcosa di speciale, di nuovo, di diverso: o questo, o ci si isola dal mondo (cursiosità, leggevo oggi un articolo che suggerisce che questa sia una questione genetica) Eppure ci sono volte in cui il modo migliore di rialzarsi è davvero mettersi per un momento sdraiati, ed attendere che il terreno la smetta di ballarci sotto i piedi, per poterci poi rimettere in piedi con calma e sicurezza. C'è sempre chi sceglie invece l'alternativa: se non puoi imparare a fare qualcosa bene, impara a divertiti nel farla male, ma non dimenticare che più provi con tenacia, più sembri stupido; e sarà poi vero che la persistenza può considerarsi una virtù? Dopo tutto chi abbandona non vince, chi vince non abbandona, ma chi non vince mai e non abbandona mai è stupido. E ricorda che l'unica cosa in comune in tutti i tuoi rapporti fallimentari sei tu. Anche nel mio lavoro è spesso così: l'iniziale entusiasmo e la foga della novità, le affascinanti scoperte, il delirio del controllo e del potere, i nuovi strumenti, e poi la frustrazione quando le speranze si scontrano con i risultati. Con la differenza che non c'è speranza di sedurre o circuire l'"altro", un astratto problema di matematica. L'unica è essere più furbi e più saggi, e scoprirne le debolezze; parlarne con altri; accettare ogni aiuto esterno, ogni stimolo; ed ogni tanto distrarsi.

permalink | scritto da in data 12 febbraio 2006 alle 1:33 | Stampastampa
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20060127

Esperienza e conoscenza Risposte

Riporto qui una osservazione che m'è venuta in mente a questo proposito.

Immagina una grande stanza piena di oggetti e di pitture.

Immagina un cieco che si aggira per questa stanza. Agli inzi andrà a sbattere contro ogni ostacolo, ma lentamente comincerà a memorizzare la posizione e la forma di ognuno degli oggetti che incontra, e con cui si scontra, ed infine (idealmente prima della sua fine) sarà in grado di muoversi per la stanza con assoluta libertà, e di dirti con precisione dove si trova rispetto a tutti gli altri oggetti. Ma non potrà mai godere degli accostamenti cromatici tra oggetti vicini, oh degli spendidi disegni che ornano pareti e soffitto, o delle figure che le mattonelle tracciano sul pavimento.

Questa è la conoscenza che deriva dall'esperienza.

Immagina ora una persona che ferma sulla porta si guarda attorno con curiosità, ma senza entrare nella stanza. Egli potrà arrivare a conoscere ogni dettagli visibile di quanto contenuto nella stanza, ma non potrà mai sapere quanto di ciò che vede sia un trompe l'œil e quanto sia reale e fisicamente presente.

Questa è la conoscenza che deriva dallo studio.

La riporto perché in qualche modo, nella sua incompleta rapidità, potrebbe servire come piattaforma di lancio per lo sviluppo di una serie di riflessioni su cui rimugino da tempo, l'importanza dei sensi. Ma è una cosa che dovrà ancora aspettare.

Per ora, mi limiterò a citare nuovamente Piet Hein ed il suo gruk:

The road to wisdom? -- Well it's plain
and simple to express:
Err
and err
and err again
but less
and less
and less

E per chi non ne avesse abbastanza, Una pagina di aforismi sull'insegnamento.

permalink | scritto da in data 27 gennaio 2006 alle 11:39 | Stampastampa
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20060118

Quod Erat Demostrandum Risposte

Buchi e tempi vuoti mentre attendo pazientemente i comodi del mio tutor, che non è nemmeno in dipartimento alle 10 (ora dell'appuntamento) e quando infine alle 11 comincio il piccolo seminario è solo per venire interrotto una mezz'oretta dopo, per un impegno dimenticato.

Attendo che mi chiami, e rifletto sulla leggerezza delle parole, in casi come questi che solo fanno perdere un po' di tempo, ed in casi più importanti, quando manifestano una superficie che non corrisponde a ciò che si trova in profondità. È facile dire di aver superato qualcosa, di essersela lasciata alle spalle. Sono parole leggere, ma tutto ciò che veramente ci tormenta dentro non esita a spuntare quando le nostre difese sono abbassate, minando le fragili certezze dei falsi, verbali convincimenti.

Negli Stati Uniti lavorano ad una pillola post-trauma: per una nazione in cui i veterani con disordini comportamentali post-stress (di guerra) non sono pochi la cosa ha una valenza molto precisa; ma quello che vedo io è un futuro medicinale a larga consumazione, sottomano a tutti coloro che preferiscono brillante vernice fresca a coprire e nascondere, piuttosto che non andare a fondo ed interiorizzare e riflettere, per superare infine: processo lungo e doloroso, una tortura inizialmente frequente, ma che si protrae a lungo nel tempo, sebbene con picchi di dolore sempre più radi e più bassi. La vernice fresca è la strada rapida ed indolore di adesso, e cosa importa se fra dieci anni tutto tornerà a galla distruggendo definitivamente la nostra mente? Sono momenti come questo che mi ispirano a cercare Se mi lasci ti cancello, l'eterna solarità di una mente immacolata. Immagino che abbia un finale positivo, ma il contesto promette di essere alquanto interessante.

Un immotivato quanto inconsistente (ed ai miei occhi inesistente) dibattito con in alto a sinistra mi ricorda l'individualità del linguaggio, concetti ed idee inespressi e sottintesi; e quando, peggio, non si comunica per scelta, perché ci aspetta che l'interlocutore colga i sottintesi; e viceversa quando l'interlocutore presume valori e carichi impliciti nelle parole espresse che non erano tuttavia nelle intenzioni del mittente ... ma sono discorsi che ho già fatto e rifatto. Triste quanto siano sempre attuali, ma piacevole scoprire di non essere gli unici a notarlo. Forse dovremmo fondare il movimento della schiettezza, i cui aderenti dicono ciò che pensano senza sottintesi, e si fanno obbligo di non presumere significati nascosti ... si perderebbe forse un po' il gusto per l'ironia, ma forse è meglio questo che non leggere ironia dove vi è sincerità.

permalink | scritto da in data 18 gennaio 2006 alle 12:22 | Stampastampa
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20060116

Non altri tempi Risposte

In risposta a questo articolo di in alto a sinistra direi che la principale differenza tra i nostri tempi e quelli di allora è la scelta: si viveva in un certo modo allora; è forse impossibile viverci ora? Direi di no. Ma siamo pigri, e preferiamo vivere in un altro contesto, un condominio con il riscaldamento centralizzato, soffici materassi e calde coperte, acqua corrente e calda, elettricità, luce artificiale, televisione, radio, lavatrice e lavastoviglie, computer, telefono ed accesso ad internet. Scegliamo di ucciderci con le sigarette (non io, che infatti non ho i polmoni pieni di catrame, ma semmai di monossido di carbonio), di stressarci nel traffico urbano, di romperci la schiena dodici ore al giorno non nei campi ma con il culo incollato ad una sedia. Scegliamo di essere ambiziosi, subdoli, inflessibili, violenti.

In buona misura queste scelte sono condizionate da quelle che anche gli altri fanno, ed il fatto che si finisca sempre con il pensare in termini di "si stava meglio quando si stava peggio" o altre posizioni meno compromettenti è indice di una scarsa saggezza collettiva, o forse di un'apatia di fondo: dopotutto, chi aspira a stili di vita diversi, quanto fa perché si concretizzino?

Cito: dobbiamo uccidere l'Oblomov che è in ciascuno di noi. E per esperienza dico: non sono scelte facili, e comportano un notevole sforzo, anche la disposizione ad opporsi e confrontare e combattere e vincere chi a queste scelte si oppone. Da soli, se necessario. Auspicabilmente con il supporto morale degli amici.

permalink | scritto da in data 16 gennaio 2006 alle 20:20 | Stampastampa
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20060113

Eco Risposte

Fa sempre un certo effetto leggere i propri pensieri nelle parole degli altri. Leggo quell'articolo a penso alla pila di libri 'da leggere', che rimempiono tre scaffali, e sto contando solo quelli accanto al mio letto. Leggo quell'articolo e penso all'arabo di cui sto già dimenticando l'alfabeto (figuriamoci il resto della lingua), al giapponese che mi piacerebbe imparare, al francese che vorrei tenere fresco, al tedesco che mi farebbe conoscere, tra poco; si salva solo l'inglese, purché non si tratti di pronunciarlo. Leggo e guardo l'elenco dei blog che più o meno sporadicamente seguo e che sta raggiungendo in lunghezza quella dei fumetti. Altre cose non coincidono, come le osservazioni sulla vita, per me sempre più rinchiusa nei centrimeti cubici del laptop con relativi accessori: ormai anche i calcoli da quattro soldi per verificare quello che leggo o qualche idea che mi viene in mente li faccio non più su carta e penna ma con Inkscape e la mia fida tavoletta grafica. Che doveva essere un regalo. A proposito —breve inciso— è vero, non sono diplomatico, se devo dire vaffanculo porta puttana dico vaffanculo porca puttana. Per esempio. Se dà fastidio quello che scrivo, perché leggerlo?

Oggi ho ascolato praticamente solo musica da quattro soldi, ho la testa piena di ritmo e cose più calme non mi dicono nulla. Domani vado a vedere Narnia con Alex. E mi sa che non aspetterò che gli passi il mal di gola per riprendere a correre, proverò a vedere quanto impiego ad annoiarmi con la compagnia della sola musica. Devo rispondere alle nuove email e riprendere ad aggiornare il blog 'da lavoro'.


permalink | scritto da in data 13 gennaio 2006 alle 22:43 | Stampastampa
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20060108

Spezziamo le catene Risposte

Azalais mi ha nominato come ramo di una catena di sant'Antonio che da un po' fa il giro dei blog.

Ho una brutta notizia: per una questione di principio io non dò seguito alle catene di sant'Antonio, quindi il mio ramo si ferma qui. Penso si possa considerarla una delle cinque "stranezze" che mi vengono chieste. Se la catena fosse stata più seria, avrei addotto come motivazione per non seguirla questo eccellente clip; ma non è seria, quindi non addurrò alcuna motivazione.

Per inciso, per la suddetta: mi piace molto la tua terapia antistress. Io non la pratico, ma quando mi capita di scendere in centro ne apprezzo comunque il valore e l'efficacia.



permalink | scritto da in data 8 gennaio 2006 alle 12:27 | Stampastampa
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20051120

A dispetto del potere Risposte

Non credo che il contesto abbia grande importanza. Qualunque esso sia stato, mi ha dato una spinta per una prima bozza di espressione di un pensiero che da tempo coltivo. Non ho voglia per il momento, vista anche l'ora, di dedicarmi ad un ulteriore sviluppo, e mi limiterò pertanto a riportare quanto ho appena scritto in altro luogo. L'unica cosa che credo sia importante menzionare è che la risposta è diretta a qualcuno che mi faceva notare che mi potevo trovare a parlare con gente «alla quali non sei degno nemmeno di allacciare il legaccio dei sandali».

La mia risposta, in seconda battuta, è stata in pratica quanto segue:

Penso che non esista alcuno a cui io sia 'degno di allacciare i sandali'. Per il semplice motivo che io non venero nessuno, e davanti a nessuno mi umilio. Lo zerbinismo, l'assoggettazione al potere, alla magnificenza, alla grandiosità ('reali' o presunti che siano), il sacrificio della propria persona e della propria dignità di essere autonomo ed autonomamente pensante è uno dei più grandi mali che da sempre affliggono larghe fette dell'umanità, ed è in sostanza l'elemento fondamentale della corruzione che il potere porta con sé. In un certo senso, è la causa stessa del potere. Giacché nessuno ha potere sugli altri a meno che gli altri non lo vogliano (e poiché fin troppa gente lo vuole, è troppo facile poi imporre con la violenza tale potere su coloro che lo rifiutano).

Già. Fin troppa gente a questo mondo (e soprattutto in questo piccolo angolo di mondo che è il meridione, ed in particolare la Sicilia) ha quasi la necessità di asservirsi, di venerare, di trovare qualcuno a cui affidare la propria dignità. È qualcosa che io trovo personalmente disgustoso, e svilente tanto per chi ne è oggetto quanto per chi ne è soggetto.

Ci sono persone, alcune vive altre non più, per cui nutro una grandissima ammirazione, e che ritengo molto più capaci di me, anche in cose in cui io ho la presunzione di essere superiore alla media. Le ammiro per ciò che hanno fatto o che stanno facendo, in genere; più raramente per ciò che sono in grado di fare, o per ciò che dicono (o che hanno detto). Le ammiro per certe qualità di essere umani che hanno saputo coltivare e volgere al meglio, per il loro essere forze positive nel mondo, nel loro piccolo o in grande.

Ma non esiste nessuno, e sottolineo nessuno che sia tanto degno d'ammirazione da non meritare critiche. E soprattutto nessuno che sia degno d'ammirazione e che non accetti critiche. E meno che mai nessuno che sia degno d'ammirazione e che cammini sugli stuoini fatti della pelle di coloro che li venerano.

So benissimo che l'allacciare i sandali è una metafora, ma è una metafora pregna di significati che, in un contesto in cui il rispetto è la parola chiave, non hanno alcun valore positivo. Mi sorprende che una persona come te, che sembra prestare attenzione a questo fondamentale concetto, se ne sia uscito con una tale gaffe.


permalink | scritto da in data 20 novembre 2005 alle 1:49 | Stampastampa
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20051112

Metà fuori Risposte

Leggo l'ultimo post sul blog di Sisifo, e mi torna spontaneamente in mente (oh wow) un'osservazione già stimolata leggendo un particolare fumetto (precisamente la prima miniserie di cui al link.

Il più grosso problema delle metafore è che a guardarle meglio è difficile capire qual è il verso corretto in cui vadano lette, se A è davvero metafora di B e non, pittosto, ciò di cui B è metafora. Se poi gli elementi in gioco aumentano (ad esempio, vita gioco e tango) la cosa si fa ancora più complessa.

Per i curiosi, nel fumetto lo stimolo a questo punto di vista è data da uno scambio di battute tra Lucifero e Rachel (una mezza navajo).

Lucifero:
Tutte le razze umane raccontano la storia della loro origine, ma tutte sono in disaccordo sui dettagli.
Rachel:
Hanno importanza, i dettagli?
L:
I dettagli sono l'unica cosa che ha importanza.
Lucifero:
La Bibbia racconta la storia in termini di tempo —una cosa dopo l'altra. Prima c'era l'oscurità, poi ci fu la luce.
L:
La tua gente la ricorda diversamente.
Lucifero:
Vedono l'oscurità come un tunnel attraverso cui hanno strisciato per raggiungere la luce, un tunnel verticale. La luce era in un altro posto, molto in alto. Questo non ti dice niente, vero?
Rachel:
Umm ... non molto. È una metafora della nascita?
L:
No, è ciò di cui la nascita è una metafora

(Cit. da Lucifer: The Morningstar Option vol. 3, pag. 2, traduzione del sottoscritto)



Vorrei aggiungere anche qualcosa riguardo alle domande poste da Sisifo:

Se non ci fosse nessun premio finale, nessun punteggio, nessun primo, nessun ultimo, nessun vincitore, nessun vinto, nessun obbiettivo segreto, sarebbe poi così scandaloso, così insopportabile?

anche se ciò che ho intenzione di dire non è una vera risposta, ma piuttosto una riflessione.

In qualche modo, leggo nella domanda una sottintesa idea di competizione associata al gioco. Eppure vi sono giochi in cui l'aspetto competitivo non è presente, o è presente con risvolti “unici”.

Un esempio classico sono i tamburelli: lì l'unica “competizione”, se proprio competizione si vuole vedere, sta nel superare se stessi, raggiungere il numero più alto di rimpalli.

A livello più sofisticato possiamo pensare ai giochi di ruolo, strutturati in modo che tra i giocatori prevalga la cooperazione, piuttosto che la competizione. Eppure in qualche modo si può dire che vi è, se non una competizione, un contrasto, giacché il gioco consiste, se vogliamo ed almeno a livello “locale”, nel superare un certo numero di ostacoli.

Eppure ciò che dà gusto al gioco in sé non è necessariamente l'aspetto competitivo, ma piuttosto quello partecipativo. Prendiamo ad esempio i tamburelli: un gioco con dei “salvataggi” eccezione può essere più piacevole di uno in cui si rimpalla noiosamente la palla con precisione millimetrica. Un gioco di ruolo con una vivace mimica può essere più piacevole di uno con sfide astruse e complesse. Un qualunque gioco da tavola più classico, se condotto con correttezza, vigore, e bilanciato fino alla risoluzione finale può essere di maggior gusto, tanto per chi ‘perde’ quanto per chi ‘vince’, che non uno in cui la vittoria è ottenuta con sotterfugi o per pura, sfacciata fortuna.

Mi viene infine in mente una versione del gioco dei mimi che mi trovo talvota a fare con amici e sorelle, senza squadre, senza punteggio, senza vittorie e sconfitte, semplicemente l'idea di far indovinare agli altri qualche titolo che ci viene in mente per un motivo o per un altro, ed il gusto di partecipare alla sfida. Che importa se l'obiettivo viene raggiunto o meno? Abbiamo riso insieme e passato del tempo che ricorderemo con gioia, sperando che occasioni simili si ripresentino.

Ci sono coloro per cui non è così. Che misera dev'essere la loro vita.

permalink | scritto da in data 12 novembre 2005 alle 22:51 | Stampastampa
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20040920

Non ho capito Risposte

Va bene. Non ho capito nulla. Allora perché nessuno mi spiega? Visto che sono talmente idiota da non riuscire a capire cosa sbaglio e dove, perché non mi dite chiaramente in cosa consiste il mio errore, e come dovrei correggermi? Una spiegazione terra terra, possibilmente esemplificata. Ve ne sarei grato. Ma suppongo di non essere degno di tanta considerazione.

permalink | scritto da in data 20 settembre 2004 alle 18:32 | Stampastampa
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20040919

Dovuta Risposte

Suppongo fosse inevitabile. Anzi, mi sorprende piuttosto che sia successo così tardi. Ed anche se la risposta probabilmente non verrà mai letta dalla persona a cui è indirizzata, mi sento in dovere di rispondere.

Salve Oblomov mantengo l'Anonimato, ma dal tono di questa DENUNCIA capirai… che non sono nessuna delle persone che ti ha scritto finora, ciascuna delle quali avrà avuto i suoi VALIDI MOTIVI per dirti quello che ti ha detto.
Non ho mai supposto che la gente parlasse a vanvera. Al contrario, prendo sempre molto sul serio quello che mi viene detto, che sia un complimento, un'osservazione, una critica o un insulto. Prendo sempre sul serio ciò che dice chiunque non abbia apertamente e ripetutamente dimostrato di mentire; che sia diretto a me, o no.
Mantengo l'anonimato perchè IO TENGO ALLA mia PRIVACY, e se ci hanno fatto delle LEGGI su questa parolina ci sarà pure un perchè. AL TUO BLOG in realtà NON HO DEGNATO Più DI UNO SGUARDO, perchè dei tuoi "pensieri" (PERCHè QUELLI CHE RIFERISCI SONO PENSIERI E FATTI DISTORTI DAI TUOI PENSIERI) non me ne frega un fico secco... mi bastava vedere LA mia PRIVACY (che in sostanza era racchiusa esclusivamente nel mio nome che vagava qua e là tra queste pagine) PRESA A CALCI DA UN "COMUNE"(sottolineo) bastardo. Allora MI SONO FATTO UN GIRO PER TUTTO IL SITO... per vedere se ti eri rifuggiato in una comunità di bastardi come te... ma SORPRESA! NESSUNA DELLE PERSONE DI QUESTO BLOG SI ERA COMPORTATA NEL MODO BASSO IN CUI TI SEI COMPORTATO TU (O COSì SEMBRA A ME).Hai tradito lo spirito dello "scambio di informazioni" perchè IN QUESTO BLOG TU TE LA CANTI E TU TE LA SUONI DA SOLO, incurante dell'"altro" che virtuale non è.
Non ho mai preteso che il mio blog potesse essere in qualche modo una fonte ‘‘attendibile’’ o ‘‘oggettiva’’ di informazioni di qualunque genere, un reportage di fatti, o chissà che cosa. Ho sempre visto il blog (lo strumento in generale) come null'altro che un'occasione per riportare le proprie opinioni, i propri pensieri, e nient'altro. È con quest'ottica che ho sempre scritto, ed è con quest'ottica che leggo quelli degli altri. Sarei sorpreso se qualcuno —chiunque— la pensasse diversamente, leggesse un blog per qualcosa che non sia semplicemente la manifestazione dei pensieri di chi lo mantiene. Ed è vero, indubbiamente vero, che nel mantenere il mio ho commesso errori. L'ho riconosciuto quando mi è stato detto praticamente di persona. Non ho certo problemi ad ammetterlo nuovamente. Ho già riconosciuto la mia colpa ed ho cercato di porre rimedio per quanto mi fosse possibile (non posso purtroppo intervenire sulla memoria delle persone). So di aver sbagliato, calpestando involontariamente la fiducia di persone reali. Spero di non commettere di nuovo lo stesso errore, e vorrei poter fare di più in ammenda a ciò che ho fatto; e sono sempre aperto a consigli e suggerimenti. Non perché in questo modo mi metterei in un certo senso la coscienza a posto —tutt'altro: purtroppo o per fortuna, ho una memoria a termine fin troppo lungo per ogni singolo errore, per ogni singola colpa; e non li dimentico mai, e continuano a riaffiorare ed ammonirmi. Ma piuttosto perché in questo modo potrei almeno arginare il dànno che il mio errore ha provocato nella vita altrui. Se non altro, è consolante pensare che sono l'unico stolto egoista e traditore.
Bravo... Mister Hide... ma il Dottor Jekill dava a vedere la verità per chi voleva vederla (ti consiglio di integrare le due personalità in un'unica FACCIA DI CULO, meno "torbida" e "affascinante" ma sicuramente più simpatica e genuina…oltre che più salutare!)
Non sono sicuro se il confronto col Dr. Jekyll e Mr. Hyde sia appropriato, ma se non altro è rivelante dell'opinione che di me ti sei formata1. Personalmente, non ritengo di avere una duplice personalità, una apparentemente buona e gentile ed una malefica e crudele. Ovviamente, può darsi semplicemente che la seconda agisca subconsciamente, facendomi commettere in realtà intenzionalmente tutti quegli errori che mi fanno travolgere e distruggere i legami, errori che io scioccamente attribuisco alla mia ingenua stoltezza. Riguardo all'essere torbidi e affascinanti, non ho mai pensato che le cose fossero collegate positivamente; al contrario, trovo molto più fascino della limpidezza. Per questo ho sempre cercato il confronto, il dialogo, la ricerca della verità, il chiarimento dell'ambiguità. E nonostante questo, non ho mai pensato di essere particolarmente "affascinante". Non mi sono mai curato del problema, a dirla tutta. Ho sempre cercato di essere, di dare, in ogni momento, nient'altro che me stesso. Posso non esserci riuscito, o esserci riuscito troppo bene. Ma mi suona persino buffo che la gente non mi creda ‘‘genuino’’.
Questo è il mio modo per DENUNCIARTI... perchè non meriti il mio tempo e forme più eclatanti di questa.
Non posso non essertene grato.
IO COMUNQUE NON VISITERò PIù QUESTO SITO E IN PARTICOLARE IL TUO BLOG.
Mi dispiace soltanto perché ciò significa che la mia risposta cadrà nel vuoto, ma suppongo sia giusto così. (Anche se non mi è ben chiaro perché ilCannochiale debba in qualche modo essere co-responsabilizzato della mia incapacità.)
1Avrei una domanda per chi d'italiano ne capisce più di me: si dice "mi sono formato un'opinione" o "mi sono formata un'opinione"?
permalink | scritto da in data 19 settembre 2004 alle 20:09 | Stampastampa
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20040917

I pensieri degli altri Risposte

Scrive la mia Nerea:

vuoi entrare sempre nei pensieri degli altri
È vero. Lo ammetto. Ho un'insaziabile curiosità per ciò che gli altri pensano. Ciò che passa per la loro testa, in che modo ciò che succede loro intorno influenza il loro pensiero, il loro pensare, il loro modo di pensare. Vorrei poter camminare per strada e decidere: ecco, ora vorrei sentire i pensieri di quel passante lì; e scoprire lo studente che ripassa mentalmente la lezione, la casalinga con la lista della spesa, il depresso perché la ragazza l'ha mollato, l'incazzata perché il ragazzo l'ha tradita, il distratto che sta per farsi mettere sotto dall'autobus perché nella sua testa sta inseguendo le farfalle su un prato, l'impiegato che bestemmia perché l'ombrello non si apre. O ancora meglio, non dovrebbe essere una mia scelta, ma solo qualcosa di automatico, che si risvegli in me ogni volta che passo vicino ad una persona. Senza il caos e la confusione dell'essere bombardati continuamente dal flusso di pensieri che attraversa normalmente le menti di tutti. Ma soprattutto, vorrei poter conoscere i veri pensieri e sentimenti delle persone a cui tengo, al di là di quello che dichiarano, qualunque sia il motivo per cui lo dichiarano. Vorrei poter anticipare i loro desideri, vorrei saper trovare come alleviare le loro pene, conoscendole. Vorrei sapere cosa intendono veramente quando dicono qualcosa (se riuscite, ad esempio, a beccare la striscia del 20 agosto di Zits capirete cosa intendo; ma è un classico). La cosa veramente spaventosa è il rendermi conto quanto tutto questo non abbia senso, quando non si è in grado nemmeno di capire veramente i propri pensieri, i propri sentimenti, a volte. Ed allora bisogna procurarsi del tempo da dedicare a se stessi, allo scoprire cosa si vuole veramente; e fa bene anche avere qualcuno di cui ci si fidi e con cui poter parlare. Ho bisogno di tempo per cogliere i messaggi impliciti, Nerea, e spesso non li colgo mai. Sembri conoscermi di persona. Ma se non so chi sei, come posso, oltre il blog, fare qualunque cosa? C'è una ed una sola persona alla quale potrei, forse addirittura vorrei, dare le chiavi dei miei pensieri. Ed ovviamente non so più come fare, poiché le vie di comunicazione sembrano essere irrimediabilmente interrotte. Ha ragione l'anonimo, nella sua rabbia. Sono proprio un idiota.
permalink | scritto da in data 17 settembre 2004 alle 13:09 | Stampastampa
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20040906

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa Risposte

Un'anonima Rosa Rossa ha scritto in risposta al mio mondo:

La cosa più brutta è scoprire che spesso la paura ce l'hanno messa dentro gli altri, i più "vicini". Tutti i bambini nascono coraggiosi... perchè sono curiosi.
C'è molto di vero in quello che dici. Ad esempio, concordo con il fatto che molte paure ci crescono dentro per opera altrui, che sia per loro volontà o meno. Ed è vero che i bambini sono curiosi. Eppure... I bambini nascono coraggiosi? Non so, io ho l'impressione che nascano incoscienti; il coraggio non è il non provare paura, è il superarla. Non so se i bambini più piccoli provano paura, e la superano grazie alla curiosità; certo è che sono curiosi. È per questo che i genitori devono tenere un minimo di controllo su ciò che a loro sia accessibile: perché nella loro (incosciente) curiosità i bambini posso facilmente uccidersi, o menomarsi per la vita. "Devono". Una parola grossa. Sì, devono. Un genitore che non mette i salvavita alle prese è un criminale. Quanto è difficile trovare la giusta misura, per far sì che il bambino non si autodistrugga per incoscienza, lasciandolo allo stesso momento libero di fare esperienza, anche quando questa può ferirlo. A volte mi viene da pensare che bisogna essere davvero incoscienti, o proprio presuntuosi, per decidere, accettare di essere genitori. Siamo troppo umani per osare tanto. E proprio per questo lo facciamo.
La Rosa Rossa scrive ancora:
Raccontami di cosa eri curioso e di quante volte hai superato la paura per curiosità...
Non ho memoria di me prima dei cinque, sei anni. Posso provare a ripensare alle paure e curiosità di allora, ma non riesco a sovrapporle. La sola paura vera, grande che ricordo è quella del buio. Nel baratro in garage. Nel non poter uscire dal rettangolo del letto perché Qualcosa mi aspettava lì fuori. Nel non poter attraversare quel metro di corridoio per il russare di mio padre. Le superavo? Sì. Per curiosità? Non so. Le mie curiosità sono sempre state, soprattutto, mentali. Scoprire i perché, i percome delle cose. Qualcosa forse la ricordo, però. Ricordo quando ho imparato ad andare in bicicletta. Sul balcone. Ferendomi perché sbattevo contro il muro. Ricordo quando ho cominciato ad andare sott'acqua, e poi a farlo ad occhi aperti. Ricordo che nell'acqua non sono mai stato a mio agio, che continuo a non esserlo. Che preferisco non andare sott'acqua, e che ogni anno devo reimparare. Che quest'anno ho fatto tanto poco mare che non sono mai andato sotto ad occhi aperti. Ma ero già più grandetto quando ho superato la paura dell'acqua abbastanza da poter andare sotto, ad occhi chiusi o aperti che fosse. Forse avevo già superato i dieci anni. Forse no. Ricordo le alghe, l'orribile sensazione che mi davano i sargassi, e quelle alghe lunghe e piatte di cui non ricordo il nome. Non so se questa conta come paura, ma se lo è, allora non l'ho mai veramente superata. O forse è soltanto dovuto alla mia sensibilità tattile, la stessa che mi fa soffrire il solletico in maniera quasi patologica. Dicono che il ridere del solletico proviene dal contrasto tra la paura del venire toccati (invasione della zona intima) ed il piacere del venire toccati. Non so.
permalink | scritto da in data 6 settembre 2004 alle 1:16 | Stampastampa
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20040510

Meta Risposte

Da una mia critica ad una critica di Sim Dawdler a Kill Bill è venuta fuori una discussione che è dovuta uscire dai commenti.

Per una questione di praticità (per modo di dire) risponderò dunque alla risposta della risposta alla critica in questo mio post.

Parto dunque dalla sintesi di quanto detto da Sim:


Quindi, per concludere, chiunque ha il diritto di leggere in un testo tutto quello che gli pare, ma non può pretendere che vada bene qualsiasi interpretazione perché 'colui che conferisce il senso ad un testo è il fruitore'. Il fruitore fruisce a modo suo, ogni essere umano è un labirinto unico e non esisterà mai qualcuno che interpreterà lo stesso testo alla stessa maniera. Ma il testo è lì, è qualcosa di estraneo e alieno, non dipende dalle nostre menti. Ha una sua rigidità. È stato costruito da un autore in un determinato contesto, non dalla comunità dei fruitori. Segue delle regole, anche se noi non le vediamo. Ecco perché è impossibile dire quale sia la migliore interpretazione di un testo, ma è possibile dire quali siano quelle sbagliate. Tu sei liberissimo di vedere nei film di Fassbinder una parodia mal riuscita dell’Ispettore Derrick o un omaggio a Totò nei film di Bunuel, ma ciò non toglie che le cose stiano oggettivamente in modo diverso.


E rispondo con quanto segue:

È ben vero1 che l'opera esiste al di fuori delle nostre menti, che è stata creata da un autore (o più di uno) in un determinato contesto, e che tutto questo ne determina in maniera possiamo dire oggettiva i contenuti. Ma in che modo questo pone dei limiti alla (o meglio alle) interpretazioni di tali contenuti? O in che modo determina la legittimità di una interpretazione piuttosto che un'altra? In un certo senso, ogni interpretazione è una manipolazione, giacché nessun fruitore è l'autore2.

Un trompe l'oeil è a tutti gli effetti una scultura finché cambiando punto di vista non si scopra che è in realtà una pittura.



1 Volendo supporre l'esistenza di una realtà oggettiva, conoscibile o meno.

2 Si potrebbe anzi dire che nemmeno l'autore stesso è l'autore se non nel momento in cui crea. A riprova basta pensare ai non pochi autori che hanno in seguito abiurato le loro stesse opere.



Il discorso della calza e del cappello di Lucu è un po' diverso: cosa determina infatti che una calza sia una calza e non un cappello? Ovvero: perché la calza deve essere indossata sul piede e non sulla testa?

Consuetudine.

permalink | scritto da in data 10 maggio 2004 alle 16:43 | Stampastampa
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