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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Terza Rivoluzione Industriale

20090528

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/2.0 Una nuova speranza Terza Rivoluzione Industriale

È consuetudine separare due fasi nella rivoluzione industriale, separate dall'avvento di nuovi materiali e dallo sviluppo della (petrol)chimica. Invero, le innovazioni rese possibili dal progresso portano a drastici cambiamenti che giustificano il nome di seconda rivoluzione, un risicato secolo dopo la prima.

Ritengo che sarebbe opportuno separare, allo stesso modo, due momenti in quella che viene considerata attualmente la terza rivoluzione industriale, ovvero in quegli sviluppi della scienza e della tecnica che hanno seguito la seconda guerra mondiale (sviluppi pesantemente alimentati dalla guerra fredda).

L'evento che funge da cardine tra la terza e quella che io definisco quarta rivoluzione industriale è (penso si sia ormai capito) la nascita di Internet.

È indiscutibile che l'home computing ha avuto un significativo impatto industriale, non solo come oggetto di produzione, ma anche come soggetto: pensiamo a come fosse tecnicamente complesso produrre già qualcosa di semplice come volantini e opuscoli ancora negli anni '60 o '70; pensiamo a quanto sia semplice ed economico ora. Persino la produzione di oggetti più sofisticati, libri interi o disco, è ormai alla portata di ‘tutti’. Ed è probabile che l'home computing sarebbe esistito e si sarebbe diffuso anche senza Internet.

Ma è anche indiscutibile che la diffusione di Internet ha dato una spinta non indifferente alla diffusione dell'informatica domestica, dotandola di una potenza comunicativa fino ad allora assolutamente inimmaginabile. Ciò che prima era mirato principalmente allo svolgimento di due attività tra loro opposte quanto incompatibili (giocare e lavorare) diventa con la capacità di collegarsi ad Internet lo strumento per una nuova rivoluzione.

Parlerò quindi della quarta rivoluzione industriale facendo espressamente riferimento ai mutamenti sì industriali, ma soprattutto sociali e culturali, che trovano le loro radici nella universalizzazione dell'informatica, universalizzazione sia come diffusione, sia come capacità di collegare la gente. Ed in questo senso, forse, ciò che differenzia questa rivoluzione dalle altre è proprio l'aspetto culturale.

Vi sarebbero in realtà da fare alcune puntualizzazioni.

La prima riguarda il fatto che ciascuna rivoluzione agisce in maniera diretta su una cerchia sempre più ristretta della popolazione mondiale, con latenze secolari e più nella diffusione, per cui ad esempio nei Paesi occidentali siamo già alla saturazione degli indirizzi Internet (IPv4) quando ancora la maggior parte della popolazione mondiale non ha nemmeno l'acqua corrente (e spesso non bisogna nemmeno andare tanto lontano, basta guardare a certi quartieri di Catania che hanno l'acqua corrente a giorni alterni) o l'elettricità.

Questa precisazione è necessaria per chiarire meglio a cosa, chi, quanti mi riferisca nel dire ‘tutti’ o nel parlare di universalità; anche se, forse troppo ottimisticamente, oserei dire che sia ‘soltanto’ una questione di tempi: quanti anni fa era già speciale, qui da noi, che ci fosse un telefono nel quartiere, piuttosto che almeno uno ciascuno? da quanto tempo è normale che in ciascun appartamento ci sia almeno un televisore? Paesi in cui ancora le altre rivoluzioni non sono arrivate, o sono appena arrivate, seguiranno. Prima o poi. (Da questo punto di vista, peraltro, sono eticamente lodevoli, oltre che significative dal punto di vista tecnologico, iniziative come quella dell'OLPC, che però non può purtroppo definirsi esattamente un successo).

La seconda precisazione riguarda il fatto che nessuna rivoluzione riuscirà mai ad alterare la natura umana (benché non escludo che possa porvi fine, che sia con l'autodistruzione o anche piuttosto invece con la transizione a qualcosa che umano non possa più dirsi); è però vero che le varie rivoluzioni ne hanno stimolato, e ne stimolano, aspetti diversi (e qui se volete potete discutere a vostro piacimento di cosa esattamente sia la natura umana e quanto l'alterazione di questo o quell'aspetto la trasformi in altro o la lasci comunque sé stessa). E quali sono i fulcri del mutamento della quarta rivoluzione industriale?

Comunione e liberazione.

Beninteso, non si parla qui di quegli integralisti cattolici per i quali la Parola di don Giussani è più importante di quella del Vangelo. Al più, volendo rimanere in argomento, ci si può orientare verso i cardini del messaggio originale del cristianesimo (di cui ho già parlato da un punto di vista evolutivo).

Volendoci spogliare invece di ogni riferimento religioso, si potrebbe pensare al comunismo anarchico, che però ne darebbe una connotazione ideologica e sociopolitica che —ed è questa una delle sue onde portanti— è in realtà profondamente assente dalla quarta rivoluzione. Proprio questo ha permesso infatti ad Internet (ed alla sua cultura) di diffondersi tanto rapidamente, tanto capillarmente, anche quando draconiane misure censorie ne hanno severamente limitato l'uso (come ad esempio in Cina), senza riuscire ad alterarne la natura.

Ed è per questo che la quarta rivoluzione industriale è inarrestabilmente indirizzata verso ciò che ogni altra rivoluzione prometteva, mancando metodicamente di realizzare.

permalink | scritto da in data 28 maggio 2009 alle 23:32 | Stampastampa
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20090408

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/1.0 Le rivoluzioni fallite Terza Rivoluzione Industriale

Le prime rivoluzioni industriali hanno fallito da molti punti di vista. Lasciando perdere, almeno per il momento, le opinioni di conservatori, reazionari e luddisti, mi piacerebbe soffermarmi in particolare sulle motivazioni che possono far considerare l'industrializzazione un fallimento anche da un punto di vista progressista.

In un'avventura di Jeff Hawke (credo fosse “The Intelligent Ones”, H3847-H3896, ma dovrei controllare) volatili extraterresti giungono sul pianeta Terra nella loro missione per svelare al Cosmo il segreto dell'uccellità. Dopo sorprese ed incidenti diplomatici intergalattici, gli alieni ripartono lasciando al protagonista (solo, perché l'unico che si è dimostrato meritevole) ciò che permette di liberarsi dal lavoro: un'incubatrice per uova.

Al di là dell'assoluta inutilità di quel particolare strumento per Jeff Hawke in particolare, e per tutta la specie umana in generale, l'interesse per sollevare una intera specie da una forzosa necessità che ne occupava la maggior parte del tempo era forse ciò che rendeva alieni gli extraterrestri: forse ben più che non il loro aspetto noctorapace. E benché il tipo di lavoro nel fumetto fosse ben diverso dal lavoro manuale dell'operaio, quello che la rivoluzione industriale avrebbe potuto fare sarebbe stato proprio il cancellare la necessità del lavoro.

Purtroppo, se la prima rivoluzione industriale ha reso tecnicamente superfluo il lavoro di molti, ciò non è stato accompagnato da una rivoluzione culturale, sociale e forse soprattutto economica che giustificasse ed accettasse questa ridondanza. In tal senso, i luddisti identificarono correttamente la causa più immediatamente pratica del “problema” disoccupazione, ma non riuscirono ad andare oltre la visione di tale situazione come “problema”; persino le successive analisi che portarono a tenativi di rivoluzione delle strutture sociali (più o meno fallite) rimasero comunque ancorate a quella visione dell'economia legata alla produzione che è la causa stessa, in un certo senso, del concetto di disoccupazione come modernamente inteso.

Paradossalmente, quindi, a quella rivoluzione industriale che avrebbe potuto rendere superfluo il lavoro si sono associati mutamenti economici e sociali che ne hanno invece ingigantito la necessità. È su questo tema che verte il famoso aneddoto del turista americano e del pescatore messicano:

Un turista americano, sul molo in un piccolo villagio costiero messicano, assiste all'attracco di una piccola barca con a bordo un pescatore locale. Mentre il pescatore scarica i tonni albacora che ha pescato, il turista si avvicina e lo complimenta per il pescato, domandando poi quanto tempo abbia impiegato a prenderli. «Non molto.» risponde il messicano. «Perché non stai fuori ancora per prendere più pesce, allora?» «Questo è più che sufficiente per sostenere la mia famiglia.» «E cosa fai con il resto del tuo tempo?» «Mi sveglio tardi la mattina, vado un po' a pesca, gioco con i miei bambini, faccio siesta con mia moglie, Maria, poi la sera scendo al villaggio dove bevo un bicchiere di vino e suono la chitarra con i miei amici. Ho una vita piena.» racconta il messicano. Il turista, sardonico: «Ah, posso aiutarti. Dovresti spendere più tempo a pescare; con il ricavo potrai prendere una barca più grossa, e poi forse più d'una: arriveresti ad avere un'intera flotta di pescherecci. Invece di vendere il pescato ad un intermediario potresti venderli direttamente all'industria di lavorazione del pesce; persino aprire la tua propria industria, alla fine. Controlleresti tutta la linea, produzione, lavorazione, distribuzione. Potresti lasciare questo villaggio di pescatori, spostarti a Città del Messico, quindi a Los Angeles, o anche New York, e da lì dirigere questa impresa sempre più grande.» Ed il messicano chiede: «Ma quanto mi ci vorrebbe?» «Oh, 15, 20 anni forse.» «E poi?» «Oh, questa è la parte migliore!» esulta il turista «Al momento giusto trasformi la compagnia in una società per azioni, vendi tutto, e diventi ricco, faresti milioni.» «Milioni? … e poi?» «E a questo punto potresti anche andare in pensione, trasferirti in un piccolo villaggio di pescatori dove poter dormire fino a tardi, giocare coi bambini, fare la siesta con tua moglie, scendere al villaggio la sera per bere un bicchiere di vino e suonare la chittara con i tuoi amici.»

(D'altra parte, l'ingigantimento del bisogno di lavorare associato alla riduzione della necessità di farlo non è certo l'unico paradosso dell'economia capitalista che con l'industrializazione è legata a doppio filo: pensiamo alla ‘bontà’ di una (piccola) inflazione; alla generazione di bisogni fittizi e la conseguente corsa all'insoddisfazione; o all'andamento in Borsa del titolo di un'azienda, al suo sostanziale prescindere da valutazioni oggettive del suo valore ed al suo essere legato alla percezione del suo futuro, con facili manipolazioni di massa —verso l'alto e verso il basso; o alla produzione di cibo in quantità tali da richiedere la sua distruzione per mantenerlo commercialmente conveniente, pur con intere nazioni che muoiono di fame. Ed in un diverso momento non mi dispiacerebbe indagare su motivazioni ed origini per questo purtropo fondamentale aspetto delle società contemporanee.)

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20090329

Irretiti invisibili significanti Terza Rivoluzione Industriale

Un essere umano che leggesse il calendario delle Letture di San Nicolò l'Arena non avrebbe grosse difficoltà ad identificarlo come tale. Fino a qualche giorno fa, un programma che ‘leggesse’ quella stessa pagina non ne avrebbe invece potuto estrarre i dati essenziali (ovvero le date ed i temi degli appuntamenti).

In questi termini, ciò che differenzia la macchina dall'uomo non è tanto un diverso rapporto tra qualità e quantità d'informazione, quanto piuttosto la diversa forma: la mente umana ha più agio nella comunicazione verbale (orale o scritta) composta in un linguaggio naturale, che è invece notoriamente difficile da elaborare automaticamente (e non parliamo poi dell'informazione visiva).

Mi soffermo sulla forma piuttosto che sulla qualità dell'informazione perché una valutazione qualitativa della comunicazione informale può essere solo contestuale, ed è intrinsecamente soggettiva (ma esistono valutazioni qualitative che non lo sono?). Ad esempio: la (potenziale, e talvolta ricercata) ambiguità del linguaggio naturale aumenta o diminiuisce la qualità dell'informazione comunicata?

Una visione della Rete —e qui parliamo di qualcosa che sicuramente interresserebbe lo Sposonovello, e forse anche Tommy David, ma non certo, ad esempio, Yanez— come mezzo universale per dati, informazione e sapere (secondo il suo padre fondatore Tim Berners-Lee) deve quindi scendere a patti con il fatto che la fruibilità umana e quella automatica hanno richieste ben distinte; e per lungo tempo (e per ovvi motivi) quella umana ha avuto un'alta priorità, rendendo arduo il compito, ad esempio, di quei motori di ricerca (meccanismi automatici di raccolta ed elaborazione (indicizzazione) delle informazioni) cui gli esseri umani stessi si appoggiano per trovare le informazioni di cui vorrebbero fruire.

Se gli esseri umani devono passare attraverso i computer per trovare le informazioni scritte da altri esseri umani, ed i computer non sono (facilmente) in grado di ‘comprendere’ le stesse informazioni, è evidente che si pone un problema. Ed è altrettanto evidente che, nell'attesa che la singolarità tecnologica porti ad un'intelligenza artificiale (che si speri non degeneri in Skynet) in grado di interpretare autonomamente le forme d'informazione umanamente fruibili, è necessario che chi produce le informazioni stesse (e quindi, gli esseri umani stessi) le presentino in una forma consumabile dalle macchine. Ma se l'utenza finale è sempre un altro essere umano, è evidente che le forme umanamente ostiche offerte da certe proposte per la costruzione della Rete ‘semantica’ non sono meno problematiche di quelle attuali.

Una promettente soluzione in questo senso è quella di nascondere le informazioni per le macchine in tutta quella montagna di metainformazioni che sono già presenti (per altri motivi) nelle pagine che propongono contenuti per gli esseri umani: nascono così i microformati, che permettono allo stesso calendario di essere fruibile dalla macchina.

E adesso ho la smania di microformatizzare il mio blog, ma l'unica cosa di nota che sono riuscito a fare è stato aggiungere i tag XFN al blogroll. (Rimando ad altra sede una dissertazione sull'utilità.)

permalink | scritto da in data 29 marzo 2009 alle 16:22 | Stampastampa
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20090319

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.2 Il tema Terza Rivoluzione Industriale

Il termine ‘informatica’ nasce come crasi di ‘informazione’ ed ‘automatica’: spesso indicata con IT (Information Technology, Tecnologia dell'Informazione), l'informatica rappresenta infatti la possibilità di gestire, in maniera automatizzata e quindi con un ridotto intervento umano, grandi quantità di informazioni. I cardini dell'informatica sono quindi la possibilità di raccogliere grandi quantità di dati, e la possibilità di elaborarli. L'indirizzo di sviluppo preso dagli elaboratori elettronici (volgarmente detti computer, e che in fondo non sono altro che calcolatrici molto complesse) ha dettato poi in particolar modo che questi cardini si realizzassero innanzi tutto con il meccanismo della digitalizzazione, ovvero la trasformazione di qualunque tipo di informazione in numeri; e la prima, forse la più importante conseguenza di questo è stata la replicabilità infinita: l'informazione digitale può essere replicata innumerevoli volte senza che vi sia perdita d'informazione4

Ma la terza rivoluzione industriale ha portato con sé qualcosa di inatteso, imprevedibile, rivoluzionario: internet. Ed è un po' di questo che vorrei parlare, cercando di evidenziare alcuni punti che pur non riuscendo a descrivere completamente la vastità dell'impatto che ha avuto la possibilità di collegare tra di loro tutti i computer del mondo, ne possano far emergere alcuni aspetti. E se possibile, cercherò di indicare qualcuna delle potenzialità ancora inespresse di questo strumento.

Internet è una raccolta di metodi e mezzi di comunicazione tra computer: è quindi, sostanzialmente, uno strumento per scambiare informazioni, nel senso più generico del termine. Internet, come in generale la tecnologia, viene criticata per la sua capacità di alienare le persone dai rapporti sociali ‘diretti’; tuttavia, internet permette al contempo la creazione di nuovi rapporti sociali, con strutture e di natura molto diverse, sia tra di loro sia dai rapporti reali. E l'isolamento materiale cui può portare internet ha come controparte la possibilità di far uscire dall'isolamento chi altrimenti vi si troverebbe, per il contesto (reale) ostile in cui vive o per qualunque altro motivo. Comunità che non potrebbero esistere per le grandi distanze materiali che separerebbero i membri diventano improvvisamente possibili in ‘luoghi’ virtuali.

Ma soprattutto internet è il Luogo dell'Informazione.

Fino all'avvento su larga scala del cosiddetto Web 2.0, le pagine web erano fonti sostanzialmente statiche d'informazione, in mano ad un numero relativamente ristretto di persone, fruibili secondo canoni non molto dissimili da quelli dell'informazione nel mondo reale; i newsgroup su Usenet ed i canali tematici su IRC sono stati i luoghi dove sono nati i paradigmi di una fruizione molto più dinamica ed attiva dell'informazione.

La diffusione dei blog, delle wiki, dei forum, del social networking ha portato questo nuovo paradigma alla ribalta: chiunque5 (può) genera(re) informazione, e chiunque5 ne può usufruire. L'utente non è più un consumatore, fruitore passivo, ma un prossumatore, fruitore attivo che produce oltre a consumare.

Un altro aspetto sorprendente di internet è la rapidità con cui questi nuovi concetti, questi nuovi modi di vivere e di pensare si diffondono; se le precedenti rivoluzioni industriali avevano accorciato drasticamente i tempi di trasporto di persone ed oggetti, la terza rivoluzione industriale ha praticamente annullato i tempi di trasporto di informazioni ed idee: ma fuori da ogni aspettativa, ne ha anche accorciato i tempi di assimilazione.

Una delle motivazioni di questa sua capacità è da cercare sicuramente nella struttura che internet è riuscita finora a mantenere: una struttura che nella sua forma nativa, originale è sostanzialmente anarchica, incontrolllata se non addirittura incontrollabile. E proprio questo la rende sempre più una pericolosissima minaccia per il potere; e proprio per questo motivo essa è sempre più oggetto di attacchi ed aggressioni che mirano ad eliminarne tutte quelle caratteristiche che ne hanno decretato il successo.

Per inciso, non solo i tradizionali poteri politici trovano in internet un pericoloso nemico: anche più subdoli, ma non per questo meno aggressivi, poteri economici di vario genere si trovano a dover combattere con la rivoluzione culturale che internet ha alimentato. Molti dei grandi imperi economici che hanno costruito la loro fortuna su un sostanziale monopolio dei canali di comunicazione e distribuzione si scoprono improvvisamente superflui.

Ad esempio, la produzione in studio di un disco musicale, la creazione dei vinili, la loro distribuzione, sono (erano) processi effettivamente costosi che possono (potevano) giustificare le £20.000 del costo dell'oggetto. La maggiore semplicità di produzinoe ed il più ridotto costo della materia prima rende molto più sospetti i 20€ del compact disc, anche considerando l'inflazione. E quando si arriva alla distribuzione elettronica, viene da chiedersi dove vadano i $10 dell'album comprato online.

Non a caso la proposta di legge censoria proposta dalla Carlucci (che casca così almeno per la seconda volta nell'errore di prestare faccia ad argomenti evidentemente ben al di fuori della sua comprensione) è stata redatta in realtà dal presidente di Univideo (un blog a caso che ne parla), molto più interessato alle violazioni del copyright che non alla pedofilia (la scusa universale per far passare qualunque porcata: il più immondo insulto per chi veramente è stato vittima di abusi sessuali).

L'archetipo della censura di internet è sicuramente la Cina, che con la sua Muraglia Elettronica impedisce ai cinesi di visitare siti locali e stranieri ‘pericolosi’, ‘sediziosi’, ‘terroristici’ (guai a parlare di piazza Tiananmen o della questione tibetana). Ma quanti italiani sanno che simili meccanismi di censura sono da tempo in opera anche in Italia, già da prima dell'emendamento D'Alia? Io l'ho scoperto quando il meccanismo (ufficialmente utilizzato, poco efficacemente peraltro, per bloccare presunti siti pedopornografici ed i siti di gioco d'azzardo che non hanno accordi fiscali con l'Italia) venne utilizzato per bloccare The Pirate Bay (un motore di ricerca per BitTorrent che, come tutti i motori di ricerca, indicizza anche materiale protetto da copyright e distribuito illegalmente), sollevando un notevole polverone in molti ambienti.

In questo modo il potere politico si manifesta per l'ennesima volta alleato (perché stavolta non è più semplicemente succube del lobbying, avendo ben motivo di temere e necessità di difendersi dalla grave minaccia dell'informazione libera) di altri forti poteri economici, costruiti su privilegi non più giustificabili nei nuovi scenari tecnologici. E se con la crassa ignoranza che contraddistingue i nostri uomini di potere in Italia si assiste solo a dei patetici (ma non per questo meno pericolosi) attacchi censori, nei più scafati e sofisticati ambienti del potere mediatico statunitense si tenta di uccidere la neutralità di internet cercando di forzarla in quei meccanismi selettivi che contraddistinguono le reti televisive via cavo (un mondo che, con i vantaggi e svantaggi del caso, da noi è arrivato tardi e male).

Ma nonostante lo sfacelo e la decadenza che vedo intorno a me, nonostante l'incalzare degli attacchi, ci sono segni e segnali che mi fanno sperare che internet possa ancora resistere, e forse persino salvarsi, evolvendo nel peggiore dei casi in qualcosa di ancora più inattaccabile.

permalink | scritto da in data 19 marzo 2009 alle 0:01 | Stampastampa
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20090317

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.1 Introduzione Terza Rivoluzione Industriale

Una piccola digressione.

C'è chi vede nella crisi che stiamo vivendo il (da certuni tanto atteso) crollo dell'ideologia capitalista: una descrizione che pur nel suo essere tragicamente riduttiva riesce comunque a sottolinearne un aspetto1. È interessante osservare come questo aspetto della crisi stia stato violentemente accelerato dal fallimento delle grandi esperienze comuniste (Cina e blocco sovietico) che, con la loro transizione ad un capitalismo molto meno controllato e quindi più vicino a quello teorico di quanto non lo sia (soprattutto ormai) il capitalismo occidentale, hanno inondato un mercato già saturo con manodopera e merci sottocosto per gli standard occidentali: il colpo di grazia per il già impossibile bilico su cui era fondata la finanza ad alto rischio che con il proprio crollo ha finalmente portato la crisi sui giornali: e molto si potrebbe dire sul modo in cui l'informazione è stata pubblicata, e molto di più ancora si potrebbe dire su quello che si cerca di fare per ‘fermare’ la crisi (o forse sarebbe più opportuno dire: quello che si fa utilizzando la crisi come scusa).

È anche interessante notare che il Paese europeo maggiormente colpito dalla crisi è stato (almeno finora) l'Irlanda, nazione che giusto nell'ultimo decennio del secolo scorso era riuscita ad assurgere a seconda potenza economica europea grazie anche ad una politica di levità fiscale mirata ad attirare investimenti esteri (sui contributi della Comunità Europea non si sa bene se abbiano fatto bene o male: ovviamente i libertari sostengono che abbiano fatto più male che bene, nonostante il loro riuscito investimento nelle infrastrutture che sarebbero altrimenti collassate sotto la grande espansione); per contro, i meno colpiti sono i soliti Paesi socialisti della regione baltico-scandinava2.

La crisi ha colpito un po' tutti i settori, primo fra tutti quello bancario e finanziario, quel campo trasversale che gestisce i capitali che alimentano tutti gli altri settori; ed anche nelle piccole finanze domestiche il dramma s'è fatto sentire: con tutto l'ottimismo del mondo, se i soldi non arrivano a fine mese non ci arrivano, e divenire oculati negli acquisti diventa una necessità, non più una scelta. Per essere più ottimisti bisognerebbe avere più soldi, o almeno qualche forma di garanzia della possibilità di averli: niente posto, niente soldi, niente acquisti; niente posto fisso, niente garanzie, niente prestiti.

Sembrerebbe che ormai persino i più accaniti difensori dell'aumento della produttività (come se il produrre di più a meno aumentasse la disponibilità economica della larga parte degli acquirenti, o risolvesse il problema della saturazione del mercato) si stiano rendendo conto che il vero problema è la drastica riduzione del potere d'acquisto; ma ovviamente non c'è da sperare che soluzioni opportune vengano proposte e men che mai attuate, visto che l'idea di ridistribuire piuttosto che accentrare le risorse economiche va contro tutti i principî fondanti su cui è cresciuta la classe dirigente (economica, industriale e politica) italiana e non solo (ricordiamo ad esempio i manager che si alzano lo stipendio anche quando la loro azienda corre verso il fallimento). E nonostante dovrebbe ormai essere evidente a tutti che questo tipo di approccio è tuttaltro che salvifico per la situazione generale, ben poco invita a credere che l'atteggiamento cambierà: non è purtroppo solo a Catania che imperversa la mentalità del perseverare nell'errore anche quando è evidente che sarebbe opportuno provare strade alternative.

(Anzi, devo dire che in tal senso la recente proposta di alcuni parlamentari del PD di devolvere il 25% del loro stipendio ad un fondo per disoccupati (che porterebbe fino a 6 milioni di euro al mese, che sono più di seimila indennità di disoccupazione) è stata una sorpresa: bazzecole inadeguate, ma comunque una manifestazione, un segnale nella giusta direzione. Certo l'idea non è buona come certe mie idee in tal senso, tipo l'equiparazione del parlamentare a co.co.co, con tutte le conseguenze del caso; e stipendio a questi dipendenti pubblici a tempo determinato fissato per referendum. Ma tutto considerato è purtroppo il meglio che ci si può aspettare dall'attuale nostra classe politica.)

Benché la cosa possa apparire abbastanza scollegata dal resto, vorrei però concentrarmi su un settore che ha sempre avuto un comportamento molto anomalo rispetto ai flussi e riflussi dell'economia, un settore a cui sono da tempo attratto per altri motivi, ma che per questi suoi bizzarri andamenti (ma non solo) è molto più interessante da osservare: quello dell'informatica, nei suoi aspetti più (hardware) e meno (software) concreti. Questo pilastro della terza rivoluzione industriale, in un contesto come quello attuale, ha cose molto interessanti da dire, a saperlo ascoltare; ha interessanti prospettive da mostrare; e forse persino qualche speranza da apprire.


1 koan: Shuzan alzò il suo corto bastone e disse: “Se questo lo chiamate un bastone corto, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Orbene, come volete chiamarlo?”

2 in realtà forse il caso dell'Islanda è forse più tragico e grottesco di quello dell'Irlanda

permalink | scritto da in data 17 marzo 2009 alle 9:31 | Stampastampa
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20090316

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.0 Prologo Terza Rivoluzione Industriale

Si parla ormai apertamente di crisi (anche troppo apertamente, secondo certuni). La crisi porta con sé incertezze e paure, in primis quella di perdere quei privilegi, quei beneficî cui ci si è abituati al punto da ritenerli imprescindibili diritti; e molto si potrebbe dire di come la paura sposti la gente a destra: non a caso le campagne mediatiche di quelle parti politiche, vicino e lontano dalle elezioni, sono sempre incentrate sulla paura, facilmente pilotabile verso un Nemico o l'Altro secondo l'opportunità del momento (ebrei, comunisti, extracomunitari, albanesi, pedofili, arabi, mussulmani, rumeni1, talibani2, rom1 … un grande potpourri in cui non è nemmeno importante capire bene di cosa si sta parlando); e si potrebbe parlare di quanto sia quindi importante non eliminare mai le cause reali dei problemi, in modo che il gregge accetti supinamente ordinamenti sempre più draconiani e restrittivi la cui unica vera mira è quella di aumentare il controllo sulla popolazione permettendo al potere di mantenersi.

Ad esempio, nessuno si domanda quanto sia paradossale che nonostante la salita al potere del governo Berlusconi IV, l'affiancamento dell'esercito alle forze di polizia, l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma —ricordiamo che il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale fu proprio quanto fosse diventata insicura la città con Veltroni, battendo proprio su un caso di stupro— non vi sia stata nessuna sostanziale alterazione nell'andamento dei crimini, già in calo dal 2006 nonostante il sempre maggior tempo dedicato alla crona nera dall'informazione; nessuno si va a chiedere perché già prima di identificare i responsabili di uno stupro si presentava come futura soluzione al problema la costruzione di ghetti per zingari e rom; in effetti, nessuno si va a chiedere perché si dovrebbero mettere in gioco i militari a far servizio di polizia: se cinque corpi di polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Regionale, Polizia Municipale) non sono sufficienti forse c'è qualche altro tipo di problema. Ma chi si pone la questione? L'importante è poter avere l'illusione di sentirci sicuri (ma non troppo).

Ovviamente, la gestione del potere dipende in maniera sostanziale dalla gestione dell'informazione: una gestione che può assumere forme più o meno subdole. La forma data ad una notizia segna pesantemente il cosa pensare, ma è spesso sufficiente, con molto meno sforzo, guidare l'a cosa pensare, pesando opportunamente le notizie o non dandole affatto (quanto e dove è girata in Italia la notizia della condanna in primo grado di Mills?). Ma il controllo dell'informazion diventa ancora più cruciale quando ci si avvicina a chi gestisce il potere, perché non è importante che i misfatti non vengano compiuti, ma che non si vengano a sapere.

Non a caso i militari statunitensi che hanno diffuso le immagini delle torture di Abu Ghraib sono stati i primi a venire puniti. Non a caso la legge di questo governo sulle intercettazioni, nel suo progetto iniziale (fortunatamente accanitamente combattuto), non solo le rendeva praticamente ineffettuabili, ma soprattutto ne impediva la pubblicazione. (Altro paradosso: da un lato in nome del ‘diritto alla privacy’ (che meriterebbe un discorso a sé stante) si cerchi di istituzionalizzare la disinformazione del cittadino, dall'altro ci si dimentica dello stesso diritto per spingere invece per aumentare i meccanismi di sorveglianza sui cittadini stessi.) Sarà mica perché i giudici, dopo tutto, sono più facili da comprare che l'opinione pubblica? Sarà perché non tutte le porcherie sono crimini? (Ma poi mi chiedo: mettiamo, ipoteticamente parlando, che si scoprisse ad esempio che realmente la Gelmini è diventata ministro spompinando Berlusconi, e supponiamo che i documenti che lo provano diventino di dominio pubblico nonostante tutti i tentativi fatti per distruggerli perché non pertinenti alle indagini in cui sono stati procurati; alla maggior parte degli italiani gliene fregherebbe niente, se la cosa fosse vera e documentata? Mi guardo attorno e l'etica e la morale che vedo diffuse accetterebbero la cosa tranquillamente, se non addirittura con quel pizzico d'invidia che molti provano per i ‘furbi’ che riescono a ‘fottere il sistema’ salendo i gradini della scala sociale con favoritismi, clientelismi, raccomandazioni e pura e semplice prostituzione, ormai sempre più senza nemmeno quell'ipocrita velo della finta indignazione.)

Nel peggiore dei casi, quando le minacce (legali e meno legali) diventassero inutili, si può sempre ammazzare l'Anna Politkovskaya o il Giuseppe Fava di turno.

Ma se non è difficile ottenere il controllo dell'informazione giornalistica e radiotelevisiva, vi è un altro terreno su cui è molto più difficile imporsi, un terreno in cui l'informazione regna senza controllo.


1 interessante anche il giochetto mediatico del ‘romeno’ con cui ci si libera della necessità di distinguere tra rom e rumeni, due popoli completamente distinti da ogni punto di vista e che non si vedono nemmeno di buon occhio l'un l'altro; confoderli semplifica la vita ed aiuta ad usare i rumeni come scusa per ghettizzare i rom, ed i rom per stimmatizzare i rumeni, ora che gli albanesi non fanno più notizia

2 e non talebani come la massiccia ed ignorante anglicizzazione del giornalismo italiano vorrebbe

permalink | scritto da in data 16 marzo 2009 alle 0:41 | Stampastampa
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20090301

SIAE Addendum Terza Rivoluzione Industriale

Il presidente francese Sarközy è stato accusato di violazione di diritto d'autore.

La notizia è parecchio interessante perché la presidenza francese è una delle principali promotrici della legge (che vorrebbe europea) della “risposta graduata”; la legge prevede che un ente appositamente designato (Hadopi), qualora venga segnalata (da altri enti autorizzati a farlo) una violazione di diritto d'autore online (scaricamento o condivisione di file contenenti materiale protetto da), proceda inviando dapprima una lettera di diffida all'accusato, a cui dovrebbe seguire, se la situazione d'infrazione prosegue nei sei mesi successivi, una raccomandata con ricevuta di ritorno (sempre di diffida) e nel caso in cui la situazione continui a persistere, di disconnettere per un periodo dai tre mesi ad un anno l'accusato.

Al di là della quanto mai sospetta e discutibile (nonché probabilmente incostituzionale) sufficienza di un'accusa per procedere alla disconnessione (si torna alla violazione della presunzione d'innocenza, principio che sussiste anche in Francia), ovviamente, ciò che (non?) fa notizia è l'ipocrisia del promotore di questa meravigliosa iniziativa.

Chissà se Sarközy, come farebbe Berlusconi, se la prenderebbe con quei comunisti delle case discografiche.

permalink | scritto da in data 1 marzo 2009 alle 23:43 | Stampastampa
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20090225

La mafia del copyright Terza Rivoluzione Industriale

Da parecchio tempo ormai la protezione della proprietà intellettuale ha trascesco i limiti della criminalità ed è scaduta nel ridicolo. Come spesso accade in questi casi, l'indraconianizzarsi delle misure protezionistiche sortisce l'effetto opposto a quello originariamente inteso, portando ad una perdita totale del rispetto per i principî su cui si fondava l'idea originaria et ad una totale dissociazione tra lettera e spirito delle leggi da un lato e loro recezione del pubblico cui dovrebbero essere rivolte dall'altro.

In quanto segue partirò dal presupposto, peraltro non universalmente condiviso, che la proprietà intellettuale abbia un valore e che pertanto meriti una qualche forma di protezione.

La filosofia politico-economica moderna vuole che la protezione della proprietà intellettuale in tutte le sue forme abbia come obiettivo di stimolare la creatività intellettuale garantendo ai creatori di poter beneficiare del frutto del loro lavoro; in teoria, per evitare una stagnazione della produzione creativa, queste forme di protezione dovrebbero essere bilanciate e limitate per evitare da un lato che ‘riposando sugli allori’ il creatore non sia più stimolato a produrre ulteriormente e dall'altro che la protezione dell'originale impedisca la creazione di opere derivate, risultando in un freno invece che in uno stimolo.

Sulle varie forme di proprietà intellettuale, dal brevetto al marchio registrato, un discorso a sé stante merita sicuramente il diritto d'autore, che nella cultura anglosassone prende il nome (e le funzioni principali) di diritto di copia. In effetti, fin dall'inizio della sua non tanto breve storia, il copyright nasce principalmente come forma di controllo governativo sulle opere di stampa (lecite, controllate dalla censura) e sulla loro diffusione, sviluppandosi in seguito principalmente come meccanismo protettivo nei confronti di una corporazione (quella degli stampatori) i cui margini di profitto erano minacciati dal progressivo abbassarsi dei costi di produzione libraria. Solo in seguito, quando il giudizio negativo di larghe fette della popolazione nei confronti di questo tipo di attività diventa determinante si passa ad una prospettiva che sottolinei piuttosto il presunto aspetto di protezione della proprietà intellettuale, ovvero del contenuto ‘astratto’, artistico, letterario, musicale o quant'altro piuttosto che all'oggetto fisico che ne permette la fruizione (libro, musicassetta, compact disc o quant'altro).

Per comprendere quanto l'aspetto protezionistico corporativistico sia ancora un fondante pilastro del copyright e delle leggi sul diritto d'autore si potrebbe partire ad esempio della rapida escalation che esse hanno avuto negli Stati Uniti, uno degli ultimi Paesi occidentali a sottoscrivere la Convenzione di Berna, con oltre un secolo di ritardo rispetto ai primi firmatari.

Nel frattempo, i termini di 14 anni (rinnovabili per altri 14) della prima legge statunitense (1790) sul copyright per lavori registrati furono estesi a 28 (rinnovabili per altri 28) nel 1909. Il primo stravolgente cambiamento si ebbe 10 anni dopo la morte di Walt Disney, che estese i termini del copyright a 75 anni o la morte dell'autore più altri 50. All'approssimarsi dell'uscita dal copyright delle prime opere di Walt Disney i termini furono estesi a 95 anni dopo la pubblicazione, 120 dopo la creazione o 70 anni dopo la morte dell'autore.

(Il lobbying in realtà non è mancato anche nell'ambito della Comunità Europea, dove le leggi di estensione del copyright sono state rese retroattive per ripescare quei prodotti che, mancando il passaggio del '76, sarebbero dovuti ormai essere di pubblico dominio.)

È abbastanza evidente che nonostante le eccellenti intenzioni che si può immaginare avesse Victor Hugo quando fece pressione per una convezione internazionale (che poi si concretizzò nella già citata convenzione di Berna) per l'automatica e naturale protezione della proprietà intellettuale dell'autore dell'opera, gli effetti di quella proposta e delle sue successive modifiche si sono mosse in tutt'altra direzione.

Prendiamo in esempio il caso italiano, che coinvolge direttamente la Società Italiana degli Autori ed Editori, un'associazione nata anch'essa forse con le migliori intenzioni, ma la cui attività si è progressivamente trasformata assumendo forme che ricordano nemmeno tanto da lontano il taglieggio, il ‘pizzo’ mafioso ed altre forme ‘protettive’ da criminalità organizzata (nel caso della SIAE anche legalizzata) che beneficiano il protettore piuttosto che il protetto. A condimento della situazione italiana troviamo inoltre inoltre situazioni cui l'abitudine ha smesso di farci pensare.

Pensiamo ad esempio alla tassa SIAE imposta su tutti i supporti (audio e videocassette, CD, DVD) registrabili ma vergini (privi quindi di contenuto, ed in particolare di contenuto protetto dal diritto d'autore), nonché su tutte le apparecchiature atte alla registrazione (dai mangianastri col tasto REC ai masterizzatori), i cui proventi dovrebbero essere divisi, salvo una provvigione per la SIAE stessa e non si sa bene in base a quali criteri, tra gli autori e gli editori membri della SIAE le cui opere potrebbero essere soggette a copia illegale. La tassa assume quindi la forma di una multa preventiva. Che sarebbe un po' come mettere in carcere tutti quelli che comprano un coltello da cucina perché potrebbero usarlo per uccidere qualcuno, o tutti i preti perché potrebbero violentare qualche minorenne. La multa preventiva in questione è qualcosa che va ben oltre un processo alle intenzioni, e viola uno dei pilastri del diritto civile e penale italiano: la presunzione d'innocenza; in quanto tale è anche incostituzionale (art. 27 della Costituzione Italiana).

Ci si potrebbe poi chiedere perché la riproduzione di materiale protetto da copyright preveda non solo sanzioni amministrative, ma anche la reclusione da sei mesi a tre anni; per contro, il falso in bilancio mirato all'evasione fiscale è stato depenalizzato (coincidentalmente da quel Berlusconi che ritiene l'evasione fiscale un diritto se non addirittura un dovere morale laddove si ritenga la tassazione eccessiva): truffare 60 milioni di italiani è molto meno grave che scavalcare gli interessi di una corporazione che non ha (più, se mai l'ha avuto) motivo di esistere.

È pure inutile sperare che i recenti attriti con la FIMI possano portare finalmente ad un ben necessario ridimensionamento della parassitaggine della SIAE, ma anche con le migliori speranze il panorama governativo italiano non promette nulla di più che un eventuale adelchico rimanere del vecchio col nuovo.

Il vero cambiamento dovrà essere culturale e di massa, e nasce già da internet, formando involontariamente una generazione con una ben diversa percezione della fruibilità dei contenuti creativi. E le sempre nuove, sempre più draconiane regolamentazioni che tentino di sabotare i frutti della terza rivoluzione industriale per proteggere gli interessi di quelle corporazioni il cui strapotere economico e conseguentemente politico è vanificato dai progressi della tecnologia saranno sempre più inutili.

Dopo tutto, e mi perdoni Publio Cornelio Tacito, valgono molto più i buoni costumi che non le leggi ridicole.

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aprile