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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20100102

Inizi, termini, mutamenti Diario

Confusione. Errori. Dimenticanze. Coincidenze. Fretta. Una quantità spropositata di modi e motivi per far andar storto qualcosa. Momenti ed emozioni unici (almeno nelle intenzioni), senza il tempo di assorbirli, di viverle come magari vorresti. Tutto sfugge di mano, succede sempre diversamente da come previsto. Non sempre migliorando, anzi, più spesso peggiorando. Ma non hai il tempo non dico di porre rimedio, ma nemmeno di sentirne veramente il peso, perché già si passa ad altro.

Sono stato talmente distratto dalle cose da fare da non arrivare a sentirne l'emozione se non la sera prima, nella calma prima della tempesta, nell'ultimo ripetersi di gesti e saluti di cui non ci sarà più bisogno e che pure sono stati quasi quotidiani fino ad allora.

Della cerimonia in sé non sono significative le parole sulla soglia del ridicolo dell'ufficiale di Stato Civile, quanto la chiusura gloriosa quanto non ufficiale con selezionate preziose pregnanti letture.

L'assente più importante è la mia Sorella Maggiore, che da lì a qualche ora, in concomitanza con il taglio della torta, darà alla luce la mia prima nipote.

Quante cose sono cambiate? Ho un anello al dito, un pezzo di carta in più agli uffici del comune, presto una dicitura diversa sulla carta d'identità, ma tutto questo è solo formale.

Ho però una casa nuova. Anzi, abbiamo una casa nuova. Una casa ancora tutta da costruire, con sì e no l'indispensabile per viverci dentro. E ci viviamo. Insieme. Con un progetto —insieme— a lungo termine. In questa casa, forse; altrove, forse. Ma insieme.

È questo che cambia: avrò, avremo una diversa quotidianità, ancora da costruire, nei giorni a venire, nell'impegno ancora non assolto per creare l'ambiente stesso in cui viverla. Avremo diversi tempi, altre cose a cui pensare, a cui doverci dedicare.


P.S. Già nei mesi preparativi ho visto diminuire il tempo per raggiungere in tempi adeguati una concentrazione sufficiente a trascrivere, esternare pensieri e riflessioni. Il blog nella sua forma attuale probabilmente finisce qui, anche perché la piattaforma del Cannocchiale fa sempre più schifo. Passerò a qualcosa di diverso, probabilmente, e non sarà il classico WordPress ma più probabilmente un Ikiwiki.

permalink | scritto da in data 2 gennaio 2010 alle 23:05 | Stampastampa
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20091116

Leggi della natura, leggi dell'uomo Diario

Sia come matematico, sia come programmatore, il mio lavoro è soggetto a ben precise (quanto banali) leggi naturali.

Supponiamo ad esempio che io abbia scritto un programma che, sui computer a mia disposizione, impiega troppo tempo per ottenere il risultato atteso (ad esempio, la completa simulazione di una colata lavica). Perché sia utile, il programma dovrebbe svolgere il suo compito dieci volte più velocemente.

Per la suddetta costrizione alle leggi della natura, ci sono solo due cose che mi permetterebbero di raggiungere l'obiettivo: (1) posso scrivere codice più efficiente, ovvero far sì che il programma faccia meno calcoli (o calcoli più semplici) per ottenere lo stesso risultato, oppure (2) posso utilizzare computer più potenti, che facciano gli stessi calcoli in meno tempo. Ovviamente le due cose non sono mutualmente esclusive (posso scrivere codice più efficiente per computer più potenti).

Per qualche motivo, invece, pare che la legislazione umana preferisca seguire, in certe circostanze, strade quasi sovrannaturali: per il raggiungimento di obiettivi peraltro spesso lodevoli, certi legislatori preferiscono decretarlo piuttosto che renderlo possibile.

Vediamo qualche esempio. Supponiamo che, per risolvere ad esempio il problema della mancanza di acqua potabile, si renda opportuno sfruttare una sorgente la cui acqua, però, risulta attualmente non potabile perché ricca di sostanze dannose alla salute. Cosa si può fare per rendere potabile l'acqua?

Dal punto di vista naturale, l'unico modo per rendere l'acqua potabile sarebbe di depurarla; una legislazione in tal senso potrebbe ad esempio favorire la deburazione stanziando fondi per (co)finanziare la costruzione di impianti di depurazione.

Oppure si può decretare che l'acqua sia potabile anche con quelle sostanze in quelle percentuali.

Vogliamo costruire su terreni non edificabili perché ad alto rischio (sismico, idrico, altro)? Invece di rendere il terreno edificabile con opportune modifiche strutturali, lo dichiariamo edificabile comunque, e se fosse prevista ammenda provvediamo con una bella sanatoria.

A favore di queste brillanti ‘soluzioni’ legali a problemi che avrebbero bisogno di interventi materialmente molto più significativi non gioca solo la sostanziale ignoranza in cui viene tenuta la gente, ma anche il non trascurabile fatto che gli effetti disastrosi, inevitabili conseguenza dei problemi ignorati piuttosto che risolti, li pagano ‘altri’, molto tempo dopo.

In casi come quelli citati le leggi naturali contro cui si decreta sono abbastanza ovvie, ed è sufficiente un minimo di cultura per capire che sono sensate quanto lo sarebbe imporre che le cadenze annuali (scuola, lavoro, coltivazione dei campi, accensione e spegnimento del riscaldamento) abbiano una periodicità di 400 giorni di 25 ore (lasciando invariata la durata dell'ora), vi sono casi in cui, sempre per le stesse ragioni (ovvero la protezione degli interessi di questo o quel gruppo di potere), l'assurdità della legislazione, ed il loro dannifico potenziale, possono essere più subdoli, o se non altro è più facile farsi ingannare dall'apparentemente benefica motivazione ‘ufficiale’ messa a schermo degli interessi realmente protetti.

Su questo binario viaggiano ad esempio numerose leggi di regolamentazione e deregolamentazione dei mercati finanziari (e gli effetti del crollo che hanno causato ce li stiamo cominciand a vivere adesso); non dissimili sono le variamente celate amnisitie e sanatorie per i ‘reati da colletto bianco’ (truffe, corruzioni, evasioni fiscali, etc).

Dello stesso tipo, infine, è l'ennessimo progetto salva-Berlusconi; è indiscutibile che, tra lungaggini burocratiche ed amministrative e carenze di personale, i processi in Italia diventino spesso calvari infinitamente (se non kafkianamente) lunghi.

È altrettanto evidente che la soluzione sensata al problema sarebbe una riforma del sistema giudiziario che snellisse i procedimenti e punisse l'ostruzionismo mirato al raggiungimento della prescrizione; rimpolpare le piante organiche dei tribunali che da Bari ad Aosta si trovano costretti a rimandare i processi per mancanza di personale non sarebbe nemmeno una cattiva idea.

Questo, ovviamente, se l'obiettivo fosse veramente riportare i processi a durate ragionevoli, e non, al contrario, fermarli prematuramente togliendo loro carburante. E se oltre a Silvio Berlusconi si salvano anche i grandi truffatori di Parmalat e Cirio e i responsabili delle morti alla Thyssen-Krupp … che sarà mai?

L'importante è che il popolino creda alla baggianata del processo rapido. Alla fine, a salvarsi con le prescrizioni abbreviate saranno sempre gli stessi: dalla certezza della pena (altra ipocrita bandiera) alla certezza dell'impunità. Peccato non potermi ottimizzare il codice con lo stesso principio.

permalink | scritto da in data 16 novembre 2009 alle 22:00 | Stampastampa
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20091109

Traslochi, sospensioni, riprese Diario

Il fallimento improvviso e scoraggiante del disco fisso del proprio computer è un'esperienza tutt'altro che gradevole, anche quando l'evento cade, seppur di pochi giorni, entro i limiti della garanzia.

Il disco fisso del proprio computer personale è un po' come la propria casa: non solo contiene tutti i nostri dati, ma anche i programmi che siamo soliti usare, personalizzati e configurati secondo i nostri bisogni ed il nostro estro.

L'arrivo del nuovo disco è un po' come un trasloco: bisogna prepararlo, installare nuovamente il sistema operativo, quindi tutti i programmi, ed infine trasferire le impostazioni dal vecchio disco (o dal backup più recente). Ai tempi tecnici della reinstallazione e del trasferimento segue un lungo periodo di rodaggio in cui si va scoprendo tutto quello che ci si è dimenticato, i piccoli script sparsi in giro per il computer, programmi che si usavano solo una volta al mese e che non riusciamo più a trovare perché ci siamo dimenticati di installarli, e perché prima invece il computer si comportava diversamente in questo e quest'altro caso?

Mentre l'acquisto di un computer nuovo ha grosso modo il gusto insoddisfacente di un subentro, con la netta sensazione che ciò che si va creando non sia veramente ‘nostro’, avere a disposizione un disco fisso nuovo, intonso, ha con sé l'immenso vantaggio di potercisi sbizzarrire liberamente. Ad esempio, se sul disco fisso originario c'era Vista e mi ero limitato a ridurne la partizione per fare spazio a Linux, il nuovo disco fisso è stato incignato dall'ultima Debian testing (subito promossa ad unstable). Dalla mia idea originaria di non fare vedere Windows a questo computer nemmeno con il binocolo sono però poi passato a più miti consigli suggeriti dall'esperienza dell'anno passato; sfruttando la modernità del sistema, ho relegato Windows ad una piccola macchina virtuale con quel minimo di spazio (comunque troppo) richiesti dall'installazione di Windows e di quei programmi che nemmeno a colpi di legno riescono per ora ad andare sotto WINE, come ad esempio l'infame Microsoft Office, l'uso del cui Excel mi è richiesto da certi fogli con macro poco digeribili dall'OpenOffice.

Il periodo tra la morte del disco fisso precedente e l'arrivo e messa in funzione di quello nuovo mi ha anche portato ad apprezzare cose sulle quali in precedenza ero un po' scettico o delle quali ignoravo certe potenzialità.

Ad esempio, l'immenso potere non solo della console (la famigerata ‘linea di comando’ della quale sono sempre stato un grande fan), ma in particolar modo del comando screen: lanciare irssi in screen sul fedele server domestico, e poter poi accedere a quella sessione da qualunque altro computer connesso ad internet, senza duplici presenze o inutili disconnessioni.

Ho anche scoperto la preziosa importanza della ‘nuvola’: sono sempre stato molto scettico nei confronti della “cloud computing”, la buzzword con cui da Google alla Microsoft, da Yahoo! ad Amazon, dalla Apple a chi-vuoi-tu, si cerca di convincere la gente a caricare tutti i propri dati, documenti, email, foto e quant'altro, online. Sono sempre stato scettico perché soluzioni come quella di Google Docs mancano di garanzie di sicurezza, perdita del totale controllo che si ha normalmente sui propri documenti; ma quando il tuo ultimo backup risale a due mesi prima e tutto ciò che si salva si salva grazie alla ridondanza di copie sparse tra server domestici e computer universitari, il principio assume un colore diverso, e si capisce che il problema non è tanto la perdita di privacy (ho pochi dubbi sul fatto che aziende come Google sfruttino servizi come Docs anche per l'accumulo di usage patterns e quant'altro), ma piuttosto il rischio di ‘disappropriazione’ del proprio. La soluzione è quindi un compromesso, dove il remoto non è una sostituzione al locale, bensì una sua copia; dovrebbe andare tutto sotto un sistema come git, in sostanza.

La prima settimana senza il mio computer personale mi ha anche allontanato (comprensibilmente) dalla mia solita vita virtuale; mi ha quasi commosso la premura di chi mi ha contattato preoccupato per la mia salute quando sono finalmente tornato online, e sono lieto che il Karmic Koala gli abbia risolto tutti i problemi che Linux gli aveva offerto a ricompensa della pervicacia con cui si ostinava a volerlo provare.

Tornare online ha richiesto un paio di giornate per riprendere le fila degli arretrati di FriendFeed; nel resto del mondo, però, non è cambiato nulla, nel frattempo.

Alla distruzione dell'istruzione pubblica seguono gli ultimi colpi all'informazione (si accettano scommesse sulle future cancellazioni di Report, Blu Notte, ed i pochi altri programmi TV che osavano parlare di tutto il marcio in cui sprofonda la nostra nazione), la pubblica sicurezza continua a massacrare i cittadini scomodi, la un tempo nobile Arma si trova coinvolta in strani casi di ricatto (che coinvolgendo trans ed esponenti dell'opposizione fanno molto più notizia del commercio di cariche pubbliche e posti in TV in cambio di sesso in cui si trova coinvolto Berlusconi, che può dare le proprie non-risposte alle ormai famose 10 domande di Repubblica parlando senza contraddittorio da Bruno Vespa —la par condicio la si impone solo ai comunisti di Annozero), Brunetta può dire “vadano a morire ammazzati” impunemente mentre la vignetta di Biani contro Brunetta fu dichiarata «pericolosamente ambigua», così come il gruppo di Facebook in cui si esorta all'omicidio di Berlusconi merita censura, ma non tutti gli altri gruppi sullo stesso tono che popolano quel social network, le riforme della giustizia del premier continuano ad avere come unico obiettivo il decesso prematuro dei processi a suo carico (così che lui possa reiterare, anche dopo condanna, che la prescrizione è una conferma di innocenza) alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale, Brunetta non parla troppo forte dell'inutilità delle sue draconiane misure, i TG parlano di come tutto vada bene pubblicando sondaggi fatti prima che la crisi arrivasse dalle nostre parti, lo Stato peggiora la propria situazione contabile nonostante i mostruosi tagli ai servizi pubblici, ed alle grandi acclamazioni a favore della meritocrazia seguono atti che fanno di tutto per contrastarla (vedi la guerra tra la Gelmini ed il TAR del Lazio sull'inserimento a pettine nelle graduatorie).

Le buone notizie arrivano solo dall'estero: una corte svedese dà ragione all'ISP che si rifiuta di bloccare The Pirate Bay, quella europea ci ricorda che uno Stato laico non può imporre la presenza di un simbolo religioso in luoghi come scuole e tribunali (sentenza che trova d'accordo non solo agnostici ed atei, ma anche i cristiani non cattolici e persino qualche cattolico, mentre La Russa, pieno di sentimenti brunettamente cristiani, invita alla morte tutti quelli che con la sentenza sarebbero d'accordo), la Norvegia è lo Stato più vivibile del mondo (probabilmente non contando clima e cibo).

Chissà se la coglionaggine italiana è genetica o la si impara dal grembo materno come la cantata linguistica.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2009 alle 1:22 | Stampastampa
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20091008

Crimen legis Diario

Cos'è un crimine?

La domanda non è retorica.

Che legalità e giustizia siano concetti distinti (non foss'altro che perché la prima è definita in termini molto concreti —carta canta, per così dire, almeno dai tempi del codice di Hammurabi—, laddove la seconda —mi si risparmi una maiuscola— rimane un concetto quantomeno fumoso oltreché astratto) non è cosa nuova.

Possiamo far discendere da questo, ed accontentandoci di lasciare al termine ‘criminale’ l'ambiguità che ha nell'uso comune, una distinzione tra criminalità e legalità?

Non è difficile trovare esempi di comportamenti illegali e che tuttavia non si potrebbero (almeno al di là del linguaggio tecnico giuridico che esula dalle mie conoscenze) definire criminali: dalla sodomia tra adulti consenzienti in uno qualunque dei momenti storici e luoghi geografici in cui è stata dichiara illegale al salvataggio di sudanesi alla deriva (caso, almeno questo, finito con tardivo buonsenso).

Più interessanti sono i casi di comportamento criminale nell'ambito della legalità. E non mi riferisco qui al caso di quelle leggi platealmente criminali delle quali non solo è piena la storia, ma si ritrovano esempi anche hic et nunc.

No, mi riferisco a quel tipo di comportamento che approfitta di insufficienze legali o più spesso lacune applicative (vuoi per connivenza, vuoi per disinteresse) per garantire immunità, sollevare da ogni responsabilità, di fronte alle drammatiche, tragiche conseguenze di un atto che già il semplice buon senso sarebbe dovuto essere sufficiente a sconsigliare.

I morti e gli sfollati di Messina non sono frutto di un annunciato disastro naturale, ma di criminale negligenza legalizzata, condoni e «piani casa». E poiché è tutto legalmente in regola, a piangerne le conseguenze saranno solo le vittime dirette, e dall'intera catena di artificî e protezioni che ha permesso ciò non cadrà un mattone. Come per tutto ciò i cui effetti vengono pagati da altri dieci, venti, trent'anni dopo.

permalink | scritto da in data 8 ottobre 2009 alle 15:25 | Stampastampa
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20090822

Da pari a pari Diario

La Rete con cui la gente ha normalmente a che fare quando naviga in Internet o legge la posta è una rete in cui i computer sono fortemente caratterizzati dal ruolo che detengono nel continuo flusso di dati ed informazioni che l'attraversano: vi sono i server, computer centrali dediti (e dedicati) alla distribuzione di contenuti, e i client, i computer che ciascuno di noi utilizza per usufruire delle informazioni distribuite dai server.

Esistono anche reti di tipo diverso, reti non a caso dette “da pari a pari” (peer to peer), reti i cui costituenti non sono caratterizzati da un ruolo specifico, e che svolgono contemporaneamente il ruolo di distribuzione e di ricezione di contenuti; queste reti, molto vicine a quelle che furono nella proto e preistoria di Internet, sono ormai per lo più note in quanto canali di distribuzione (illegale) di materiale coperto da diritto d'autore: eMule, BitTorrent sono che hanno fatto persino le pagine dei giornali.

Se la struttura gerarchica client/server nasce dalla necessità tecnica di distribuire grandi quantità di dati, distribuzione che necessita di molte più risorse di quelle disponibili al singolo computer domestico ed alla singola connessione domestica, le reti paritarie aggirano il problema dei limiti del singolo utente domestico sfruttando la forza di una collettività di piccole utenze poco potenti per raggiungere e superare le capacità delle poche grandi utenze.

In più, le reti paritarie hanno il vantaggio di essere ‘scomode’ perché più difficili da attaccare, da controllare, da censurare. Un contenuto scomodo (vuoi perché illegale, vuoi perché compromettente per un potente) ospitato su un server è (relativamente) più facile da sopprimere, agendo in casi estremi anche fisicamente contro il server che lo ospita; ben più difficile è bloccare la diffusione dello stesso contenuto su una rete paritaria, dove il contenuto si trova sparso e replicato su una grande molteplicità di nodi della rete.

In altre parole, la qualità di una rete paritaria risiede nella sua capacità di essere ridondante: chi usufruisce di un contenuto lo condivide con altri già mentre lo sta scaricando da altri che lo forniscono. In effetti, mentre nelle reti client/server a contraddistinguere i nodi della rete è il ruolo (sostanzialmente prefissato) che esse vi svolgono, nelle reti paritarie ciò che contraddistingue i nodi è il “carattere” di ciascun nodo nei confronti della distribuzione.

Ai due estremi abbiamo: da un lato il seeder (da seed, seme), che è inizialmente colui che immette un nuovo contenuto nella rete, ed in seguito chiunque altro, pur avendo finito di scaricarlo, continua a condividerlo; dall'altro, il leecher (da leech, sanguisuga), che si limita a scaricare, senza offrire nulla in cambio, in casi estremi rifiutando di condividere con altri persino il materiale in corso di scaricamento.

Ovviamente, una buona rete è una rete con pochi o nessun leecher e con una discreta quantità di seeder che non solo forniscono nuovo materiale, ma mantengono anche disponbile materiale più datato. Per questo motivo alcune reti (come per esempio quella di eMule) cercando di scoraggiare il leeching ed incoraggiare il seeding con un sistema di crediti che favorisce chi condivide materiale, permettendogli di scalare più rapidamente le code di attesa.

A ben pensarci, c'è qualcosa di sorprendente nella mentalità che sta dietro al leeching, soprattutto quando si fanno i salti mortali per ‘forzare’ il proprio computer in una posizione puramente di ricezione, che nelle reti paritarie è intrinsecamente dannosa, oltre che difficile da ottenere. È la mentalità che estremizza oltre il ridicolo la possibilità di ricevere senza offrire, persino quando l'offrire costa poco o nulla. È una mentalità che pretende, come se tutto gli fosse dovuto, e per la quale la possibilità di ricevere senza reciprocità diventa un obbligo quasi a non reciprocare.

Ed è una mentalità che si trova purtroppo spesso anche nel mondo reale: diventa allora centrale sfruttare la disponibilità altrui, essere oggetto di attenzioni, di cortesie, di favori, spesso addirittura lamentando che le attenzioni, le cortesie, i favori non sono sufficienti, adeguante; e sempre senza dare nulla in cambio, senza mai offrire la propria disponibilità, senza mai condividere, e facendo pesare come un immenso ed immeritato dono la saltuaria eccezione; si giunge persino al punto di prentedere il trattamento di favore cui si è abituati, di sentirsi discrimati, insultati, maltrattati quando non lo si riceve, quando lo sbilanciamento tra il dare ed il ricevere è tale da chiudere i rubinetti della cortesia.

Un esempio recente che ha persino raggiunto i giornali lo si trova nella “guerra di religione” sollevata dalla recente sentenza del Tar del Lazio; e se persino un'istituzione come la Chiesa Cattolica si comporta così con lo Stato italiano, come potrebbe sorprenderci quando si riscontra questo atteggiamento nel piccolo delle relazioni interpersonali?

A proposito, quando la togliamo questa cazzo di ora di religione dalle scuole statali?

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20090821

Domande da porci Diario

Perché si usa il più alto costo della vita al nord come scusa per alzare gli stipendi invece che come stimolo ad indagare sui motivi della discrepanza?

Perché il governo dei tagli e dei risparmi spende il 5% in più del governo precedente? (35 miliardi di euro, eh, mica noccioline)

Con che faccia Berlusconi continua a negare fatti documentati da foto e registrazioni? E come fa la gente a credergli ancora?

Perché un presunto esperto filosofo come Ratzinger commette l'errore di identificare nel nichilismo contemporaneo il culmine delle divergenze tra l'umanesimo ateo e quello cristiano quando esso è la negazione dell'uno come dell'altro; o di associarvi quel nazismo che lui dovrebbe (per esperienza) conoscere abbastanza bene da identificarne senza difficoltà tanto l'ispirazione cristiana quanto la vicinanza al Vaticano?

Come si scrive una cover letter per rispondere ad un'offerta di lavoro?

Perché Oslo è tra le città più costose del mondo?

permalink | scritto da in data 21 agosto 2009 alle 15:25 | Stampastampa
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20090811

Puerto Escondido Diario

Hai in mente qualcosa; un'idea, un progetto, un modello, un sogno; l'uomo perfetto, la donna ideale, la casa dei tuoi sogni, l'automobile che avresti sempre voluto guidare, una società civile.

La realtà in cui vivi ti offre tutt'altro; la persona giusta, se esiste, vive in un altro continente e non v'incontrerete mai; l'automobile che avresti sempre voluto guidare non la costruiranno mai perché non avrebbe mercato (a parte te); la casa dei tuoi sogni non potrai godertela perché, se mai riuscirai a farla costruire, sarà sul finire dela tua vita; la società in cui vivi non ammette la servitù, oppure richiede che ci si asservi per sopravvivere (a volte anche ambo le cose insieme).

Se hai tempo e denaro puoi dedicarli alla realizzazione di alcune di queste idee, di questi progetti1. Altrimenti non ti rimane che sperare, cercare, o accontentarti di quello che trovi intorno a te. Ma se davvero finisci con l'accontetarti, quell'idea non era la tua idea, quel progetto non era il tuo progetto, quel modello non era il tuo modello, perché te ne sei potuto disfare per prendere quello che ti veniva proposto.

Magari non hai gusti complicati; anzi, l'idea che hai è semplice, se fosse ingegneristica sarebbe persino efficace, efficiente; è talmente semplice che persino la più banale alternativa corrente che ti viene proposta è eccessiva, forse persino barocca, e la tua idea semplice diventa, paradossalmente (ed etimologicamente), ricercata.

È mia esperienza che per le cose importanti la ricerca, in realtà, non porti mai al risultato voluto. Nel concentrarsi sulla ricerca si perde di vista l'idea di partenza; l'idea che era tua viene stinta, deformata da tutte le alternative cui vieni incontro, finché non finisci con il cedere, forse per disperazione, forse per impazienza; né si ha più successo attendendo che capiti.

L'obiettivo, la realizzazione dell'idea, del progetto, del modello, del sogno, non si trova sotto il nostro naso, ma nemmeno sulla strada maestra che ci impegneremo a percorrere per cercarlo, per raggiungerlo. Se davvero è importante, se davvero è il nostro, lo troveremo per caso, in una deviazione secondaria, in un momento diverso, e sarà nascosto, sepolto, quasi invisibile, ed il nostro occhio vi cadrà sopra quasi per sbaglio, mentre guardavamo ad altro; lo prenderemo distratti, forse sorridendo perché sembra così fuori luogo, ed improvvisamente ci stravolgerà, perché era esattamente quello che volevamo, e non riusciremo quasi a crederci. .

permalink | scritto da in data 11 agosto 2009 alle 23:39 | Stampastampa
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20090731

Statistiche abortive Diario

Leggendo le reazioni al via libera per la pillola abortiva RU486 la cosa che colpisce di più è l'insistenza degli oppositori sulle "29 morti accertate".

Come già osservava malvino qualche giorno fa, insistere su questa notizia è un brillante esempio di disinformazione; non tanto perché la notizia in sé sia falsa (sebbene se non ricordo male le morti per le quali è stato effettivamente accertato che la causa fosse il mifepristone sono solo 21), quanto perché dare il valore numerico così, senza ulteriori notizie del tipo, che so io, su quanti casi, non vuol dire nulla; 29 morti su 29 assunzioni? 29 morti su 29 milioni di assunzioni? Si passa da una mortalità del 100% ad una mortalità dell'1 per milione.

Giusto per farsi un'idea di quanto sia inutile il numero, si consideri che gli anti-infiammatori non steroidei (aspirina, paracetamolo (Tachipirina, Efferalgan), etc) negli Stati Uniti causano 7600 morti all'anno (via). E non mi sembra che questo susciti violente indignazioni per l'uso frequente (con vendita da banco, peraltro, non con uso controllato in ospedale) di questi farmaci.

E allora, quelli che vogliono bloccare la RU486 perché “pericolosa” abbiano la cortesia di presentare statistiche dettagliate sul suo tasso di mortalità, e se ne hanno il coraggio lo facciano confrontandolo con (1) la pericolosità di tecniche abortive diverse (2) l'uso di altri farmaci. (Per inciso, l'uso della Ru486 ha una valanga di note controindicazioni; già che ci sono, gli oppositori potrebbero controllare quante delle 29 morti non rientravano in nessuno di questi casi?)

Io posso capire (benché non le condivida) le obiezioni etiche (se e solo se non sono limitate alle RU486 ma dirette all'aborto in generale). Ma se volete fare obiezioni 'scientifiche', almeno fatele correttamente.

permalink | scritto da in data 31 luglio 2009 alle 12:29 | Stampastampa
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20090727

C'avevo (quasi) creduto Diario

Ai tempi della prima repubblica usava dire che la Democrazia Cristiana aveva due anime (o anche di più) riferendocisi non tanto al numero di iscritti o di sostenitori, quanto piuttosto alle diverse ideologie che in effetti vi erano rappresentate.

Recentemente mi è venuto in mente che un discorso apparentemente simile può farsi per il PdL, un partito in cui convivono e si manifestano due anime: un'anima mediatica, propagandistica, pubblicitaria, bombasticamente orientata a creare una ben precisa immagine che possa mietere consensi nel popolo; ed un'anima ben distinta trasportata invece dai fatti, dalle scelte effettive, dagli atti concreti, dalle loro conseguenze e dalle loro implicazioni.

Diversamente dal caso della DC, in cui anime diverse erano sostanzialmente rappresentate da persone diverse (un po' come il correntismo che il PD ha ereditato dall'accozzaglia di partiti di centro e di sinistra da cui proviene), le due anime della PdL si incarnano —con evidente ipocrita paradossalità, ben accetta da quei pochi nel suo elettorato che ne sono coscienti— nei medesimi individui.

Abbiamo così ad esempio da un lato un vigoroso affermare del valore della famiglia tradizionale cattolica, eterosessuale e monogama, spinto fino alla necessità di organizzare un Family Day, una sorta di Catholic Heterosexuality Pride, in risposta alla presunta minaccia omosessuale che dovrebbe minare la tradizionale famiglia ed il suo essere base della nostra sana società, e dall'altro abbiamo che i più grandi esponenti dei partiti che partecipano al Family Day (da Berlusconi a Fini, da Bondi a Casini) sono tutti divorziati. E qualcuno è anche documentatamente puttaniere, che non solo non è esattamente il comportamenteo più strettamente compatibile con l'etica cattolica della famiglia base della società, ma è anche (o anzi dovrebbe essere) inatteso nel rappresente di un partito che si è scagliato contro il meretricio mirando tanto al magnaccia quanto al cliente (altrimenti detto “utilizzatore finale”), passando ovviamente per le prostitute stesse.

(E si arriva al ridicolo di considerare morboso e bacchettone chi adempie il proprio diritto/dovere di informare il suddetto popolo della realtà delle cose, piuttosto che riflettere sull'ipocrisia di chi propaganda un'etica comportandosi poi in maniera diametralmente opposta.)

(A proposito, questo articolo dovrebbe essere pieno di link a tutti i vari fatti di cronaca e di storia recente cui si fa riferimento, ma sono troppo pigro. Bonus points a chi li mette per me.)

Ovviamente, l'ipocrisia cattolico-puttaniera è solo un esempio (anche se forse il più eclatante) della duplicità delle anime della PdL. Se ne trovano molti anche, per esempio, nella sedicente lotta agli sprechi ed alla malamministrazione pubblica di cui si fa campione in particolar modo il ministro Brunetta.

Peraltro, laddove le basi etiche per l'opposizione alle unioni omosessuali sono, nella migliore delle ipotesi, dubbie, lo stesso non può dirsi della teoria dietro i discorsi di Brunetta: riduzione degli sprechi, efficienza, lotta all'assenteismo … ovviamente, quando poi si guarda alla pratica, la prospettiva cambia parecchio, e si entra nel dominio delle buone intenzioni che, come si sa, lastricano la via per l'inferno.

Non parliamo qui del governo anti-sprechi che taglia istruzione e ricerca (fondamenta del futuro della nazione), per le quali l'Italia era già il fanalino di coda dell'Europa, ma non i costi della politica (stipendi e beneficî di parlamentari, annessi e connessi), che invece in Italia sono i più alti d'Europa (al punto da spingere Mastella a lamentarsi della miserrima —298 euro— diaria del parlamentare europeo), con conseguente pensione (quasi 1400€ di minima, circa 100€ più del netto mensile di un assegno di ricerca).

Non parliamo delle risoluzioni anti-assenteismo, che puniscono il ricercatore dell'INGV (costretto a sottostare alle medesime regole dell'impiegato postale, nonostante abbia un lavoro di tipo totalmente diverso, per il quale ad esempio richiedere la compresenza è ridicolo) lasciando che il personale di segreteria continui a sperimentare un gioco nuovo al computer a settimana, nonostante gli (altrimenti inspiegabili) ritardi nel disbrigo pratiche.

In realtà, il casus verbi che ha suscitato questo articolo è stato il susseguirsi delle affermazioni di Brunetta sulla politica meridionale:

Che esista da sempre un problema meridionale è indubbio - spiega Brunetta - ma la questione è affrontare con fermezza i nodi di una classe dirigente e politica inadeguata. […] Se si tratta di avere piu' soldi e spenderli male allora dico di no.
e dell'ultima aggiunta al decreto anticrisi, il lodo Bernardo, uno scudo erto a proteggere l'intera catena amministrativa, dal più scaffituso degli enti locali al premier, da processi per disservizi e malamministrazione, impedendo l'avvio di un procedimento se non si conoscano già proprio quelle informazioni che dal procedimento dovrebbero venire fuori (entità del danno ed eventuale “dolo o colpa grave”).

Allora le cose sono due: o Brunetta è nel governo sbagliato, visto che i suoi stessi alleati sono i primi a spuntare le uniche armi che si avrebbero per combattere veramente la disfunzionalità di tutti i livelli dell'amministrazione italiana, o lui già per primo non ha idea di come agire per correggere veramente i problemi (o peggio ancora, ha ben idea ma preferisce evitare).

Tenendo conto che anche nei suoi provvedimenti si vada a colpire solo il pesce piccolo (con più danno collaterale che benefici), senza nemmeno scalfire l'intera catena di comando che dovrebbe essere responsabile della (s)corretta gestione delle risorse (materiali, umane e temporali), ho il sospetto che la seconda ipotesi sia più valida della prima.

permalink | scritto da in data 27 luglio 2009 alle 23:15 | Stampastampa
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20090719

La rassegnazione non è serenità Diario

A volte penso di essere sereno. Non avrò il migliore dei futuri possibili nel migliore dei mondi possibili, vivendo come vivo in una nazione senza futuro che non riesce nemmeno a rappresentare degnamente il proprio passato, dominata da scimmioni alopetici, ipocriti, egocentrici e velleitari pur incapaci di immaginarsi e quindi costruirsi una vita che non sia misera emulazioni di altre vite, passate o contemporanee; e non nego che preferirei di gran lunga una situazione diversa; ma tutto sommato, da una prospettiva non meno egocentrica, penso che il peggio che mi possa capitare, forse perché mi sento sempre molto fortunato, sia di ricoprirmi delle ferite della noia. E non è una brutta prospettiva.

In realà, e la percezione si fa ben più evidente dopo esperienze come quella appena conclusasi a Kaiserslautern, non è serenità quella in cui vivo, bensì rassegnazione, uno stato d'animo molto diverso: perché se la serenità, pur non essendolo nettamente, della positività ha comunque il sapore ([qui ci andava la formula $lim_{x->\infty} \frac 1 x$ ma ovviamente in HTML sono pressoché impossibili da fare]), la rassegnazione ha invece una connotazione nettamente negativa: è l'abbandono, o almeno la constatazione della necessità di abbandonare, prospettive di betterness, indotta o importata che sia.

Se Sisifo avesse avuto possibilità di scelta tra il proseguire all'infinito nutrendosi dell'illusione di riuscire prima o poi nell'intento ed il lasciar perdere e fermarsi a sedere indefinitivamente ai piedi del monte, poggiando la schiena al macigno assegnatogli, cosa avrebbe scelto? E cosa sarebbe stato meglio scegliesse?

L'interpretazione che vuole Sisifo simbolo della pervicacia con cui gli esseri umani perseguono i propri obiettivi, anche di fronte all'apparente loro irrealizzabilità, lo vorrebbe persistente, perché anche un obiettivo irrealizzabile porta nella propria ricerca risultati, side effects a volte involontari, a volte a parziale tentativo del raggiungimento dell'irraggiungibile meta (e qui capita a fagiolo la citazione del giorno (di ieri), un approccio quasi zen alla felicità).

Ma Sisifo è stato condannato alla sua sisifica (sisifea?) mission impossible in quell'oceano di eterna inutilità che sono gli inferi della cultura greca. Questo è ciò che non gli dà possibilità di scelta, ma è anche ciò che, se gliene darebbe, dovrebbe piuttosto convincerlo ad abbandonare, a lasciar perdere, a fermarsi, a rassegnarsi: il macigno non raggiungerà mai il picco della montagna, non per opera sua, ed ogni suo sforzo in tal senso è e sempre sarà perfettamente inutile, senza alcun effetto collaterale, né positivo né negativo, se non il suo eterno sprecare tempo nel tentativo.

La sua non è la situazione in cui, ad esempio, lo sforzo inutile, servendo da esempio e da insegnamento alle future generazioni, porterà da qualche parte. Non è il lavoro di quell'oceano di matematici che in ogni epoca, non essendone i picchi di genialità, possono solo accontentarsi di essere dei buoni maestri.

D'altra parte, in realtà la mia situazione non è quella di Sisifo: non ho alle mie spalle una infinita catena di fallimenti che mi avrebbe potuto convincere dell'inutilità di provare ancora; piuttosto, mi trovo davanti ad una parete di roccia che dà tutta l'impressione di essere verticale e priva di appigli. O forse “semplicemente” un K2, nel qual caso sinceramente non sono il tipo da rischiare di ingrossare le fila dei morti degli 8000.

permalink | scritto da in data 19 luglio 2009 alle 10:27 | Stampastampa
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20090717

Torpor Ætatis Diario

C'era un tempo in cui giocavo a pallacanestro, e correre avanti e indietro, saltare e muoversi in generale era quasi abituale, e benché stancante non causava dolorosi aftershocks nei giorni seguenti.

Poi ci fu invece il tempo in cui ballavo il tango, e tre, quattro ore a girare per una milonga era quasi abituale, e benché stancante raramente (tipo solo per il TangoFestival) hanno avuto effetti devestanti.

Ma più passa il tempo meno tempo occorre al nostro corpo per dimenticare la “forma”, perdere il tono, cedere miseramente agli sforzi prolungati.

Domani torno a Catania da Kaiserslautern, dopo una settimana in cui ho ripreso dimestichezza con le estati tedesche (due giorni di sole su 7) e scoperto che i gruppi di ricerca di matematica della Technische Universität Kaiserslautern si sfidano annualmente in un torneo di calcetto seguito da una grigliata, in quel di Schopp.

Così mi sono trovato coinvolto con la squadra dell'Arbeitsgruppe (AG) Technomathematik, e dopo tre giorni l'acido lattico non vuole ancora lasciare le mie gambe.

Dopo la mia ultima visita qui a Kaiserslautern (allora ancora all'ITWM) avevo ormai raggiunto l'abitudine, dal punto di vista ambientale, e la saturazione, dal punto di vista lavorativo. Stavolta, ambienti diversi e lavori diversi hanno portato una ventata di freschezza. Persino la stanza è stata diversa: piccola, letto singolo, bagno striminzito: di tutte le cose che sono cambiate questa è forse stata l'unica in peggio.

Francia, Germania, India (ariana e dravida, ovviamente assolutamente indistinguibili per me), Italia, Kenya, Nepal, Pakistan. E queste erano solo le nazionalità rappresentate nell'AG Techno con cui sono venuto a contatto. Esperienze come queste fanno pensare, e molto; così come fa pensare il verde in cui è immersa Kaiserslautern, ed in particolare la sua università; così come fanno pensare le infinite bottiglie di vetro, le costosissime bottiglie di plastica (tutti vuoti a rendere).

E se scoprire queste cose non serve solo per ricordarti che altrove esse esistono, che altro pro se ne può trarre se poi si torna dove non si può far nulla perché si concretizzino?

permalink | scritto da in data 17 luglio 2009 alle 22:59 | Stampastampa
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20090630

Sradicamento Diario

Le nostre radici non sono i giovinetti inchiappettati dall'aristocrazia greca e romana prima e dai preti cattolici poi; non sono la retorica del dio­patria­efamiglia con cui si lavavano le menti più deboli e malleabili nel secolo scorso; non sono l'illusione di essere grandi perché qualcuno che era vissuto nella stessa area geografica millenni prima aveva considerato proprio dominio terre migliaia di miglia più ad est ed una popolazione che non raggiungeva il doppio di quella italiana di oggi.

Le nostre radici sono i luoghi, gli ambienti, le cose, le persone che hanno caratterizzato la nostra vista, con cui abbiamo creato legami che ci hanno accompagnato e ci accompagnano anche a distanza di anni, anche a distanza di chilometri.

Capita che le nostre radici smettano di avere senso fuori di noi, che l'unica cosa che sopravvive allo sfaldamento imposto dal tempo (ma più spesso dall'agire degli altri esseri umani) sia la nostra memoria.

Non è qualcosa che accade all'improvviso, ma improvviso è il nostro rendercene conto, anche quando abbiamo avuto coscienza del decadimento: improvvisamente ci voltiamo indietro e ci accorgiamo di aver superato l'ultima uscita, il punto di non ritorno. Dalle radici, ormai solo monconi secchi, non arriva più linfa. E tanto più è violento l'impatto quanto più le radici erano scese in profondità.

Ed il problema non è tanto nelle radici, quanto nel terreno, un terreno riarso, desertificato da un'ondata di sale. Un terreno senza futuro, senza speranza. Ed allora le radici che fino ad allora ti hanno nutrito diventano un'ancora, ed allora forse tanto meglio varrebbe essere come quei rotolacampi archetipici dei film western.

permalink | scritto da in data 30 giugno 2009 alle 19:39 | Stampastampa
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20090528

Parafrasi per eroici navigatori Diario

Infelice il browser che non ha estensioni …

No, infelice il browser che ha bisogno di estensioni!

(E chiedo venia a Brecht per aver così stuprato il suo Unglücklich das Land, das keine Helden hat... Nein. Unglücklich das Land, das Helden nötig hat. di galileiana memoria.)

permalink | scritto da in data 28 maggio 2009 alle 15:29 | Stampastampa
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20090527

Facce sensibilmente nuove Diario

Ti solletica tutto, quando togli completamente la barba dopo lungo tempo. Ed è anche abbastanza ovvio, a pensarci nemmeno troppo, che siano soprattutto le parti più abituate alla peluria (subito sotto il naso, dove i baffi sono perdurati anche quando il resto della barba andava via) a scoprire questa nuova, accesa sensibilità.

Come uscendo da un lungo periodo d'oscurità si sente lancinante sugli occhi la luce del sole, e viceversa ci si trova ciechi scivolando dal pieno giorno ad una piccola notte scura scura, ogni sensazione improvvisa e nuova giunge quasi con un senso di fastidio. Poi sopravviene l'abitudine, in tempi che dipendono dal soggetto quanto dal tipo di stimolo, e siamo noi stessi a ‘cancellare’ dalla nostra esistenza ciò la cui permanenza ci arreca fastidio. In alcuni casi, come è spesso vero per i gusti acquisiti, l'abitudine riesce persino a trasformare qualcosa che il nostro corpo di primo acchitto rigetterebbe in qualcosa di apprezzato, se non di attivamente cercato.

Questa mutabilità del nostro esperire è per chi la vive impercettibile, e sorge alla coscienza solo quando imposta da bruschi stimoli esterni. E fin tanto che rimane sommersa, noi non diremmo nemmeno che essa avviene. Con essa si sposta il nostro sistema di riferimento, e sono sottili i segnali che possono dirci che esso non sia statico, ma dinamico. È questo che ci porta a cercare, ed accettare sollecitamente, sistemi di riferimento consoni, rigettando invece anche violentemente tutto ciò che minaccerebbe la nostra illusione di stabilità.

Quello che si perde così, quello che sfugge, è che non solo la costanza è armonica.

permalink | scritto da in data 27 maggio 2009 alle 23:54 | Stampastampa
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20090519

Indovinello crittografia sciarada bilingue (8, 13) Diario

Un per è mamma critica per O grafica.

permalink | scritto da in data 19 maggio 2009 alle 15:17 | Stampastampa
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I limiti della conoscenza Diario

Sono certo che questo non sia il principale obiettivo per cui è stato costruito, ma non ho potuto fare a meno di controllare.

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Invece:

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permalink | scritto da in data 19 maggio 2009 alle 15:16 | Stampastampa
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20090516

Buggato lo è, ma di sapere sa Diario

Sulla scia di Paul the wine guy:

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permalink | scritto da in data 16 maggio 2009 alle 12:48 | Stampastampa
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Il bello di rompere sfatare i sogni dell'A.I. Diario

Stanotte è stato finalmente aperto al pubblico , un motore di ricerca “intelligente” che promette(va) di rispondere a (quasi) tutte le nostre domande. Per inciso, Wolfram Alpha non è un motore di ricerca per il web, ma per un immenso database di fatti tenuti dalla compagnia che lo gestisce.

Svegliatomi presto stamattina mi sono subito tolto lo sfizio di vedere com'era combinando, sperando che fosse finalmente il motore giusto per darmi immediatamente le risposte che volevo: le dimensioni di un foglio di carta in formato A5 (provate a fare questa ricerca su un qualunque motore e ditemi se ottenete immediatamente la risposta, senza dover andare a cercare nelle pagine proposte).

I risultati che ho ottenuto sono quanto meno interessanti:

  • la chiave di ricerca in minuscolo (es a5 paper size) non viene compresa;
  • la chiave di ricerca A5 paper size dà informazioni, e anche quelle giuste, sebbene la prima cosa detta è l'area e non le dimensioni;
  • la chiave di ricerca più semplice (A5) dà tutto quello che serve, ma contiene un errore!
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Notare l'aspect ratio 1.414 mentre quella reale è 1.4(189)

Non so voi, ma per me son soddisfazioni scoprire questi bug.

permalink | scritto da in data 16 maggio 2009 alle 8:59 | Stampastampa
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20090420

L'importante è che non si sappia Diario

Vorrei ringraziare Lame Duck per la brillante citazione da Horacio Verbitsky:

Il giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda.

La salute di una democrazia dipende pesantemente dalla salute dell'informazione cui all'interno di essa si permette di circolare. Ovviamente (e purtroppo) un'informazione sana non è sufficiente a garantire una democrazia sana, ma è certamente necessaria. Ed in questo il nostro Paese non si può dire che brilli come esempio di eccellenza: l'unica sedicente democrazia combinata vistosamente peggio di noi è probabilmente la Russia, dove i giornalisti scomodi vengono semplicemente ammazzati, mentre da noi Berlusconi si può accontentare solo di licenziamenti e minacce (Mentana fuori da Mediaset, cronista RAI minacciata da Berlusconi, Berlusconi mima una fucilata contro una giornalista russa).

L'accanita battaglia contro l'informazione assume molteplici sfaccettature.

Pensiamo al bavaglio censorio contro le intercettazioni (uno dei primi atti dell'attuale governo, coincidentalmente a brevissima distanza da quelle che denunciavano legami non proprio politici tra alcune ministre ed il capo del governo) cui ho già accennato in precedenza.

Pensiamo alle reazioni ai manifesti che sputtanavano la gaffe di Gasparri su Obama.

La ciliegina sulla torta in questi giorni è stata l'espulsione di Vauro per queste vignette nella criticatissima puntata Resurrezione di AnnoZero, in cui Santoro ha avuto il coraggio di parlare delle responsabilità degli ingenti danni arrecati in Abruzzo dal recente sisma (che caso, due settimane fa io stesso suggerivo di parlare di questo piuttosto che di concentrarsi sull'inutile ‘caso Giuliani’).

Perché a Berlusconi dà tanto fastidio che si indaghi sulle suddette responsabilità, e soprattutto che se ne parli sui giornali? Persino Bertolaso (che peraltro rischia molto più di Berlusconi ad essere chiamato in causa, in quanto direttore della DPC) ha avuto il buon senso di affermare invece:

Tutti i giorni affrontiamo i problemi, alcune volte riusciamo a risolverli, ma possiamo commettere qualche errore. Se la stampa lo sottolinea, ne prendiamo atto e corriamo ai ripari, senza reagire, come qualcuno vorrebbe, in modo inconsulto o negativo.

Gli attacchi di Berlusconi servono forse a certificare come tale il lavoro dei giornalisti (secondo il criterio di Verbitsky). Ma soprattutto dovrebbero portare ad interrogarsi sui motivi per cui viene chiesto questo silenzio. È una questione privata, un banale impulso al controllo dell'informazione, semplice per la TV, ma difficile per i giornali di cui non è direttore e che non può controllare come capo del governo?

O ci sono verità scomode che al premier metterebbero pesantemente i bastoni tra le ruote?

Non so, per esempio e per ipotesi, il coinvolgimento di quella Impregilo coinvolta in maniera tutt'altro che limpida in progetti che vanno dalla TAV al Ponte sullo Stretto, per non parlare della gestione dei rifiuti in Campania?

Oppure, sempre per esempio e per ipotesi, l'impatto che eventi ed inchieste stanno avendo sul famigerato Piano Casa? O il discredito della minacciata promessa di costruzione di centrali nucleari?

Nell'augurio che i giornalisti continuino ad avere la forza (e la possibilità) di compiere il loro lavoro, adempiendo a quel diritto/dovere di cui si fanno carico nello scegliere questa professione, propongo un esercizio a chi mi legge: quali sono le verità scomode che vi sovvengono?

Nei commenti a questo articolo, o in un articolo sul vostro blog (che a questo faccia riferimento) elencate contemporanei fatti e vicende la cui diffusione ritenete non sia gradita a chi gestisce il potere sociale, politico ed economico della realtà che ci circonda.

Sui due piedi, a me vengono le presenti:

  • i più vocali difensori dei valori della famiglia (generalmente contro la ‘minaccia’ omosessuale) nella politica italiana sono divorziati (es: Berlusconi, Casini, Fini) e/o puttanieri (es: Cosimo Mele), per non parlare di papi ed alt(r)i prelati che (in teoria) non hanno alcuna esperienza (pratica) di cosa significhi avere una famiglia;
  • la Chiesa Cattolica protegge ed ha sempre protetto i preti pedofili;
  • la Chiesa Cattolica, tanto vocale nella difesa della Vita, ha sempre appoggiato i regimi totalitari di destra;
  • due amministrazioni consecutive del medico personale di Berlusconi e della sua giunta di centrodestra hanno portato Catania sull'orlo della bancarotta;
  • il governo Berlusconi IV, dopo tante parole sull'eliminazione degli sprechi, butterà al vento centinaia di milioni di euro rifiutandosi di accorpare il referendum sulla legge elettorale alle elezioni europee ed amministrative; Berlusconi ha pubblicamente riconoscuto di essere ricattato dalla Lega Nord (che vuole far fallire il referendum perché le modifiche proposte la farebbero sparire alla prossima tornata elettorale);
  • Berlusconi riesce a negare di aver detto qualcosa mezz'ora dopo averla detta;
  • Berlusconi controlla l'informazione in Italia grazie non solo all'impero mediatico costruito grazie al sodalizio con Bettino Craxi ed all'appartenenza alla loggia P2, ma anche grazie alla connivenza dei DS che si sono costantemente rifiutati di agire contro il suo (di Berlusconi) conflitto di interessi;
  • Beppe Grillo è una checca isterica.

Ed ora, à vous

permalink | scritto da in data 20 aprile 2009 alle 2:31 | Stampastampa
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20090412

Anche se il bambino non ci crede Diario

Il cioccolato è più buono col pane (se il pane è buono ovviamente).

permalink | scritto da in data 12 aprile 2009 alle 17:50 | Stampastampa
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20090325

Pestaggio sociale Diario

Oggi mi chiedevo come mai i neofascisti, sempre tanto pronti a spedizioni punitive contro (a volte peraltro solo presunti) immigrati e/o comunisti, non si sono mai presi la briga di impegnarsi in un qualche anche solo saltuario (non pretendo mica una campagna) pestaggio ‘educativo’ di (italianissimi) posteggiatori abusivi o politicanti corrotti.

Qui a Catania, ad esempio, dove si deve pagare la mafia e comprando i tagliandini ‘gratta e sosta’ e pagando l'obolo al ‘caimano’, e dove persino la festa della santa patrona è più criminalità organizzata che sincera fede e devozione, si potrebbe fare molto di più (socialmente e culturalmente parlando) agendo contro queste piaghe (ben più reali e persisenti di quelle, per lo più presunte, contro cui a loro piace vociferare e purtroppo anche agire).

Ma chissà perché i fascisti, che (comprensibilmente?) non partecipano ad iniziative non armate (da un AddioPizzo ad un Sapori e saperi della legalità, per fare due esempi), non trovano la forza ed il coraggio di agire in tal senso nemmeno con i loro caratteristicamente non pacifici metodi.

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20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

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20090210

Ludditica ipocrisia Diario

È interessante notare come coloro che si sono opposti con teatrale ferocia e pervicacia all'interruzione dell'accanimento terapeutico che ha permesso al corpo di Eluana Englaro di sopravvivere (contro natura) per 17 anni in uno stato vegetativo permanente siano gli stessi che abitualmente si scagliano con ugualmente teatrale ferocia e pervicacia contro quella ricerca scientifica e tecnologica che fa sì che la medicina possa prolungare la sopravvivenza di un corpo ben oltre quanto la natura concederebbe.

Mi chiedo se ci sia gente che non si renda conto di quanto sia ipocrita obbligare altri a far uso, contro la loro volontà, dei frutti di una ricerca a cui ci si oppone1. Sarebbero più corretti se, ripudiando la ricerca, ne ripudiassero anche i risultati e cercassero quindi di impedire ogni forma di intervento medico atto a prolungare la vita: una scelta forse di dubbia intelligenza, ma quantomeno coerente; o se invece, volendo imporre il prolungamento della vita in qualunque caso ed in ogni sua forma, fomentassero almeno quanto più possibile la ricerca scientifica, in particolar modo in campo medico: rimarrebbe la questione morale dell'obbligo, ma almeno sarebbero coerenti.

(Prima o poi finirò di scrivere il mio articolo su transumanesimo e bioetica; nel frattempo, rimando ad un intervento di Veronesi (ringrazio la Fran per la segnalazione) che espone alcuni essenziali fatti in maniera molto più ordinata e pacata di quanto il sottoscritto potrebbe immaginare di fare.)


1  chissà perché mi aspetto un commento che rimarchi un'ipotetica ipocrisia anche della parte opposta, come se ci fosse contraddizione nel lasciare la possibilità di scegliere se far uso o meno dei frutti di una ricerca che si è voluta.

permalink | scritto da in data 10 febbraio 2009 alle 2:39 | Stampastampa
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20090209

Battuti sul tempo Diario

Alla faccia di quegli immondi ipocriti che giustificano il proprio potere propagandando la cultura della sofferenza (altrui) (Wojtyla sì, Eluana no).

Alla faccia di quegli immondi ipocriti voltagabbana criminali divorziati e puttanieri che dopo anni di menefreghismo si sono prontamente, per l'ennesima volta, piegati alla pecorina agli ordini dei precedenti, contro la volontà del popolo che dovrebbero rappresentare.

Alla faccia delle menzogne criminali se non pazzoidi con cui il primus tra i precedenti ha montato ridicole giustificazioni per il proprio tentativo di colpo di Stato (se ne sono accorti anche quei comunisti degli spagnoli).

Alla faccia di tutti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della volontà espressa dalla diretta interessata, dalle minacce al terrorismo.

Eluana Englaro ha finalmente trovato la pace che desiderava.

Un grazie particolare a tutti coloro che si sono opposti all'ondata di merda che cercava di fagocitarla.

Almeno lei s'è salvata, anche se non è difficile prevedere come la sua salvezza verrà strumentalizzata da chi viene (non è difficile capire perché) definito clericofascista, per impedire che altri possano salvarsi, piuttosto che, come avrebbe ben più senso, per lasciare che ciascuno possa scegliere della propria vita come ritiene più opportuno.

Viene da chiedersi quale sarà la prossima scusa con cui ci distrarranno da quelli che dovrebbero essere i loro doveri istituzionali.

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20090124

Imbarchiamo Diario

Uscire dagli Stati Uniti è molto più semplice che entrare. Vediamo se mi perdono la valigia anche al ritorno.

permalink | scritto da in data 24 gennaio 2009 alle 22:03 | Stampastampa
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20090123

E cadde la neve Diario

Benché Catania, affacciata sul mare ai piedi di una montagna, offra spiagge e scogliere per i bagni estivi (ed invernali) nonché piste da sci per la discesa e per il fondo per le settimane bianche invernali (ma non estive), è molto raro che la neve arrivi fino in città.

Non so se qui a Baltimore la neve sia invece un evento regolare, ma uscire dall'albergo e trovare la città ricoperta da un sottile manto bianco è stata una piacevole sorpresa; il fatto che fosse la vigilia dell'inaugurazione di Obama è stata un'interessante coincidenza, con un forte valore simbolico (in un senso o nell'altro) per chiunque lo ritenesse appropropriato.

Le temperature non proibitive a cui si è manifestata hanno fatto sì che la neve avesse un forte valore aggiunto estetico, che fosse abbastanza divertente senza essere pericolosa (leggi: non sono scivolato a terra su una delle lastre ghiacciate che immancabilmente si nascondono sotto o accanto ad essa). Mi è persino scappata qualche foto, anche se ovviamente non ho mai avuto la macchina fotografica sotto mano nei momenti migliori.

Purtroppo il mio collega non è in vena giocosa e non ci siamo tirati nemmeno una palle di neve; la mia unica consolazione è stata un gruppetto di tre studenti che pattinava sulle lastre di ghiaccio (qui ci stava una vignetta delle Peanuts che però non trovo). Poco importa, perché il sole dei giorni successivi ha dato prontamente inizio all'erosione del manto di neve che aveva comunque raggiunto il non indifferente spessore di un paio di pollici (cinque-sei centimetri), manto ridotto già oggi a poco più che qualche ostinata chiazza su qualche aiuola, e piccoli cumuli nelle zone più all'ombra. Ed a questo punto si accettano scommesse: la neve resisterà fino alla mia partenza (programmata salvo incidenti per dopodomani)?

(Perché diciamocelo, con la partenza ormai finalmente così vicina un po' tutto sembra orientato a quello, persino i miei sogni, o il mio immaginarmi per un attimo al risveglio di avere accanto l'Affine.)

permalink | scritto da in data 23 gennaio 2009 alle 1:07 | Stampastampa
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20090118

Le cose che odio di qui Diario

Ci sono alcune cose che in questa visita statunitense vanno oltre i limiti della sopportazione per sforare nell'odio.

Il freddo è probabilmente la prima di queste.

Le tazze del cesso piene a metà di acqua, che forse ti risparmiano l'uso dello spazzolone un gran numero di volte, ma possono essere fastidiose in modo veramente sgradevole.

Il freddo, senza dubbio.

I vestiti in vendita, decisamente indadatti alla stagione.

Non dimentichiamo il freddo.

Le unità di misura.

Ah, il freddo, prima di dimenticarlo.

Non avere il mio bagaglio.

E last but not least, il freddo.

(Anche se è innegabile che dopo il -10 di un paio di giorni fa i -2 di adesso sembrano quasi caldo.)

permalink | scritto da in data 18 gennaio 2009 alle 20:46 | Stampastampa
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20090117

Shining Baltimore Diario

Alla fine del mio quarto giorno a Baltimora, sono stato costretto dalle circostanze alla più odiosa delle attività: lo shopping; una doppia sconfitta, poiché nello specifico alla noia e al fastidio dell'attività in sé si aggiunge il riconoscimento delle scarse probabilità di riprendere possesso del mio bagaglio, che a quanto pare ha deciso di fare una sosta permanente in quel di Fiumicino. Alla collettiva presa per il culo dell'affaire Alitalia si aggiunge così il danno personale causato dai disagi creati (a me come a molti altri) in un aereoporto già di per sé non certo famoso per l'efficienza e la qualità dei servizi.

Il mio compagno di viaggio, con cui condivido l'albergo ma non la stanza, si rivela un'eccezionale risorsa. La sua fortuna bagagliesca viene compensata però da un impianto di riscaldamento molto rumoroso e dalla difficoltà di accedere ad Internet dalla camera, punti invece di forza del mio miniappartamento che si trova sul lato opposto della stessa ala dello stesso edificio, un piano più in alto.

L'albergo (?) che ci ospita, Broadview Apartments, a due passi dal campus della Johns Hopkins University, in realtà, non offre Internet wireless in camera: ufficialmente, salvo richiedere un kit che costa $46 al mese per la connessione in camera, si può sperare di collegarsi solo tramite la wireless (che però non funziona) presente nella social room, un lungo stanzone nel basement in cui si possono trovare libri, giochi da tavola, puzzle, un tavolo da biliardo ed uno da ping-pong, scelta quest'ultima quanto meno sorprendete visto che meno di due metri separano il soffitto dal pavimento.

Ma la caratteristica veramente degna di nota di questa struttura è l'atmosfera; salva la lounge con il suo clima tropicale, dal basso corridoio a mattoni pittati in bianco del basement ai tappetati e silenziosi corridoi che collegano ascensori e camere si respira un'aria da fare invidia all'Overlook Hotel di lucentesca memoria, benché io non possa dire di aver avuto la (s)fortuna di incontrare bambine che m'abbiano invitato a giocare, né donne più o meno putrescenti nella vasca da bagno.

L'atmosfera della città è molto più serena: poca gente in giro, poche macchine, quasi niente polizia. Ultimamente le cose si sono un po' più vivacizzate, tra la visita di Obama prevista per domani ed i playoff per il di domenica; non manca certo l'entusiasmo per i Baltimore Ravens ed il loro nuovo quarterback, ma non c'è nulla di confrontabile all'esagitazione cui arrivano le tifoserie calcistiche italiane.

In cambio, ai nostri orari europei la poca gente per strada diventa praticamente inesistente. Non sorprende certo la cosa: quando la gente torna a casa alle cinque e mezzo/sei per cenare mezz'ora dopo, è evidente che se si va fuori la sera lo si fa tra le sette e le dieci,e dopo non si incontra quasi più nessuno, tranne forse qualche tiratardi al One World Café.

Con lo scendere della temperatura (stasera si arrivava ai 14 F, che sono -10 C) le strade si sono ulteriormente svuotate, le mie tazze di cioccolato si sono allungate, ed il mio compagno di viaggio ha rinunciato ai caffè ristretti che era finalmente riuscito a farsi fare, preferendo il tè, bevanda calda di maggior duratura e non disprezzabile come il caffè americano. A questo punto mi piacerebbe andare a trovare la commessa di H&M che otto gradi centigradi fa, alla mia domanda se avessero pantaloni più pesanti, rispose: «it doesn't get any colder than this»; come se non facesse già abbastanza freddo allora per i pantaloni di cotone.

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20081229

Monopoli in libera uscita Diario

Diciamocelo. Per chiunque abbia una minima cultura nei giochi da tavola, il più famoso (protetto da copyright) è anche il più noioso: tatticamente e strategicamente appena più interessante del Gioco dell'Oca, il Monopoli potrebbe benissimo venir rinominato in Noiopoli o Monotoni.

Forse per questo il Monopoli, che per moltissimi è il primo approccio al gioco da tavola, è anche uno dei giochi del quale esistono il maggior numero di varianti (dal raddoppio dell'incasso quando ci si ferma al Via! all'impossibilità di costruire quando non ci si ferma su un proprio terreno): nessuna di queste varianti però (tranne quella del ‘premio di consolazione’ per chi fa 2 ai dadi) tocca l'aspetto più stocastico del gioco, ovvero il lancio dei dadi, ed il movimento dei giocatori che ne consegue: in particolare, nessuna delle varianti altera la probabilità di distribuzione delle caselle (è ben noto ad esempio che il secondo trittico del lato carcere-posteggio è il più probabile).

Il modo più semplice per inserire un po' di varietà all'interno del gioco è di dare la possibilità di scegliere, prima del lancio del dado, se andare avanti o indietro. Ovviamente, per impedire spensierati andirivieni sul Via! si impone anche che una marcia indietro che attraversi la famosa casella costi quello che normalmente rende. La cosa su cui si potrebbe discutere è invece: cosa fare in caso di doppietta? È ammesso un cambiamento di marcia per il secondo (ed eventualmente per il terzo) lancio, o bisogna mantenere la stessa rotta? La possibilità di alterare la marcia è ovviamente molto conveniente, mentre obbligare alla prosecuzione nella stessa direzione può essere rischiosa (se si è a meno di metà del tabellone si rischia di andare a capo, pagando la tassa di attraversamento del Via! e rischiando una fermata su un terreno di lusso).

Volendo, si potrebbe anche scegliere di cambiare dado: dopo tutto, ogni buon giocatore di giochi di ruolo ha a propria disposizione dadi a 4, 6, 8, 10, 12, 20 facce; perché quindi limitarsi a una coppia di d6?

In realtà, si può fare qualcosa di più; in tutti i giochi in cui sono coinvolti i dadi si va normalmente a guardare o al singolo valore o alla somma dei valori (l'unica eccezione è l'uso di due d10 per simulare un d%, ovvero un dado a 100 facce), per un motivo abbastanza ovvio: garantire una distribuzione ben equilibrata delle probabilità per ciascun valore nell'intervallo di quelli possibili; ad esempio, con due dadi (classici a 6 facce) si possono ottenere tutti i valori da 2 a 12, con frequenze che crescono dal 2 al 7 per poi decrescere simmetricamente:

Così, l'idea che mi è venuta oggi è stata: che succede se invece della somma dei dadi si usa il prodotto? I risultati sono molto interessanti:

Innanzi tutto, ovviamente, benché si possano ottenere 1 (minimo) e 36 (massimo), solo 18 (ovvero la metà) valori sono permessi: da 1 a 6, da 8 a 10, e poi sempre più sporadicamente 12, 15, 16, 18, 20, 24, 25, 30, 36 (mancano in particolare i primi maggiori di 6 ed i loro multipli). Abbiamo quindi 6 numeri da 1 a 6, poi 6 numeri da 7 a 16, poi 6 numeri da 17 a 36: una partizione bilanciata dei valori ammissibili è data da 1, 6, 16, 36, con intervalli che vanno raddoppiando: 5, 10, 20. I primi nove valori ammessi vanno da 1 a 10 (inclusi), i successivi da 11 a 36 (benché l'11 in sé non sia ammesso), quindi con estremi che distano di 9 e 25, entrambi quadrati. Un'ultima interessante divisione usa invece 6 (che dà un terzo dei valori, ovvero 0.3…), 12 (che dà un terzo dei restanti due terzi, ovvero due noni, ovvero 0.2…) e 36 (che dà i restanti due terzi di due terzi, ovvero quattro noni, ovvero 0.4…)

Queste considerazioni non tengono conto del fatto che i valori ammissibili hanno probabilità molto diverse, e distribuite in maniera molto meno organica:abbiamo due picchi (6 e 12 sono i valori statisticamente più probabili) e cinque minime probabilità (1, 9, 16, 25, 36, ovvero i quadrati escluso il 4), lasciando undici valori intermedi con la stessa frequenza escluso il 4: il 4 è anomalo poiché può essere ottenuto sia come quadrato sia come prodotto misto (1, 4). A causa di questa anomalia non è possibile una partizione standard che dia percentuali interessanti di probabilità (né in terzi né in metà né in quarti).

Se ne può però trovare una anomala, che prenda 2…5, 6…10, 11…18, 19…1 (andando cioè “a capo” dopo il 36), che dà un quarto di probabilità a ciascun gruppo, ma è anche interessante per la distribuzione dei valori (un nono per i primi tre, un terzo per l'ultimo gruppo); ovviamente, 2…10 e 11…1 si possono prendere per avere 50% di probabilità. Inoltre, nell'intervallo 2…12 sono ammessi 9 valori contro gli 11 disponibili sommando: mancando il 7 e l'11, i due valori più importanti nel Craps.

Diventa allora più interessante confrontare le distribuzioni per somme e prodotti:

e si nota subito un'altra peculiarità: 3 e 4 hanno la stessa probabilità in entrambi i casi. Gli altri valori sono più facili da ottenere sommando (ove possibile), con l'eccezione degli estremi: il 2 e soprattutto il 12.

Si vede bene a questo punto che vi sarebbero interessantissimi questioni numerologiche sulla distribuzione dei numeri nel prodotto di due dadi, ma i fattoidi suenunciati sono già sufficientemente interessanti per proporne l'uso in giochi da tavola come il Monopoli: la scelta (ovviamente da effettuare prima del lancio) di poter utilizzare il prodotto invece della somma dei dadi altera significativamente tattica e strategie di gioco, giacché rende meno favorevoli molte delle caselle normalmente considerate preziose.

L'uso classico del prodotto è il tentativo di percorrere grandi distanze, ad esempio per evitare di finire sui famigerati Viale dei Giardini e Parco della Vittoria; eppure, dando un occhio alla distribuzione di probabilità nel prodotto si vede subito che benché la probabilità vi sia, è più difficile fare più di 12 passi che farne meno (36.11% contro il 63.89%); e la probabilità di fare 6 al massimo (ovvero il punteggio di un solo dado) è del 38.89%, la fetta più grande:

Ecco quindi le regole del Monopoli il libera uscita:

  • si gioca come nel Monopoli normale (o, se si vuole una qualunque altra variante), con l'unica eccezione del lancio del dado;
  • prima di lanciare il dado al proprio turno, il giocatore può dichiarare che vuole correre: nel qual caso il punteggio dei dadi verrà moltiplicato e non sommato;
  • il giocatore, sempre prima di lanciare il dado, può altresì dichiarare di voler andare all'indietro: nel qual caso farà retrocedere la sua pedina del punteggio (sommato o moltiplicato) dei dadi;
  • se si passa dal Via! retrocedendo, si paga il valore che normalmente si otterrebbe passandolo normalmente;
  • è consentito correre e/o andare all'indietro solo dopo aver completato il primo giro, ovvero dopo essere passati dal Via! almeno una volta (finire in prigione non conta come passare dal Via!)
  • le regole per i dadi doppi rimangono invariate, ma si può scegliere passo e direzione prima di ciascun lancio;
  • si può correre o retrocedere uscendo di prigione.

Le ultime due sono forse un po' troppo favorevoli, e per ridurre i tempi di gioco si potrebbe imporre che i lanci successivi al primo, all'interno dello stesso turno, debbano avere la stessa direzione e lo stesso passo, e che dalla prigione non si possa retrocedere, ma si possa camminare.

Altre idee?

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20081212

Darwinismo, giudizi, qualità e trascendenza Diario

Uno dei più grandi mutamenti filosofici indotti dalle teorie evoluzionistiche (spesso riduttivamente esemplificate con il darwinismo, a cui va comunque il merito del ‘salto concettuale’ dal microevoluzionismo al macroevoluzionismo ed alla speciazione, benché Darwin stesso non avesse un'approfondita compresione di quest'ultimo meccanismo) è quello di aprire la strada ad una concezione della qualità (nel senso comparativo di migliore/peggiore) che è integralmente a posteriori, nonché funzionale e contestualmente limitata.

Il risultato dell'evoluzione è sempre, in un certo senso per definizione, migliore di ciò che l'ha preceduta: il rigidissimo (benché statistico) criterio selettivo della sopravvivenza del più adatto non lascia spazio (sul lungo periodo) ad eccezioni di sorta. Ovviamente la più alta qualità globale di una specie lascia spazio ad interessanti contraddizioni rispetto ad una valutazione aprioristica: ad esempio, gli esseri umani sono meccanicamente poco adatti al bipedalismo, ma poiché proprio questo ci ha liberato gli arti superiori rendendoli disponibili per l'uso e la creazione di strumenti (in nostro punto di forza, come ho già detto), ci ritroviamo in condizioni meccanicamente non ideali ma in cui il bilancio di vantaggio è svantaggi è comunque positivo.

Un altro aspetto non indifferente dei meccanismi evolutivi è che essi conducono tendenzialmente verso un aumento della complessità, probabilmente perché maggiore complessità dà maggiori speranze di sopravvivenza, almento entro certi limiti di bilanciamento (ovvero finché la complessità sia in grado di mantenersi e non si sgretoli schiacciata dal proprio metaforico peso): se consideriamo ad esempio che i nostri mitocondri hanno un loro codice genetico che è ben distinto dal nostro, verrebbe da sospettare che essi fossero in origine una specie a sé stante (e se lo fossero ancora? non si potrebbe persino mettere in dubbio l'idea della nostra individualità, come se fossimo (e con noi quante altre specie animali?) qualcosa come un formicaio, ma talmente più complesso da prendere coscienza?) sopravvissuta facendosi assorbire in qualcosa di ben più complesso.

L'uomo, per contro, soprattutto per quanto riguarda le proprie attività (fisiche o sprituali che siano) ha una forte tendenza ad intendere la qualità in senso molto più aprioristico, nonché frequentemente pregiudiziale, seguendo meccanismi psicologici che si manifestano talvolta paradossali, quando non addirittura perversi. Inoltre, soprattutto in certi campi, tende a prediligere una certa semplicità, o quanto meno un certo ordine, ad una caotica complessità.

In matematica, per dire, si preferisce cercare di ridurre il numero di ipotesi necessarie ad enunciare una certa tesi; e nel valutare la qualità di una dimostrazione si preferisce l'eleganza della semplicità piuttosto che dispendiosi barocchismi. Leggendo ad esempio i primi cinque postulati di Euclide (e ricordando che ciò che l'autore greco chiamava ‘retta’ la geometria moderna chiama ‘segmento’):

  1. Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola retta.
  2. Si può prolungare una retta oltre i due punti indefinitamente.
  3. Dato un punto e una lunghezza, è possibile descrivere un cerchio.
  4. Tutti gli angoli retti sono uguali.
  5. Se una retta che taglia due rette determina dallo stesso lato angoli interni minori di due angoli retti, prolungando le due rette, esse si incontreranno dalla parte dove i due angoli sono minori di due retti.
si capisce subito perché ad Euclide quel quinto postulato non piacesse, e perché egli cercò di usarlo soltanto quando ne fu costretto, sviluppando le prime 28 proposizioni della sua Geometria1 tenendosene ben lontano.

In effetti, anche la ricerca della semplicità e dell'ordine sono funzionali. In matematica ad esempio più è semplice una dimostrazione più è difficile che nasconda subdoli errori; e più è semplice un enunciato più è facile che sia applicabile. In una società, regole e strutture ben definite e possibilmente semplici permettono a ciascun individuo che vi appartiene di conoscere con precisione il proprio ruolo e quindi (in teoria) di comportarsi di conseguenza facendo funzionare la società stessa senza inceppamenti.

Almeno in teoria.

Guardando la storia delle società umane non è difficile notare un andamento in un certo senso darwinistico, ad esempio nell'aumento della complessità, ovvero nella prevalenza di quelle società che hanno avuto una maggiore capacità di acquisire risorse, se non sempre di sfruttarle al meglio. E poiché da un punto di vista prettamente evoluzionistico ogni mutamento che si impone è un miglioramento2, le società contemporanee sono a posteriori “migliori” di quelle passate.

Tutto ciò ovviamente contrasta smaccatamente con la diffusa valutazione dettata dai criteri del giudizio umano, che invece propende frequentemente verso un nostalgico rimpianto di un passato raramente reale, più spesso fittizio o quanto meno idealizzato e/o mitizzato (probabilmente proprio per renderlo più appetibile), “età dell'oro” in cui si era vecchi a quarant'anni, si moriva generalmente nel primo anno di vita, le strade erano fogne e la Biblioteca di Babele era solitaria, infinita, perfectamente inmóvil, armada de volúmenes preciosos, inútil, incorruptible, secreta, nonché immaginaria: nostalgie che prendono varie forme, dal «voglio andare a vivere in campagna» alla celebrazione di tradizioni varie nonché non più tali3 (se mai lo sono state).

Sarà sicuramente una coincidenza che molte delle nostalgie che rientrano della seconda esemplificazione mirino più che altro ad un periodo in cui il nostalgico sarebbe appartenuto —almeno secondo la sua opinione— ad una classe che godeva di certi privilegi di cui egli ormai non gode (più): generalmente quello di potersi dedicare alla coltivazione dei propri interessi perché altri provvedevano ai suoi bisogni, ovvero la possibilità di agire in maniera sostanzialmente arbitraria senza doversi preoccupare di significative reazioni sociali. Dopo tutto, queste pigrizie e velleità che hanno qualcosa di immaturo non sono l'unica possibile causa: si potrebbe anche supporre che semplicemente la maggior parte dei peones non abbia quella finezza spirituale necessaria per cogliere e prendere coscienza del prezioso valore perduto nella progressiva decadenza di tempora e mores.

Resta il fatto che i “bei tempi andati” sono, per l'appunto, andati: per quanto fossero grandiosi e/o gloriosi e/o valorosi e/o altrimenti migliori, hanno ceduto a ciò che li ha seguiti. Hanno fallito. Così, se qualcuno scrive:

Per inciso, è chiarissima in Evola l’eco di una polemica anticristiana di origine romantico-nietzscheana: il cristianesimo, religione corrotta, tarda e inguaribilmente “semitica”, avrebbe svilito e fiaccato l’anima dei popoli ariani privandoli dell’iniziazione regale-guerriera, e con ciò consegnandoli al vampiresco dominio di vuoti preti spacciatori di un’innaturale mitezza.
a me viene l'impressione che i popoli ariani ci facciano una figura piuttosto misera, ché nonostante la critica sia incentrata sulla religione cristiana, i perdenti sono coloro che da essa si sono fatti corrompere, svilire, fiaccare: verrebbe da pensare che un certo complesso di superiorità sia per loro inevitabile, visto il loro fallimento (banali e ben noti meccanismi di compensazione psicologica).

Ora, se il realizzarsi dei Destini è inesorabile, e tutto ciò che inesorabilmente si compie è Destino, è evidente che il subentrare, più o meno subdolo o per contro più o meno violento, del nuovo al vecchio è destino, del vecchio come del nuovo: il che non trattiene (né dovrebbe né potrebbe trattenere) i paladini del vecchio dall'auspicare un ritorno dell'oggetto della loro nostalgia; e benché non è da escludere che per loro il sentirsi richiamare al (da loro ritenuto) superiore (ma nonostante ciò, sconfitto) passato abbia già un forte valore, nel momento in cui da questo loro sentire deriva un agire non più interno e spirituale ma esterno e concreto viene da chiedersi quanto possano essere proficui (o vani) (oltre che vanesi) i loro sforzi restauratori.

Dopo tutto, finché si parla di tutto ciò che è spirituale ed astratto non è difficile esprimere il proprio sentire senza tema di contrasto se non dall'eventualmente dissimile sentire di qualcun altro, essendo di dubbie fondazioni e soprattutto scarsa validabilità sia l'una sia l'altra tesi, come tutto ciò che è remoto tanto dal mondo sensibile quanto da quello della logica, dominî dai quali non si può più prescindere scendendo nel reale, dove sarà quindi più opportuna un'analisi più concreta, e pertanto evoluzionistica, dei processi che hanno portato il nuovo a prevalere sul vecchio: perché il nuovo manterrà il proprio dominio fintanto che le condizioni resteranno quelle che gli hanno dato il vantaggio sul vecchio, o finché non emerga qualcosa di ancora più nuovo (e che dal vecchio sarà ancora più remoto) che nel medesimo o in un nuovo contesto abbia maggiori possibilità.

Ovviamente, il sottoscritto è tutto tranne che uno storico delle religioni, quindi se mi si chiedesse ad esempio quali possano essere state le possibili cause dell'affermazione del cristianesimo, potrei farmi guidare solo dalle mie modestissime conoscenze di storia e del cristianesimo stesso, cucendo il tutto con le mie tendenze alla pragmatizzazione (detrascendentalizzazione) delle vicende umane.

A mio parere si possono identificare almeno tre possibili motivazioni dietro la forte presa che ebbe il cristianesimo delle origini: il suo avere sostanzialmente un unico, semplice precetto (“amatevi l'un l'altro”, con un exemplum più o meno mitizzato); la rivalutazione dell'underdog, in senso sia spirituale (poiché loro è il regno dei cieli) sia più terreno (appartenenza comunitaria); una filosofia che negava al potere dell'uomo sull'uomo ogni giustificazione trascendente (le prime comunità cristiane erano democratiche e comuniste). La forte valenza rivoluzionaria, se non addirittura sovversiva, di questi ultimi due aspetti spiega anche le persecuzioni subite dai cristiani, ed in particolare il loro inasprirsi proprio con l'approssimarsi di uno dei più gravi momenti di crisi dell'impero romano, che invece favorì notevolmente la diffusione del cristianesimo.

Cinicamente ritengo però che il vero punto di forza del cristianesimo fu il suo mutarsi paradossale ed ipocrita nel più astuto strumento di potere: da un lato rimanendo allettante con le sue promesse per la popolazione, dall'altro diventando incontrastata giustificazione per quel potere (spirituale e temporale) dell'uomo sull'uomo cui si opponeva il messaggio originale; congiunto all'assorbimento di miti e riti di altre religioni che in quello stesso periodo trovavano il loro spazio tra militari e governanti, questo fece di fatto del cristianesimo la religione più adatta per ogni livello sociale, una forza che la rende tutt'oggi pressoché impossibile da scalzare, nonostante (se non ormai proprio per) la chiara ipocrisia dei suoi sostenitori socialmente più visibili (dalle gerarchie ecclesiastiche a larghe fette della politica).

(Per inciso, proprio questo allontanamento del cristianesimo ‘ecclesiastico’ dal messaggio originario dovrebbe rendere quanto meno problematico criticarlo: ci si riferisce al suo valore primitivo, o a quello ben diverso che effettivamente ne garantì la predominante diffusione nel mondo occidentale?)

Se i preludi al crollo dell'impero romano furono terreno fertile per lo sviluppo del cristianesimo, ci si potrebbe chiedere cosa emergerà dalla crisi del mondo occidentale (crisi che immagino pochi ormai non si siano resi conto di stare vivendo). Personalmente, dubito che il troppo impegantivo razionalismo (in una qualunque sua forma) possa essere mai più che dominio di (relativamente) pochi, quindi mi resterà la curiosità.

In effetti, l'imprevedibilità dell'evoluzione (da cui per l'appunto la prevalenza del giudizio di qualità a posteriori piuttosto che a priori) ovvero più in generale del cambiamento è probabilmente uno dei principali motivi per cui molte filosofie che includono il trascendente hanno capisaldi che pescano invece in punti fermi assoluti, cercando origine o riferimento in qualcosa di aprioristico, universale, fisso, immutabile, eterno, possibilmente unico, che va a contrapporsi all'esperienza sensibile che illustra un universo in continuo mutamento, persino in ciò che le scarse conoscenze dell'antichità portavano a ritenere fisso ed immutabile (dalle montagne al pianeta stesso, dal sole alle stelle più remote).

E se si considera che ogni mutamento è non solo la nascita del nuovo ma anche la morte del vecchio, tanto più da vicino esso ci riguarda tanto più ci ricorda, consciamente o inconsciamente, la più grande minaccia alla nostra esistenza (ovvero la sua fine). Questo spiegherebbe l'inerzia non solo dei confronti dei mutamenti percepiti come peggioramenti, ma anche nei confronti di quelli nei quali non si riesce a vedere un vantaggio che compensi la perdita del vecchio: un egoismo generico con picchi nella sua manifestazione suprema che è la difesa della propria vita.

Le filosofie che si concentrano su assoluti spirituali esprimerebbero allora nient'altro che il bisgono dell'uomo di avere un centro di gravità permanente, un punto di riferimento fisso, reale o fittizio che sia, trascendente laddove l'immanente ne neghi uno: un bisogno che avrebbe come radice anche la paura della morte, nonché la possibilità di scogliere i propri dubbi, di trovare quelle certezze di base di cui la nostra capacità di esprimere giudizi a priori (indipendentemente dalla validità dei giudizi stessi) ha bisogno.

Forse, tutt'altro che eterno e modello astratto ed irragiungibile dell'universo sensibile, il mondo dello spirito è nato con la necessità (e la capacità) dell'uomo di nascondersi dalle proprie paure: un inganno necessario per vivere e sopravvivere in una realtà per la quale non siamo nulla di speciale, in attesa sola di un nuovo che ci soppianti.


1 Per inciso, la didattica moderna utilizza spesso al posto dell'enuncianto suesposto l'alternativo postulato di Playfair «data una retta ed un punto esterno ad essa, esiste una ed una sola retta passante per quel punto e parallela alla retta data» che a rigore non è strettamente equivalente a quello di Euclide, ma tiene conto di alcuni impliciti assunti che Euclide fece nelle proprie dimostrazioni. 2 In realtà l'evoluzionismo concepisce anche i cosiddetti mutamenti indifferenti, ovvero che non dànno alcun beneficio, ma nemmeno fanno da ostacolo per la sopravvivenza, ed anche a questi può anche capitare di diffondersi sotto opportune condizioni. 3 Ricordiamo che tradizione è (o dovrebbe essere) ciò che viene tramandato oralmente, e quindi per estensione gli usi, costumi e precetti appresi nella frequenza quotidiana del proprio nucleo familiare nonché nelle interazioni sociali con gli altri membri di più estesi gruppi sociali a cui si ritiene di o si è costretti ad appartenere.
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novembre