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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090528

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/2.0 Una nuova speranza Terza Rivoluzione Industriale

È consuetudine separare due fasi nella rivoluzione industriale, separate dall'avvento di nuovi materiali e dallo sviluppo della (petrol)chimica. Invero, le innovazioni rese possibili dal progresso portano a drastici cambiamenti che giustificano il nome di seconda rivoluzione, un risicato secolo dopo la prima.

Ritengo che sarebbe opportuno separare, allo stesso modo, due momenti in quella che viene considerata attualmente la terza rivoluzione industriale, ovvero in quegli sviluppi della scienza e della tecnica che hanno seguito la seconda guerra mondiale (sviluppi pesantemente alimentati dalla guerra fredda).

L'evento che funge da cardine tra la terza e quella che io definisco quarta rivoluzione industriale è (penso si sia ormai capito) la nascita di Internet.

È indiscutibile che l'home computing ha avuto un significativo impatto industriale, non solo come oggetto di produzione, ma anche come soggetto: pensiamo a come fosse tecnicamente complesso produrre già qualcosa di semplice come volantini e opuscoli ancora negli anni '60 o '70; pensiamo a quanto sia semplice ed economico ora. Persino la produzione di oggetti più sofisticati, libri interi o disco, è ormai alla portata di ‘tutti’. Ed è probabile che l'home computing sarebbe esistito e si sarebbe diffuso anche senza Internet.

Ma è anche indiscutibile che la diffusione di Internet ha dato una spinta non indifferente alla diffusione dell'informatica domestica, dotandola di una potenza comunicativa fino ad allora assolutamente inimmaginabile. Ciò che prima era mirato principalmente allo svolgimento di due attività tra loro opposte quanto incompatibili (giocare e lavorare) diventa con la capacità di collegarsi ad Internet lo strumento per una nuova rivoluzione.

Parlerò quindi della quarta rivoluzione industriale facendo espressamente riferimento ai mutamenti sì industriali, ma soprattutto sociali e culturali, che trovano le loro radici nella universalizzazione dell'informatica, universalizzazione sia come diffusione, sia come capacità di collegare la gente. Ed in questo senso, forse, ciò che differenzia questa rivoluzione dalle altre è proprio l'aspetto culturale.

Vi sarebbero in realtà da fare alcune puntualizzazioni.

La prima riguarda il fatto che ciascuna rivoluzione agisce in maniera diretta su una cerchia sempre più ristretta della popolazione mondiale, con latenze secolari e più nella diffusione, per cui ad esempio nei Paesi occidentali siamo già alla saturazione degli indirizzi Internet (IPv4) quando ancora la maggior parte della popolazione mondiale non ha nemmeno l'acqua corrente (e spesso non bisogna nemmeno andare tanto lontano, basta guardare a certi quartieri di Catania che hanno l'acqua corrente a giorni alterni) o l'elettricità.

Questa precisazione è necessaria per chiarire meglio a cosa, chi, quanti mi riferisca nel dire ‘tutti’ o nel parlare di universalità; anche se, forse troppo ottimisticamente, oserei dire che sia ‘soltanto’ una questione di tempi: quanti anni fa era già speciale, qui da noi, che ci fosse un telefono nel quartiere, piuttosto che almeno uno ciascuno? da quanto tempo è normale che in ciascun appartamento ci sia almeno un televisore? Paesi in cui ancora le altre rivoluzioni non sono arrivate, o sono appena arrivate, seguiranno. Prima o poi. (Da questo punto di vista, peraltro, sono eticamente lodevoli, oltre che significative dal punto di vista tecnologico, iniziative come quella dell'OLPC, che però non può purtroppo definirsi esattamente un successo).

La seconda precisazione riguarda il fatto che nessuna rivoluzione riuscirà mai ad alterare la natura umana (benché non escludo che possa porvi fine, che sia con l'autodistruzione o anche piuttosto invece con la transizione a qualcosa che umano non possa più dirsi); è però vero che le varie rivoluzioni ne hanno stimolato, e ne stimolano, aspetti diversi (e qui se volete potete discutere a vostro piacimento di cosa esattamente sia la natura umana e quanto l'alterazione di questo o quell'aspetto la trasformi in altro o la lasci comunque sé stessa). E quali sono i fulcri del mutamento della quarta rivoluzione industriale?

Comunione e liberazione.

Beninteso, non si parla qui di quegli integralisti cattolici per i quali la Parola di don Giussani è più importante di quella del Vangelo. Al più, volendo rimanere in argomento, ci si può orientare verso i cardini del messaggio originale del cristianesimo (di cui ho già parlato da un punto di vista evolutivo).

Volendoci spogliare invece di ogni riferimento religioso, si potrebbe pensare al comunismo anarchico, che però ne darebbe una connotazione ideologica e sociopolitica che —ed è questa una delle sue onde portanti— è in realtà profondamente assente dalla quarta rivoluzione. Proprio questo ha permesso infatti ad Internet (ed alla sua cultura) di diffondersi tanto rapidamente, tanto capillarmente, anche quando draconiane misure censorie ne hanno severamente limitato l'uso (come ad esempio in Cina), senza riuscire ad alterarne la natura.

Ed è per questo che la quarta rivoluzione industriale è inarrestabilmente indirizzata verso ciò che ogni altra rivoluzione prometteva, mancando metodicamente di realizzare.

permalink | scritto da in data 28 maggio 2009 alle 23:32 | Stampastampa
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20090505

Domanda giornalistica Intermezzi

Qualcuno che guarda la TV potrebbe informarmi sulla seguente? Quando Berlusconi da Vespa parla di complotto dei giornali di sinistra e di come la sua seconda moglie [giusto per ricordare che Mr. Family Day è divorziato e risposato] si sia fatta da loro infinocchiare, lo fa con il contraddittorio?

O la regola del contraddittorio vale solo da Santoro quando si parla di vent'anni di DPC e governi ed amministrazioni che non hanno fatto nulla per far rispettare le norme antisismiche, e a Report quando si parla di come la mafia comandi a Catania e di come il medico personale di Berlusconi, Scapagnini, abbia mandato in bancarotta il comune con due sole amministrazioni?

permalink | scritto da in data 5 maggio 2009 alle 20:28 | Stampastampa
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20090420

L'importante è che non si sappia Diario

Vorrei ringraziare Lame Duck per la brillante citazione da Horacio Verbitsky:

Il giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda.

La salute di una democrazia dipende pesantemente dalla salute dell'informazione cui all'interno di essa si permette di circolare. Ovviamente (e purtroppo) un'informazione sana non è sufficiente a garantire una democrazia sana, ma è certamente necessaria. Ed in questo il nostro Paese non si può dire che brilli come esempio di eccellenza: l'unica sedicente democrazia combinata vistosamente peggio di noi è probabilmente la Russia, dove i giornalisti scomodi vengono semplicemente ammazzati, mentre da noi Berlusconi si può accontentare solo di licenziamenti e minacce (Mentana fuori da Mediaset, cronista RAI minacciata da Berlusconi, Berlusconi mima una fucilata contro una giornalista russa).

L'accanita battaglia contro l'informazione assume molteplici sfaccettature.

Pensiamo al bavaglio censorio contro le intercettazioni (uno dei primi atti dell'attuale governo, coincidentalmente a brevissima distanza da quelle che denunciavano legami non proprio politici tra alcune ministre ed il capo del governo) cui ho già accennato in precedenza.

Pensiamo alle reazioni ai manifesti che sputtanavano la gaffe di Gasparri su Obama.

La ciliegina sulla torta in questi giorni è stata l'espulsione di Vauro per queste vignette nella criticatissima puntata Resurrezione di AnnoZero, in cui Santoro ha avuto il coraggio di parlare delle responsabilità degli ingenti danni arrecati in Abruzzo dal recente sisma (che caso, due settimane fa io stesso suggerivo di parlare di questo piuttosto che di concentrarsi sull'inutile ‘caso Giuliani’).

Perché a Berlusconi dà tanto fastidio che si indaghi sulle suddette responsabilità, e soprattutto che se ne parli sui giornali? Persino Bertolaso (che peraltro rischia molto più di Berlusconi ad essere chiamato in causa, in quanto direttore della DPC) ha avuto il buon senso di affermare invece:

Tutti i giorni affrontiamo i problemi, alcune volte riusciamo a risolverli, ma possiamo commettere qualche errore. Se la stampa lo sottolinea, ne prendiamo atto e corriamo ai ripari, senza reagire, come qualcuno vorrebbe, in modo inconsulto o negativo.

Gli attacchi di Berlusconi servono forse a certificare come tale il lavoro dei giornalisti (secondo il criterio di Verbitsky). Ma soprattutto dovrebbero portare ad interrogarsi sui motivi per cui viene chiesto questo silenzio. È una questione privata, un banale impulso al controllo dell'informazione, semplice per la TV, ma difficile per i giornali di cui non è direttore e che non può controllare come capo del governo?

O ci sono verità scomode che al premier metterebbero pesantemente i bastoni tra le ruote?

Non so, per esempio e per ipotesi, il coinvolgimento di quella Impregilo coinvolta in maniera tutt'altro che limpida in progetti che vanno dalla TAV al Ponte sullo Stretto, per non parlare della gestione dei rifiuti in Campania?

Oppure, sempre per esempio e per ipotesi, l'impatto che eventi ed inchieste stanno avendo sul famigerato Piano Casa? O il discredito della minacciata promessa di costruzione di centrali nucleari?

Nell'augurio che i giornalisti continuino ad avere la forza (e la possibilità) di compiere il loro lavoro, adempiendo a quel diritto/dovere di cui si fanno carico nello scegliere questa professione, propongo un esercizio a chi mi legge: quali sono le verità scomode che vi sovvengono?

Nei commenti a questo articolo, o in un articolo sul vostro blog (che a questo faccia riferimento) elencate contemporanei fatti e vicende la cui diffusione ritenete non sia gradita a chi gestisce il potere sociale, politico ed economico della realtà che ci circonda.

Sui due piedi, a me vengono le presenti:

  • i più vocali difensori dei valori della famiglia (generalmente contro la ‘minaccia’ omosessuale) nella politica italiana sono divorziati (es: Berlusconi, Casini, Fini) e/o puttanieri (es: Cosimo Mele), per non parlare di papi ed alt(r)i prelati che (in teoria) non hanno alcuna esperienza (pratica) di cosa significhi avere una famiglia;
  • la Chiesa Cattolica protegge ed ha sempre protetto i preti pedofili;
  • la Chiesa Cattolica, tanto vocale nella difesa della Vita, ha sempre appoggiato i regimi totalitari di destra;
  • due amministrazioni consecutive del medico personale di Berlusconi e della sua giunta di centrodestra hanno portato Catania sull'orlo della bancarotta;
  • il governo Berlusconi IV, dopo tante parole sull'eliminazione degli sprechi, butterà al vento centinaia di milioni di euro rifiutandosi di accorpare il referendum sulla legge elettorale alle elezioni europee ed amministrative; Berlusconi ha pubblicamente riconoscuto di essere ricattato dalla Lega Nord (che vuole far fallire il referendum perché le modifiche proposte la farebbero sparire alla prossima tornata elettorale);
  • Berlusconi riesce a negare di aver detto qualcosa mezz'ora dopo averla detta;
  • Berlusconi controlla l'informazione in Italia grazie non solo all'impero mediatico costruito grazie al sodalizio con Bettino Craxi ed all'appartenenza alla loggia P2, ma anche grazie alla connivenza dei DS che si sono costantemente rifiutati di agire contro il suo (di Berlusconi) conflitto di interessi;
  • Beppe Grillo è una checca isterica.

Ed ora, à vous

permalink | scritto da in data 20 aprile 2009 alle 2:31 | Stampastampa
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20090319

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.2 Il tema Terza Rivoluzione Industriale

Il termine ‘informatica’ nasce come crasi di ‘informazione’ ed ‘automatica’: spesso indicata con IT (Information Technology, Tecnologia dell'Informazione), l'informatica rappresenta infatti la possibilità di gestire, in maniera automatizzata e quindi con un ridotto intervento umano, grandi quantità di informazioni. I cardini dell'informatica sono quindi la possibilità di raccogliere grandi quantità di dati, e la possibilità di elaborarli. L'indirizzo di sviluppo preso dagli elaboratori elettronici (volgarmente detti computer, e che in fondo non sono altro che calcolatrici molto complesse) ha dettato poi in particolar modo che questi cardini si realizzassero innanzi tutto con il meccanismo della digitalizzazione, ovvero la trasformazione di qualunque tipo di informazione in numeri; e la prima, forse la più importante conseguenza di questo è stata la replicabilità infinita: l'informazione digitale può essere replicata innumerevoli volte senza che vi sia perdita d'informazione4

Ma la terza rivoluzione industriale ha portato con sé qualcosa di inatteso, imprevedibile, rivoluzionario: internet. Ed è un po' di questo che vorrei parlare, cercando di evidenziare alcuni punti che pur non riuscendo a descrivere completamente la vastità dell'impatto che ha avuto la possibilità di collegare tra di loro tutti i computer del mondo, ne possano far emergere alcuni aspetti. E se possibile, cercherò di indicare qualcuna delle potenzialità ancora inespresse di questo strumento.

Internet è una raccolta di metodi e mezzi di comunicazione tra computer: è quindi, sostanzialmente, uno strumento per scambiare informazioni, nel senso più generico del termine. Internet, come in generale la tecnologia, viene criticata per la sua capacità di alienare le persone dai rapporti sociali ‘diretti’; tuttavia, internet permette al contempo la creazione di nuovi rapporti sociali, con strutture e di natura molto diverse, sia tra di loro sia dai rapporti reali. E l'isolamento materiale cui può portare internet ha come controparte la possibilità di far uscire dall'isolamento chi altrimenti vi si troverebbe, per il contesto (reale) ostile in cui vive o per qualunque altro motivo. Comunità che non potrebbero esistere per le grandi distanze materiali che separerebbero i membri diventano improvvisamente possibili in ‘luoghi’ virtuali.

Ma soprattutto internet è il Luogo dell'Informazione.

Fino all'avvento su larga scala del cosiddetto Web 2.0, le pagine web erano fonti sostanzialmente statiche d'informazione, in mano ad un numero relativamente ristretto di persone, fruibili secondo canoni non molto dissimili da quelli dell'informazione nel mondo reale; i newsgroup su Usenet ed i canali tematici su IRC sono stati i luoghi dove sono nati i paradigmi di una fruizione molto più dinamica ed attiva dell'informazione.

La diffusione dei blog, delle wiki, dei forum, del social networking ha portato questo nuovo paradigma alla ribalta: chiunque5 (può) genera(re) informazione, e chiunque5 ne può usufruire. L'utente non è più un consumatore, fruitore passivo, ma un prossumatore, fruitore attivo che produce oltre a consumare.

Un altro aspetto sorprendente di internet è la rapidità con cui questi nuovi concetti, questi nuovi modi di vivere e di pensare si diffondono; se le precedenti rivoluzioni industriali avevano accorciato drasticamente i tempi di trasporto di persone ed oggetti, la terza rivoluzione industriale ha praticamente annullato i tempi di trasporto di informazioni ed idee: ma fuori da ogni aspettativa, ne ha anche accorciato i tempi di assimilazione.

Una delle motivazioni di questa sua capacità è da cercare sicuramente nella struttura che internet è riuscita finora a mantenere: una struttura che nella sua forma nativa, originale è sostanzialmente anarchica, incontrolllata se non addirittura incontrollabile. E proprio questo la rende sempre più una pericolosissima minaccia per il potere; e proprio per questo motivo essa è sempre più oggetto di attacchi ed aggressioni che mirano ad eliminarne tutte quelle caratteristiche che ne hanno decretato il successo.

Per inciso, non solo i tradizionali poteri politici trovano in internet un pericoloso nemico: anche più subdoli, ma non per questo meno aggressivi, poteri economici di vario genere si trovano a dover combattere con la rivoluzione culturale che internet ha alimentato. Molti dei grandi imperi economici che hanno costruito la loro fortuna su un sostanziale monopolio dei canali di comunicazione e distribuzione si scoprono improvvisamente superflui.

Ad esempio, la produzione in studio di un disco musicale, la creazione dei vinili, la loro distribuzione, sono (erano) processi effettivamente costosi che possono (potevano) giustificare le £20.000 del costo dell'oggetto. La maggiore semplicità di produzinoe ed il più ridotto costo della materia prima rende molto più sospetti i 20€ del compact disc, anche considerando l'inflazione. E quando si arriva alla distribuzione elettronica, viene da chiedersi dove vadano i $10 dell'album comprato online.

Non a caso la proposta di legge censoria proposta dalla Carlucci (che casca così almeno per la seconda volta nell'errore di prestare faccia ad argomenti evidentemente ben al di fuori della sua comprensione) è stata redatta in realtà dal presidente di Univideo (un blog a caso che ne parla), molto più interessato alle violazioni del copyright che non alla pedofilia (la scusa universale per far passare qualunque porcata: il più immondo insulto per chi veramente è stato vittima di abusi sessuali).

L'archetipo della censura di internet è sicuramente la Cina, che con la sua Muraglia Elettronica impedisce ai cinesi di visitare siti locali e stranieri ‘pericolosi’, ‘sediziosi’, ‘terroristici’ (guai a parlare di piazza Tiananmen o della questione tibetana). Ma quanti italiani sanno che simili meccanismi di censura sono da tempo in opera anche in Italia, già da prima dell'emendamento D'Alia? Io l'ho scoperto quando il meccanismo (ufficialmente utilizzato, poco efficacemente peraltro, per bloccare presunti siti pedopornografici ed i siti di gioco d'azzardo che non hanno accordi fiscali con l'Italia) venne utilizzato per bloccare The Pirate Bay (un motore di ricerca per BitTorrent che, come tutti i motori di ricerca, indicizza anche materiale protetto da copyright e distribuito illegalmente), sollevando un notevole polverone in molti ambienti.

In questo modo il potere politico si manifesta per l'ennesima volta alleato (perché stavolta non è più semplicemente succube del lobbying, avendo ben motivo di temere e necessità di difendersi dalla grave minaccia dell'informazione libera) di altri forti poteri economici, costruiti su privilegi non più giustificabili nei nuovi scenari tecnologici. E se con la crassa ignoranza che contraddistingue i nostri uomini di potere in Italia si assiste solo a dei patetici (ma non per questo meno pericolosi) attacchi censori, nei più scafati e sofisticati ambienti del potere mediatico statunitense si tenta di uccidere la neutralità di internet cercando di forzarla in quei meccanismi selettivi che contraddistinguono le reti televisive via cavo (un mondo che, con i vantaggi e svantaggi del caso, da noi è arrivato tardi e male).

Ma nonostante lo sfacelo e la decadenza che vedo intorno a me, nonostante l'incalzare degli attacchi, ci sono segni e segnali che mi fanno sperare che internet possa ancora resistere, e forse persino salvarsi, evolvendo nel peggiore dei casi in qualcosa di ancora più inattaccabile.

permalink | scritto da in data 19 marzo 2009 alle 0:01 | Stampastampa
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20090316

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.0 Prologo Terza Rivoluzione Industriale

Si parla ormai apertamente di crisi (anche troppo apertamente, secondo certuni). La crisi porta con sé incertezze e paure, in primis quella di perdere quei privilegi, quei beneficî cui ci si è abituati al punto da ritenerli imprescindibili diritti; e molto si potrebbe dire di come la paura sposti la gente a destra: non a caso le campagne mediatiche di quelle parti politiche, vicino e lontano dalle elezioni, sono sempre incentrate sulla paura, facilmente pilotabile verso un Nemico o l'Altro secondo l'opportunità del momento (ebrei, comunisti, extracomunitari, albanesi, pedofili, arabi, mussulmani, rumeni1, talibani2, rom1 … un grande potpourri in cui non è nemmeno importante capire bene di cosa si sta parlando); e si potrebbe parlare di quanto sia quindi importante non eliminare mai le cause reali dei problemi, in modo che il gregge accetti supinamente ordinamenti sempre più draconiani e restrittivi la cui unica vera mira è quella di aumentare il controllo sulla popolazione permettendo al potere di mantenersi.

Ad esempio, nessuno si domanda quanto sia paradossale che nonostante la salita al potere del governo Berlusconi IV, l'affiancamento dell'esercito alle forze di polizia, l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma —ricordiamo che il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale fu proprio quanto fosse diventata insicura la città con Veltroni, battendo proprio su un caso di stupro— non vi sia stata nessuna sostanziale alterazione nell'andamento dei crimini, già in calo dal 2006 nonostante il sempre maggior tempo dedicato alla crona nera dall'informazione; nessuno si va a chiedere perché già prima di identificare i responsabili di uno stupro si presentava come futura soluzione al problema la costruzione di ghetti per zingari e rom; in effetti, nessuno si va a chiedere perché si dovrebbero mettere in gioco i militari a far servizio di polizia: se cinque corpi di polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Regionale, Polizia Municipale) non sono sufficienti forse c'è qualche altro tipo di problema. Ma chi si pone la questione? L'importante è poter avere l'illusione di sentirci sicuri (ma non troppo).

Ovviamente, la gestione del potere dipende in maniera sostanziale dalla gestione dell'informazione: una gestione che può assumere forme più o meno subdole. La forma data ad una notizia segna pesantemente il cosa pensare, ma è spesso sufficiente, con molto meno sforzo, guidare l'a cosa pensare, pesando opportunamente le notizie o non dandole affatto (quanto e dove è girata in Italia la notizia della condanna in primo grado di Mills?). Ma il controllo dell'informazion diventa ancora più cruciale quando ci si avvicina a chi gestisce il potere, perché non è importante che i misfatti non vengano compiuti, ma che non si vengano a sapere.

Non a caso i militari statunitensi che hanno diffuso le immagini delle torture di Abu Ghraib sono stati i primi a venire puniti. Non a caso la legge di questo governo sulle intercettazioni, nel suo progetto iniziale (fortunatamente accanitamente combattuto), non solo le rendeva praticamente ineffettuabili, ma soprattutto ne impediva la pubblicazione. (Altro paradosso: da un lato in nome del ‘diritto alla privacy’ (che meriterebbe un discorso a sé stante) si cerchi di istituzionalizzare la disinformazione del cittadino, dall'altro ci si dimentica dello stesso diritto per spingere invece per aumentare i meccanismi di sorveglianza sui cittadini stessi.) Sarà mica perché i giudici, dopo tutto, sono più facili da comprare che l'opinione pubblica? Sarà perché non tutte le porcherie sono crimini? (Ma poi mi chiedo: mettiamo, ipoteticamente parlando, che si scoprisse ad esempio che realmente la Gelmini è diventata ministro spompinando Berlusconi, e supponiamo che i documenti che lo provano diventino di dominio pubblico nonostante tutti i tentativi fatti per distruggerli perché non pertinenti alle indagini in cui sono stati procurati; alla maggior parte degli italiani gliene fregherebbe niente, se la cosa fosse vera e documentata? Mi guardo attorno e l'etica e la morale che vedo diffuse accetterebbero la cosa tranquillamente, se non addirittura con quel pizzico d'invidia che molti provano per i ‘furbi’ che riescono a ‘fottere il sistema’ salendo i gradini della scala sociale con favoritismi, clientelismi, raccomandazioni e pura e semplice prostituzione, ormai sempre più senza nemmeno quell'ipocrita velo della finta indignazione.)

Nel peggiore dei casi, quando le minacce (legali e meno legali) diventassero inutili, si può sempre ammazzare l'Anna Politkovskaya o il Giuseppe Fava di turno.

Ma se non è difficile ottenere il controllo dell'informazione giornalistica e radiotelevisiva, vi è un altro terreno su cui è molto più difficile imporsi, un terreno in cui l'informazione regna senza controllo.


1 interessante anche il giochetto mediatico del ‘romeno’ con cui ci si libera della necessità di distinguere tra rom e rumeni, due popoli completamente distinti da ogni punto di vista e che non si vedono nemmeno di buon occhio l'un l'altro; confoderli semplifica la vita ed aiuta ad usare i rumeni come scusa per ghettizzare i rom, ed i rom per stimmatizzare i rumeni, ora che gli albanesi non fanno più notizia

2 e non talebani come la massiccia ed ignorante anglicizzazione del giornalismo italiano vorrebbe

permalink | scritto da in data 16 marzo 2009 alle 0:41 | Stampastampa
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20080828

A difesa della censura ecclesiastica Intermezzi

[Dalla, non della. Ma dopo aver sbagliato mi chiedo: quale titolo farà più rumore?]

[E cliccate sull'immagine per la spiegazione]

[Fin qui tutto bene]

permalink | scritto da in data 28 agosto 2008 alle 18:28 | Stampastampa
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