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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20091109

Traslochi, sospensioni, riprese Diario

Il fallimento improvviso e scoraggiante del disco fisso del proprio computer è un'esperienza tutt'altro che gradevole, anche quando l'evento cade, seppur di pochi giorni, entro i limiti della garanzia.

Il disco fisso del proprio computer personale è un po' come la propria casa: non solo contiene tutti i nostri dati, ma anche i programmi che siamo soliti usare, personalizzati e configurati secondo i nostri bisogni ed il nostro estro.

L'arrivo del nuovo disco è un po' come un trasloco: bisogna prepararlo, installare nuovamente il sistema operativo, quindi tutti i programmi, ed infine trasferire le impostazioni dal vecchio disco (o dal backup più recente). Ai tempi tecnici della reinstallazione e del trasferimento segue un lungo periodo di rodaggio in cui si va scoprendo tutto quello che ci si è dimenticato, i piccoli script sparsi in giro per il computer, programmi che si usavano solo una volta al mese e che non riusciamo più a trovare perché ci siamo dimenticati di installarli, e perché prima invece il computer si comportava diversamente in questo e quest'altro caso?

Mentre l'acquisto di un computer nuovo ha grosso modo il gusto insoddisfacente di un subentro, con la netta sensazione che ciò che si va creando non sia veramente ‘nostro’, avere a disposizione un disco fisso nuovo, intonso, ha con sé l'immenso vantaggio di potercisi sbizzarrire liberamente. Ad esempio, se sul disco fisso originario c'era Vista e mi ero limitato a ridurne la partizione per fare spazio a Linux, il nuovo disco fisso è stato incignato dall'ultima Debian testing (subito promossa ad unstable). Dalla mia idea originaria di non fare vedere Windows a questo computer nemmeno con il binocolo sono però poi passato a più miti consigli suggeriti dall'esperienza dell'anno passato; sfruttando la modernità del sistema, ho relegato Windows ad una piccola macchina virtuale con quel minimo di spazio (comunque troppo) richiesti dall'installazione di Windows e di quei programmi che nemmeno a colpi di legno riescono per ora ad andare sotto WINE, come ad esempio l'infame Microsoft Office, l'uso del cui Excel mi è richiesto da certi fogli con macro poco digeribili dall'OpenOffice.

Il periodo tra la morte del disco fisso precedente e l'arrivo e messa in funzione di quello nuovo mi ha anche portato ad apprezzare cose sulle quali in precedenza ero un po' scettico o delle quali ignoravo certe potenzialità.

Ad esempio, l'immenso potere non solo della console (la famigerata ‘linea di comando’ della quale sono sempre stato un grande fan), ma in particolar modo del comando screen: lanciare irssi in screen sul fedele server domestico, e poter poi accedere a quella sessione da qualunque altro computer connesso ad internet, senza duplici presenze o inutili disconnessioni.

Ho anche scoperto la preziosa importanza della ‘nuvola’: sono sempre stato molto scettico nei confronti della “cloud computing”, la buzzword con cui da Google alla Microsoft, da Yahoo! ad Amazon, dalla Apple a chi-vuoi-tu, si cerca di convincere la gente a caricare tutti i propri dati, documenti, email, foto e quant'altro, online. Sono sempre stato scettico perché soluzioni come quella di Google Docs mancano di garanzie di sicurezza, perdita del totale controllo che si ha normalmente sui propri documenti; ma quando il tuo ultimo backup risale a due mesi prima e tutto ciò che si salva si salva grazie alla ridondanza di copie sparse tra server domestici e computer universitari, il principio assume un colore diverso, e si capisce che il problema non è tanto la perdita di privacy (ho pochi dubbi sul fatto che aziende come Google sfruttino servizi come Docs anche per l'accumulo di usage patterns e quant'altro), ma piuttosto il rischio di ‘disappropriazione’ del proprio. La soluzione è quindi un compromesso, dove il remoto non è una sostituzione al locale, bensì una sua copia; dovrebbe andare tutto sotto un sistema come git, in sostanza.

La prima settimana senza il mio computer personale mi ha anche allontanato (comprensibilmente) dalla mia solita vita virtuale; mi ha quasi commosso la premura di chi mi ha contattato preoccupato per la mia salute quando sono finalmente tornato online, e sono lieto che il Karmic Koala gli abbia risolto tutti i problemi che Linux gli aveva offerto a ricompensa della pervicacia con cui si ostinava a volerlo provare.

Tornare online ha richiesto un paio di giornate per riprendere le fila degli arretrati di FriendFeed; nel resto del mondo, però, non è cambiato nulla, nel frattempo.

Alla distruzione dell'istruzione pubblica seguono gli ultimi colpi all'informazione (si accettano scommesse sulle future cancellazioni di Report, Blu Notte, ed i pochi altri programmi TV che osavano parlare di tutto il marcio in cui sprofonda la nostra nazione), la pubblica sicurezza continua a massacrare i cittadini scomodi, la un tempo nobile Arma si trova coinvolta in strani casi di ricatto (che coinvolgendo trans ed esponenti dell'opposizione fanno molto più notizia del commercio di cariche pubbliche e posti in TV in cambio di sesso in cui si trova coinvolto Berlusconi, che può dare le proprie non-risposte alle ormai famose 10 domande di Repubblica parlando senza contraddittorio da Bruno Vespa —la par condicio la si impone solo ai comunisti di Annozero), Brunetta può dire “vadano a morire ammazzati” impunemente mentre la vignetta di Biani contro Brunetta fu dichiarata «pericolosamente ambigua», così come il gruppo di Facebook in cui si esorta all'omicidio di Berlusconi merita censura, ma non tutti gli altri gruppi sullo stesso tono che popolano quel social network, le riforme della giustizia del premier continuano ad avere come unico obiettivo il decesso prematuro dei processi a suo carico (così che lui possa reiterare, anche dopo condanna, che la prescrizione è una conferma di innocenza) alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale, Brunetta non parla troppo forte dell'inutilità delle sue draconiane misure, i TG parlano di come tutto vada bene pubblicando sondaggi fatti prima che la crisi arrivasse dalle nostre parti, lo Stato peggiora la propria situazione contabile nonostante i mostruosi tagli ai servizi pubblici, ed alle grandi acclamazioni a favore della meritocrazia seguono atti che fanno di tutto per contrastarla (vedi la guerra tra la Gelmini ed il TAR del Lazio sull'inserimento a pettine nelle graduatorie).

Le buone notizie arrivano solo dall'estero: una corte svedese dà ragione all'ISP che si rifiuta di bloccare The Pirate Bay, quella europea ci ricorda che uno Stato laico non può imporre la presenza di un simbolo religioso in luoghi come scuole e tribunali (sentenza che trova d'accordo non solo agnostici ed atei, ma anche i cristiani non cattolici e persino qualche cattolico, mentre La Russa, pieno di sentimenti brunettamente cristiani, invita alla morte tutti quelli che con la sentenza sarebbero d'accordo), la Norvegia è lo Stato più vivibile del mondo (probabilmente non contando clima e cibo).

Chissà se la coglionaggine italiana è genetica o la si impara dal grembo materno come la cantata linguistica.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2009 alle 1:22 | Stampastampa
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20081120

A (s)proposito di strumenti Diario

Il primo computer che di cui sono entrato in possesso direttamente (ovvero non ereditandolo usato da mio padre) è stato un portatile Dell Inspiron 8200 che mi ha accompagnato fedelmente per più di sei anni (da maggio del 2002, poco dopo essere stato ammesso al dottorato).

Ciò che allora mi spinse a scegliere quel Dell fu la possibilità di configurarlo online con tutta una serie di opzioni che già allora erano difficili da ottenere altrimenti, ed ora sono praticamente impossibili da avere: sistema operativo Windows XP Professional in lingua inglese, tastiera con layout americano, spina schuko europea CEE 7/7. In realtà del sistema operativo avrei volentieri fatto a meno, ed infatti non molto tempo dopo il portatile passò ad una configurazione dual boot Windows XP/Linux Debian, che un paio d'anni fa è diventata un quasi permanente utilizzo di Linux.

Il portatile, dicevo, mi ha fedelmente accompagnato per poco più di sei anni, con qualche piccolo ritocco di manutenzione: ventoline di raffreddamento sostituite, nuovo alimentatore, più RAM, nuovo disco fisso. Recentemente (da fine agosto di quest'anno) era però intervenuto un difetto che ha reso improrogabile l'acquisto di un nuovo portatile: i cardini del monitor avevano completamente perso presa, ed ovviamente richiedere un appoggio per il monitor di un portatile ne riduce notevolmente la mobilità.

Peraltro, il monitor di quel portatile era qualcosa di straordinario: un contrasto di 800:1, una risoluzione di 133 punti per pollice (1600×1200 su un 15"), una limpidezza ed una nitidezza d'immagine che sinceramente non ho mai riscontrato altrove.

Purtroppo e per fortuna, il progetto che finanzia il mio assegno di ricerca prevede anche il calcolo scientifico su scheda grafica, per il quale il mio vecchio e fidato compagno di lavoro (e di svago) è assolutamente inadeguato; così, è stato previsto l'acquisto di un nuovo portatile, nominalmente dell'università, ad uso e consumo del sottoscritto.

Ieri sono finalmente entrato in possesso del nuovo portatile, un HP Pavilion dv5, una macchina di cui spero, sinceramente, di disfarmi quanto prima.

Innanzi tutto, il design del portatile è straordinariamente tamarro (i tamarri, per chi non lo sapesse, sono quelli che si fanno la Punto metallizata con gli alettoni e sotto ci montano i neon blue e/o verdi, per poi scarrozzarsi il sabato sera con la tunztunzica sparata a tutto volume, che pare camminino a propulsione sonora più che petrolchimica). Ora, io non sono il tipo di persona che generalmente si prende ad esempio per l'eleganza (non esito ad esempio a vestirmi di nero e marrone, da vero cafone); ma tra la nera sobrietà del mio precedente portatile e l'argentata sbrillugicaggine del nuovo c'è una differenza sgradevolmente notevole.

In secondo luogo, la tastiera fornita è italiana: cosa che sapevo già, ed a cui si pone rimedio facilmente imponendo al sistema operativo un layout più consono alle mie abitudini. Ma non è comunque cosa carina scrivere su una tastiera che non corrisponde a quello che vorresti. (Purtroppo, gli unici che vendono portatili con layout americani sono la Dell, la cui offerta non aveva una scheda grafica adeguata, e la Apple, i cui prezzi erano superiori di almeno 400€ agli altri portatili di specifiche confrontabili.)

Sul positivo, la tastiera è confortevole, risponde bene, non stanca molto. E c'è il lettore di impronte digitali che fa molto pheego.

La terza mostruosità sta nel sistema operativo precaricato, un Windows Vista Home Premium che non esita a singhiozzare e smettere di rispondere anche con i 4GB di RAM in dotazione al sistema et ai due core del processore, un Intel Core2 Duo da 2.53 GHz. Il sistema operativo, ovviamente in italiano, ha richiesto un'oretta circa tra inizializzazione, creazione dei dischi di ripristino e configurazione della rete (enormi problemi con la wireless di dipartimento); per di più, manca ancora la possibilità di configurare automaticamente la rete fissa a seconda del router a cui mi aggancio, cosa che in Linux ho risolto già parecchi anni fa.

Di positivo c'è che finalmente Windows Vista permette di ridurre le partizioni anche mentre sono montate e senza installare programmi aggiuntivi, facilitando quindi un importante passo per l'installazione di un altro sistema operativo (cosa che mi sono ovviamente affrettato a fare appena tornato a casa ieri).

Infine, la pecca più grave di questo nuovo portatile è, prevedibilmente per contrapasso, quella in cui l'altro brillava di più: il monitor. Io, abituato ad un'immagine chiara, nitida e splendida mi ritrovo con un monitor dalla risoluzione banale (98 punti per pollice) e con quel fastidioso effetto di lucido riflettente che tanto va di moda, purtroppo, nei nuovi acquisti.

A caval donato non si guarda in bocca, ma è proprio vero che gli strumenti dovremmo sceglierceli noi, senza costrizioni di tempo, modo e forma.

permalink | scritto da in data 20 novembre 2008 alle 16:56 | Stampastampa
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20080513

Lo scafandro, la farfalla ed il computer Diario

Il Learn by Movies ci ha offerto gratis uno splendido film. Francese, il film narra la storia (vera) di Jean-Dominique Bauby e della sua vita con sindrome del chiavistello, a seguito di una paralisi totale causata da un ictus.

Il film, diretto magistralmente ed accompagnato da un eccezionale movimento di macchina, non scivola mai nel patetico: intenso e non certo allegro (pur non privo di alcuni momenti di ilarità), comunica perfettamente l'immensa forza di volontà con cui il protagonista, coadiuvato da medici, infermieri, familiari ed amici, riesce ad esprimere la propria forza vitale pur essendo capace di comunicare esclusivamente tramite battiti di ciglia e altri movimenti oculari.

Inevitabilmente mi è venuto in mente Dasher, un progetto di input con mobilità ridotta di cui ho già parlato in passato e che mi ha sempre affascinato per le sue incredibili potenzialità. Il film mi ha fatto soffermare sull'importanza che questi progetti possono avere per venire incontro alle esigenze che queste persone possono avere, ben oltre la semplice curiosità ludico-tecnologica che suscitano in individui come il sottoscritto.

Le possibilità di (parziale, anomala) rinascita offerte dal progresso di medicina e tecnologia aprono una serie di interrogativi sul destino anche evolutivo del genere umano; ma a ciò sono connessi una serie di interrogativi sulla limitatezza della disponibilità di tali progressi. D'altra parte, lo stesso protagonista dello Scafandro, viene da chiedersi, avrebbe avuto le stesse possibilità se fosse stato più solo, o meno famoso, o meno ricco, o nato in una diversa parte del mondo? Ed ovviamente anche: sarebbe possibile, ed in quale misura, fornire lo stesso tipo di servizio in maniera più estesa? (A prescindere dal fatto che poi lo si faccia o meno.) Nel caso non fosse possibile, quale dovrebbe essere il criterio in base a cui decidere a chi renderlo disponibile? (A prescindere dal fatto che poi venga seguito o meno.)

permalink | scritto da in data 13 maggio 2008 alle 18:18 | Stampastampa
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20080503

La mia vita in musica Il mio mondo

Io suono la tastiera
dalla mattina a sera
clickety click
clickety click
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permalink | scritto da in data 3 maggio 2008 alle 9:01 | Stampastampa
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