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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090727

C'avevo (quasi) creduto Diario

Ai tempi della prima repubblica usava dire che la Democrazia Cristiana aveva due anime (o anche di più) riferendocisi non tanto al numero di iscritti o di sostenitori, quanto piuttosto alle diverse ideologie che in effetti vi erano rappresentate.

Recentemente mi è venuto in mente che un discorso apparentemente simile può farsi per il PdL, un partito in cui convivono e si manifestano due anime: un'anima mediatica, propagandistica, pubblicitaria, bombasticamente orientata a creare una ben precisa immagine che possa mietere consensi nel popolo; ed un'anima ben distinta trasportata invece dai fatti, dalle scelte effettive, dagli atti concreti, dalle loro conseguenze e dalle loro implicazioni.

Diversamente dal caso della DC, in cui anime diverse erano sostanzialmente rappresentate da persone diverse (un po' come il correntismo che il PD ha ereditato dall'accozzaglia di partiti di centro e di sinistra da cui proviene), le due anime della PdL si incarnano —con evidente ipocrita paradossalità, ben accetta da quei pochi nel suo elettorato che ne sono coscienti— nei medesimi individui.

Abbiamo così ad esempio da un lato un vigoroso affermare del valore della famiglia tradizionale cattolica, eterosessuale e monogama, spinto fino alla necessità di organizzare un Family Day, una sorta di Catholic Heterosexuality Pride, in risposta alla presunta minaccia omosessuale che dovrebbe minare la tradizionale famiglia ed il suo essere base della nostra sana società, e dall'altro abbiamo che i più grandi esponenti dei partiti che partecipano al Family Day (da Berlusconi a Fini, da Bondi a Casini) sono tutti divorziati. E qualcuno è anche documentatamente puttaniere, che non solo non è esattamente il comportamenteo più strettamente compatibile con l'etica cattolica della famiglia base della società, ma è anche (o anzi dovrebbe essere) inatteso nel rappresente di un partito che si è scagliato contro il meretricio mirando tanto al magnaccia quanto al cliente (altrimenti detto “utilizzatore finale”), passando ovviamente per le prostitute stesse.

(E si arriva al ridicolo di considerare morboso e bacchettone chi adempie il proprio diritto/dovere di informare il suddetto popolo della realtà delle cose, piuttosto che riflettere sull'ipocrisia di chi propaganda un'etica comportandosi poi in maniera diametralmente opposta.)

(A proposito, questo articolo dovrebbe essere pieno di link a tutti i vari fatti di cronaca e di storia recente cui si fa riferimento, ma sono troppo pigro. Bonus points a chi li mette per me.)

Ovviamente, l'ipocrisia cattolico-puttaniera è solo un esempio (anche se forse il più eclatante) della duplicità delle anime della PdL. Se ne trovano molti anche, per esempio, nella sedicente lotta agli sprechi ed alla malamministrazione pubblica di cui si fa campione in particolar modo il ministro Brunetta.

Peraltro, laddove le basi etiche per l'opposizione alle unioni omosessuali sono, nella migliore delle ipotesi, dubbie, lo stesso non può dirsi della teoria dietro i discorsi di Brunetta: riduzione degli sprechi, efficienza, lotta all'assenteismo … ovviamente, quando poi si guarda alla pratica, la prospettiva cambia parecchio, e si entra nel dominio delle buone intenzioni che, come si sa, lastricano la via per l'inferno.

Non parliamo qui del governo anti-sprechi che taglia istruzione e ricerca (fondamenta del futuro della nazione), per le quali l'Italia era già il fanalino di coda dell'Europa, ma non i costi della politica (stipendi e beneficî di parlamentari, annessi e connessi), che invece in Italia sono i più alti d'Europa (al punto da spingere Mastella a lamentarsi della miserrima —298 euro— diaria del parlamentare europeo), con conseguente pensione (quasi 1400€ di minima, circa 100€ più del netto mensile di un assegno di ricerca).

Non parliamo delle risoluzioni anti-assenteismo, che puniscono il ricercatore dell'INGV (costretto a sottostare alle medesime regole dell'impiegato postale, nonostante abbia un lavoro di tipo totalmente diverso, per il quale ad esempio richiedere la compresenza è ridicolo) lasciando che il personale di segreteria continui a sperimentare un gioco nuovo al computer a settimana, nonostante gli (altrimenti inspiegabili) ritardi nel disbrigo pratiche.

In realtà, il casus verbi che ha suscitato questo articolo è stato il susseguirsi delle affermazioni di Brunetta sulla politica meridionale:

Che esista da sempre un problema meridionale è indubbio - spiega Brunetta - ma la questione è affrontare con fermezza i nodi di una classe dirigente e politica inadeguata. […] Se si tratta di avere piu' soldi e spenderli male allora dico di no.
e dell'ultima aggiunta al decreto anticrisi, il lodo Bernardo, uno scudo erto a proteggere l'intera catena amministrativa, dal più scaffituso degli enti locali al premier, da processi per disservizi e malamministrazione, impedendo l'avvio di un procedimento se non si conoscano già proprio quelle informazioni che dal procedimento dovrebbero venire fuori (entità del danno ed eventuale “dolo o colpa grave”).

Allora le cose sono due: o Brunetta è nel governo sbagliato, visto che i suoi stessi alleati sono i primi a spuntare le uniche armi che si avrebbero per combattere veramente la disfunzionalità di tutti i livelli dell'amministrazione italiana, o lui già per primo non ha idea di come agire per correggere veramente i problemi (o peggio ancora, ha ben idea ma preferisce evitare).

Tenendo conto che anche nei suoi provvedimenti si vada a colpire solo il pesce piccolo (con più danno collaterale che benefici), senza nemmeno scalfire l'intera catena di comando che dovrebbe essere responsabile della (s)corretta gestione delle risorse (materiali, umane e temporali), ho il sospetto che la seconda ipotesi sia più valida della prima.

permalink | scritto da in data 27 luglio 2009 alle 23:15 | Stampastampa
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20090408

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/1.0 Le rivoluzioni fallite Terza Rivoluzione Industriale

Le prime rivoluzioni industriali hanno fallito da molti punti di vista. Lasciando perdere, almeno per il momento, le opinioni di conservatori, reazionari e luddisti, mi piacerebbe soffermarmi in particolare sulle motivazioni che possono far considerare l'industrializzazione un fallimento anche da un punto di vista progressista.

In un'avventura di Jeff Hawke (credo fosse “The Intelligent Ones”, H3847-H3896, ma dovrei controllare) volatili extraterresti giungono sul pianeta Terra nella loro missione per svelare al Cosmo il segreto dell'uccellità. Dopo sorprese ed incidenti diplomatici intergalattici, gli alieni ripartono lasciando al protagonista (solo, perché l'unico che si è dimostrato meritevole) ciò che permette di liberarsi dal lavoro: un'incubatrice per uova.

Al di là dell'assoluta inutilità di quel particolare strumento per Jeff Hawke in particolare, e per tutta la specie umana in generale, l'interesse per sollevare una intera specie da una forzosa necessità che ne occupava la maggior parte del tempo era forse ciò che rendeva alieni gli extraterrestri: forse ben più che non il loro aspetto noctorapace. E benché il tipo di lavoro nel fumetto fosse ben diverso dal lavoro manuale dell'operaio, quello che la rivoluzione industriale avrebbe potuto fare sarebbe stato proprio il cancellare la necessità del lavoro.

Purtroppo, se la prima rivoluzione industriale ha reso tecnicamente superfluo il lavoro di molti, ciò non è stato accompagnato da una rivoluzione culturale, sociale e forse soprattutto economica che giustificasse ed accettasse questa ridondanza. In tal senso, i luddisti identificarono correttamente la causa più immediatamente pratica del “problema” disoccupazione, ma non riuscirono ad andare oltre la visione di tale situazione come “problema”; persino le successive analisi che portarono a tenativi di rivoluzione delle strutture sociali (più o meno fallite) rimasero comunque ancorate a quella visione dell'economia legata alla produzione che è la causa stessa, in un certo senso, del concetto di disoccupazione come modernamente inteso.

Paradossalmente, quindi, a quella rivoluzione industriale che avrebbe potuto rendere superfluo il lavoro si sono associati mutamenti economici e sociali che ne hanno invece ingigantito la necessità. È su questo tema che verte il famoso aneddoto del turista americano e del pescatore messicano:

Un turista americano, sul molo in un piccolo villagio costiero messicano, assiste all'attracco di una piccola barca con a bordo un pescatore locale. Mentre il pescatore scarica i tonni albacora che ha pescato, il turista si avvicina e lo complimenta per il pescato, domandando poi quanto tempo abbia impiegato a prenderli. «Non molto.» risponde il messicano. «Perché non stai fuori ancora per prendere più pesce, allora?» «Questo è più che sufficiente per sostenere la mia famiglia.» «E cosa fai con il resto del tuo tempo?» «Mi sveglio tardi la mattina, vado un po' a pesca, gioco con i miei bambini, faccio siesta con mia moglie, Maria, poi la sera scendo al villaggio dove bevo un bicchiere di vino e suono la chitarra con i miei amici. Ho una vita piena.» racconta il messicano. Il turista, sardonico: «Ah, posso aiutarti. Dovresti spendere più tempo a pescare; con il ricavo potrai prendere una barca più grossa, e poi forse più d'una: arriveresti ad avere un'intera flotta di pescherecci. Invece di vendere il pescato ad un intermediario potresti venderli direttamente all'industria di lavorazione del pesce; persino aprire la tua propria industria, alla fine. Controlleresti tutta la linea, produzione, lavorazione, distribuzione. Potresti lasciare questo villaggio di pescatori, spostarti a Città del Messico, quindi a Los Angeles, o anche New York, e da lì dirigere questa impresa sempre più grande.» Ed il messicano chiede: «Ma quanto mi ci vorrebbe?» «Oh, 15, 20 anni forse.» «E poi?» «Oh, questa è la parte migliore!» esulta il turista «Al momento giusto trasformi la compagnia in una società per azioni, vendi tutto, e diventi ricco, faresti milioni.» «Milioni? … e poi?» «E a questo punto potresti anche andare in pensione, trasferirti in un piccolo villaggio di pescatori dove poter dormire fino a tardi, giocare coi bambini, fare la siesta con tua moglie, scendere al villaggio la sera per bere un bicchiere di vino e suonare la chittara con i tuoi amici.»

(D'altra parte, l'ingigantimento del bisogno di lavorare associato alla riduzione della necessità di farlo non è certo l'unico paradosso dell'economia capitalista che con l'industrializazione è legata a doppio filo: pensiamo alla ‘bontà’ di una (piccola) inflazione; alla generazione di bisogni fittizi e la conseguente corsa all'insoddisfazione; o all'andamento in Borsa del titolo di un'azienda, al suo sostanziale prescindere da valutazioni oggettive del suo valore ed al suo essere legato alla percezione del suo futuro, con facili manipolazioni di massa —verso l'alto e verso il basso; o alla produzione di cibo in quantità tali da richiedere la sua distruzione per mantenerlo commercialmente conveniente, pur con intere nazioni che muoiono di fame. Ed in un diverso momento non mi dispiacerebbe indagare su motivazioni ed origini per questo purtropo fondamentale aspetto delle società contemporanee.)

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20090319

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.2 Il tema Terza Rivoluzione Industriale

Il termine ‘informatica’ nasce come crasi di ‘informazione’ ed ‘automatica’: spesso indicata con IT (Information Technology, Tecnologia dell'Informazione), l'informatica rappresenta infatti la possibilità di gestire, in maniera automatizzata e quindi con un ridotto intervento umano, grandi quantità di informazioni. I cardini dell'informatica sono quindi la possibilità di raccogliere grandi quantità di dati, e la possibilità di elaborarli. L'indirizzo di sviluppo preso dagli elaboratori elettronici (volgarmente detti computer, e che in fondo non sono altro che calcolatrici molto complesse) ha dettato poi in particolar modo che questi cardini si realizzassero innanzi tutto con il meccanismo della digitalizzazione, ovvero la trasformazione di qualunque tipo di informazione in numeri; e la prima, forse la più importante conseguenza di questo è stata la replicabilità infinita: l'informazione digitale può essere replicata innumerevoli volte senza che vi sia perdita d'informazione4

Ma la terza rivoluzione industriale ha portato con sé qualcosa di inatteso, imprevedibile, rivoluzionario: internet. Ed è un po' di questo che vorrei parlare, cercando di evidenziare alcuni punti che pur non riuscendo a descrivere completamente la vastità dell'impatto che ha avuto la possibilità di collegare tra di loro tutti i computer del mondo, ne possano far emergere alcuni aspetti. E se possibile, cercherò di indicare qualcuna delle potenzialità ancora inespresse di questo strumento.

Internet è una raccolta di metodi e mezzi di comunicazione tra computer: è quindi, sostanzialmente, uno strumento per scambiare informazioni, nel senso più generico del termine. Internet, come in generale la tecnologia, viene criticata per la sua capacità di alienare le persone dai rapporti sociali ‘diretti’; tuttavia, internet permette al contempo la creazione di nuovi rapporti sociali, con strutture e di natura molto diverse, sia tra di loro sia dai rapporti reali. E l'isolamento materiale cui può portare internet ha come controparte la possibilità di far uscire dall'isolamento chi altrimenti vi si troverebbe, per il contesto (reale) ostile in cui vive o per qualunque altro motivo. Comunità che non potrebbero esistere per le grandi distanze materiali che separerebbero i membri diventano improvvisamente possibili in ‘luoghi’ virtuali.

Ma soprattutto internet è il Luogo dell'Informazione.

Fino all'avvento su larga scala del cosiddetto Web 2.0, le pagine web erano fonti sostanzialmente statiche d'informazione, in mano ad un numero relativamente ristretto di persone, fruibili secondo canoni non molto dissimili da quelli dell'informazione nel mondo reale; i newsgroup su Usenet ed i canali tematici su IRC sono stati i luoghi dove sono nati i paradigmi di una fruizione molto più dinamica ed attiva dell'informazione.

La diffusione dei blog, delle wiki, dei forum, del social networking ha portato questo nuovo paradigma alla ribalta: chiunque5 (può) genera(re) informazione, e chiunque5 ne può usufruire. L'utente non è più un consumatore, fruitore passivo, ma un prossumatore, fruitore attivo che produce oltre a consumare.

Un altro aspetto sorprendente di internet è la rapidità con cui questi nuovi concetti, questi nuovi modi di vivere e di pensare si diffondono; se le precedenti rivoluzioni industriali avevano accorciato drasticamente i tempi di trasporto di persone ed oggetti, la terza rivoluzione industriale ha praticamente annullato i tempi di trasporto di informazioni ed idee: ma fuori da ogni aspettativa, ne ha anche accorciato i tempi di assimilazione.

Una delle motivazioni di questa sua capacità è da cercare sicuramente nella struttura che internet è riuscita finora a mantenere: una struttura che nella sua forma nativa, originale è sostanzialmente anarchica, incontrolllata se non addirittura incontrollabile. E proprio questo la rende sempre più una pericolosissima minaccia per il potere; e proprio per questo motivo essa è sempre più oggetto di attacchi ed aggressioni che mirano ad eliminarne tutte quelle caratteristiche che ne hanno decretato il successo.

Per inciso, non solo i tradizionali poteri politici trovano in internet un pericoloso nemico: anche più subdoli, ma non per questo meno aggressivi, poteri economici di vario genere si trovano a dover combattere con la rivoluzione culturale che internet ha alimentato. Molti dei grandi imperi economici che hanno costruito la loro fortuna su un sostanziale monopolio dei canali di comunicazione e distribuzione si scoprono improvvisamente superflui.

Ad esempio, la produzione in studio di un disco musicale, la creazione dei vinili, la loro distribuzione, sono (erano) processi effettivamente costosi che possono (potevano) giustificare le £20.000 del costo dell'oggetto. La maggiore semplicità di produzinoe ed il più ridotto costo della materia prima rende molto più sospetti i 20€ del compact disc, anche considerando l'inflazione. E quando si arriva alla distribuzione elettronica, viene da chiedersi dove vadano i $10 dell'album comprato online.

Non a caso la proposta di legge censoria proposta dalla Carlucci (che casca così almeno per la seconda volta nell'errore di prestare faccia ad argomenti evidentemente ben al di fuori della sua comprensione) è stata redatta in realtà dal presidente di Univideo (un blog a caso che ne parla), molto più interessato alle violazioni del copyright che non alla pedofilia (la scusa universale per far passare qualunque porcata: il più immondo insulto per chi veramente è stato vittima di abusi sessuali).

L'archetipo della censura di internet è sicuramente la Cina, che con la sua Muraglia Elettronica impedisce ai cinesi di visitare siti locali e stranieri ‘pericolosi’, ‘sediziosi’, ‘terroristici’ (guai a parlare di piazza Tiananmen o della questione tibetana). Ma quanti italiani sanno che simili meccanismi di censura sono da tempo in opera anche in Italia, già da prima dell'emendamento D'Alia? Io l'ho scoperto quando il meccanismo (ufficialmente utilizzato, poco efficacemente peraltro, per bloccare presunti siti pedopornografici ed i siti di gioco d'azzardo che non hanno accordi fiscali con l'Italia) venne utilizzato per bloccare The Pirate Bay (un motore di ricerca per BitTorrent che, come tutti i motori di ricerca, indicizza anche materiale protetto da copyright e distribuito illegalmente), sollevando un notevole polverone in molti ambienti.

In questo modo il potere politico si manifesta per l'ennesima volta alleato (perché stavolta non è più semplicemente succube del lobbying, avendo ben motivo di temere e necessità di difendersi dalla grave minaccia dell'informazione libera) di altri forti poteri economici, costruiti su privilegi non più giustificabili nei nuovi scenari tecnologici. E se con la crassa ignoranza che contraddistingue i nostri uomini di potere in Italia si assiste solo a dei patetici (ma non per questo meno pericolosi) attacchi censori, nei più scafati e sofisticati ambienti del potere mediatico statunitense si tenta di uccidere la neutralità di internet cercando di forzarla in quei meccanismi selettivi che contraddistinguono le reti televisive via cavo (un mondo che, con i vantaggi e svantaggi del caso, da noi è arrivato tardi e male).

Ma nonostante lo sfacelo e la decadenza che vedo intorno a me, nonostante l'incalzare degli attacchi, ci sono segni e segnali che mi fanno sperare che internet possa ancora resistere, e forse persino salvarsi, evolvendo nel peggiore dei casi in qualcosa di ancora più inattaccabile.

permalink | scritto da in data 19 marzo 2009 alle 0:01 | Stampastampa
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20090317

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.1 Introduzione Terza Rivoluzione Industriale

Una piccola digressione.

C'è chi vede nella crisi che stiamo vivendo il (da certuni tanto atteso) crollo dell'ideologia capitalista: una descrizione che pur nel suo essere tragicamente riduttiva riesce comunque a sottolinearne un aspetto1. È interessante osservare come questo aspetto della crisi stia stato violentemente accelerato dal fallimento delle grandi esperienze comuniste (Cina e blocco sovietico) che, con la loro transizione ad un capitalismo molto meno controllato e quindi più vicino a quello teorico di quanto non lo sia (soprattutto ormai) il capitalismo occidentale, hanno inondato un mercato già saturo con manodopera e merci sottocosto per gli standard occidentali: il colpo di grazia per il già impossibile bilico su cui era fondata la finanza ad alto rischio che con il proprio crollo ha finalmente portato la crisi sui giornali: e molto si potrebbe dire sul modo in cui l'informazione è stata pubblicata, e molto di più ancora si potrebbe dire su quello che si cerca di fare per ‘fermare’ la crisi (o forse sarebbe più opportuno dire: quello che si fa utilizzando la crisi come scusa).

È anche interessante notare che il Paese europeo maggiormente colpito dalla crisi è stato (almeno finora) l'Irlanda, nazione che giusto nell'ultimo decennio del secolo scorso era riuscita ad assurgere a seconda potenza economica europea grazie anche ad una politica di levità fiscale mirata ad attirare investimenti esteri (sui contributi della Comunità Europea non si sa bene se abbiano fatto bene o male: ovviamente i libertari sostengono che abbiano fatto più male che bene, nonostante il loro riuscito investimento nelle infrastrutture che sarebbero altrimenti collassate sotto la grande espansione); per contro, i meno colpiti sono i soliti Paesi socialisti della regione baltico-scandinava2.

La crisi ha colpito un po' tutti i settori, primo fra tutti quello bancario e finanziario, quel campo trasversale che gestisce i capitali che alimentano tutti gli altri settori; ed anche nelle piccole finanze domestiche il dramma s'è fatto sentire: con tutto l'ottimismo del mondo, se i soldi non arrivano a fine mese non ci arrivano, e divenire oculati negli acquisti diventa una necessità, non più una scelta. Per essere più ottimisti bisognerebbe avere più soldi, o almeno qualche forma di garanzia della possibilità di averli: niente posto, niente soldi, niente acquisti; niente posto fisso, niente garanzie, niente prestiti.

Sembrerebbe che ormai persino i più accaniti difensori dell'aumento della produttività (come se il produrre di più a meno aumentasse la disponibilità economica della larga parte degli acquirenti, o risolvesse il problema della saturazione del mercato) si stiano rendendo conto che il vero problema è la drastica riduzione del potere d'acquisto; ma ovviamente non c'è da sperare che soluzioni opportune vengano proposte e men che mai attuate, visto che l'idea di ridistribuire piuttosto che accentrare le risorse economiche va contro tutti i principî fondanti su cui è cresciuta la classe dirigente (economica, industriale e politica) italiana e non solo (ricordiamo ad esempio i manager che si alzano lo stipendio anche quando la loro azienda corre verso il fallimento). E nonostante dovrebbe ormai essere evidente a tutti che questo tipo di approccio è tuttaltro che salvifico per la situazione generale, ben poco invita a credere che l'atteggiamento cambierà: non è purtroppo solo a Catania che imperversa la mentalità del perseverare nell'errore anche quando è evidente che sarebbe opportuno provare strade alternative.

(Anzi, devo dire che in tal senso la recente proposta di alcuni parlamentari del PD di devolvere il 25% del loro stipendio ad un fondo per disoccupati (che porterebbe fino a 6 milioni di euro al mese, che sono più di seimila indennità di disoccupazione) è stata una sorpresa: bazzecole inadeguate, ma comunque una manifestazione, un segnale nella giusta direzione. Certo l'idea non è buona come certe mie idee in tal senso, tipo l'equiparazione del parlamentare a co.co.co, con tutte le conseguenze del caso; e stipendio a questi dipendenti pubblici a tempo determinato fissato per referendum. Ma tutto considerato è purtroppo il meglio che ci si può aspettare dall'attuale nostra classe politica.)

Benché la cosa possa apparire abbastanza scollegata dal resto, vorrei però concentrarmi su un settore che ha sempre avuto un comportamento molto anomalo rispetto ai flussi e riflussi dell'economia, un settore a cui sono da tempo attratto per altri motivi, ma che per questi suoi bizzarri andamenti (ma non solo) è molto più interessante da osservare: quello dell'informatica, nei suoi aspetti più (hardware) e meno (software) concreti. Questo pilastro della terza rivoluzione industriale, in un contesto come quello attuale, ha cose molto interessanti da dire, a saperlo ascoltare; ha interessanti prospettive da mostrare; e forse persino qualche speranza da apprire.


1 koan: Shuzan alzò il suo corto bastone e disse: “Se questo lo chiamate un bastone corto, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Orbene, come volete chiamarlo?”

2 in realtà forse il caso dell'Islanda è forse più tragico e grottesco di quello dell'Irlanda

permalink | scritto da in data 17 marzo 2009 alle 9:31 | Stampastampa
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20080920

Peggio vs meno peggio #3: l'affaire Alitalia Intermezzi

È da quando è stato presentato per la prima volta il piano di ‘salvataggio’ Alitalia che vorrei esprimermi in proposito, in realtà, ma impegni turistico-accademici mi hanno fuorviato. Visto che ormai la questione sembra volgere al termine, potrei anche attendere di vedere come si risolvono definitivamente le cose prima di commentare, ma osservando che gli ultimatum continuano a susseguirsi, la cosa potrebbe richiedere un'attesa un po' troppo lunga per i gusti del sottoscritto, che preferisce quindi approfittare di questa traghettata per buttar giù due righe.

Il fallimento di Alitalia è un brillante esempio, a mio parere, di come si possa cominciare a scavare quando si è toccato il fondo, rifiutando un compromesso (non privo di vittime) quando la situazione è talmente disperata da non offrire possibilità migliori: non si tratta più qui di un meglio nemico del buono, ma di qualcosa di molto più stupido.

Nello specifico, nel caso non si fosse capito, parlo delle condizioni rifiutate dai sindacati durante le trattative per il salvataggio di Alitalia durante la fine del governo Prodi, aventi come causa espressa l'eccessivo numero di esuberi (un paio di migliaia).

In teoria si potrebbe rimarcare che la funzione prima dei sindacati sia la protezione dei lavoratori, e che pertanto il loro rifiuto sia stata cosa buona e giusta. E sicuramente lo sarebbe stato se ci fossero state alternative migliori. Ma come gli eventi successivi stanno abbondantemente dimostrando (e non si può certo dire che ci sia dell'imprevedibile in quanto è seguito), quelle condizioni rifiutate erano l'ultima speranza di salvare il salvabile.

Facciamo un attimo un bilancio del risultato dell'ottusità dei sindacati. Il costo più immediato è stato (ovviamente) l'iniezione di 300 milioni di euro (soldi delle nostre tasse) per permettere ad Alitalia di sopravvivere fino al riprendere delle trattative sotto il nuovo governo. A questo aspetto più immediatamente pecunario si va ad aggiungere però per l'appunto il nuovo piano di ‘salvataggio’ architettato da Berlusconi: il doppio se non il triplo degli esuberi, nonché l'occasione (d'oro!) di svendere la parte utile di Alitalia ad una ristretta cerchia di imprenditori, ed il mantenimento del suo debito sulle spalle degli italiani.

L'Italia si è sempre trovata in questa situazione un po' assurda (e quanto meno disdicevole) che laddove il fallimento di un'azienda privata viene pagato anche da chi la gestisce, con penalità amministrative di vario genere, per le aziende pubbliche vale una sorta di salvacondotto per cui non vi è alcuna responsabilità diretta degli amministratori, e gli unici a pagare le conseguenze del fallimento sono i dipendenti (che anche nel caso del privato, ovviamente, si trovano a spasso).

Il nuovo piano Berlusconi non solo conferma questa situazione, ma la peggiora con un decreto che la rende una solida piattaforma di lancio per la pirateria delle risorse statali da parte di chi non ha certo bisogno di incentivi in tal senso, e spianando così la strada per una forma di privatizzazione del pubblico in cui l'acquirente ha tutto da guadagnare ed il pubblico (ovvero il resto degli italiani) ha tutto da perdere.

(Sto ovviamente sorvolando qui su altri aspetti del piano di ‘salvataggio’ di Berlusconi, quali ad esempio l'ipocrita appoggiarsi allo stesso gruppo Air Franc-KLM considerato dallo stesso Berlusconi un partner inadeguato quando le trattative erano fatte sotto l'egida di Prodi; o l'inevitabile crollo di Malpensa, nonostante le promesse in senso contrario in campagna elettorale; ma che Berlusconi non sia nuovo a questo tipo di voltafaccia non fa nemmeno più notizia, purtroppo.)

È sicuramente un nobile gesto quello del personale che tuttora continua a rifiutare il piano, manifestando con cartelli che sottolineano la criminalità (morale se purtroppo non legale) delle nuove condizioni di svenditasalvataggio, ma è anche un gesto altrettanto inutile. Avrebbero dovuto pensarci per tempo, quando ancora il meno peggio era un'alternativa valida. E sinceramente, viene da chiedersi cosa sperassero di ottenere i sindacati quando rifiutarono l'accordo sei mesi fa.

permalink | scritto da in data 20 settembre 2008 alle 18:34 | Stampastampa
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20080223

Un gesto di coraggio Diario

Non parlo di politica, delle liste ‘pulite’ ma solo per quelli non indagati per “motivi politici”.

Non parlo di economia, di come un aumento dell'1-2% del prezzo del greggio porti all'aumento del 15-20% dei derivati.

Non parlo del bot, della sua nuova casa o della sua nuova capacità di aggiornare Twitter in automatico.

Parlo del mio gesto di coraggio: dire al professore che un certo passaggio in un metodo da lui proposto e su cui stiamo lavorando è, secondo me, concettualmente sbagliato.

permalink | scritto da in data 23 febbraio 2008 alle 1:13 | Stampastampa
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