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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090731

Statistiche abortive Diario

Leggendo le reazioni al via libera per la pillola abortiva RU486 la cosa che colpisce di più è l'insistenza degli oppositori sulle "29 morti accertate".

Come già osservava malvino qualche giorno fa, insistere su questa notizia è un brillante esempio di disinformazione; non tanto perché la notizia in sé sia falsa (sebbene se non ricordo male le morti per le quali è stato effettivamente accertato che la causa fosse il mifepristone sono solo 21), quanto perché dare il valore numerico così, senza ulteriori notizie del tipo, che so io, su quanti casi, non vuol dire nulla; 29 morti su 29 assunzioni? 29 morti su 29 milioni di assunzioni? Si passa da una mortalità del 100% ad una mortalità dell'1 per milione.

Giusto per farsi un'idea di quanto sia inutile il numero, si consideri che gli anti-infiammatori non steroidei (aspirina, paracetamolo (Tachipirina, Efferalgan), etc) negli Stati Uniti causano 7600 morti all'anno (via). E non mi sembra che questo susciti violente indignazioni per l'uso frequente (con vendita da banco, peraltro, non con uso controllato in ospedale) di questi farmaci.

E allora, quelli che vogliono bloccare la RU486 perché “pericolosa” abbiano la cortesia di presentare statistiche dettagliate sul suo tasso di mortalità, e se ne hanno il coraggio lo facciano confrontandolo con (1) la pericolosità di tecniche abortive diverse (2) l'uso di altri farmaci. (Per inciso, l'uso della Ru486 ha una valanga di note controindicazioni; già che ci sono, gli oppositori potrebbero controllare quante delle 29 morti non rientravano in nessuno di questi casi?)

Io posso capire (benché non le condivida) le obiezioni etiche (se e solo se non sono limitate alle RU486 ma dirette all'aborto in generale). Ma se volete fare obiezioni 'scientifiche', almeno fatele correttamente.

permalink | scritto da in data 31 luglio 2009 alle 12:29 | Stampastampa
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20081019

Fragile libertà Diario

Uno dei concetti più ambigui eppur più ambiti e forse per questo più abusati dal genere umano è senza dubbio quello di libertà.

In effetti, in contesti molto diversi è anche sensato che il concetto assuma significati diversi; purtroppo però questa libertà (ahem) semantica degenera spesso in una sorta di paraculismo che finisce con lo sminuire un concetto altrimenti di indiscutibile potenza.

Nel ristretto ambito della fisica, si definiscono gradi di libertà i parametri indipendenti atti a determinare la configurazione di un sistema rispetto ad un dato riferimento. Ad esempio, una palla 8 nera su un tavolo da biliardo ha 5 gradi di libertà: due per determinarne la posizione rispetto al centro del tavolo da biliardo, e 3 per determinare com'è girata. Ovviamente, è possibile vincolare un sistema in modo che i gradi di libertà diminuiscano: ad esempio, costringere la palla a scorrere e rotolare dentro un tubo poggiato sul tavolo limita i suoi gradi di libertà a 4 (uno per la posizione nel tubo, e sempre 3 per la rotazione). Viceversa, si possono rimuovere vincoli facendo aumentare i gradi di libertà (se la palla può staccarsi dal tavolo, la sua altezza diventa un sesto grado di libertà).

Ovviamente, da un punto di vista diciamo così ‘spirituale’, questa definizione di libertà non è di particolare appeal, se non altro per il semplice fatto che materialmente le suddette libertà vengono stracciate dalla necessità delle leggi fisiche che governano l'andamento del sistema: benché la palla 8 lanciata in aria abbia 6 gradi di libertà, la sua (ri)caduta (libera!) è univoca, ben determinata ed imprescindibile (che noi la si possa prevedere con esattezza o meno, è ovviamente un altro paio di maniche). Non sorprende quindi che non si affermi comunemente che gli oggetti inanimati siano liberi, anzi Liberi.

Si potrebbe andare anche un po' più in là, osservando che per gli oggetti inanimati non ha nemmeno senso parlare di Libertà. E non pochi sarebbero d'accordo nel dire che persino per la maggior parte degli esseri viventi allo stato brado non si possa parlare di Libertà. Sembrerebbe quasi che quando si parla della Libertà, la libertà che interessa l'uomo, o gli uomini, o certi uomini, non si possa non presupporre che l'individuo, l'ente della cui Libertà si disquisce, per la cui Libertà si lotta, la cui Libertà si assicura a gran voce abbia quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo contrasto contro i vincoli cui è sottoposto.

Tuttavia, a ben guardare, non ci si sofferma poi più di tanto sui quei vincoli a cui l'intero Cosmo (per quanto da noi conosciuto) sembra essere soggetto, come ad esempio le famose leggi fisiche di cui sopra: nel migliore dei casi, si cercano modi per raggiungere i limiti di certi leggi fisiche sfruttandone altre, come l'uso della fluidodinamica o dell'elettromagnetismo per vincere la forza di gravità (per qualche motivo, la legge di gravitazione universale sembra essere se non l'unica sicuramente una delle principali contro cui l'uomo ha cercato di combattere: dall'eterno sogno del volo alle moderne diete dimagranti). La loro ineluttabilità rende sensato il non considerarli quando si parla di Libertà.

Se a questo si aggiunge che si arriva tranquillamente a parlare di Libertà anche per gli animali che dall'uomo vengono vincolati (in spazi sufficientemente ristretti), non è difficile giungere alla conclusione che in realtà la Libertà di un ente ha come propria precondizione una costrizione imposta da un altro ente1, e che di quest'ultimo si suppone che sia dotato di quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo e premeditato imporre vincoli ad altri enti, vincoli che chiamerò arbirariamente ‘artificiali’ per distinguerli da quelli inescapabili dettati dalle leggi ‘naturali’. (S'intende quindi che per quanto precede e per quanto segue si debba suppore che l'attività umana —e forse non solo quella— non sia guidata esclusivamente da banali reazioni biochimiche.)

A questo punto è d'uopo una piccola digressione. Volendo immaginare un mondo privo dell'uomo (e di qualunque altra specie si possa supporre dotata del suddetto ed iterato Qualcosa che la ‘liberi’ dall'essere una semplice componente ‘paesaggistica’), si vedrebbe probabilmente un mondo in cui le leggi ‘armoniose’ ma non per questo incruente della natura regnino sovrane: un mondo in cui l'ordine del giorno è dettato dalla legge comunemente detta “della giungla”, con gerarchie e (vincolanti?) prevaricazioni dettate dai rapporti di forza tra i singoli esseri viventi, eventualmente nelle loro (spontanee e naturali) associazioni in greggi/branchi/stormi/etc.

Verrebbe da chiedersi se le cose sono poi tanto diverse nel momento in cui entra in gioco l'uomo, ovvero un agente che grazie all'ormai troppo citato Qualcosa si suppone agisca al di fuori di criteri prettamente ‘naturalistici’. Da un lato, la spiccata capacità creativa (che in realtà con il progredire degli studi sugli animali sembrerebbe essere limitata alla creazione di strumenti per creare altri strumenti) altro non è che il punto di forza su cui poggia la sua prevaricazione sul resto degli esseri viventi, che potrebbe quindi rientrare nei criteri ‘naturali’ di dominio. Dall'altro, le strutture sociali su cui si fondano le comunità in cui questa specie si riunisce portano con al loro interno il marchio del Qualcosa, e quindi dell'‘artificiale’.

Si notano così alcuni fenomeni interessanti. Si assiste alla stipulazione (più o meno formale, più o meno metaforica) di contratti sociali (più o meno rispettati) che alterano i rapporti di forza all'interno della società, a volte ad esempio concedendo autorità a figure che per le proprie doti non sarebbe ‘naturalmente’ portata al dominio, ed il contadino la cui figlia viene stuprata dal nobile rampollo si ritrova privato della possibilità di reagire, benché non avrebbe in condizioni naturali alcun problema a staccare la testa del suddetto pargolo dal collo dello stesso. E l'aspetto più interessante è la base quasi (ed a volte nemmeno tanto quasi) sovrannaturale, mistica e/o religiosa su cui certe forme di autorità fonda(va)no il proprio dominio: ed è interessante in quanto tentativo di rendere inattacabile una data struttura ‘artificiale’ spacciandola per ‘naturale’ e quindi imprescindibile.

Veniamo quindi ad un primo possibile punto di diatriba: cosa si può dire di un individuo che, sottoposto a vincoli artificiali (basta con le virgolette, eh?), non ne sia cosciente? Da un lato, un osservatore esterno potrebbe affermare che l'individuo in questione non è libero, poiché egli (l'osservatore) sa che costui (l'individuo) potrebbe trovarsi in una condizione in cui il vincolo imposto artificialmente non fosse presente. D'altra parte, l'individuo, non avendo coscienza dell'artificalità del vincolo, non lo vivrebbe diversamente da quei vincoli naturali che, come già discusso sopra, non vengono normalmente presi di mira nella ricerca di Libertà: dal suo punto di vista non avrebbe quindi neanche senso parlare di Libertà (almeno riguardo a quello specifico vincolo) nella maniera in cui ne parlerebbe l'osservatore esterno.

Un secondo importante punto di diatriba, strettamente collegato al primo: è opportuno far sì che un individuo prenda coscienza di essere sottoposto a vincoli artificiali? Ed ancora: è opportuno liberarlo da quei vincoli? È meglio morire liberi o vivere senza avere coscienza del proprio non esserlo? Domande tutt'altro che retoriche ed oziose (si rifletta ad esempio sulle difficoltà di sopravvivenza degli animali nati e cresciuti in cattività, nel caso vengano liberati, o al senso di frustrazione ed alla conseguente degradazione della qualità della vita che si potrebbe provare nello scoprire di essere sottoposti ad un vincolo artificiale contro il quale non si può far nulla). Questo secondo punto meriterebbe una lunga ed approfondita discussione, ma la già eccessiva verbosità di questo articolo mi spinge ad accantonare queste interessanti domande per tornare al punto chiave che le accomuna e le lega alla precedente.

Il primo, fondamentale passo per guadagnare la propria Libertà è il prendere coscienza di avere una scelta: anche quando alcune delle scelte possano essere poco raccomandabili per via delle potenzialmente dannose se non letali conseguenze. Sarà forse una forzatura parlare di ‘scelta’ in questo caso, ma è comunque un aspetto molto importante da tener presente: un uomo sul ciglio di un burrone può scegliere se buttarsi o meno, benché probabilmente in condizioni normali la stragrande maggioranza degli individui che si trovassero in questa condizione sceglierebbe di non buttarsi. (Nel caso si buttasse, non potrebbe scegliere se precipitare o meno).

Con questa prospettiva, chi non ha coscienza di avere una scelta non è libero. Ad esempio, un individuo che segua le tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché così? perché non … invece …», costui certamente non è libero. Ma si può dire che chi ha coscienza di avere una scelta lo sia?

Si potrebbe ad esempio osservare che in certi contesti le alternative tra cui si può teoricamente ‘scegliere’ non offrano poi una gran varietà di scelte materialmente praticabili, vuoi perché si tratta di scegliere tra cose non realmente diverse da loro, vuoi perché tutte le alternative tranne una sono ‘insensate’. Chi non si è mai trovato in un contesto in cui il ventaglio di possibilità non nascondeva altro che scelte obbligate (almeno nella prospettiva del soggetto al momento della scelta)? Difficile dire che in questi casi la coscienza di avere una scelta sia sufficiente a dare la libertà.

A volte, però, anche scelte non obbligate degenerano. Un fenomeno non troppo difficile da constatare, ad esempio è la ‘ricerca dei limiti’ che caratterizza solitamente la preadolescenza e l'adolescenza degli esseri umani, un periodo in cui la progressiva scoperta della possibilità di disubbidire scivola non infrequentemente nella ricerca della disubbidienza. Quali che siano i meccanismi psicoemotivi che soggiacciono a questa reazione, il risultato è un imperativo ad agire in contrasto al vincolo artificiale: qualcosa che superficialmente potrebbe apparire come il semplice esercizio di una guadagnata libertà nasconde nella propria natura imperativa un nuovo vincolo, dove si arrende la propria libertà alla propria necessità di agire contro.

Con riferimento al precedente esempio, un individuo che agisca volontariamente ed intenzionalmente in contrasto alle tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché non così?», costui certamente non è più libero del precedente individuo: come le azioni ed i pensieri del primo erano dettate in maniera sostanziamente deterministica dall'assenza di coscienza, quelle del secondo sono dettate in maniera non diversamente deterministica dalla coscienza stessa: fare le cose solo perché sono proibite non è meno vincolante che il non farle per lo stesso motivo.

Da questo punto di vista, le motivazioni che stanno dietro l'agire, o il non agire, in un certo modo, sono importanti tanto quanto, se non più delle azioni stesse, nel definire la libertà dell'individuo: cosa in sé non sorprendente, se l'idea di libertà implica il libero arbitrio. Inoltre, il prendere coscienza dell'artificialità di un vincolo non è quindi condizione sufficiente per la conquista della libertà, a meno di non ridurre la stessa all'infantile percezione di libertà come il “fare cose proibite”. Ma chi mai d'altra parte si ferma a questo livello?

Uno sketch del grande Giorgio Gaber procedeva secondo queste linee:

Un uomo in catene sa benissimo quello che vuole: vuole togliersi le catene. E allora si dibatte, lotta, ringhia, tende i suoi nervi, tira fuori tutta la sua energia. E finalmente: ‘SPRAAACK!’ «Libero! Sono libero, sono libero, sono libero … Oddio come sono libero …» E piano piano tutti i muscoli della sua faccia si rilassano, si afflosciano, lasciando intravedere i chiari sintomi una tristezza infinita e progressiva. Dopo un po' ingrassa, anche.

In realtà, ciò che si verifica in quei contesti sociopolitici dove certe libertà comunemente ritenute fondamentali sono almeno formalmente garantite (ovvero certi vincoli comunemente ritenuti un'universalmente ingiusta prevaricazione non sono ufficialmente imposti), è un rivolgercisi ad altre ‘lotte per la libertà’: ma per che tipo, che forma di libertà?

La libertà di parcheggiare in mezzo alla strada per minimizzare il percorso dallo sportello alla tabaccheria, la libertà di avere rapporti sessuali con chi si vuole quando si vuole, la libertà di truffare, la libertà di possedere l'automobile che si desidera guidare, la libertà di dire ciò che si vuole quando si vuole a chi si vuole, la libertà di consumare i cibi le bevande e le sostanze che si desidera consumare, la libertà di non far sapere ciò che si fa a chi non lo si vuole far sapere, la libertà di non essere giudicati, la libertà di non pagare per le conseguenze delle proprie azioni.

Una lettura del concetto di libertà che quindi altro non è che deresponsabilizzazione.

Per inciso, è interessante vedere le differenze tra la chiave pubblica e quella privata di questa lettura. Nel privato sembra infatti che si orienti spesso verso sogni che potrebbero essere estremizzati nell'irrealistica (e ridicola) inversione della ricerca di riconoscimento: «vorrei che mi amassero tutti, lasciando però che io li tratti sempre e solo a pesci in faccia», non meno irrealistico, in effetti, del sogno del volo. Nel pubblico si cerca invece una singolarità nel contratto sociale verso la propria persona, che è in genere quella di un individuo di una certa rilevanza politica e/o sociale: si cerca la possibilità di agire a discapito degli altri, chiedendo garnazie a protezione da quegli stessi altri, con la ben precisa intenzione di privarli della libertà di esigere un compenso per il danno subito.

In fondo, quello che si cerca in entrambi casi è un ritorno ad uno stato ‘naturale’, un po' verso l'infatilmente ingenuo (ed anche per questo non certo non crudele) nel caso privato, più verso un'amplificazione (piuttosto che un riequilibrio) di una legge ‘della giungla’ che valorizzi potere e prestigio piuttosto che altre meno demologiche capacità. In entrambi casi, andando più a fondo, quello che si cerca non è quindi una semplice liberazione del sé, ma una libertà individuale la cui altra faccia è pura e semplice prevaricazione, la cancellazione della libertà altrui.

Una siffatta libertà per sua stessa natura non può essere raggiunta da tutti. Viene allora da pensare che si debba cercare altrove il seme di una libertà individuale più universale.

Forse la risposta va ricercata proprio in quel Qualcosa che, distinguendo il genere umano dagli altri esseri viventi, sarebbe alla base della necessità stessa della ricerca di Libertà, poiché senza di essa non si potrebbe nemmeno parlare di intenzionale prevaricazione. Ed allora alla coscienza dell'artificialità dei vincoli si dovrà affiancare un'analisi critica delle conseguenze della nostra azione, presa in considerazione a prescindere dai vincoli stessi, valutando pertanto l'opportunità di seguire i vincoli o andarvi contro, a patto di accettare, responsabilmente, le conseguenze di ogni nostra scelta. Senza di ciò non si potrà mai veramente togliere ogni rilevanza etica al vincolo artificiale più insormontabile: il giudizio degli altri.


1 Con meno foga e secondo regole meno generali si parla anche di libertà per coloro che rimangono vincolati da eventi ‘naturali’ o comunque prescindenti da una volontà umana esterna a quella del vincolato, ma questo non disturba molto il resto del discorso.

permalink | scritto da in data 19 ottobre 2008 alle 18:47 | Stampastampa
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20071109

Supertroll, o degli etici contrasti Diario

Un troll (virtuale) è un individuo la cui partecipazione ad una comunità (forum, newsgroup, …) è sostanzialmente circoscritta a provocazioni che hanno lo scopo di suscitare reazioni violente da parte degli altri membri. I troll variano dai più grezzi, che si limitano al continuo e pesante insulto di alcuni membri (spesso i più suscettibili), se possibile facendo riferimento a dettagli poco piacevoli della vita privata dei membri in questione, a quelli più fini che operano aprendo discussioni su argomenti ‘caldi’ (questione palestinese, razzismo, etc) con toni provocatori e controversi, magari svanendo subito dopo e lasciando che siano altri ad aggredirsi, salvo poi tornare per rianimare le fiamme ogni volta che queste discussioni vanno a morire.

Il troll può o meno credere alle idee che propugna, ma la cosa è del tutto inafferente: i suoi scopi (ed i suoi mezzi) non sono diretti alla sviscerazione di questo o quell'argomento, ma solo al suscitare le reazione più violente; anche per questo un troll non va confuso con qualcuno che ha semplicemente convinzioni molto forti e che difende accanitamente, benché anche questo possa (ovviamente) generare violente discussioni: ciò che caratterizza il troll è in primis l'intenzione, e di conseguenza spesso il metodo. Proprio per questo non sempre è facile identificare un troll, se non nei casi più grezzi: un troll molto capace è difficilmente distinguibile da qualcuno fermamente (e magari aggressivamente) convinto delle proprie idee, cosa che porta infatti spesso alla errata identificazione degli altri per gli uni.

Di questo (non) si parla nel recente articolo in difesa dei troll scritto dallo Sposonovello. Un aspetto della sua tesi (che non so fino a che punto sia sincera e fin dove invece sia avvocatura diabolica) piuttosto interessante è che ciò che distingue il troll dal resto della comunità è una (sincera) differenza d'opinione, ma non una differenza d'opinione su un qualsiasi argomento, bensì una differenza di opinione proprio sull'etica dei fora: laddove la maggior parte dell'utente dei fora è interessato a questo o quell'argomento, e magari una certa forma di social bonding con gli altri utenti, il troll è interessato solo ed esclusivamente alla ‘magia’ delle discussioni accese e feroci.

È quindi abbastanza naturale che il troll non sia ben accetto dalla comunità: non tanto perché ha (o potrebbe avere o manifesta) idee diverse da quelle degli altri (o di alcuni altri) su questo o quell'argomento, ma perché la sua etica sociale è profondamente diversa. La sua posizione non è pertanto poi tanto diversa da quella di chi, nella vita reale, ha (e si comporta secondo) un'etica profondamente diversa da quella della comunità in cui vive, un'etica magari offensiva nei confronti della cultura circostante.

Potrebbe essere il caso ad esempio dell'omicida, del pedofilo o, volendo essere meno estremi, della ‘donna di facili costumi’ (nei confronti delle quali si potrebbe aprire un'infinita parentesi con cardine sull'ipocrisia del rifiuto pubblico e dell'accettazione privata), o di qualcuno che si diletta nel ruttare, sputare e/o scorreggiare pubblicamente e vistosamente.

Ora, pare che gli esperimenti mentali (tipo questo, che tra l'altro è sempre su un esempio di contrasto etico-culturale) siano molto in voga tra i filosofi, forse come tentativo di emulazione della scienza (e dei suoi esperimenti ideali). D'altra parte, non mi è difficile comprenderne l'utilità esemplificativa, anche se quanto si ottiene si potrebbe comunque smontare sulla base del “sì, ma una cosa del genere non è mai successa” (come se questo potesse indicare che non succederà mai; ma sorvoliamo sulle diffuse (in)capacità dialettiche).

Ho deciso di dilettarmi anch'io in questa ginnastica mentale introducendo i Supertroll: una comunità che valuta il valore dei propri individui in base alla violenza delle reazioni suscitate. In un simile contesto a venir ignorato (cura usuale contro i troll nelle classiche comunità) non sarebbe più il provocatore, bensì l'incapace, l'utente che si riveli non in grado di suscitare inferni di parole, scegliendo gli argomenti giusti o esponendoli nel modo giusto; invece del Moderatore ci sarebbe magari il Punzecchiatore, ed invece di bannare si andrebbe in giro per forum ad invitare la gente a litigare nel proprio. Il comportamento tipico del troll, malvisto dalle altre comunità, è qui il modo giusto di comportarsi.

Questo esempio mentale mi avvicina inevitabilmente a quella che credo sia l'idea alla base dell'articolo dello Sposonovello, ovvero che il comportamento del troll non è intrinsecamente negativo, ma è tale solo in rapporto alla, se vogliamo, mentalità dominante; e non potrei non essere d'accordo, vista la mia personale convinzione che non esiste nulla di intrinseco (né di assoluto) nell'etica. Tuttavia, questa non intrinsicità della negatività del comportamento trollesco non implica in alcuna misura che le comunità non debbano difendersi dai troll.

Non si può pretendere di vivere all'interno una comunità (reale o virtuale che sia) con comportamenti che vadano contro le regole (scritte e non scritte) della comunità stessa senza pagarne le conseguenze; le comunità non hanno alcun obbligo, né all'accoglienza, né alla tolleranza né tanto meno all'adattamento, nei confronti dell'estraneo (estraneo che, almeno nei casi di comunità reali, può persino essere nato in seno alla comunità, e la cui estraneità è proprio definita dal contrasto etico): si tratta piuttosto di una disponibilità che le varie comunità possono (o meno) avere, in misura diversa.

Benché dal punto di vista relazionale la situazione reale e virtuale non sia quindi differenti, il rejetto virtuale ha però due grossi vantaggi rispetto al rejetto reale (anzi tre se includiamo il rischio molto minore di subire fisicamente le conseguenze della propria diversità): dislocazione rapida e possibilità di fondare nuove comunità. È abbastanza ovvio infatti che lo sforzo necessario ad allontanarsi da una comunità virtuale per immergersi in un'altra è notevolmente minore di quello di smontare baracca e burattini per trasferisi in una nuova nazione: virtualmente, è raramente richiesto più che l'inserimento di qualche dato (tipo nick e avatar), e la cosa più grave che può succedere è che il proprio nick preferito sia già usato da qualcun altro; è persino più facile trovare la nuova comunità, generalmente, di quanto non lo sia andare fisicamente in cerca di gente con cui ci si integra bene. Per di più, nel caso in cui non ci si ritrovasse in alcuna comunità già esistente, c'è grande disponibilità per fondarne una nuova, diversamente da un eventuale gruppo di persone che volesse fondare una nuova società con regole radicalmente diverse da quelle dei vicini, se non altro per l'attuale carenza di terreni colonizzabili.

Tornando ai troll, viene da chiedersi perché non mettano in pratica questa possibilità di fondare la comunità supertroll che viene loro offerta dalla virtualità; e mi sovvengono almeno tre possibili motivi con cui spiegarne l'(almeno apparrente) assenza.

Una spiegazione è che in realtà tale comunità esista, ben nascosta, e che i troll che imperversano per le comunità online siano in realtà in missione per parte di una comunità coesa, quella dei supertroll, che invece di esercitare ed esprimere il proprio distruttivo valore all'interno della comunità stessa lo esplica travolgendo le altre comunità; i trollaggi sarebbero quindi attacchi in piena regola, non il risultato di iniziative individuali. Questa ipotesi si lega bene con un'altra, ovvero che una comunità supertroll sia esista in passato, ma che si sia sgretolata a causa dei violenti attriti interni causati dall'esercizio continuo della provocazione come regola di convivenza sociale. Si potrebbe persino ipotizzare che un primo tentativo sia fallito come nella seconda ipotesi, per poi risolversi nella prima.

La terza ipotesi invece si basa sull'ipotesi che la comunità supertroll non esista e non sia mai esistita, evidenziando aspetti più psicologici dell'essere troll; parte quindi da un'osservazione sull'essenziale individualismo del troll (anche se capita di trovare troll che agiscono insieme) per concludere che una comunità supertroll (intesa proprio come comunità coesa e non come semplice denotazione esterna di una collezione di individui) non può esistere in realtà perché il troll si realizza nel suo essere individuale e malvisto dalla comunità: trovare quindi una comunità che lo accetti, lo apprezzi o addirittura lo incoraggi sarebbe la sua nemesi, persino peggio che l'essere ignorato.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2007 alle 13:08 | Stampastampa
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