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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090527

Facce sensibilmente nuove Diario

Ti solletica tutto, quando togli completamente la barba dopo lungo tempo. Ed è anche abbastanza ovvio, a pensarci nemmeno troppo, che siano soprattutto le parti più abituate alla peluria (subito sotto il naso, dove i baffi sono perdurati anche quando il resto della barba andava via) a scoprire questa nuova, accesa sensibilità.

Come uscendo da un lungo periodo d'oscurità si sente lancinante sugli occhi la luce del sole, e viceversa ci si trova ciechi scivolando dal pieno giorno ad una piccola notte scura scura, ogni sensazione improvvisa e nuova giunge quasi con un senso di fastidio. Poi sopravviene l'abitudine, in tempi che dipendono dal soggetto quanto dal tipo di stimolo, e siamo noi stessi a ‘cancellare’ dalla nostra esistenza ciò la cui permanenza ci arreca fastidio. In alcuni casi, come è spesso vero per i gusti acquisiti, l'abitudine riesce persino a trasformare qualcosa che il nostro corpo di primo acchitto rigetterebbe in qualcosa di apprezzato, se non di attivamente cercato.

Questa mutabilità del nostro esperire è per chi la vive impercettibile, e sorge alla coscienza solo quando imposta da bruschi stimoli esterni. E fin tanto che rimane sommersa, noi non diremmo nemmeno che essa avviene. Con essa si sposta il nostro sistema di riferimento, e sono sottili i segnali che possono dirci che esso non sia statico, ma dinamico. È questo che ci porta a cercare, ed accettare sollecitamente, sistemi di riferimento consoni, rigettando invece anche violentemente tutto ciò che minaccerebbe la nostra illusione di stabilità.

Quello che si perde così, quello che sfugge, è che non solo la costanza è armonica.

permalink | scritto da in data 27 maggio 2009 alle 23:54 | Stampastampa
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20081201

Matemadidattilamento Diario

La settimana scorsa un mio caro amico ha avuto la gentilezza (ed immagino anche il piacere) di indicarmi un interessante articolo, A Mathematician's Lament, di Paul Lockhart: un non troppo breve (25 pagine) trattato sul penoso stato della didattica della matematica (negli Stati Uniti, ma purtroppo non troppo lontano dalla situazione in molte altre nazioni, Italia inclusa), pur non essendo un vero e proprio trattato di filosofia della pedagogia della matematica (cosa che lo renderebbe forse più accattivante per qualcuno).

Non so quante persone possano essere interessate dall'intero contenuto dell'articolo, ma penso che le prime pagine, con gl'incubi del musicista e del pittore, potrebbero essere illuminanti per chi non (ri)conosce l'aspetto artistico di ciò che putroppo viene per lo più impartito come una disciplina che va per i più dall'arido al noioso, spesso riuscendo a nascondere persino alcuni suoi pilastri più importanti (io ad esempio non scorderò mai il fatto che la mia Sorella Minore è uscita dalle scuole medie convinta che la matematica non fosse una materia logica).

Se devo dirla tutta, non sono integralmente d'accordo con le opinioni espresse da Lockhart, benché condivida praticamente in toto le sue critiche ai metodi della didattica; ad esempio, io trovo abbastanza raccapricciante che i miei colleghi debbano tenere corsi di recupero per insegnare la trigonometria ed i logaritmi ai loro studenti: a quanto pare, il curriculum scolastico non solo è troppo rigido (come giustamente rimarca Lockhart), ma per di più non viene nemmeno svolto correttamente (osservazione questa che temo possa essere estesa un po' a tutti i campi dell'insegnamento scolastico, e purtroppo con una forte accelerazione verso il peggioramento).

Senza arrivare alla totale anarchia didattica e curriculare auspicata nell'articolo, si potrebbe comunque partire da alcune osservazioni riguardo la forse più grande pecca di un certo metodo top-down molto diffuso quando si insegna matematica. Impartire nozioni, principî e metodi (matematici, ma il discorso è vero anche in senso più generale) senza alcuna giustificazione rende il tutto non solo più noioso da apprendere, ma anche più difficile da assimilare. Per contro, ripercorrere la storia della matematica per scoprire i motivi per cui concetti e metodi sono stati inventati non solo permette un apprendimento più solido dei concetti e dei metodi stessi, ma è anche molto più stimolante per lo studente. (Come con la letteratura: quanto senso può avere ‘studiare’ un autore leggendone la critica senza conoscerne i testi?)

La mia breve ma non troppo esperienza nel campo dell'apprendimento e della ricerca se non dell'insegnamento mi porta però a sostenere che un tale approccio non debba essere protratto eccessivamente: l'esperienza finirebbe infatti con il diventare frustrante e poco fruttuosa per chi mancasse della capacità di inventare certi passaggi pur non avendo alcuna difficoltà nel seguirli qualora gli venissero esposti: il trovarsi ad affrontare problemi si trasformerebbe così da un aiuto ad un ostacolo nell'apprendimento.

Un aspetto che Lockhart sembra sottovalutare nell'articolo è quello dell'importanza del formalismo: la maggior parte delle teorie matematiche nasce sotto forma di una selvaggia giungla in cui si procede molto a braccio, per intuito e relazioni apparentemente ovvie, ma giunta ad un opportuno livello di maturazione richiede un momento di sosta, una pausa di riflessione in cui i sentieri aperti a colpi di machete vengono spianati, raddrizzati, raffinati, e talvolta invece abbandonati.

Il momento del formalismo in matematica è estremamente importante: non solo è essenziale poiché garantisce la verità logica delle sue proposizioni e delle conclusioni a cui queste portano (proprietà che la matematica in quanto scienza non condivide con alcuna altra scienza), ma è talvolta (in campi molto astratti) l'unico strumento che permetta un vero progresso. Sottolineare peranto solo l'aspetto ‘visuale’ ed intuitivo della matematica, trascurando quello formale, porterebbe quindi, nella migliore delle ipotesi, a matematici zoppicanti ed inaffidabili.

Ma il punto di partenza comune tanto alla ricerca intuitiva quanto al procedere della formalizzazione, e quindi in sostanza la radice più profonda della matematica, è la voglia di chiedersi: «perché?», «come?». Ed è su questa che dovrebbe fare leva il loro insegnamento.

Ma la didattica ieratica passiva-aggressiva è ben più facile da programmare ed impartire, e molto più aiuta nella creazione di succubi; per cui c'è poco da sperare che le cose possano cambiare, se non per iniziativa individuale.

permalink | scritto da in data 1 dicembre 2008 alle 0:28 | Stampastampa
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20081119

Artifex Diario

Ricordo che in un libricino che mi fu regalato negli anni '80, curato da Piero Angela, si menzionava una importante differenza tra gli esseri umani e le scimmie (in particolare gli scimpanzé): la capacità di creare strumenti. In realtà, ma ormai la mia memoria vacilla, credo che fosse qualcosa di leggermente più sofisticato: i nostri non lontani parenti sarebbero in grado di usare gli strumenti, o anche di creare semplici strumenti a mani nude (tipo: sfrondando un ramo), ma non di usare strumenti per creare altri strumenti. Peraltro, non escluderei che più recenti studi di etologia abbiano portato alla luce invece atti di questo tipo, ma per il senso di quanto segue supporrò che questa sia, in qualche modo la differenza indicativa tra l'uomo e le altre specie viventi.

Dopo tutto, almeno a partire dal rinascimento l'uomo (o per lo meno il cosiddetto uomo occidentale) si è gloriato di essere faber, quando non artifex, del proprio destino. Anche con più modeste pretese, però, escludendo forse un po' la fase medievale, l'uomo ha sempre cercato nell'opera d'ingegno materiale (o anche intellettuale) la propria realizzazione. E ci si potrebbe chiedere: chi meglio di colui che crea può conoscere quali esigenze devono essere soddisfatte dagli strumenti di cui deve disporre? chi meglio di lui può quindi concepire l'ideale strumento perfetto per il proprio operare?

Saltando dall'opera allo strumento si può seguire un'indefinita spirale discendente, in cui ciascuno strumento è a sua volta un'opera, che a sua volta necessita di strumenti per la creazione, e dall'opera allo strumento per creare l'opera si passa allo strumento per creare lo strumento per creare l'opera, allo strumento per creare lo strumento per creare lo strumento … ed ognuno di questi passaggi è un campo dove l'artifex può esprimere la propria vena d'ingegno, raggiungendo magari il culmine della creatività del campo ottenendo un insuperabile capolavoro. Ma l'artifex di ciascun campo necessita degli artefices dei campi precedenti, che possano fornirgli i propri capolavori come strumenti per il suo lavoro.

Potremmo arrivare a dire che ogni strumento è un'opera, e viceversa ogni opera è uno strumento, ammettendo che certe opere ‘terminali’ sono strumenti che hanno come fine la fruizione diretta dell'opera stessa (vuoi la sua contemplazione, o la soddisfazione del creatore nell'averla creata: nutrirsi, grattarsi) piuttosto che la creazione di ulteriori strumenti. In tal senso, ciò che distingue la scimmia dall'uomo è che la scimmia si limita ad opere ‘terminali’ laddove l'uomo riesce ad andare oltre.

Certo è interessante osservare che da questo punto di vista l'uomo raggiunge la propria massima espressione (che per l'appunto lo distingue dagli altri esseri viventi) non tanto quando disegna o scolpisce o compone, quanto piuttosto quando pialla, inchioda, suda davanti alla fornace. Dopo tutto, l'ornata suppellettile che nutre lo spirito ed il senso estetico del fruitore è funzionalmente più simile al legnetto con cui la scimmia raccoglie le formiche che non allo scalpello con cui è stata creata.

Vi rileverò dalla necessità di contestarmi osservando che laddove la scimmia provvede solo ai proprio fabbisogni fisici e corporali, le opere terminali dell'uomo hanno anche (se non soprattutto) lo scopo di nutrire il suo spirito, quello stesso spirito che è, a detta di molti se non di tutti, ciò che realmente ci distingue dal resto degli esseri viventi. E basta notare l'abbrutimento di chi non cura e coltiva il proprio spirito per capire quanto questo nutrimento che ci separa dagli animali sia importante.

L'osservazione, benché puntuale, sposta di poco l'aspetto funzionale dell'opera terminale: il soddisfacimento di bisogni.

Una specie che avesse oltre ai bisogni fisici ed a quelli spirituali altri bisogni (inesplicabili per noi come i nostri bisogni spirituali lo sono per le scimmie) non vedrebbe nulla di speciale nel nostro fruire opere terminali per nutrire il nostro spirito, esattamente come noi non vediamo nulla di speciale nel fatto che gli animali mangino. A ben pensarci, non è da escludere che ciascuna specie abbia bisogni non fisici che le altre specie non sono in grado di comprendere, nemmeno di indovinare. È ciò che va oltre il soddisfacimento dei bisogni, quindi, la cosa a cui guardare —ammesso e non concesso che la creazione di strumenti per creare altri strumenti non possa essere interpretata anch'essa come soddisfacimento di bisogni, benché in maniera più indiretta: ogni passo nella catena degli strumenti è un livello di indirezione, in cui il bisogno da soddisfare va ricercato nel tentativo di semplificarsi il lavoro ai livelli più vicini al bisogno ‘primario’, terminale.

Comunque, se davvero è nella creazione di opere/strumenti atti alla creazione di altre opere/strumenti (metastrumentalità) che soggiace la differenza (in termini di capacità) dell'uomo dalla scimmia, questa differenza raggiunge la massima espressione (e quindi l'uomo raggiunge l'apice delle proprie capacità) nella creazione ‘a mani nude’ di opere/strumenti che non hanno altro possibile fine che la creazione di altre opere/strumenti (in contrasto, quindi, con quelle che hanno magari anche una fruibilità propria non mirata alla creazione di altro).

Ovviamente, nel caso dell'uomo, alla semplice arteficità più propriamente manuale si aggiunge quella spesso detta “di concetto”, la creazione puramente astratta, tipicamente mentale. E non credo di essere molto lontano dal vero nel sostenere che alla creazione materiale prelude (quasi) sempre quella astratta: la seconda è quindi facilmente strumentale alla prima, e nella misura in cui lo è, è anche una più alta espressione delle capacità dell'uomo. In tal senso, ad esempio, la logica su cui si basa la matematica su cui si basa la fisica su cui si basa l'ingegneria è probabilmente un esempio della più alta realizzazione delle capacità umane.

È opportuno inoltre osservare che tra i campi in cui sa e può operare l'uomo esistono relazioni di metastrumentalità che non sono né lineari né univoche né, soprattutto, a senso unico: strumenti possono essere usati per creare e/o migliorare strumenti che favoriscono la creazione e/o il miglioramento degli strumenti che li hanno creati. Più che di una spirale sarebbe quindi forse più opportuno parlare di una rete, una metaforica tela di ragno al cui centro troviamo l'uomo con le sue mani e la sua mente, e da cui si dipartono fili verso i bisogni ‘diretti’ dell'uomo stesso, fili attraversati a diverse distanze da altri fili a struttura vagamente concentrica, rappresentanti i vari campi del sapere e dell'operare umano, dalla falegnameria alla pittura, dalla filosofia alla matematica: le intersezioni tra i fili sono le opera e gli strumenti, ed i fili stessi indicano una relazione di dipendenza, che può essere in un solo verso ovvero in entrambi, a seconda che l'uno strumento possa essere usato per l'altro e viceversa: da un campo all'altro dal centro alla periferia, nello stesso campo trasversalmente.

Purtroppo, benché la metastrumentalità sia una caratteristica della specie umana in senso collettivo, essa non può facilmente dirsi caratteristica del singolo individuo: benché in tempi passati si potessero trovare arti, mestieri e professioni in cui il faber si dedicasse alla creazione ed al perfezionamento dei propri strumenti quanto a quella delle proprie opere o degli strumenti per le opere altrui, il fenomeno si è sempre più ridotto fin quasi a sparire in tempi moderni, dove l'alta specializzazione, l'aumentare delle conoscenze e la complessità degli strumenti stessi portano ad insormontabili difficoltà nello spaziare per l'intera lunghezza di uno di quei fili che dall'umanità si dipartono verso le sue opere terminali.

Basti pensare che già solo per comprendere il funzionamento degli strumenti su cui poggia il nostro vivere quotidiano avremmo bisogno di conoscenze che spaziano dalla fisica alla chimica, dall'elettronica alla meccanica; per poterli mantenere e riprodurre dovremmo essere fabbri, meccanici, sarti, cuochi, idraulici, ingegneri elettronici, e dovremmo avere a disposizione cantine, officine, camere bianche, nonché una corrispondente quantità di ulteriori strumenti. Non solo degli strumenti d'uso quotidiano abbiamo però una conoscenza non certo approfondita, che nei migliori dei casi si limita a minime capacità di manutenzione, e quasi mai di riproduzione: la maggior parte degli uomini moderni si trova spesso anche sul lavoro a far uso di strumenti dei quali ha nel migliore dei casi una conoscenza solo superficiale; reciprocamente, chi produce opere che hanno un duplice valore terminale e strumentale facilmente si dimentica del secondo, e concentrandosi solo sul primo si allonta dalla piena estrinsecazione di quella capacità che distingue il genere umano.

Non è tanto una limitatezza degli interessi ad impedire agli uomini di occuparsi degli strumenti di cui usufruisce, quanto piuttosto il loro essere selettivi: dopo tutto, anche un polimate, un Uomo Universale (ancora echi del rinascimento) potrebbe comunque non essere in grado di adoprarsi per creare o migliorare gli strumenti a lui necessari per il suo dominio sui molteplici campi di cui si occupa. Sarebbe quindi interessante sapere quali meccanismi psicologici spingono le persone ad interessarsi dei proprî strumenti piuttosto che di altri campi più o meno connessi tra loro.

Dopo tutto, per quale motivo un matematico dovrebbe interessarsi delle applicazioni della sua teoria alla fisica, quando non direttamente all'ingegneria? Eppure la più sconvolgente presentazione del SIMAI 2008 è stata su un sorprendente nesso tra la matematica più astratta (l'algebra omologica) e quella più ingegneristica (gli elementi finiti): non a caso, la presentazione era anche mirata a sottolineare l'arbitrarietà di certe convenzionali distinzioni tra matematica pura (intesa appunto come opera ‘terminale’, per lo più fine a sé stessa) e matematica applicata (intesa appunto come opera strumentale, ‘calcolatrice’).

Viceversa, perché mai un matematico dovrebbe interessarsi degli aspetti tipografici dei lavori che porteranno in giro le sue idee? Eppure il più longevo (e se non il, sicuramente uno dei più longevi) dei software attualmente ancora in circolazione è il TEX, che fu sviluppato sul finire degli anni '70 da Donald Ervin Knuth, matematico ed informatico (anzi Maestro dell'Arte della Programmazione al Computer) che si mise a studiare tipografia non tollerando lo scempio cui veniva sottoposta la (sua) produzione scientifica: non a caso il nome del software deriva dalla te´???, la capacità dell'artifex (mi si perdoni l'exploit [ahem] linguistico).

In effetti, ci sono casi in cui è possibile lavorare ai propri strumenti (o a parte di essi) senza trascendere (o con una minima trascendenza de)i limiti della conoscenza settoriale, all'interno quindi della propria te´???, e raggiungendo comunque apici di metastrumentalità. Ad esempio, nei bei tempi andati un fabbro era in grado di produrre la maggior parte dei propri strumenti; in tempi più moderni, la cosa è vera per chi scrive programmi al computer: benché non sempre se ne occupi, un programmatore ha già le conoscenze per scrivere programmi che lo aiutino nel proprio lavoro di programmatore. E visto quanto la metastrumentalità porti ad una prospettiva quasi paradossale sull'importanza e la rilevanza delle nostre capacità, verrebbe da chiedersi: essere metastrumentali senza uscire dal proprio campo è meglio o peggio che esserlo spaziando in campi diversi?

(Poi, ecco, tutto questo prende ovviamente spunto dal periodo che sto attraversando, periodo in cui ho lavorato con gran profitto e gran soddisfazione non solo al più immediato compito per il quale da questo mese, e quindi materialmente dal prossimo, riceverò il mio soldo d'impiegato di concetto, ma anche ad una serie di strumenti di contorno. Vedere le proprie conoscenze da matematico ed informatico concretizzarsi nella prima bozza di codice per calcolo scientifico su scheda grafica non è cosa da poco. Ma quando i proprî contributi vengono ufficialmente accettati in un importante strumento di sviluppo utilizzato da molti importanti progetti, be', c'è una soddisfazione tutta particolare.)

permalink | scritto da in data 19 novembre 2008 alle 0:50 | Stampastampa
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20071109

Supertroll, o degli etici contrasti Diario

Un troll (virtuale) è un individuo la cui partecipazione ad una comunità (forum, newsgroup, …) è sostanzialmente circoscritta a provocazioni che hanno lo scopo di suscitare reazioni violente da parte degli altri membri. I troll variano dai più grezzi, che si limitano al continuo e pesante insulto di alcuni membri (spesso i più suscettibili), se possibile facendo riferimento a dettagli poco piacevoli della vita privata dei membri in questione, a quelli più fini che operano aprendo discussioni su argomenti ‘caldi’ (questione palestinese, razzismo, etc) con toni provocatori e controversi, magari svanendo subito dopo e lasciando che siano altri ad aggredirsi, salvo poi tornare per rianimare le fiamme ogni volta che queste discussioni vanno a morire.

Il troll può o meno credere alle idee che propugna, ma la cosa è del tutto inafferente: i suoi scopi (ed i suoi mezzi) non sono diretti alla sviscerazione di questo o quell'argomento, ma solo al suscitare le reazione più violente; anche per questo un troll non va confuso con qualcuno che ha semplicemente convinzioni molto forti e che difende accanitamente, benché anche questo possa (ovviamente) generare violente discussioni: ciò che caratterizza il troll è in primis l'intenzione, e di conseguenza spesso il metodo. Proprio per questo non sempre è facile identificare un troll, se non nei casi più grezzi: un troll molto capace è difficilmente distinguibile da qualcuno fermamente (e magari aggressivamente) convinto delle proprie idee, cosa che porta infatti spesso alla errata identificazione degli altri per gli uni.

Di questo (non) si parla nel recente articolo in difesa dei troll scritto dallo Sposonovello. Un aspetto della sua tesi (che non so fino a che punto sia sincera e fin dove invece sia avvocatura diabolica) piuttosto interessante è che ciò che distingue il troll dal resto della comunità è una (sincera) differenza d'opinione, ma non una differenza d'opinione su un qualsiasi argomento, bensì una differenza di opinione proprio sull'etica dei fora: laddove la maggior parte dell'utente dei fora è interessato a questo o quell'argomento, e magari una certa forma di social bonding con gli altri utenti, il troll è interessato solo ed esclusivamente alla ‘magia’ delle discussioni accese e feroci.

È quindi abbastanza naturale che il troll non sia ben accetto dalla comunità: non tanto perché ha (o potrebbe avere o manifesta) idee diverse da quelle degli altri (o di alcuni altri) su questo o quell'argomento, ma perché la sua etica sociale è profondamente diversa. La sua posizione non è pertanto poi tanto diversa da quella di chi, nella vita reale, ha (e si comporta secondo) un'etica profondamente diversa da quella della comunità in cui vive, un'etica magari offensiva nei confronti della cultura circostante.

Potrebbe essere il caso ad esempio dell'omicida, del pedofilo o, volendo essere meno estremi, della ‘donna di facili costumi’ (nei confronti delle quali si potrebbe aprire un'infinita parentesi con cardine sull'ipocrisia del rifiuto pubblico e dell'accettazione privata), o di qualcuno che si diletta nel ruttare, sputare e/o scorreggiare pubblicamente e vistosamente.

Ora, pare che gli esperimenti mentali (tipo questo, che tra l'altro è sempre su un esempio di contrasto etico-culturale) siano molto in voga tra i filosofi, forse come tentativo di emulazione della scienza (e dei suoi esperimenti ideali). D'altra parte, non mi è difficile comprenderne l'utilità esemplificativa, anche se quanto si ottiene si potrebbe comunque smontare sulla base del “sì, ma una cosa del genere non è mai successa” (come se questo potesse indicare che non succederà mai; ma sorvoliamo sulle diffuse (in)capacità dialettiche).

Ho deciso di dilettarmi anch'io in questa ginnastica mentale introducendo i Supertroll: una comunità che valuta il valore dei propri individui in base alla violenza delle reazioni suscitate. In un simile contesto a venir ignorato (cura usuale contro i troll nelle classiche comunità) non sarebbe più il provocatore, bensì l'incapace, l'utente che si riveli non in grado di suscitare inferni di parole, scegliendo gli argomenti giusti o esponendoli nel modo giusto; invece del Moderatore ci sarebbe magari il Punzecchiatore, ed invece di bannare si andrebbe in giro per forum ad invitare la gente a litigare nel proprio. Il comportamento tipico del troll, malvisto dalle altre comunità, è qui il modo giusto di comportarsi.

Questo esempio mentale mi avvicina inevitabilmente a quella che credo sia l'idea alla base dell'articolo dello Sposonovello, ovvero che il comportamento del troll non è intrinsecamente negativo, ma è tale solo in rapporto alla, se vogliamo, mentalità dominante; e non potrei non essere d'accordo, vista la mia personale convinzione che non esiste nulla di intrinseco (né di assoluto) nell'etica. Tuttavia, questa non intrinsicità della negatività del comportamento trollesco non implica in alcuna misura che le comunità non debbano difendersi dai troll.

Non si può pretendere di vivere all'interno una comunità (reale o virtuale che sia) con comportamenti che vadano contro le regole (scritte e non scritte) della comunità stessa senza pagarne le conseguenze; le comunità non hanno alcun obbligo, né all'accoglienza, né alla tolleranza né tanto meno all'adattamento, nei confronti dell'estraneo (estraneo che, almeno nei casi di comunità reali, può persino essere nato in seno alla comunità, e la cui estraneità è proprio definita dal contrasto etico): si tratta piuttosto di una disponibilità che le varie comunità possono (o meno) avere, in misura diversa.

Benché dal punto di vista relazionale la situazione reale e virtuale non sia quindi differenti, il rejetto virtuale ha però due grossi vantaggi rispetto al rejetto reale (anzi tre se includiamo il rischio molto minore di subire fisicamente le conseguenze della propria diversità): dislocazione rapida e possibilità di fondare nuove comunità. È abbastanza ovvio infatti che lo sforzo necessario ad allontanarsi da una comunità virtuale per immergersi in un'altra è notevolmente minore di quello di smontare baracca e burattini per trasferisi in una nuova nazione: virtualmente, è raramente richiesto più che l'inserimento di qualche dato (tipo nick e avatar), e la cosa più grave che può succedere è che il proprio nick preferito sia già usato da qualcun altro; è persino più facile trovare la nuova comunità, generalmente, di quanto non lo sia andare fisicamente in cerca di gente con cui ci si integra bene. Per di più, nel caso in cui non ci si ritrovasse in alcuna comunità già esistente, c'è grande disponibilità per fondarne una nuova, diversamente da un eventuale gruppo di persone che volesse fondare una nuova società con regole radicalmente diverse da quelle dei vicini, se non altro per l'attuale carenza di terreni colonizzabili.

Tornando ai troll, viene da chiedersi perché non mettano in pratica questa possibilità di fondare la comunità supertroll che viene loro offerta dalla virtualità; e mi sovvengono almeno tre possibili motivi con cui spiegarne l'(almeno apparrente) assenza.

Una spiegazione è che in realtà tale comunità esista, ben nascosta, e che i troll che imperversano per le comunità online siano in realtà in missione per parte di una comunità coesa, quella dei supertroll, che invece di esercitare ed esprimere il proprio distruttivo valore all'interno della comunità stessa lo esplica travolgendo le altre comunità; i trollaggi sarebbero quindi attacchi in piena regola, non il risultato di iniziative individuali. Questa ipotesi si lega bene con un'altra, ovvero che una comunità supertroll sia esista in passato, ma che si sia sgretolata a causa dei violenti attriti interni causati dall'esercizio continuo della provocazione come regola di convivenza sociale. Si potrebbe persino ipotizzare che un primo tentativo sia fallito come nella seconda ipotesi, per poi risolversi nella prima.

La terza ipotesi invece si basa sull'ipotesi che la comunità supertroll non esista e non sia mai esistita, evidenziando aspetti più psicologici dell'essere troll; parte quindi da un'osservazione sull'essenziale individualismo del troll (anche se capita di trovare troll che agiscono insieme) per concludere che una comunità supertroll (intesa proprio come comunità coesa e non come semplice denotazione esterna di una collezione di individui) non può esistere in realtà perché il troll si realizza nel suo essere individuale e malvisto dalla comunità: trovare quindi una comunità che lo accetti, lo apprezzi o addirittura lo incoraggi sarebbe la sua nemesi, persino peggio che l'essere ignorato.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2007 alle 13:08 | Stampastampa
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