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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20100102

Inizi, termini, mutamenti Diario

Confusione. Errori. Dimenticanze. Coincidenze. Fretta. Una quantità spropositata di modi e motivi per far andar storto qualcosa. Momenti ed emozioni unici (almeno nelle intenzioni), senza il tempo di assorbirli, di viverle come magari vorresti. Tutto sfugge di mano, succede sempre diversamente da come previsto. Non sempre migliorando, anzi, più spesso peggiorando. Ma non hai il tempo non dico di porre rimedio, ma nemmeno di sentirne veramente il peso, perché già si passa ad altro.

Sono stato talmente distratto dalle cose da fare da non arrivare a sentirne l'emozione se non la sera prima, nella calma prima della tempesta, nell'ultimo ripetersi di gesti e saluti di cui non ci sarà più bisogno e che pure sono stati quasi quotidiani fino ad allora.

Della cerimonia in sé non sono significative le parole sulla soglia del ridicolo dell'ufficiale di Stato Civile, quanto la chiusura gloriosa quanto non ufficiale con selezionate preziose pregnanti letture.

L'assente più importante è la mia Sorella Maggiore, che da lì a qualche ora, in concomitanza con il taglio della torta, darà alla luce la mia prima nipote.

Quante cose sono cambiate? Ho un anello al dito, un pezzo di carta in più agli uffici del comune, presto una dicitura diversa sulla carta d'identità, ma tutto questo è solo formale.

Ho però una casa nuova. Anzi, abbiamo una casa nuova. Una casa ancora tutta da costruire, con sì e no l'indispensabile per viverci dentro. E ci viviamo. Insieme. Con un progetto —insieme— a lungo termine. In questa casa, forse; altrove, forse. Ma insieme.

È questo che cambia: avrò, avremo una diversa quotidianità, ancora da costruire, nei giorni a venire, nell'impegno ancora non assolto per creare l'ambiente stesso in cui viverla. Avremo diversi tempi, altre cose a cui pensare, a cui doverci dedicare.


P.S. Già nei mesi preparativi ho visto diminuire il tempo per raggiungere in tempi adeguati una concentrazione sufficiente a trascrivere, esternare pensieri e riflessioni. Il blog nella sua forma attuale probabilmente finisce qui, anche perché la piattaforma del Cannocchiale fa sempre più schifo. Passerò a qualcosa di diverso, probabilmente, e non sarà il classico WordPress ma più probabilmente un Ikiwiki.

permalink | scritto da in data 2 gennaio 2010 alle 23:05 | Stampastampa
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20091214

Siamo fottuti Intermezzi

Il pazzo (letteralmente) che ha lanciato una statuetta del duomo di Milano in faccia a Berlusconi ha fatto alla propria vittima ed al suo governo il miglior regalo possibile. Un po' come il Bloody Sunday all'IRA. Per dirla con Cavour, se non ci fosse stato lo si sarebbe dovuto inventare.

Non ci vuole molta fantasia per indovinare in che modo l'accaduto verrà amplificato, ingigantito e soprattutto manipolato per stringere le redini su una situazione che, nonostante l'ottimismo di facciata del premier e la controllata disinformazione, si sta sgretolando, pronta ad essere soffiata via dal vento. E grazie proprio al controllo (e quando non il controllo anche il solo sempice appoggio) della più larga parte dell'informazione nazionale (in RAI si continua ad epurare i non-allineati, Mediaset va sans dire; sulla carta stampata troneggia ovviamente il Giornale; ma anche testate più serie come il Corriere o La Stampa, nei loro articoli più critici, sono poco più un qua del sussiegoso) propaganda e manipolazione saranno di una facilità disarmante.

Vediamo già da subito come si sia parlato di terrorismo, prima ancora di capire cosa fosse successo. Si è già scaricata la colpa sul “clima d'odio alimentato dalla sinistra”, preparando il terreno per mettere un freno (se non addirittura un fermo) alle manifestazioni di piazza della gente esaperata dalla personal politic di Berlusconi e dallo sfascio totale del sistema sociale attuato dal suo governo.

Mentre scrivo, si preparara l'oscuramento dei siti Internet che “inneggiano alla violenza nei confronti di Silvio Berlusconi”: considerando come Berlusconi senta ogni critica all'operato suo o del suo governo come un attacco personale, non è difficile immagine quanti potranno finire sotto la mannaia del censore. Dubito però che sparirà il gruppo Uccidiamo Massimo Tartaglia da Facebook, nonostante la solerzia con cui è stato soppresso l'equivalente antiberlusconiano.

Sul lato propaganda, vediamo appunto l'accento continuo e insistente sui presunti violenti della sinistra (dei quali il gesto di Tartaglia —uomo di sinistra, sebbene non “estremista dei centri sociali”— sarebbe appunto l'inevitabile sbocco). Per qualche motivo, si preferisce non rimarcare quando Bossi parlava di prendere il fucile (aprile 2008), quando La Russa invitava alla morte chi voleva togliere i crocifissi (novembre 2009), quando Berlusconi dice che per colpa dei giudici siamo sull'orlo della guerra civile (novembre 2009), quando Berlusconi minaccia di strozzare chi scrive della collusione tra Mafia e politica (novembre 2009), giusto per fare qualche esempio recente. Anche perché a ricordare questi atteggiamenti implicherebbe dare ragione alla Bindi (“lui ha le sue responsabilità per il clima che si è creato”) o peggio ancora a Di Pietro (“Berlusconi instiga”).

La costruzione ed il mantenimento di un Culto del Capo si nutre eccezionalmente di eventi come questi; proiettare un'aria di persecuzione, reale o fittizia che sia, è importante per arringare la gente, far loro dimenticare i loro problemi, gli errori e le menzogne del Capo e del suo entourage, per portare la base ad appoggiare la politica personale a svantaggio di quella nazionale (e personale persino quando nazionale; leggi “regime”). E se la gente non si sentiva abbastanza convinta della “persecuzione giudiziaria” (e questo pur non avendo conoscenza o coscienza né della realtà delle cose attuali né della storia giudiziaria pre-politica di Berlusconi; figuriamoci se le menzogne e le omissioni del povero innocente perseguitato fossero state reiteratamente esposte), la violenza fisica è sicuramente più convincente. E Tartaglia piove dal cielo come una benedizione: basta semplicemente negare che si tratti dell'isolato gesto di un pazzo, come si è affrettato a fare a fare Alfano.

Vedremo anche un'esagerazione in negativo delle condizioni di salute di Silvio: occorre proiettare un'immagine di Berlusconi che susciti compassione, che riporti i più scettici, la base sempre più diffidente, a tifare per il Capo, povera vittima innocente di un'ingiustificata aggressione. Da qui l'intuizione di uscire dall'auto subito dopo l'attentato per far ben vedere a tutti la faccia sporca di sangue. Da qui l'accento sulla miracolosa sopravvivenza.

Peraltro, se Berlusconi è serio quando dice “non capisco perché mi odino così”, la situazione è abbastanza tragica, perché vuol dire che lui per primo è caduto trappola della propria propaganda. Non che la cosa sia impossibile, giacché notoriamente è più facile convincere qualcuno di una menzogna se tu sei il primo a crederci. Se Berlusconi è convinto di avere dalla propria “il popolo” (sgrammaticato che picchetta l'ospedale) non può certo contare su quelli che, abituati alla plularità d'informazione del web piuttosto che alla monocultura propagandistica dell'informazione televisiva, non esitano a manifestare il proprio antagonismo, dentro e fuori dalla rete.

L'informazione, anzi la disinformazione in questi casi si gioca tutta sui numeri: dai novantamila dichiarati dalla questura per il No B-Day (lontani dai più probabili due/trecentomila quanto il milione millantato dagli organizzatori; chissà chi si ricorda di quando la stessa piazza semivuota ne ospitava ‘due milioni’ in una manifestazione anni fa) si va agli incontestabili 60.000 fan di Massimo Tartaglia su Facebook (in crescita); a questi, per compensare i miseri 400 che vogliono morto (metaforicamente parlando, s'intende) l'aggressore, si contrappone un madornale falso ottenuto cambiando il nome del gruppo che chiedeva l'abolizione del Superenalotto a favore dei terremotati dell'Abruzzo.

Ci sarebbe molto altro da dire, menzionando ad esempio il fatto che l'assalto non giunge inatteso. Non mi ha sorpreso, e a quanto leggo non sarebbe proprio una sorpresa nemmeno per chi della sicurezza di Berlusconi si occupa (o dovrebbe occupare) giorno e notte. C'è chi insinua che l'azione sia stata premeditata proprio per costruire la giustificazione del rafforzarsi del regime; a me pare eccessivo: perché organizzare qualcosa che ci si aspetta avvenga comunque? È molto più semplice lasciare che accada; sono curioso di sapere cosa succederà agli uomini che, per errore o intenzionale lassismo, non hanno adempiuto al proprio dovere di protezione.

Ma stavolta non si fermeranno a menzogne, falsi, omissioni, notizie costruite ad effetto. La situazione sta precipitando troppo velocemente. È evidente ormai che la mite connivenza dei vertici del PD non è più sufficiente a tenere tranquilla quella larghissima fetta della popolazione che non ama Berlusconi, che non si lascia ingannare dalla propaganda, che si informa e che informa, svelando maneggi ed imbrogli.

Ed il gesto inconsulto del pazzo è l'áncora cui possono aggrapparsi, la scusa perfetta per schiacciare senza tanti complimenti qualunque forma di dissenso.

permalink | scritto da in data 14 dicembre 2009 alle 16:58 | Stampastampa
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20090719

La rassegnazione non è serenità Diario

A volte penso di essere sereno. Non avrò il migliore dei futuri possibili nel migliore dei mondi possibili, vivendo come vivo in una nazione senza futuro che non riesce nemmeno a rappresentare degnamente il proprio passato, dominata da scimmioni alopetici, ipocriti, egocentrici e velleitari pur incapaci di immaginarsi e quindi costruirsi una vita che non sia misera emulazioni di altre vite, passate o contemporanee; e non nego che preferirei di gran lunga una situazione diversa; ma tutto sommato, da una prospettiva non meno egocentrica, penso che il peggio che mi possa capitare, forse perché mi sento sempre molto fortunato, sia di ricoprirmi delle ferite della noia. E non è una brutta prospettiva.

In realà, e la percezione si fa ben più evidente dopo esperienze come quella appena conclusasi a Kaiserslautern, non è serenità quella in cui vivo, bensì rassegnazione, uno stato d'animo molto diverso: perché se la serenità, pur non essendolo nettamente, della positività ha comunque il sapore ([qui ci andava la formula $lim_{x->\infty} \frac 1 x$ ma ovviamente in HTML sono pressoché impossibili da fare]), la rassegnazione ha invece una connotazione nettamente negativa: è l'abbandono, o almeno la constatazione della necessità di abbandonare, prospettive di betterness, indotta o importata che sia.

Se Sisifo avesse avuto possibilità di scelta tra il proseguire all'infinito nutrendosi dell'illusione di riuscire prima o poi nell'intento ed il lasciar perdere e fermarsi a sedere indefinitivamente ai piedi del monte, poggiando la schiena al macigno assegnatogli, cosa avrebbe scelto? E cosa sarebbe stato meglio scegliesse?

L'interpretazione che vuole Sisifo simbolo della pervicacia con cui gli esseri umani perseguono i propri obiettivi, anche di fronte all'apparente loro irrealizzabilità, lo vorrebbe persistente, perché anche un obiettivo irrealizzabile porta nella propria ricerca risultati, side effects a volte involontari, a volte a parziale tentativo del raggiungimento dell'irraggiungibile meta (e qui capita a fagiolo la citazione del giorno (di ieri), un approccio quasi zen alla felicità).

Ma Sisifo è stato condannato alla sua sisifica (sisifea?) mission impossible in quell'oceano di eterna inutilità che sono gli inferi della cultura greca. Questo è ciò che non gli dà possibilità di scelta, ma è anche ciò che, se gliene darebbe, dovrebbe piuttosto convincerlo ad abbandonare, a lasciar perdere, a fermarsi, a rassegnarsi: il macigno non raggiungerà mai il picco della montagna, non per opera sua, ed ogni suo sforzo in tal senso è e sempre sarà perfettamente inutile, senza alcun effetto collaterale, né positivo né negativo, se non il suo eterno sprecare tempo nel tentativo.

La sua non è la situazione in cui, ad esempio, lo sforzo inutile, servendo da esempio e da insegnamento alle future generazioni, porterà da qualche parte. Non è il lavoro di quell'oceano di matematici che in ogni epoca, non essendone i picchi di genialità, possono solo accontentarsi di essere dei buoni maestri.

D'altra parte, in realtà la mia situazione non è quella di Sisifo: non ho alle mie spalle una infinita catena di fallimenti che mi avrebbe potuto convincere dell'inutilità di provare ancora; piuttosto, mi trovo davanti ad una parete di roccia che dà tutta l'impressione di essere verticale e priva di appigli. O forse “semplicemente” un K2, nel qual caso sinceramente non sono il tipo da rischiare di ingrossare le fila dei morti degli 8000.

permalink | scritto da in data 19 luglio 2009 alle 10:27 | Stampastampa
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20090630

Sradicamento Diario

Le nostre radici non sono i giovinetti inchiappettati dall'aristocrazia greca e romana prima e dai preti cattolici poi; non sono la retorica del dio­patria­efamiglia con cui si lavavano le menti più deboli e malleabili nel secolo scorso; non sono l'illusione di essere grandi perché qualcuno che era vissuto nella stessa area geografica millenni prima aveva considerato proprio dominio terre migliaia di miglia più ad est ed una popolazione che non raggiungeva il doppio di quella italiana di oggi.

Le nostre radici sono i luoghi, gli ambienti, le cose, le persone che hanno caratterizzato la nostra vista, con cui abbiamo creato legami che ci hanno accompagnato e ci accompagnano anche a distanza di anni, anche a distanza di chilometri.

Capita che le nostre radici smettano di avere senso fuori di noi, che l'unica cosa che sopravvive allo sfaldamento imposto dal tempo (ma più spesso dall'agire degli altri esseri umani) sia la nostra memoria.

Non è qualcosa che accade all'improvviso, ma improvviso è il nostro rendercene conto, anche quando abbiamo avuto coscienza del decadimento: improvvisamente ci voltiamo indietro e ci accorgiamo di aver superato l'ultima uscita, il punto di non ritorno. Dalle radici, ormai solo monconi secchi, non arriva più linfa. E tanto più è violento l'impatto quanto più le radici erano scese in profondità.

Ed il problema non è tanto nelle radici, quanto nel terreno, un terreno riarso, desertificato da un'ondata di sale. Un terreno senza futuro, senza speranza. Ed allora le radici che fino ad allora ti hanno nutrito diventano un'ancora, ed allora forse tanto meglio varrebbe essere come quei rotolacampi archetipici dei film western.

permalink | scritto da in data 30 giugno 2009 alle 19:39 | Stampastampa
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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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20080513

Lo scafandro, la farfalla ed il computer Diario

Il Learn by Movies ci ha offerto gratis uno splendido film. Francese, il film narra la storia (vera) di Jean-Dominique Bauby e della sua vita con sindrome del chiavistello, a seguito di una paralisi totale causata da un ictus.

Il film, diretto magistralmente ed accompagnato da un eccezionale movimento di macchina, non scivola mai nel patetico: intenso e non certo allegro (pur non privo di alcuni momenti di ilarità), comunica perfettamente l'immensa forza di volontà con cui il protagonista, coadiuvato da medici, infermieri, familiari ed amici, riesce ad esprimere la propria forza vitale pur essendo capace di comunicare esclusivamente tramite battiti di ciglia e altri movimenti oculari.

Inevitabilmente mi è venuto in mente Dasher, un progetto di input con mobilità ridotta di cui ho già parlato in passato e che mi ha sempre affascinato per le sue incredibili potenzialità. Il film mi ha fatto soffermare sull'importanza che questi progetti possono avere per venire incontro alle esigenze che queste persone possono avere, ben oltre la semplice curiosità ludico-tecnologica che suscitano in individui come il sottoscritto.

Le possibilità di (parziale, anomala) rinascita offerte dal progresso di medicina e tecnologia aprono una serie di interrogativi sul destino anche evolutivo del genere umano; ma a ciò sono connessi una serie di interrogativi sulla limitatezza della disponibilità di tali progressi. D'altra parte, lo stesso protagonista dello Scafandro, viene da chiedersi, avrebbe avuto le stesse possibilità se fosse stato più solo, o meno famoso, o meno ricco, o nato in una diversa parte del mondo? Ed ovviamente anche: sarebbe possibile, ed in quale misura, fornire lo stesso tipo di servizio in maniera più estesa? (A prescindere dal fatto che poi lo si faccia o meno.) Nel caso non fosse possibile, quale dovrebbe essere il criterio in base a cui decidere a chi renderlo disponibile? (A prescindere dal fatto che poi venga seguito o meno.)

permalink | scritto da in data 13 maggio 2008 alle 18:18 | Stampastampa
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20071203

Maturazione forzata Ad Personam

Crescere, invecchiare, maturare. Ci sono cose che cambiano, e che non vorremmo che cambiassero, perché sentiamo il loro mutamento come una perdita, un degrado. Ci sono cose che non cambiano, e che vorremo cambiare, per sentirci migliori. Ci sono cose che cambiano, ed il cui mutamento accettiamo con gioia, serenità o indifferenza, perché ci aprono nuove porte. Ed infine ci sono cose che non cambiano, e che non sentiamo il bisogno di cambiare, ma che dall'esterno vengono viste con occhio critico per la loro assenza di cambiamento.

Invecchiare è un processo crono­biologico: il semplice scorrere del tempo lo determina, e ne determina gli effetti ben oltre ogni nostro possibile tentativo di rallentarne il percorso.

Crescere è un processo fisico, ma soprattutto psico­emotivo: è la nostra formazione, le nostre esperienze, ed il modo in cui influenzano il nostro modo di vedere, vivere, pensare il mondo.

Maturare, infine, è un processo fisico, ma soprattutto psico­sociologico: è l'avvicinarsi all'idea che “gli altri” (adulti) hanno del (nostro) essere “adulti”.

Ecco. Io a volte mi chiedo perché si debba sottostare al giudizio altrui sulla velocità e la qualità e la direzione della nostra crescita; vorrei sapere chi e su quali basi ha stabilito o stabilisce quali comportamenti sono accetabili in un adulto e quali non lo sono, quali modi di vivere e pensare il mondo sono maturi e quali non lo sono.

È così difficile accettare che ciascuno trovi la propria strada nei modi e nei tempi che gli sono più consoni? È forse opportuno, o peggio ancora necessario, far vivere a qualcuno un conflitto (interiore e non) a cui altrimenti potrebbe non arrivare mai?

Da un lato, posso anche comprendere che il genitore voglia evitare al figlio un impatto troppo brusco con la durezza della vita; e posso anche accettare che la loro esperienza possa essere fonte di consigli per le nuove generazioni. Ma quanto spesso quello che dovrebbe essere proposta diventa imposizione, l'invito diventa ordine, il suggerimento critica?

Si affoga la ricchezza dell'individuo abituandolo a pensarsi inadeguato, non pronto, riempiendolo dei timori e delle paure che ci sono state scaricate dalle generazioni precedenti. C'è da sorprendersi che individui così tarpati, impossibilitati a cercare la propria realizzazione, si vadano a nascondere nelle religioni, nelle ideologie o negli sfoghi insensati?

Invece di coltivare il gusto della scoperta, della creazione, della trasformazione, della comunicazione, ci ritroviamo amareggiati, delusi, inaciditi, spaventati, cinici. Abbiamo bisogno di stampelle fisiologiche, emotive, spirituali perché la nostra crescita si atrofizza in una maturazione che non è nostra.

Come possiamo affermare con tanta sicumera di sapere quali tratti siano propri dell'età adulta, e quali siano solo limiti che ci siamo imposti o che ci sono stati imposti senza validi motivi? E anche per quei per cui si possa ragionevolmente affermare che siano propri dell'età adulta, cosa ci porta a credere che sia meglio imporli con insistenza ed assillo piuttosto che lasciarli scoprire naturalmente?

Ed infine, cosa ci porta a supporre, dalla nostra assolutamente limitata prospettiva, che la persona che vediamo crescere non abbia già di suo scoperto i tratti che le saranno necessari per sopravvivere da sola? Perché ci sentiamo in obbligo di continuare ad educarla secondo i nostri canoni, invece di porgere orecchio alle sue riflessioni, ai suoi dubbi ed alle sue paure? Perché distruggiamo le possibilità comunicative, dimenticandoci che sapevamo ascoltare, sapevamo persino indovinare i loro bisogni quand'erano infanti, mentre tutto in seguito diventa “sii una persona matura”?

È tanto difficile per gli altri accettare che si diventa adulti molto prima di quando il loro giudizio possa deciderlo?


Con la speranza che io mi ricordi di leggere queste mie parole quando sarò padre.

permalink | scritto da in data 3 dicembre 2007 alle 1:44 | Stampastampa
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20070924

Un piccolo crescendo Diario

Ci sarà forse qualcosa di zen negli eventi (o nella mancanza di eventi) di questa settimana, o forse è stato semplicemente uno di quei momenti del respiro della propria vita in cui si passa dalla completa espirazione all'inizio dell'ispirazione.

Fatto sta che da questa passata settimana, in cui mi sono rimproverato la scarsa iniziativa lavorativa, la poca voglia di fare cose (anche se una serata al bowling ce l'abbiamo infilata) e persino la pigrizia bloggereccia (con un articolo in gestazione da lungo tempo, a tema rivoluzione e cambiamento, che preme per esser partorito ma che resta lì a giacere e maturare).

Il weekend ha segnato la svolta, partendo dall'incazzatura finestrica (poi uno dice che incazzarsi fa male …); il sabato pomeriggio si va alla presentazione di Non più estate, a cui l'autrice arriva in madornale ritardo (non colpa sua), e da cui ottengo una copia del fumetto personalizzata dal disegnatore (invidia per un'arte di cui non tengo parte): ed è una bella esperienza vedere le tavole originali.

La domenica non brilla dal punto di vista lavorativo (diciamo), ma la sera si celebra un tardo pomeriggio tranquillo con l'Affine, che si conclude con un'allegra nottata al concerto di Elio e le Storie Tese, offerto (gratis) da MusicAteneo (Università di Catania).

E poi, oggi le belle notizie: dopo essermi fatto firmare (finalmente!) dal direttore di diparimento la certificazione per il pagamento dell'assegno degli ultimi quattro mesi, passo dal Professore, che mi aggiorna sul possibile futuro del mio assegno di ricerca. E se non posso dire che vi siano certezze su un mio futuro accademico, mi piace vedere le possibilità, le opportunità che si presentano.

Anche se sono offeso del fatto che il Professore non abbia notato la maglietta che indossavo, nonostante l'avessi messa apposta per lui. Ah, che ingratitudine …

E poi con Alex abbiamo corso un minuto più dell'altra volta, ad un ritmo a me più consono, anche se il tempaccio ci ha impedito di fare lardominali.

Insomma, si prospetta un buon inizio di settimana.

permalink | scritto da in data 24 settembre 2007 alle 22:47 | Stampastampa
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dicembre