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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090822

Da pari a pari Diario

La Rete con cui la gente ha normalmente a che fare quando naviga in Internet o legge la posta è una rete in cui i computer sono fortemente caratterizzati dal ruolo che detengono nel continuo flusso di dati ed informazioni che l'attraversano: vi sono i server, computer centrali dediti (e dedicati) alla distribuzione di contenuti, e i client, i computer che ciascuno di noi utilizza per usufruire delle informazioni distribuite dai server.

Esistono anche reti di tipo diverso, reti non a caso dette “da pari a pari” (peer to peer), reti i cui costituenti non sono caratterizzati da un ruolo specifico, e che svolgono contemporaneamente il ruolo di distribuzione e di ricezione di contenuti; queste reti, molto vicine a quelle che furono nella proto e preistoria di Internet, sono ormai per lo più note in quanto canali di distribuzione (illegale) di materiale coperto da diritto d'autore: eMule, BitTorrent sono che hanno fatto persino le pagine dei giornali.

Se la struttura gerarchica client/server nasce dalla necessità tecnica di distribuire grandi quantità di dati, distribuzione che necessita di molte più risorse di quelle disponibili al singolo computer domestico ed alla singola connessione domestica, le reti paritarie aggirano il problema dei limiti del singolo utente domestico sfruttando la forza di una collettività di piccole utenze poco potenti per raggiungere e superare le capacità delle poche grandi utenze.

In più, le reti paritarie hanno il vantaggio di essere ‘scomode’ perché più difficili da attaccare, da controllare, da censurare. Un contenuto scomodo (vuoi perché illegale, vuoi perché compromettente per un potente) ospitato su un server è (relativamente) più facile da sopprimere, agendo in casi estremi anche fisicamente contro il server che lo ospita; ben più difficile è bloccare la diffusione dello stesso contenuto su una rete paritaria, dove il contenuto si trova sparso e replicato su una grande molteplicità di nodi della rete.

In altre parole, la qualità di una rete paritaria risiede nella sua capacità di essere ridondante: chi usufruisce di un contenuto lo condivide con altri già mentre lo sta scaricando da altri che lo forniscono. In effetti, mentre nelle reti client/server a contraddistinguere i nodi della rete è il ruolo (sostanzialmente prefissato) che esse vi svolgono, nelle reti paritarie ciò che contraddistingue i nodi è il “carattere” di ciascun nodo nei confronti della distribuzione.

Ai due estremi abbiamo: da un lato il seeder (da seed, seme), che è inizialmente colui che immette un nuovo contenuto nella rete, ed in seguito chiunque altro, pur avendo finito di scaricarlo, continua a condividerlo; dall'altro, il leecher (da leech, sanguisuga), che si limita a scaricare, senza offrire nulla in cambio, in casi estremi rifiutando di condividere con altri persino il materiale in corso di scaricamento.

Ovviamente, una buona rete è una rete con pochi o nessun leecher e con una discreta quantità di seeder che non solo forniscono nuovo materiale, ma mantengono anche disponbile materiale più datato. Per questo motivo alcune reti (come per esempio quella di eMule) cercando di scoraggiare il leeching ed incoraggiare il seeding con un sistema di crediti che favorisce chi condivide materiale, permettendogli di scalare più rapidamente le code di attesa.

A ben pensarci, c'è qualcosa di sorprendente nella mentalità che sta dietro al leeching, soprattutto quando si fanno i salti mortali per ‘forzare’ il proprio computer in una posizione puramente di ricezione, che nelle reti paritarie è intrinsecamente dannosa, oltre che difficile da ottenere. È la mentalità che estremizza oltre il ridicolo la possibilità di ricevere senza offrire, persino quando l'offrire costa poco o nulla. È una mentalità che pretende, come se tutto gli fosse dovuto, e per la quale la possibilità di ricevere senza reciprocità diventa un obbligo quasi a non reciprocare.

Ed è una mentalità che si trova purtroppo spesso anche nel mondo reale: diventa allora centrale sfruttare la disponibilità altrui, essere oggetto di attenzioni, di cortesie, di favori, spesso addirittura lamentando che le attenzioni, le cortesie, i favori non sono sufficienti, adeguante; e sempre senza dare nulla in cambio, senza mai offrire la propria disponibilità, senza mai condividere, e facendo pesare come un immenso ed immeritato dono la saltuaria eccezione; si giunge persino al punto di prentedere il trattamento di favore cui si è abituati, di sentirsi discrimati, insultati, maltrattati quando non lo si riceve, quando lo sbilanciamento tra il dare ed il ricevere è tale da chiudere i rubinetti della cortesia.

Un esempio recente che ha persino raggiunto i giornali lo si trova nella “guerra di religione” sollevata dalla recente sentenza del Tar del Lazio; e se persino un'istituzione come la Chiesa Cattolica si comporta così con lo Stato italiano, come potrebbe sorprenderci quando si riscontra questo atteggiamento nel piccolo delle relazioni interpersonali?

A proposito, quando la togliamo questa cazzo di ora di religione dalle scuole statali?

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20090528

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/2.0 Una nuova speranza Terza Rivoluzione Industriale

È consuetudine separare due fasi nella rivoluzione industriale, separate dall'avvento di nuovi materiali e dallo sviluppo della (petrol)chimica. Invero, le innovazioni rese possibili dal progresso portano a drastici cambiamenti che giustificano il nome di seconda rivoluzione, un risicato secolo dopo la prima.

Ritengo che sarebbe opportuno separare, allo stesso modo, due momenti in quella che viene considerata attualmente la terza rivoluzione industriale, ovvero in quegli sviluppi della scienza e della tecnica che hanno seguito la seconda guerra mondiale (sviluppi pesantemente alimentati dalla guerra fredda).

L'evento che funge da cardine tra la terza e quella che io definisco quarta rivoluzione industriale è (penso si sia ormai capito) la nascita di Internet.

È indiscutibile che l'home computing ha avuto un significativo impatto industriale, non solo come oggetto di produzione, ma anche come soggetto: pensiamo a come fosse tecnicamente complesso produrre già qualcosa di semplice come volantini e opuscoli ancora negli anni '60 o '70; pensiamo a quanto sia semplice ed economico ora. Persino la produzione di oggetti più sofisticati, libri interi o disco, è ormai alla portata di ‘tutti’. Ed è probabile che l'home computing sarebbe esistito e si sarebbe diffuso anche senza Internet.

Ma è anche indiscutibile che la diffusione di Internet ha dato una spinta non indifferente alla diffusione dell'informatica domestica, dotandola di una potenza comunicativa fino ad allora assolutamente inimmaginabile. Ciò che prima era mirato principalmente allo svolgimento di due attività tra loro opposte quanto incompatibili (giocare e lavorare) diventa con la capacità di collegarsi ad Internet lo strumento per una nuova rivoluzione.

Parlerò quindi della quarta rivoluzione industriale facendo espressamente riferimento ai mutamenti sì industriali, ma soprattutto sociali e culturali, che trovano le loro radici nella universalizzazione dell'informatica, universalizzazione sia come diffusione, sia come capacità di collegare la gente. Ed in questo senso, forse, ciò che differenzia questa rivoluzione dalle altre è proprio l'aspetto culturale.

Vi sarebbero in realtà da fare alcune puntualizzazioni.

La prima riguarda il fatto che ciascuna rivoluzione agisce in maniera diretta su una cerchia sempre più ristretta della popolazione mondiale, con latenze secolari e più nella diffusione, per cui ad esempio nei Paesi occidentali siamo già alla saturazione degli indirizzi Internet (IPv4) quando ancora la maggior parte della popolazione mondiale non ha nemmeno l'acqua corrente (e spesso non bisogna nemmeno andare tanto lontano, basta guardare a certi quartieri di Catania che hanno l'acqua corrente a giorni alterni) o l'elettricità.

Questa precisazione è necessaria per chiarire meglio a cosa, chi, quanti mi riferisca nel dire ‘tutti’ o nel parlare di universalità; anche se, forse troppo ottimisticamente, oserei dire che sia ‘soltanto’ una questione di tempi: quanti anni fa era già speciale, qui da noi, che ci fosse un telefono nel quartiere, piuttosto che almeno uno ciascuno? da quanto tempo è normale che in ciascun appartamento ci sia almeno un televisore? Paesi in cui ancora le altre rivoluzioni non sono arrivate, o sono appena arrivate, seguiranno. Prima o poi. (Da questo punto di vista, peraltro, sono eticamente lodevoli, oltre che significative dal punto di vista tecnologico, iniziative come quella dell'OLPC, che però non può purtroppo definirsi esattamente un successo).

La seconda precisazione riguarda il fatto che nessuna rivoluzione riuscirà mai ad alterare la natura umana (benché non escludo che possa porvi fine, che sia con l'autodistruzione o anche piuttosto invece con la transizione a qualcosa che umano non possa più dirsi); è però vero che le varie rivoluzioni ne hanno stimolato, e ne stimolano, aspetti diversi (e qui se volete potete discutere a vostro piacimento di cosa esattamente sia la natura umana e quanto l'alterazione di questo o quell'aspetto la trasformi in altro o la lasci comunque sé stessa). E quali sono i fulcri del mutamento della quarta rivoluzione industriale?

Comunione e liberazione.

Beninteso, non si parla qui di quegli integralisti cattolici per i quali la Parola di don Giussani è più importante di quella del Vangelo. Al più, volendo rimanere in argomento, ci si può orientare verso i cardini del messaggio originale del cristianesimo (di cui ho già parlato da un punto di vista evolutivo).

Volendoci spogliare invece di ogni riferimento religioso, si potrebbe pensare al comunismo anarchico, che però ne darebbe una connotazione ideologica e sociopolitica che —ed è questa una delle sue onde portanti— è in realtà profondamente assente dalla quarta rivoluzione. Proprio questo ha permesso infatti ad Internet (ed alla sua cultura) di diffondersi tanto rapidamente, tanto capillarmente, anche quando draconiane misure censorie ne hanno severamente limitato l'uso (come ad esempio in Cina), senza riuscire ad alterarne la natura.

Ed è per questo che la quarta rivoluzione industriale è inarrestabilmente indirizzata verso ciò che ogni altra rivoluzione prometteva, mancando metodicamente di realizzare.

permalink | scritto da in data 28 maggio 2009 alle 23:32 | Stampastampa
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20090319

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.2 Il tema Terza Rivoluzione Industriale

Il termine ‘informatica’ nasce come crasi di ‘informazione’ ed ‘automatica’: spesso indicata con IT (Information Technology, Tecnologia dell'Informazione), l'informatica rappresenta infatti la possibilità di gestire, in maniera automatizzata e quindi con un ridotto intervento umano, grandi quantità di informazioni. I cardini dell'informatica sono quindi la possibilità di raccogliere grandi quantità di dati, e la possibilità di elaborarli. L'indirizzo di sviluppo preso dagli elaboratori elettronici (volgarmente detti computer, e che in fondo non sono altro che calcolatrici molto complesse) ha dettato poi in particolar modo che questi cardini si realizzassero innanzi tutto con il meccanismo della digitalizzazione, ovvero la trasformazione di qualunque tipo di informazione in numeri; e la prima, forse la più importante conseguenza di questo è stata la replicabilità infinita: l'informazione digitale può essere replicata innumerevoli volte senza che vi sia perdita d'informazione4

Ma la terza rivoluzione industriale ha portato con sé qualcosa di inatteso, imprevedibile, rivoluzionario: internet. Ed è un po' di questo che vorrei parlare, cercando di evidenziare alcuni punti che pur non riuscendo a descrivere completamente la vastità dell'impatto che ha avuto la possibilità di collegare tra di loro tutti i computer del mondo, ne possano far emergere alcuni aspetti. E se possibile, cercherò di indicare qualcuna delle potenzialità ancora inespresse di questo strumento.

Internet è una raccolta di metodi e mezzi di comunicazione tra computer: è quindi, sostanzialmente, uno strumento per scambiare informazioni, nel senso più generico del termine. Internet, come in generale la tecnologia, viene criticata per la sua capacità di alienare le persone dai rapporti sociali ‘diretti’; tuttavia, internet permette al contempo la creazione di nuovi rapporti sociali, con strutture e di natura molto diverse, sia tra di loro sia dai rapporti reali. E l'isolamento materiale cui può portare internet ha come controparte la possibilità di far uscire dall'isolamento chi altrimenti vi si troverebbe, per il contesto (reale) ostile in cui vive o per qualunque altro motivo. Comunità che non potrebbero esistere per le grandi distanze materiali che separerebbero i membri diventano improvvisamente possibili in ‘luoghi’ virtuali.

Ma soprattutto internet è il Luogo dell'Informazione.

Fino all'avvento su larga scala del cosiddetto Web 2.0, le pagine web erano fonti sostanzialmente statiche d'informazione, in mano ad un numero relativamente ristretto di persone, fruibili secondo canoni non molto dissimili da quelli dell'informazione nel mondo reale; i newsgroup su Usenet ed i canali tematici su IRC sono stati i luoghi dove sono nati i paradigmi di una fruizione molto più dinamica ed attiva dell'informazione.

La diffusione dei blog, delle wiki, dei forum, del social networking ha portato questo nuovo paradigma alla ribalta: chiunque5 (può) genera(re) informazione, e chiunque5 ne può usufruire. L'utente non è più un consumatore, fruitore passivo, ma un prossumatore, fruitore attivo che produce oltre a consumare.

Un altro aspetto sorprendente di internet è la rapidità con cui questi nuovi concetti, questi nuovi modi di vivere e di pensare si diffondono; se le precedenti rivoluzioni industriali avevano accorciato drasticamente i tempi di trasporto di persone ed oggetti, la terza rivoluzione industriale ha praticamente annullato i tempi di trasporto di informazioni ed idee: ma fuori da ogni aspettativa, ne ha anche accorciato i tempi di assimilazione.

Una delle motivazioni di questa sua capacità è da cercare sicuramente nella struttura che internet è riuscita finora a mantenere: una struttura che nella sua forma nativa, originale è sostanzialmente anarchica, incontrolllata se non addirittura incontrollabile. E proprio questo la rende sempre più una pericolosissima minaccia per il potere; e proprio per questo motivo essa è sempre più oggetto di attacchi ed aggressioni che mirano ad eliminarne tutte quelle caratteristiche che ne hanno decretato il successo.

Per inciso, non solo i tradizionali poteri politici trovano in internet un pericoloso nemico: anche più subdoli, ma non per questo meno aggressivi, poteri economici di vario genere si trovano a dover combattere con la rivoluzione culturale che internet ha alimentato. Molti dei grandi imperi economici che hanno costruito la loro fortuna su un sostanziale monopolio dei canali di comunicazione e distribuzione si scoprono improvvisamente superflui.

Ad esempio, la produzione in studio di un disco musicale, la creazione dei vinili, la loro distribuzione, sono (erano) processi effettivamente costosi che possono (potevano) giustificare le £20.000 del costo dell'oggetto. La maggiore semplicità di produzinoe ed il più ridotto costo della materia prima rende molto più sospetti i 20€ del compact disc, anche considerando l'inflazione. E quando si arriva alla distribuzione elettronica, viene da chiedersi dove vadano i $10 dell'album comprato online.

Non a caso la proposta di legge censoria proposta dalla Carlucci (che casca così almeno per la seconda volta nell'errore di prestare faccia ad argomenti evidentemente ben al di fuori della sua comprensione) è stata redatta in realtà dal presidente di Univideo (un blog a caso che ne parla), molto più interessato alle violazioni del copyright che non alla pedofilia (la scusa universale per far passare qualunque porcata: il più immondo insulto per chi veramente è stato vittima di abusi sessuali).

L'archetipo della censura di internet è sicuramente la Cina, che con la sua Muraglia Elettronica impedisce ai cinesi di visitare siti locali e stranieri ‘pericolosi’, ‘sediziosi’, ‘terroristici’ (guai a parlare di piazza Tiananmen o della questione tibetana). Ma quanti italiani sanno che simili meccanismi di censura sono da tempo in opera anche in Italia, già da prima dell'emendamento D'Alia? Io l'ho scoperto quando il meccanismo (ufficialmente utilizzato, poco efficacemente peraltro, per bloccare presunti siti pedopornografici ed i siti di gioco d'azzardo che non hanno accordi fiscali con l'Italia) venne utilizzato per bloccare The Pirate Bay (un motore di ricerca per BitTorrent che, come tutti i motori di ricerca, indicizza anche materiale protetto da copyright e distribuito illegalmente), sollevando un notevole polverone in molti ambienti.

In questo modo il potere politico si manifesta per l'ennesima volta alleato (perché stavolta non è più semplicemente succube del lobbying, avendo ben motivo di temere e necessità di difendersi dalla grave minaccia dell'informazione libera) di altri forti poteri economici, costruiti su privilegi non più giustificabili nei nuovi scenari tecnologici. E se con la crassa ignoranza che contraddistingue i nostri uomini di potere in Italia si assiste solo a dei patetici (ma non per questo meno pericolosi) attacchi censori, nei più scafati e sofisticati ambienti del potere mediatico statunitense si tenta di uccidere la neutralità di internet cercando di forzarla in quei meccanismi selettivi che contraddistinguono le reti televisive via cavo (un mondo che, con i vantaggi e svantaggi del caso, da noi è arrivato tardi e male).

Ma nonostante lo sfacelo e la decadenza che vedo intorno a me, nonostante l'incalzare degli attacchi, ci sono segni e segnali che mi fanno sperare che internet possa ancora resistere, e forse persino salvarsi, evolvendo nel peggiore dei casi in qualcosa di ancora più inattaccabile.

permalink | scritto da in data 19 marzo 2009 alle 0:01 | Stampastampa
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20090316

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.0 Prologo Terza Rivoluzione Industriale

Si parla ormai apertamente di crisi (anche troppo apertamente, secondo certuni). La crisi porta con sé incertezze e paure, in primis quella di perdere quei privilegi, quei beneficî cui ci si è abituati al punto da ritenerli imprescindibili diritti; e molto si potrebbe dire di come la paura sposti la gente a destra: non a caso le campagne mediatiche di quelle parti politiche, vicino e lontano dalle elezioni, sono sempre incentrate sulla paura, facilmente pilotabile verso un Nemico o l'Altro secondo l'opportunità del momento (ebrei, comunisti, extracomunitari, albanesi, pedofili, arabi, mussulmani, rumeni1, talibani2, rom1 … un grande potpourri in cui non è nemmeno importante capire bene di cosa si sta parlando); e si potrebbe parlare di quanto sia quindi importante non eliminare mai le cause reali dei problemi, in modo che il gregge accetti supinamente ordinamenti sempre più draconiani e restrittivi la cui unica vera mira è quella di aumentare il controllo sulla popolazione permettendo al potere di mantenersi.

Ad esempio, nessuno si domanda quanto sia paradossale che nonostante la salita al potere del governo Berlusconi IV, l'affiancamento dell'esercito alle forze di polizia, l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma —ricordiamo che il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale fu proprio quanto fosse diventata insicura la città con Veltroni, battendo proprio su un caso di stupro— non vi sia stata nessuna sostanziale alterazione nell'andamento dei crimini, già in calo dal 2006 nonostante il sempre maggior tempo dedicato alla crona nera dall'informazione; nessuno si va a chiedere perché già prima di identificare i responsabili di uno stupro si presentava come futura soluzione al problema la costruzione di ghetti per zingari e rom; in effetti, nessuno si va a chiedere perché si dovrebbero mettere in gioco i militari a far servizio di polizia: se cinque corpi di polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Regionale, Polizia Municipale) non sono sufficienti forse c'è qualche altro tipo di problema. Ma chi si pone la questione? L'importante è poter avere l'illusione di sentirci sicuri (ma non troppo).

Ovviamente, la gestione del potere dipende in maniera sostanziale dalla gestione dell'informazione: una gestione che può assumere forme più o meno subdole. La forma data ad una notizia segna pesantemente il cosa pensare, ma è spesso sufficiente, con molto meno sforzo, guidare l'a cosa pensare, pesando opportunamente le notizie o non dandole affatto (quanto e dove è girata in Italia la notizia della condanna in primo grado di Mills?). Ma il controllo dell'informazion diventa ancora più cruciale quando ci si avvicina a chi gestisce il potere, perché non è importante che i misfatti non vengano compiuti, ma che non si vengano a sapere.

Non a caso i militari statunitensi che hanno diffuso le immagini delle torture di Abu Ghraib sono stati i primi a venire puniti. Non a caso la legge di questo governo sulle intercettazioni, nel suo progetto iniziale (fortunatamente accanitamente combattuto), non solo le rendeva praticamente ineffettuabili, ma soprattutto ne impediva la pubblicazione. (Altro paradosso: da un lato in nome del ‘diritto alla privacy’ (che meriterebbe un discorso a sé stante) si cerchi di istituzionalizzare la disinformazione del cittadino, dall'altro ci si dimentica dello stesso diritto per spingere invece per aumentare i meccanismi di sorveglianza sui cittadini stessi.) Sarà mica perché i giudici, dopo tutto, sono più facili da comprare che l'opinione pubblica? Sarà perché non tutte le porcherie sono crimini? (Ma poi mi chiedo: mettiamo, ipoteticamente parlando, che si scoprisse ad esempio che realmente la Gelmini è diventata ministro spompinando Berlusconi, e supponiamo che i documenti che lo provano diventino di dominio pubblico nonostante tutti i tentativi fatti per distruggerli perché non pertinenti alle indagini in cui sono stati procurati; alla maggior parte degli italiani gliene fregherebbe niente, se la cosa fosse vera e documentata? Mi guardo attorno e l'etica e la morale che vedo diffuse accetterebbero la cosa tranquillamente, se non addirittura con quel pizzico d'invidia che molti provano per i ‘furbi’ che riescono a ‘fottere il sistema’ salendo i gradini della scala sociale con favoritismi, clientelismi, raccomandazioni e pura e semplice prostituzione, ormai sempre più senza nemmeno quell'ipocrita velo della finta indignazione.)

Nel peggiore dei casi, quando le minacce (legali e meno legali) diventassero inutili, si può sempre ammazzare l'Anna Politkovskaya o il Giuseppe Fava di turno.

Ma se non è difficile ottenere il controllo dell'informazione giornalistica e radiotelevisiva, vi è un altro terreno su cui è molto più difficile imporsi, un terreno in cui l'informazione regna senza controllo.


1 interessante anche il giochetto mediatico del ‘romeno’ con cui ci si libera della necessità di distinguere tra rom e rumeni, due popoli completamente distinti da ogni punto di vista e che non si vedono nemmeno di buon occhio l'un l'altro; confoderli semplifica la vita ed aiuta ad usare i rumeni come scusa per ghettizzare i rom, ed i rom per stimmatizzare i rumeni, ora che gli albanesi non fanno più notizia

2 e non talebani come la massiccia ed ignorante anglicizzazione del giornalismo italiano vorrebbe

permalink | scritto da in data 16 marzo 2009 alle 0:41 | Stampastampa
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20090225

La mafia del copyright Terza Rivoluzione Industriale

Da parecchio tempo ormai la protezione della proprietà intellettuale ha trascesco i limiti della criminalità ed è scaduta nel ridicolo. Come spesso accade in questi casi, l'indraconianizzarsi delle misure protezionistiche sortisce l'effetto opposto a quello originariamente inteso, portando ad una perdita totale del rispetto per i principî su cui si fondava l'idea originaria et ad una totale dissociazione tra lettera e spirito delle leggi da un lato e loro recezione del pubblico cui dovrebbero essere rivolte dall'altro.

In quanto segue partirò dal presupposto, peraltro non universalmente condiviso, che la proprietà intellettuale abbia un valore e che pertanto meriti una qualche forma di protezione.

La filosofia politico-economica moderna vuole che la protezione della proprietà intellettuale in tutte le sue forme abbia come obiettivo di stimolare la creatività intellettuale garantendo ai creatori di poter beneficiare del frutto del loro lavoro; in teoria, per evitare una stagnazione della produzione creativa, queste forme di protezione dovrebbero essere bilanciate e limitate per evitare da un lato che ‘riposando sugli allori’ il creatore non sia più stimolato a produrre ulteriormente e dall'altro che la protezione dell'originale impedisca la creazione di opere derivate, risultando in un freno invece che in uno stimolo.

Sulle varie forme di proprietà intellettuale, dal brevetto al marchio registrato, un discorso a sé stante merita sicuramente il diritto d'autore, che nella cultura anglosassone prende il nome (e le funzioni principali) di diritto di copia. In effetti, fin dall'inizio della sua non tanto breve storia, il copyright nasce principalmente come forma di controllo governativo sulle opere di stampa (lecite, controllate dalla censura) e sulla loro diffusione, sviluppandosi in seguito principalmente come meccanismo protettivo nei confronti di una corporazione (quella degli stampatori) i cui margini di profitto erano minacciati dal progressivo abbassarsi dei costi di produzione libraria. Solo in seguito, quando il giudizio negativo di larghe fette della popolazione nei confronti di questo tipo di attività diventa determinante si passa ad una prospettiva che sottolinei piuttosto il presunto aspetto di protezione della proprietà intellettuale, ovvero del contenuto ‘astratto’, artistico, letterario, musicale o quant'altro piuttosto che all'oggetto fisico che ne permette la fruizione (libro, musicassetta, compact disc o quant'altro).

Per comprendere quanto l'aspetto protezionistico corporativistico sia ancora un fondante pilastro del copyright e delle leggi sul diritto d'autore si potrebbe partire ad esempio della rapida escalation che esse hanno avuto negli Stati Uniti, uno degli ultimi Paesi occidentali a sottoscrivere la Convenzione di Berna, con oltre un secolo di ritardo rispetto ai primi firmatari.

Nel frattempo, i termini di 14 anni (rinnovabili per altri 14) della prima legge statunitense (1790) sul copyright per lavori registrati furono estesi a 28 (rinnovabili per altri 28) nel 1909. Il primo stravolgente cambiamento si ebbe 10 anni dopo la morte di Walt Disney, che estese i termini del copyright a 75 anni o la morte dell'autore più altri 50. All'approssimarsi dell'uscita dal copyright delle prime opere di Walt Disney i termini furono estesi a 95 anni dopo la pubblicazione, 120 dopo la creazione o 70 anni dopo la morte dell'autore.

(Il lobbying in realtà non è mancato anche nell'ambito della Comunità Europea, dove le leggi di estensione del copyright sono state rese retroattive per ripescare quei prodotti che, mancando il passaggio del '76, sarebbero dovuti ormai essere di pubblico dominio.)

È abbastanza evidente che nonostante le eccellenti intenzioni che si può immaginare avesse Victor Hugo quando fece pressione per una convezione internazionale (che poi si concretizzò nella già citata convenzione di Berna) per l'automatica e naturale protezione della proprietà intellettuale dell'autore dell'opera, gli effetti di quella proposta e delle sue successive modifiche si sono mosse in tutt'altra direzione.

Prendiamo in esempio il caso italiano, che coinvolge direttamente la Società Italiana degli Autori ed Editori, un'associazione nata anch'essa forse con le migliori intenzioni, ma la cui attività si è progressivamente trasformata assumendo forme che ricordano nemmeno tanto da lontano il taglieggio, il ‘pizzo’ mafioso ed altre forme ‘protettive’ da criminalità organizzata (nel caso della SIAE anche legalizzata) che beneficiano il protettore piuttosto che il protetto. A condimento della situazione italiana troviamo inoltre inoltre situazioni cui l'abitudine ha smesso di farci pensare.

Pensiamo ad esempio alla tassa SIAE imposta su tutti i supporti (audio e videocassette, CD, DVD) registrabili ma vergini (privi quindi di contenuto, ed in particolare di contenuto protetto dal diritto d'autore), nonché su tutte le apparecchiature atte alla registrazione (dai mangianastri col tasto REC ai masterizzatori), i cui proventi dovrebbero essere divisi, salvo una provvigione per la SIAE stessa e non si sa bene in base a quali criteri, tra gli autori e gli editori membri della SIAE le cui opere potrebbero essere soggette a copia illegale. La tassa assume quindi la forma di una multa preventiva. Che sarebbe un po' come mettere in carcere tutti quelli che comprano un coltello da cucina perché potrebbero usarlo per uccidere qualcuno, o tutti i preti perché potrebbero violentare qualche minorenne. La multa preventiva in questione è qualcosa che va ben oltre un processo alle intenzioni, e viola uno dei pilastri del diritto civile e penale italiano: la presunzione d'innocenza; in quanto tale è anche incostituzionale (art. 27 della Costituzione Italiana).

Ci si potrebbe poi chiedere perché la riproduzione di materiale protetto da copyright preveda non solo sanzioni amministrative, ma anche la reclusione da sei mesi a tre anni; per contro, il falso in bilancio mirato all'evasione fiscale è stato depenalizzato (coincidentalmente da quel Berlusconi che ritiene l'evasione fiscale un diritto se non addirittura un dovere morale laddove si ritenga la tassazione eccessiva): truffare 60 milioni di italiani è molto meno grave che scavalcare gli interessi di una corporazione che non ha (più, se mai l'ha avuto) motivo di esistere.

È pure inutile sperare che i recenti attriti con la FIMI possano portare finalmente ad un ben necessario ridimensionamento della parassitaggine della SIAE, ma anche con le migliori speranze il panorama governativo italiano non promette nulla di più che un eventuale adelchico rimanere del vecchio col nuovo.

Il vero cambiamento dovrà essere culturale e di massa, e nasce già da internet, formando involontariamente una generazione con una ben diversa percezione della fruibilità dei contenuti creativi. E le sempre nuove, sempre più draconiane regolamentazioni che tentino di sabotare i frutti della terza rivoluzione industriale per proteggere gli interessi di quelle corporazioni il cui strapotere economico e conseguentemente politico è vanificato dai progressi della tecnologia saranno sempre più inutili.

Dopo tutto, e mi perdoni Publio Cornelio Tacito, valgono molto più i buoni costumi che non le leggi ridicole.

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20080613

Ed anche Tiscali decadde Diario

Che gran tristezza toccare con mano la decadenza dell'unico provider raccomandabile per il suo supporto tecnico. Fino a qualche tempo fa avrei raccomandato Tiscali ad occhi chiusi, per chi volesse farsi un allacciamento ad internet: le mie (poche, perlatro) esperienze con il loro supporto tecnico, le ultime delle quali nel 2007, si erano sempre rivelate estremamente positive: interventi rapidi, supporto gratuito.

Purtroppo, le cose sono cambiate anche lì, e la ‘Telecomizzazione’ ha raggiunto anche quest'ultimo caposaldo di validità tecnica: un aggiornamento delle linee che ne ha causato la caduta, il contatto gratuito al 130 senza risultati, e solo il supporto a pagamento ha permesso il riallacciamento.

Quindi, basta più suggerire Tiscali. Fa schifo come gli altri. In che modo sarà connessa la cosa al fatto che Soru se la sta vendendo? Vedremo.

Episodi come questi fanno riflettere sulla necessità di creare una concorrenza subdola ed efficace per minare le basi della necessità di un “Internet Service Provider”: dopo tutto, Internet è strutturalmente concepita per essere decentralizata ed inaffondabile, anche nel caso di malfunzionamenti a qualche nodo; purtroppo, questo concetto attorno a cui è stato inizialmente costruita ha dovuto fare i conti con il costo infrastrutturale della propria espansione, stravolgento l'iniziale pianificazione 'anarchica' in una struttura ad albero in cui gli utenti domestici altro non sono che le foglie, che si aggrappano a rametti che si aggrappano a rami sempre più grossi fino ai backbone che mantengono la struttura originaria.

La chiave è la creazione di una nuova infrastruttura, distribuita ed a basso o bassissimo costo, che sia sufficiente per le esigenze della maggioranza degli utenti (leggi: navigazione sul web, utilizzo della posta elettronica) e che sia gratuitamente (modulo al più l'acquisto di un router) accessibile ai più. Gli strumenti tecnici per realizzare questo ci sono già (ed uno di questi, Netsukuku, è stato realizzato al Freaknet MediaLab della mia città). Come fare per far sì che si diffondano fino a raggiungere la massa critica che possa fare la differenza?

permalink | scritto da in data 13 giugno 2008 alle 12:42 | Stampastampa
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