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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20091116

Leggi della natura, leggi dell'uomo Diario

Sia come matematico, sia come programmatore, il mio lavoro è soggetto a ben precise (quanto banali) leggi naturali.

Supponiamo ad esempio che io abbia scritto un programma che, sui computer a mia disposizione, impiega troppo tempo per ottenere il risultato atteso (ad esempio, la completa simulazione di una colata lavica). Perché sia utile, il programma dovrebbe svolgere il suo compito dieci volte più velocemente.

Per la suddetta costrizione alle leggi della natura, ci sono solo due cose che mi permetterebbero di raggiungere l'obiettivo: (1) posso scrivere codice più efficiente, ovvero far sì che il programma faccia meno calcoli (o calcoli più semplici) per ottenere lo stesso risultato, oppure (2) posso utilizzare computer più potenti, che facciano gli stessi calcoli in meno tempo. Ovviamente le due cose non sono mutualmente esclusive (posso scrivere codice più efficiente per computer più potenti).

Per qualche motivo, invece, pare che la legislazione umana preferisca seguire, in certe circostanze, strade quasi sovrannaturali: per il raggiungimento di obiettivi peraltro spesso lodevoli, certi legislatori preferiscono decretarlo piuttosto che renderlo possibile.

Vediamo qualche esempio. Supponiamo che, per risolvere ad esempio il problema della mancanza di acqua potabile, si renda opportuno sfruttare una sorgente la cui acqua, però, risulta attualmente non potabile perché ricca di sostanze dannose alla salute. Cosa si può fare per rendere potabile l'acqua?

Dal punto di vista naturale, l'unico modo per rendere l'acqua potabile sarebbe di depurarla; una legislazione in tal senso potrebbe ad esempio favorire la deburazione stanziando fondi per (co)finanziare la costruzione di impianti di depurazione.

Oppure si può decretare che l'acqua sia potabile anche con quelle sostanze in quelle percentuali.

Vogliamo costruire su terreni non edificabili perché ad alto rischio (sismico, idrico, altro)? Invece di rendere il terreno edificabile con opportune modifiche strutturali, lo dichiariamo edificabile comunque, e se fosse prevista ammenda provvediamo con una bella sanatoria.

A favore di queste brillanti ‘soluzioni’ legali a problemi che avrebbero bisogno di interventi materialmente molto più significativi non gioca solo la sostanziale ignoranza in cui viene tenuta la gente, ma anche il non trascurabile fatto che gli effetti disastrosi, inevitabili conseguenza dei problemi ignorati piuttosto che risolti, li pagano ‘altri’, molto tempo dopo.

In casi come quelli citati le leggi naturali contro cui si decreta sono abbastanza ovvie, ed è sufficiente un minimo di cultura per capire che sono sensate quanto lo sarebbe imporre che le cadenze annuali (scuola, lavoro, coltivazione dei campi, accensione e spegnimento del riscaldamento) abbiano una periodicità di 400 giorni di 25 ore (lasciando invariata la durata dell'ora), vi sono casi in cui, sempre per le stesse ragioni (ovvero la protezione degli interessi di questo o quel gruppo di potere), l'assurdità della legislazione, ed il loro dannifico potenziale, possono essere più subdoli, o se non altro è più facile farsi ingannare dall'apparentemente benefica motivazione ‘ufficiale’ messa a schermo degli interessi realmente protetti.

Su questo binario viaggiano ad esempio numerose leggi di regolamentazione e deregolamentazione dei mercati finanziari (e gli effetti del crollo che hanno causato ce li stiamo cominciand a vivere adesso); non dissimili sono le variamente celate amnisitie e sanatorie per i ‘reati da colletto bianco’ (truffe, corruzioni, evasioni fiscali, etc).

Dello stesso tipo, infine, è l'ennessimo progetto salva-Berlusconi; è indiscutibile che, tra lungaggini burocratiche ed amministrative e carenze di personale, i processi in Italia diventino spesso calvari infinitamente (se non kafkianamente) lunghi.

È altrettanto evidente che la soluzione sensata al problema sarebbe una riforma del sistema giudiziario che snellisse i procedimenti e punisse l'ostruzionismo mirato al raggiungimento della prescrizione; rimpolpare le piante organiche dei tribunali che da Bari ad Aosta si trovano costretti a rimandare i processi per mancanza di personale non sarebbe nemmeno una cattiva idea.

Questo, ovviamente, se l'obiettivo fosse veramente riportare i processi a durate ragionevoli, e non, al contrario, fermarli prematuramente togliendo loro carburante. E se oltre a Silvio Berlusconi si salvano anche i grandi truffatori di Parmalat e Cirio e i responsabili delle morti alla Thyssen-Krupp … che sarà mai?

L'importante è che il popolino creda alla baggianata del processo rapido. Alla fine, a salvarsi con le prescrizioni abbreviate saranno sempre gli stessi: dalla certezza della pena (altra ipocrita bandiera) alla certezza dell'impunità. Peccato non potermi ottimizzare il codice con lo stesso principio.

permalink | scritto da in data 16 novembre 2009 alle 22:00 | Stampastampa
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20090408

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/1.0 Le rivoluzioni fallite Terza Rivoluzione Industriale

Le prime rivoluzioni industriali hanno fallito da molti punti di vista. Lasciando perdere, almeno per il momento, le opinioni di conservatori, reazionari e luddisti, mi piacerebbe soffermarmi in particolare sulle motivazioni che possono far considerare l'industrializzazione un fallimento anche da un punto di vista progressista.

In un'avventura di Jeff Hawke (credo fosse “The Intelligent Ones”, H3847-H3896, ma dovrei controllare) volatili extraterresti giungono sul pianeta Terra nella loro missione per svelare al Cosmo il segreto dell'uccellità. Dopo sorprese ed incidenti diplomatici intergalattici, gli alieni ripartono lasciando al protagonista (solo, perché l'unico che si è dimostrato meritevole) ciò che permette di liberarsi dal lavoro: un'incubatrice per uova.

Al di là dell'assoluta inutilità di quel particolare strumento per Jeff Hawke in particolare, e per tutta la specie umana in generale, l'interesse per sollevare una intera specie da una forzosa necessità che ne occupava la maggior parte del tempo era forse ciò che rendeva alieni gli extraterrestri: forse ben più che non il loro aspetto noctorapace. E benché il tipo di lavoro nel fumetto fosse ben diverso dal lavoro manuale dell'operaio, quello che la rivoluzione industriale avrebbe potuto fare sarebbe stato proprio il cancellare la necessità del lavoro.

Purtroppo, se la prima rivoluzione industriale ha reso tecnicamente superfluo il lavoro di molti, ciò non è stato accompagnato da una rivoluzione culturale, sociale e forse soprattutto economica che giustificasse ed accettasse questa ridondanza. In tal senso, i luddisti identificarono correttamente la causa più immediatamente pratica del “problema” disoccupazione, ma non riuscirono ad andare oltre la visione di tale situazione come “problema”; persino le successive analisi che portarono a tenativi di rivoluzione delle strutture sociali (più o meno fallite) rimasero comunque ancorate a quella visione dell'economia legata alla produzione che è la causa stessa, in un certo senso, del concetto di disoccupazione come modernamente inteso.

Paradossalmente, quindi, a quella rivoluzione industriale che avrebbe potuto rendere superfluo il lavoro si sono associati mutamenti economici e sociali che ne hanno invece ingigantito la necessità. È su questo tema che verte il famoso aneddoto del turista americano e del pescatore messicano:

Un turista americano, sul molo in un piccolo villagio costiero messicano, assiste all'attracco di una piccola barca con a bordo un pescatore locale. Mentre il pescatore scarica i tonni albacora che ha pescato, il turista si avvicina e lo complimenta per il pescato, domandando poi quanto tempo abbia impiegato a prenderli. «Non molto.» risponde il messicano. «Perché non stai fuori ancora per prendere più pesce, allora?» «Questo è più che sufficiente per sostenere la mia famiglia.» «E cosa fai con il resto del tuo tempo?» «Mi sveglio tardi la mattina, vado un po' a pesca, gioco con i miei bambini, faccio siesta con mia moglie, Maria, poi la sera scendo al villaggio dove bevo un bicchiere di vino e suono la chitarra con i miei amici. Ho una vita piena.» racconta il messicano. Il turista, sardonico: «Ah, posso aiutarti. Dovresti spendere più tempo a pescare; con il ricavo potrai prendere una barca più grossa, e poi forse più d'una: arriveresti ad avere un'intera flotta di pescherecci. Invece di vendere il pescato ad un intermediario potresti venderli direttamente all'industria di lavorazione del pesce; persino aprire la tua propria industria, alla fine. Controlleresti tutta la linea, produzione, lavorazione, distribuzione. Potresti lasciare questo villaggio di pescatori, spostarti a Città del Messico, quindi a Los Angeles, o anche New York, e da lì dirigere questa impresa sempre più grande.» Ed il messicano chiede: «Ma quanto mi ci vorrebbe?» «Oh, 15, 20 anni forse.» «E poi?» «Oh, questa è la parte migliore!» esulta il turista «Al momento giusto trasformi la compagnia in una società per azioni, vendi tutto, e diventi ricco, faresti milioni.» «Milioni? … e poi?» «E a questo punto potresti anche andare in pensione, trasferirti in un piccolo villaggio di pescatori dove poter dormire fino a tardi, giocare coi bambini, fare la siesta con tua moglie, scendere al villaggio la sera per bere un bicchiere di vino e suonare la chittara con i tuoi amici.»

(D'altra parte, l'ingigantimento del bisogno di lavorare associato alla riduzione della necessità di farlo non è certo l'unico paradosso dell'economia capitalista che con l'industrializazione è legata a doppio filo: pensiamo alla ‘bontà’ di una (piccola) inflazione; alla generazione di bisogni fittizi e la conseguente corsa all'insoddisfazione; o all'andamento in Borsa del titolo di un'azienda, al suo sostanziale prescindere da valutazioni oggettive del suo valore ed al suo essere legato alla percezione del suo futuro, con facili manipolazioni di massa —verso l'alto e verso il basso; o alla produzione di cibo in quantità tali da richiedere la sua distruzione per mantenerlo commercialmente conveniente, pur con intere nazioni che muoiono di fame. Ed in un diverso momento non mi dispiacerebbe indagare su motivazioni ed origini per questo purtropo fondamentale aspetto delle società contemporanee.)

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20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

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20080913

Spompai: «'e CIME 'e Napule» Diario

Molto meno noto del collega Go Nagai (passato alla storia come disegnatore di robottoni) è il barbuto Acchianando Spompai, da noi conosciuto, nell'ilarità generale, durante l'ennesimo ritorno in hotel dalla spiaggia, (subito) dopo pranzo.

Il “noi” in questione si riferisce alla microcomitiva formata, oltre che ovviamente dal sottoscritto, dal collega Informatico nonché da una simpatica compagine di giovin pulzelle di quel di Napoli, fondamentale contributo costoro alla piacevolezza del tempo trascorso qui al Grand Hotel San Michele di Cetraro (CS) in occasione del corso estivo sui Level Set organizzato dal CIME.

Scrivo questo articolo nella hall dell'albergo, un posto niente male scelto, tra le tante, da una comitiva di inglesi che hanno appena finito di celebrare un matrimonio in terrazza e stanno ancora lì a festeggiare. Speriamo che restino a godersi il calore che la pioggia prandiale ha appena intaccato.

Una buona metà dei partecipanti al corso è già partito, approfittando della fine anticipata dei corsi. Restiamo soltanto il sottoscritto (che aspetta di partire direttamente per il convegno SIMAI 2008), un professore (l'unico italiano, e quello i cui seminari si sono rivelati più chiari e completi) e qualche altro studente. Questo mi lascia un po' di tempo per scrivere, e per ripassare la presentazione che non ho voglia di presentare lunedì.

Sono fiero dei complimenti fattimi da Osher, uno dei padri dei Level Set, per la mia comprensione della lingua: a quanto pare, ero l'unico a ridere delle battute. È indubbio d'altronde che i suoi seminari siano stati i più divertenti, benché non certo i più approfonditi.

A ben guardare, durante il corso non si è parlato moltissimo dei Level Set in quanto tali, quanto piuttosto di tutto quell'impianto teorico (analisi funzionale variazionale) più o meno recente che sta alla base del loro utilizzo nella

(le stangone inglesi in minigonna sono alquanto distraenti)

del loro utilizzo, dicevo, nella manipolazione delle immagini (dall'eliminazione del rumore al riconoscimento di figure).

Una bella esperienza, complessivamente, nonostante o anche per gli inglesi ubriachi da mattina a sera (tranne oggi per il matrimonio — irriconoscibili). Ed il piccolo magone dei saluti stamattina.

Ora ci si rilassa: si prende il mare, il primo temporale estivo, si sta collegati ad internet tramite colleghi, si gioca a carte.

permalink | scritto da in data 13 settembre 2008 alle 18:21 | Stampastampa
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20080905

Le leggi che non si possono infrangere Diario

Tra le regole che ci autorizzano a dare al nostro universo l'appellativo di Cosmo ve n'è una che il buon figlio di Alighero fa espressamente nominare a Betran de Born:

Come ho già avuto modo di accennare in passato, mi è stato assegnato il compito (ovviamente non remunerato) di sviluppare (e mantenere) il foglio di stile LATEX ed il processo di automazione per la creazione degli articoli per la rivisita del dipartimento, compito che peraltro non mi dispiace (sorvolando sul carente aspetto pecuniario).

In questi giorni è finalmente stato mandata in stampa il primo numero della rivista su cui figuri un mio articolo. Questo è anche il secondo o terzo volume che viene preparato e mandato in stampa con il foglio di stile ed il processo di automazione da me creati e mantenuti.

Ovviamente, tra tutti gli articoli pubblicati il mio è l'unico ad avere un difetto, difetto di cui ci si è accorti solo a stampa e consegna avvenute: manca la bibliografia.

Trovare la causa di questo problema è stato molto facile. Porvi rimedio in tempi brevi e modi decenti sarà alquanto meno agevole.

permalink | scritto da in data 5 settembre 2008 alle 12:06 | Stampastampa
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20080721

Velocemente senza fretta Diario

Svegliarsi ore prima per un breve salto di corrente che fa trillare l'UPS.

Accompagnare i miei all'aereoporto prima del sorgere del sole con le promettenti notizie sui risparmi sui voli.

La coppietta che passeggia sul lungomare catanese, ed è poco più tardi.

Tentare di recuperare qualche ora di sonno, con un minimo di successo.

Guardare alle prossime due settimane, dove sarò molto più solo ma non per questo molto più libero.

Chiamare all'Ufficio Ricerca e scoprire che per rinunciare ai termini ed anticipare la data d'esame bisogna ancora aspettare: l'infinita farsa del facciamo finta di fare le cose per bene.

Le offerte di lavoro come programmatore diventano sempre più allettanti, anche quando vengono dalla Russia.

permalink | scritto da in data 21 luglio 2008 alle 11:28 | Stampastampa
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20080504

Le soddisfazioni della pazienza Diario

All'ultimo incontro di persona il mio Capo aveva lamentato una certa lentezza (mia) nel procedere con la scrittura del codice. Forse gli è sfuggito il fatto che sto lavorando praticamente in contemporanea su due progetti (senza peraltro venir (ancora) pagato per alcuno).

In realtà (ed è quello che gli ho detto senza però riscuotere grande successo) la lentezza nell'ottenere risultati non è stata dovuta tanto alla mancanza di lavoro fatto, quanto all'attenzione data nella scrittura di un codice che fosse sufficientemente astratto da poter essere utilizzato anche per il problema successivo.

Potrei dire che sono andato piano per evitare di fare meno lavoro, ma la cosa non andrebbe interpretata nel senso usuale in cui si potrebbe affermare una situazione del genere: dopo tutto, l'obiettivo da raggiungere non cambia se vado più piano, e soprattutto non ci lavora qualcun altro se non ci lavoro io.

In effetti, ciò che mi ha spinto a lavorare ad un codice più astratto e quindi più complesso e quindi più difficile da realizzare è stato il ritrovarmi a dover rifare cose già fatte: se nei mesi precedenti avevo realizzato un codice adatto (ma limitato) alla trattazione di problemi ad una dimensione, l'idea di dover ripetere l'esercizio per due dimensioni (che era l'obiettivo di adesso) per poi ricominciare da capo quando si fosse dovuto trattare (come si sarebbe fatto) la terza dimensione, sinceramente, non mi calava.

In un certo senso, è stata quindi la pigrizia a farmi perdere tempo; ma ancora una volta non si tratta del solito modo di perder tempo da pigro, procrastinando, bensì nel senso intelligente: perché via, diciamocelo, è stupido rifare la stessa cosa N volte se basta farla 1 volta bene.

E stanotte, finalmente, la soddisfazione di comunicare al professore di avere i risultati anche per tre dimensioni, con la possibilità, volendo, di lavorare anche in spazi più generali, e tutto a brevissimo tempo dai primi risultati in dimensione due.

È interessante studiare i fattori che entrano in gioco nella determinazione del delicato equilibrio tra il fare le cosa ora ed il farle bene, o meglio ancora nella soluzione del trilemma good, fast, cheap: pick any two.

Ad esempio, sono ben lieto di aver lavorato al caso monodimensionale senza pensare troppo all'astrazione: mi è servito per prendere dimestichezza con i concetti, sprovare alcune strutture di programmazione e scoprire alcuni importanti fattori chiave del metodo che stiamo sviluppando con il Capo.

Ogni buon programmatore ha dimestichezza con la massima plan to throw one away che in realtà è sbagliata perché se uno progetta sapendo di doverne scartare uno finirà con lo scartarne due: ma è vero che il primo tentativo serve più a rivelare tutti gli ostacoli ed i problemi che intervengono tra la teoria e la pratica, e che è in genere meglio ricominciare da zero avendo imparato dal primo tentativo che cercare di sistemare il primo tentativo fino a renderlo efficiente e veramente utile.

La scelta tra quando ricominciare e quando procedere per correzioni è un'altra non facile.

Da un lato, si rischia di finire come Windows: schiacciato dalla propria complessità evolutiva, avrebbe bisogno di essere rifatto da zero, ma la necessità di tornare al (discutibile) livello di maturazione attuale prima di poter essere distribuito nuovamente rende il progetto irrealizzabile nei brevi tempi che la Microsoft si impone tra una versione e la successiva.

La Apple è riuscita ad effettuare la transizione dal suo vecchio Mac OS al nuovo Mac OS X, un'architettura completamente diversa, grazie ad Wine sotto Linux, togliendo sostanzialmente ogni motivazione per usare Windows … ma comunque le motivazioni sono commerciali e non tecniche.

Dal lato opposto, si rischia di apprezzare un po' troppo il processo di riscrittura, come talvolta succede ai progetti open source, che possono finire con il rilasciare versino sempre nuove, riscritte più o meno da zero, ma senza mai farle giungere a maturazione completa.

Il meglio è nemico del buono, ma se non si tende al meglio difficilmente si arriverà al buono. L'ideale è costruire una strada per il meglio in cui ogni fermata sia buona. E quando riesce, anche se il percorso risulta un po' più lungo del previsto, che soddisfazione signori miei.

permalink | scritto da in data 4 maggio 2008 alle 16:16 | Stampastampa
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20080308

Servitore di due padroni Diario

Mi ritrovo improvvisamente la vita piena. Una pila di libri da studiare accanto al letto; almeno due programmi a cui lavorare; ed ancora l'ombra del progetto LIMA (maledetta mentalità del publish or perish).

Passerà ancora del tempo (quanto?) prima che potrò essere io a decidere i campi di ricerca a cui dedicarmi. E nel frattempo posso solo sperare che ciò che mi viene offerto mi attiri, mi piaccia, mi coinvolga, e non mi frustri.

Ma cosa succede se il Professore spinge verso un tipo di ricerca, ed allo stesso tempo mi trova una nuova collaborazione (stavolta con l'INGV) che tira da un'altra parte? Devo cominciare a gestire il mio tempo distribuendolo nella maniera più opportuna.

Non riesco a presentare al Professore i miei ultimi risultati? È il momento di metterli in pausa e dedicarmi alla simulazione delle colate di lava. Il Professore vuole vedere perché la sua idea non funziona? Dimentichiamoci delle colate e torniamo al codice che mi ha chiesto di scrivere.

E poi c'è questa gran pila di libri: dalla fluidodinamica ai levelset, si spazia dalla fisica all'analisi numerica. In realtà probabilmente ho esagerato; l'esperienza del progetto LIMA sembrava avermi suggerito di cercare di documentarmi il più possibile prima di ricominciare, ma in realtà la cosa sembra non funzionare tanto: è come se la lettura non mi lasciasse nulla, come se la mente si fosse impermeabilizzata, e l'unico modo per apprendere sia il mettere mano.

Sarà questo il motivo per cui all'INGV mi abbiano chiesto di cominciare da subito a lavorare con loro, benché il progetto debba partire tra un mesetto? Cosa c'è di meglio, dopo tutto, che mettere mano al loro simulatore (con il tutoraggio di chi l'ha creato) per capire come funziona e studiare come migliorarlo? Io pensavo di dedicarmi prima allo studio della teoria fisica che ci sta dietro; ma devo ammettere che ho fatto di più in questi due giorni dedicati al codice che nella settimana di serate passate a leggere il testo di fluidodinamica. O forse è che le letture della buona notte non sono l'ideale? Ma anche di giorno non è che vada sempre meglio …

PhD Comics 20080222
PhD Comics 20080225

Alla fin fine, ad essere sinceri, la mia più grossa obiezione al cominciare subito la collaborazione era la necessità di compiere il sacrificio di dislocare il culo per raggiungere la sede di Catania dell'INGV; che è comunque un sacrificio più grande del raggiungere il dipartimento, perché si tratta di scendere in centro. Ma visto che quando ci scendo ci resto fino a sera, la cosa non va tanto male; anche se devo smontarmi il computer ogni volta. Essere stato tutto sommato ‘costretto’ a farlo è servito a farmi per lo meno apprezzare il risultato.

E poi con tutto il carico di lavoro le soddisfazioni non mancano. Come l'aver avuto ragione nel non essere d'accordo con il Professore su un algoritmo (poi la gente si chiede perché penso di aver sempre ragione …). O come lo scoprire la delicatezza numerica di MAGFLOW semplicemente riscrivendo le formule in preparazione per l'analisi di sensitività.

E visto che riesco anche a trovare ancora il tempo per qualche piccolo passatempo, direi che si può fare.

permalink | scritto da in data 8 marzo 2008 alle 23:53 | Stampastampa
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20080207

GNCS 2008 Diario

Si fanno esperienze, a volte, in cui è difficile trovare qualcosa di veramente negativo da dire. Del convegno biennale del GNCS a Montecatini quest'anno mi potrei forse lamentare del viaggio (andata e ritorno in treno con cuccetta e consequente privazione di sonno), ma alla fin fine me la sono cercata io, quindi sorvoliamo.

L'esperienza del convegno in sé, invece, è stata molto più positiva, istruttiva, costruttiva. Non ho presentato niente, perché per questioni di tempo non tutte le comunicazioni sono state accettate e del nostro gruppo parlava già un mio collega; in fin dei conti, è stato meglio così: ho avuto modo di studiare tutte le presentazioni altrui, traendone utili insegnamenti per le mie eventuali future.

Non tutte le presentazioni sono state interessanti, ma un bel numero hanno suscitato la mia curiosità, vuoi per il tema vicino alla mia ricerca attuale o prevista per il futuro, vuoi per mio interesse personale. E la riunione del GNCS è stata illuminante: retroscena, questioni politiche ed economiche; in sostanza, una piccola finestra sul futuro della ricerca scientifica in Italia.

Ma la cosa più interessante sono state le persone, i miei colleghi: dottorandi, assegnisti, ricercatori che si occupano dei molteplici aspetti del calcolo scientifico, ognuno con la propria personalità, con i propri interessi curriculari ed extracurriculari. Come avevo già imparato al convegno del TeX alle Hawai`i, i momenti più interessanti non sono tanto le presentazioni in sé, ma pranzi, cene e coffee break, dove si mangia all'ingrasso e si parla di tutto, imparando a conoscere le persone.

Altre cose che ho imparato: se ti scordi lo zaino su un regionale in una regione dove i treni sono frequenti, capace che fai in tempo a recuperarlo perché te lo riportano col prossimo treno che sale. E guai al prossimo che si lamenta delle FFSS: c'hanno anche i treni nuovi, lassù, con le prese per cellulari e portatili. Sembrava quasi d'essere in Germania, ed invece eravamo solo in Toscana (infatti parlavano tutti come Benigni; fortuna che solo due presentatrici avevano questo gravissimo difetto di pronuncia; sarà che la maggior parte degli altri erano calabresi trapiantati in giro per l'Italia …)

permalink | scritto da in data 7 febbraio 2008 alle 14:12 | Stampastampa
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20071218

Di cose che non Diario

Dello sciopero degli autotrasportatori —che può mettere un Paese in ginocchio se quel Paese non ha avuto il buon senso di investire sulle ferrovie, magari perché la sua unica industria grossa fa automezzi— e che mi ha quasi lasciato a piedi quando sono stato a Librino la settimana scorsa.

Di Librino, dove alla frustrazione per il non riuscire a far funzionare quei vecchi computer si aggiunge il persistente dubbio se sia la cosa giusta da fare. Forse sarebbe meglio cominciare con cose più semplici, come un aiuto per la matematica.

Della frustrazione del non riuscire a risolvere i problemi di geometria elementare più difficili del mondo linkatimi dallo Sposonovello, e io non so se ringraziarlo o picchiarlo. Nel dubbio rovino la vita di tutti quelli che mi stanno attorno passando il problema, o perché si scocciano di sentirmene parlare o perché anche loro provano la frustrante ebbrezza di non riuscire a risolverlo, sempre per un solo piccolo passaggio.

Di come in questi giorni non mi senta al meglio della mia forma fisica, e poco stimolato intellettualmente, salvo brevi burst. Di come mi vengano i dubbi, ogni volta che leggo o sento qualcosa che penso potrebbe riferirsi a me, se stiano parlando di me. Di come sia meglio farsi le cose da sé, piuttosto che aspettare che le facciano gli altri.

Di cose come Sim che mette su una paginetta HTML (statica) con le partite ai Coloni di cui ha tenuto traccia (tiene traccia di tutto lui, è quasi un database vivente) e attende i suoi soliti biblici tempi prima di metterla in un database e crearla dinamicamente nonostante i miei reiterati inviti a farlo, salvo non gradire quando poi decido di perdere una mezza giornata per farlo io.

Dell'ex coordinatore di dottorato che mi chiama per sapere dov'è il PDF dell'ultimo numero della rivista di dipartimento, che di striscio menziona che si riparlerà di un compenso, e che mi tiene al telefono per un'ora a dirmi quanto tempo perde lui per occuparsi della rivista.

Del corso di calcolo numerico dove il Grande Capo ci insegna che esistono metodi numerici TVB.

permalink | scritto da in data 18 dicembre 2007 alle 13:12 | Stampastampa
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20071127

Posso cantar vittoria? Diario

Va bene, non c'è due senza tre. Speravo di aver concluso a luglio; no, poi c'era la relazione; ho finito a settembre? no, perché c'erano ulteriori cose da rifinire. Ma ieri dalla Tedeschia che (dopo una settimana di scambi e correzioni continue) il mio codice funziona anche per loro, e che hanno finalmente ottenuto i risultati dell'esempio da presentare.

A questo punto, come si può facilmente immaginare, sono più restio di prima a dire di aver finito, e proprio per questo magari sarà davvero la volta giusta —a meno che già il semplice pensare questo non ne infici la validità; ma voglio sperare di no.

È un po' l'inverso di Pierino e il lupo: solo che per le cose positive è al contrario: siamo noi a smettere di sperare che possa arrivare davvero il momento giusto, che possa avvenire ciò che attendiamo, che ci capiti tra le mani ciò che desideraimo; e magari finisce che proprio per questo ce lo perdiamo.

Nel mio caso ovviamente è un po' più semplice perché non è che possa perdermi la fine del progetto: però magari non festeggio perché non sono più sicuro che sia finito. Oppure! Potrei festeggiare ogni volta che sembra sia finito …

Comunque, questa settimana come conclusioni promette bene: anche per la rivista di Dipartimento, infatti, ci stiamo avvicinando alla pubblicazione del primo numero fatto con le mie macro. E da qui in poi non dovrebbero più essercene molte, di chiamate di soccorso per cose che non funzionano. O mi sto nuovamente illudendo? Lo sapremo alla prossima puntata.

Che poi in realtà questi piccoli compiti, brevi correzioni che mi prendono salutariamente un paio d'ore nel peggiore dei casi, non mi dispiacciono affatto: essendo piccoli compiti e non minacciosi impegni, è facile prendere la decisione di affrontarli per sbarazzarsene, non si accumulano innescando quel procedimento di rinvio—accrescimento—spavento—rinvio che provoca facilmente un senso di impotenza; e per contro mantengono comunque uno stato di adeguato stimolo, almeno quanto basta per non abbandonarsi all fatigante sensazione di “e mo' che faccio” che invece incombe minacciosa sui periodi di bassa.

Ecco, quello che serve è una scorta di lavoretti che fungano da stimolo per quando manca l'ispirazione e da innesco quando non si può più rimandare la montagna.

permalink | scritto da in data 27 novembre 2007 alle 10:38 | Stampastampa
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20071029

Flash Winter Diario

Dalle nostre parti ormai le mezze stagioni sono state liberamente interpretate come prove generali della successiva. L'autunno, ad esempio, significa che se a metà ottobre ti trovi ancora a stendere la biancheria in mutande il giorno dopo è ora di tirare fuori piumoni, pile e camicie pesanti. Salvo ritrovarsi insonni la notte per il caldo quando, a fine settimana, le temperature sono risalite e la neve sull'Etna, comparsa non per magia ma per giornate di pioggia ininterrotta, è svanita veloce com'era spuntata.

Ovviamente questo tipo di clima, dove non si fa in tempo a fare il cambio di stagione che ci si ritrova a dover usare nuovamente i capi d'abbigliamento appena conservati, invita a strategie diverse: tipo in questi cassetti i capi estivi, e lì quelli invernali; così il cambio di stagione non comporta spostamenti di oggetti ma solo d'attenzione. Purtroppo le coperte nel letto non posso seguire la stessa rapida sorte di mutamenti.

Ma soprattutto è la stagione di raffreddori ed influenze, perché è difficile non farsi cogliere in canottiera dalle prime piogge o sudati per il caldo un fine settimana. E pur non essendone stato immune devo dire di essermela cavata piuttosto bene, salvo qualche disturbo di stomaco ed un po' di fazzoletti.

Così all'attività fisica si sostiuisce per una settimana o giù di lì qualcosa di più sedentario, come ripristinare la funzionalità della tavoletta grafica sotto Linux (triste vedere i pasticci combinati nell'ultima release di X.org) almeno quel tanto che basta per giocare comodamente a Puzzle Pirates (ehm).

No job is finished until the paperwork is doneScherzi a parte, la settimana che oggi si conclude (ieri, ormai) è stata piena come un uovo, tra lauree (Sim e Aracnor), compleanni, matrimoni e lavoro redivivo. Perché credevamo di aver concluso, ma in realtà bisogna essere precisi e specificare dove quando come e perché ci si è allontanati dal capitolato, e porre rimedio ove possibile … come mi ha ricordato mio padre, the job isn't finished until the paperwork is done. Ed il risultato è che mi dovrò fare un'altra settimana in Germania, appena possibile (ovvero intorno a metà Novembre). Chissà com'è il tardo autunno tedesco.

permalink | scritto da in data 29 ottobre 2007 alle 0:21 | Stampastampa
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20071002

Relazioni pericolose Diario

Per intenderci, a me non piace scrivere relazioni (e voglio ben dire; c'è gente a cui piace?). Però il mio lavoro mi impone periodicamente di prepararne una, perché chi paga vuole ovviamente una rendicontazione sul lavoro fatto da chi viene pagato.

Dicevo, a me scrivere relazioni non piace; mi piace ancor meno che scrivere articoli scientifici, ma almeno si suppone che chi legge l'articolo scientifico abbia non dico l'interesse, ma almeno la capacità di capire di cosa parlo. Quando si prepara una relazione, invece, se non sono troppo tecnico mi sento di stare scrivendo baggianate, se invece sono troppo tecnico finisce che in realtà non si segue quello che dico. Io preferisco essere più tecnico (e quindi noioso).

Però, una cosa devo dirla, in favore dello scrivere quest'ultima relazione conclusiva della mia collaborazione con gli attuali finanziatori del mio assegno di ricerca: è stata una piacevole rinfrescata di autostima.

Ho dovuto preparare un piccolo, semplice, irrealistico ma accademicamente valido esempietto su cui eseguire l'analisi completa che il mio prototipo dovrebbe poter eseguire sui lavori in grande stile. Ed è stata una gran soddisfazione poter preparare tutto in una giornata, e soprattutto vedere in concreto i solidi vantaggi offerti dal mio metodo rispetto a quelli attualmente presenti in letteratura.

Ecco, non tutti i mali vengono per nuocere. Oggi finirò di apportare le correzioni suggeritemi ieri dall'advisor, ed avrò finito con questo.

Certo, c'è ancora da mettere il codice effettivo in forma presentabile …

permalink | scritto da in data 2 ottobre 2007 alle 8:35 | Stampastampa
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20070806

Sull'opportunità di legalizzare la prostituzione Risposte

Scrivo questo lungo articolo in risposta a Si accettano carte di credito, linkatomi dall'Affine.

Volendo essere sintetici: ritengo che la legalizzazione della prostituzione non sia una cattiva idea.

Volendo essere più prolissi, parto da una breve premessa: sono maschio, eterosessuale, prossimo ai 29 anni, fidanzato e con una soddisfacente vita sessuale. Non sono mai “andato a puttane”, e non credo che la cosa cambierà in futuro, né nell'immediato né sul lungo termine, non foss'altro perché sono di quelli che considerano il sesso «un momento di vicinanza e scambio con un altro essere umano, in cui entrambe le parti si donano spontaneamente e per il proprio appagamento»; anzi qualcosina di più, perché per me tale momento è importante che sia immerso in un contesto emotivo ed affettivo di lunga prospettiva. Ma il fatto che la mia personale opinione sul sesso sia tale non vuol dire che altre prospettive siano moralmente perverse: l'unica cosa che a me interessa è che la mia compagna (di vita e di letto) la pensi allo stesso modo; per il resto, ciascuno è libero di vivere un'opinione diversa.

Ora, sulla prostituzione ci sono moltissime cose da dire. Parto dunque dalle tue obiezioni, allargando il discorso ove opportuno.

«Riaprire i casini, di questi tempi, significherebbe principalmente dare un assist meraviglioso alla criminalità organizzata.»

Un assist meraviglioso? Sicuramente non sono così ingenuo da credere che la legalizzazione della prostituzione togliere automaticamente le ragazze dalle grinfie della criminalità organizzata, ma sinceramente non vedo come gli darebbe «un assist meraviglioso»: è indubbiamente vero che la criminalità continuerebbe a controllare gran parte, se non la totalità, del mercato della prostituzione, ma la legalizzazione avrebbe almeno la possibilità di dare alle ragazze alcune garanzie, dal punto di vista sanitario, fisico ed economico.

Ovviamente, l'efficienza di tali garanzie dipenderebbe dall'applicazione, ma il discorso vale per ogni altra attività imprenditoriale: ad esempio, dalle mie parti la maggior parte delle scuole private fa lavorare i propri professori gratis, facendo poi loro firmare le ricevute di pagamento degli stipendi anche se non vedono una lira (un euro ormai), o comunque molto meno di quanto dichiarato; eppure la gente ci lavora comunque, perché quel poco che ricevono è pur sempre qualcosa, e questo tipo di lavoro è l'unico modo che hanno per ottenere abbastanza punteggio da poter sperare di venir assunti dalle scuole pubbliche; non parliamo poi di come tali discorsi valgano abbondantemente per ogni forma di lavoro in nero, soprattutto per quei lavori fisici che possno mettere a repentagli l'incolumità del lavoratore.

Ed allora, se le alternative (realistiche) sono la speranza di avere qualche forma di controllo contro la totale mancanza di garanzie del sotterraneo, ben venga la prima. Sarebbe preferibile avere altre possibilità? Indubbiamente. Ce ne sono? Non mi pare.

Inoltre, ci sono alcune possibilità di aumentare le forme di controllo: ad esempio, il monopolio di Stato, come per i tabacchi. Non è una bella cosa che lo Stato venda direttamente droghe che creano dipendenza fisica e che sono notoriamente dannose sia per chi le consuma che per chi sta loro intorno; ma qual è l'alternativa? come dimostrò il proliferare della vendita di contrabbando con lo sciopero dei tabaccai una ventina d'anni fa, l'alternativa è che il commercio dello stesso prodotto finanzi ancora più pesantemente la criminalità organizzata; il monopolio di Stato elimina il problema? No, ma aiuta a ridurlo. Sarebbe possibile eliminarlo per altra via? Sinceramente, non credo. E con questo rispondo anche al commento in cui rimarchi:

Quello che dico è che viviamo in un paese corrotto, dove la malavita fa già il bello e il cattivo tempo con il tacito appoggio delle istituzioni. Cosa ti fa pensare che si potrebbe avere la prostituzione "legalizzata" senza che la mafia albanese o chi per essa ci mangi sopra? E ci mangi sopra, per giunta, a scapito della pellaccia di migliaia di donne. La cui schiavizzazione mi pare ti risulti essere un trascurabile sottoprodotto di un fenomeno necessario. Come se tutti quelli che pagano per scopare andassero con le prostitute autonome.

Sono d'accordo con te sul Paese in cui viviamo, ed alla maggior parte di quanto dici qui ho risposto sopra. (Alla “necessità” del fenomeno, ed alle sue caratteristiche culturali risponderò a breve). Ma non ti sento proporre la soppressione di tutte le attività imprenditoriali come soluzione dell'ingerenza della criminalità organizzata in ogni aspetto della vita sociale economica e politica nostro corrotto Paese.

Per quanto riguarda poi la questione postribolo/libera professione, anche qui credo che sia una questione d'implementazione: la riapertura dei postriboli non deve necessariamente essere in contrasto con il libero esercizio della professione. Per loro, come tu evidenzi, la principale differenza sarebbe fiscale; il che forse potrebbe comportare un aumento delle tariffe, o un calo dei profitti, rendendo in entrambi casi la professione meno allettante.

«Rimane la questione, inafferrabile e tuttavia ineludibile, dell’impoverimento generale. Di una cultura in cui il sesso è già merce, prestazione, competizione, tutto meno che intimità.»

E qui veniamo a quello che, mi sembra di capire dall'articolo e dai commenti, è il nodo cruciale della questione.

Eh, ma la cultura è già questa. Cosa ti fa credere che la legalizzazione della prostituzione darebbe un significativo impulso in questa direzione? Sinceramente, dalla mia limitatissima esperienza con persone provenienti da Paesi dove la prostituzione è legale, non ho avuto questa impressione. L'istituzione della prostituzione legale non costringe nessuno al meretricio, o a frequentare le prostitute, né più né meno di come la legalizzazione del divorzio o dell'aborto costringano la gente a divorziare ed abortire: se poi ci sono molti aborti o molti divorzi o molte prostitute e molta gente che le frequenta, non è rendendo (o mantenendo) la cosa illegale che si risolve il problema o si “arricchisce” la cultura contro queste tendenze; allo stesso modo, non è legalizzandole che la si “impoverisce”: semplicemente, invece di far accadere le cose di nascosto, senza alcun dato e senza nessuna sicurezza per i coinvolti, si permette che si sappia che accadono ed in che misura, dando la possibilità di offrire ai coinvolti un minimo di garanzie.

A questo si ricollega anche quanto dici nel secondo capoverso:

L’idea che un uomo debba “sfogarsi” (per non importunare le ragazze perbene, per non infastidire la moglie con i suoi volgari desideri, per non impazzire) è sopravvissuta intatta nella nostra cultura, come appunto l’idea che la puttana serva per esaudire desideri inconfessabili e inappagabili

Cambierebbe qualcosa con la legalizzazione della prostituzione? La prostituzione, se ha qualcosa a che fare con questo, è come sintomo, non certo come causa o come soluzione; e sinceramente, non credo che la sua legalizzazione avrebbe un significativo impatto culturale, in un senso o nell'altro: in questo non sono d'accordo con la tua affermazione «Sarebbe un messaggio molto chiaro sul valore che attribuiamo alla vicinanza con gli altri e alla nostra capacità e volontà di raggiungerla»; semmai, sarebbe piuttosto uno spogliarlo dell'ipocrisia che lo copre attualmente (e questo, secondo me, è il motivo per cui dubito che verrà legalizzata, da noi).

«Auspicabile»

«You keep using that word. I don't think it means what you think it means.» (The Princess Bride). Ora, ci sono ottime probabilità che un numero magari significativo di chi sostiene la legalizzazione della prostituzione lo faccia per proprio tornaconto (i.e. sia uno che “vada a puttane”); ma sinceramente ci sono anche coloro che (come ad esempio me, o a quanto mi pare di capire il Gianni Pecio che ti commenta) sono ben consci degli aspetti negativi della questione, e che in luce del semplice realismo si rendono conto che la legalizzazione della prostituzione sia, se posso usare un'espressione che odio, un “male necessario”: anche non essendo a favore della prostituzione in alcuna forma ci si può rendere conto che, se non si può fare a meno di averla, è meglio che sia legale.

Torno un attimo all'esempio del fumo: io sono una persona che ha un profondo odio per il fumo, fastidi fisici che vanno dalla mancanza di respiro agli attacchi di congiuntivite quando qualcuno fuma in un raggio di dieci metri da me, anche all'aria aperta; la mia personale soluzione ideale al problema sarebbe la soppressione fisica immediata di chi mi fuma davanti. Con tutto questo, capirai che non sono un gran fan dei tabaccai: eppure preferisco di gran lunga i tabaccai alla diffusione delle sigarette di contrabbando, per i motivi già menzionati. Vuol forse questo dire che io “auspichi” la diffuzione del fumo? Tutt'altro, come puoi immaginare. Vuol forse questo dire che io non preferirei una rivoluzione culturale che diffonda un'approfondita conoscenza delle conseguenze del fumo per chi fuma e per chi gli sta attorno? Tutt'altro, come puoi immaginare. Ma mi rendo conto che nonostante tutto che la legalizzazione della vendita del tabacco sia preferibile al contrabbando; per lo stesso motivo, per inciso, sono favorevole alla legalizzazione della marjuana (sapevi ad esempio che i corrieri, per lo più ragazzini, sono “legati” con l'eroina?). E per lo stesso motivo sono favorevole alla legalizzazione della prostituzione.

Tu dici:

Da qui si possono fare due cose: accettare lo status quo che mantiene gli uomini allo stato bestiale e le donne a livello utilitaristico (vedi alla voce "c'è figa", appunto), oppure cominciare a costruire una cultura diversa, più paritaria e basata sul libero scambio.

e mi trovi d'accordo sulla necessità di costruire una cultura diversa. Ma a differenza di te, io non penso che questo sia mutualmente esclusivo con la legalizzazione della prostituzione: perché mentre tu ed io lavoriamo per costruire una cultura diversa, perché non vuoi permettere alle schiave della prostituzione di avere un minimo di garanzie legali, sanitarie, economiche?

L'aborto come metodo contraccettivo è quanto meno riprovevole, ma nessuna campagna informativa sull'uso dei contraccettivi e nessuna eccellente consulenza psicologica può soppiantare la possibilità di abortire legalmente. Allo stesso modo, nessuna iniziativa di rivoluzione culturale può sostituire l'opportunità di offrire garanzie a chi, secondo o contro la propria volontà, eserciti la prostituizione.

“Poi c'è da affrontare la questione del perché una finisce per strada: sono tutte colpite da improvvisa vocazione?”

Ho lasciato questa per ultima perché a mio immodesto parere è l'obiezione, diciamo, meno significativa. Ti rigiro la domanda: perché si lavora? Secondo te, quanti impiegati, operai, manovali, netturbini, professori, scaricatori di porto, avvocati, contadini sono colpiti da improvvisa vocazione? Quanti camerieri servono ai tavoli o al banco per vocazione?

Ed a questo punto ti lancio anche una provocazione: perché la vendita di una qualunqe altra parte del copro (testa, schiena, braccia, gambe, mani) dovrebbe essere lecita, ma non quella dei propri organi genitali? Perché il sesso dovrebbe essere trattato diversamente dal massaggio, o dalla cucina?


Mi piacerebbe molto vivere in un mondo dove nulla fosse mercificabile. E se anche posso fare il possibile per migliorare la situazione in tal senso, la pragmatica a volte suggerisce complementi di cui farei volentieri a meno.

permalink | scritto da in data 6 agosto 2007 alle 18:55 | Stampastampa
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20070615

Ai confini del presente Diario

Diciamo che ci sono stati sequel peggiori, ecco. Che è un po' triste che sia la cosa più bella che si possa dire dei Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo. Perché diciamolo, è difficile essere peggio di Matrix Revolutions, e solo Spider-Man 3 (tra le serie che ho visto) riesce a competere per quell'ignobile posto. Ma ecco, diciamo che per il terzo dei Pirati c'è poco da salvare, qualche scena comica (neanche troppe e nemmeno troppo comiche), il solito Johnny Depp/Jack Sparrow, e la gnocca britannico-jamaicana Naomie Harris/Tia Dalma.

È interessante invece come nella vita reale certi ritorni promettano molto meglio, come un potenziale contratto di lavoro con il TEX (e sul serio stavolta, non come quella presa in giro per la rivista di dipartimento, che promette di essere uno sfruttamento di lunga durata senza pecunia di compenso). Scrive la pecora nera del cambiamento, del diventare adulti; non la biasimo, sono io il primo a non amare il cambiamento, persino la crescita: eppure succede, ed io mi considero fortunato perché tutto sommato la sto vivendo senza particolari traumi, solo qualche piccolo graffio ogni tanto. Così ho fatto la mia prima visita (purtroppo infruttuosa, ma per fortuna forse anche inutile) alla CGIL, e mentre scendevo in centro pensavo proprio a questo, che era come prendere in mano un altro degli innumerevoli fili della mia vita. E l'approssimarsi di una scelta, forse.

Le scelte, forse ancora più un problema che la crescita, perché per ogni scelta fatta quante possibilità si perdono? Una prospettiva sulla ruota del karma forse un po' diversa da quella tradizionale, non so, con l'attenzione non tanto al modo in cui le nostre azioni influenzano l'equilibrio del cosmo, quanto piuttosto su come le azioni che non abbiamo compiuto avrebbero potuto influenzarlo. Mi piacerebbe poter vivere infinite vite, tutte diverse, un po' come l'Homer, anima riluttante di Wiley (Non Sequitur), ma ricordandomi di ognuna, e poi chissà, sceglierne la migliore, o più probabilmente no, continuare a viverle tutte. Ma così non sembra che sia, e sebbene preferisco trovarmi a dover scegliere tra la ricerca scientifica ed un lavoro con il TEX (perché vorrebbe dire che ho proposte importanti in entrambi i campi), sarebbe forse più semplice non avere scelta. Potrei essere talmente fortunato da poter restare all'università e lavorare al TEX? Si potrebbe porre la questione in termini diversi, del tipo: sarei in grado di prendere in mano un ulteriore filo della mia vita, e condurre quel tipo di relazioni che potrebbero portare a progetti e cofinanziamenti che mi permettessero di lavorare al TEX all'università? ed io dico sì, e si stanno offrendo nuovamente possibilità; ma la difficoltà è ben altra: posso farlo restando (anche solo inizialmente) sotto l'ala protettiva del mio attuale gruppo di ricerca? Già qui la situazione si fa più complicata, perché il mio advisor ha già dimostrato di non essere interessato al TEX, ed ha invece avuto la cortesia di prospettarmi un ulteriore progetto di ricerca.

Che poi sono comunque fortunato, perché se di scelta si tratterà, sarà comunque tra cose che mi piace fare, perché non è che la ricerca scientifica non mi piaccia: è solo che in essa raggiungo livelli di frustrazione che nella programmazione non ho (finora) raggiunto: perché anche la situazione più stressante in programmazione alla fine mi si è risolta; ma ci sono punti (ben dolenti) nella ricerca che minacciano di trascendono in fatiche sisifee. (Semmai, dovendo programmare per lavoro mi troverei davanti altri tipi di problemi, come l'insoddisfazione che un perfezionista come me potrebbe provare nel dover consegnare qualcosa che non ritiene pronto. Eppure, sospetto che preferirei. Ma chissà quali altre frustranti magange salterebbero fuori. A leggere Dilbert non sembra una situazione tanto più rosea della mia, ma diciamolo, almeno lì il problema sono gli esseri umani, non problemi astratti: ben diverso, visto che comunque gli esseri umani, insomma, si sa che sono quello che sono.)

permalink | scritto da in data 15 giugno 2007 alle 1:46 | Stampastampa
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