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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090209

Battuti sul tempo Diario

Alla faccia di quegli immondi ipocriti che giustificano il proprio potere propagandando la cultura della sofferenza (altrui) (Wojtyla sì, Eluana no).

Alla faccia di quegli immondi ipocriti voltagabbana criminali divorziati e puttanieri che dopo anni di menefreghismo si sono prontamente, per l'ennesima volta, piegati alla pecorina agli ordini dei precedenti, contro la volontà del popolo che dovrebbero rappresentare.

Alla faccia delle menzogne criminali se non pazzoidi con cui il primus tra i precedenti ha montato ridicole giustificazioni per il proprio tentativo di colpo di Stato (se ne sono accorti anche quei comunisti degli spagnoli).

Alla faccia di tutti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della volontà espressa dalla diretta interessata, dalle minacce al terrorismo.

Eluana Englaro ha finalmente trovato la pace che desiderava.

Un grazie particolare a tutti coloro che si sono opposti all'ondata di merda che cercava di fagocitarla.

Almeno lei s'è salvata, anche se non è difficile prevedere come la sua salvezza verrà strumentalizzata da chi viene (non è difficile capire perché) definito clericofascista, per impedire che altri possano salvarsi, piuttosto che, come avrebbe ben più senso, per lasciare che ciascuno possa scegliere della propria vita come ritiene più opportuno.

Viene da chiedersi quale sarà la prossima scusa con cui ci distrarranno da quelli che dovrebbero essere i loro doveri istituzionali.

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20081019

Fragile libertà Diario

Uno dei concetti più ambigui eppur più ambiti e forse per questo più abusati dal genere umano è senza dubbio quello di libertà.

In effetti, in contesti molto diversi è anche sensato che il concetto assuma significati diversi; purtroppo però questa libertà (ahem) semantica degenera spesso in una sorta di paraculismo che finisce con lo sminuire un concetto altrimenti di indiscutibile potenza.

Nel ristretto ambito della fisica, si definiscono gradi di libertà i parametri indipendenti atti a determinare la configurazione di un sistema rispetto ad un dato riferimento. Ad esempio, una palla 8 nera su un tavolo da biliardo ha 5 gradi di libertà: due per determinarne la posizione rispetto al centro del tavolo da biliardo, e 3 per determinare com'è girata. Ovviamente, è possibile vincolare un sistema in modo che i gradi di libertà diminuiscano: ad esempio, costringere la palla a scorrere e rotolare dentro un tubo poggiato sul tavolo limita i suoi gradi di libertà a 4 (uno per la posizione nel tubo, e sempre 3 per la rotazione). Viceversa, si possono rimuovere vincoli facendo aumentare i gradi di libertà (se la palla può staccarsi dal tavolo, la sua altezza diventa un sesto grado di libertà).

Ovviamente, da un punto di vista diciamo così ‘spirituale’, questa definizione di libertà non è di particolare appeal, se non altro per il semplice fatto che materialmente le suddette libertà vengono stracciate dalla necessità delle leggi fisiche che governano l'andamento del sistema: benché la palla 8 lanciata in aria abbia 6 gradi di libertà, la sua (ri)caduta (libera!) è univoca, ben determinata ed imprescindibile (che noi la si possa prevedere con esattezza o meno, è ovviamente un altro paio di maniche). Non sorprende quindi che non si affermi comunemente che gli oggetti inanimati siano liberi, anzi Liberi.

Si potrebbe andare anche un po' più in là, osservando che per gli oggetti inanimati non ha nemmeno senso parlare di Libertà. E non pochi sarebbero d'accordo nel dire che persino per la maggior parte degli esseri viventi allo stato brado non si possa parlare di Libertà. Sembrerebbe quasi che quando si parla della Libertà, la libertà che interessa l'uomo, o gli uomini, o certi uomini, non si possa non presupporre che l'individuo, l'ente della cui Libertà si disquisce, per la cui Libertà si lotta, la cui Libertà si assicura a gran voce abbia quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo contrasto contro i vincoli cui è sottoposto.

Tuttavia, a ben guardare, non ci si sofferma poi più di tanto sui quei vincoli a cui l'intero Cosmo (per quanto da noi conosciuto) sembra essere soggetto, come ad esempio le famose leggi fisiche di cui sopra: nel migliore dei casi, si cercano modi per raggiungere i limiti di certi leggi fisiche sfruttandone altre, come l'uso della fluidodinamica o dell'elettromagnetismo per vincere la forza di gravità (per qualche motivo, la legge di gravitazione universale sembra essere se non l'unica sicuramente una delle principali contro cui l'uomo ha cercato di combattere: dall'eterno sogno del volo alle moderne diete dimagranti). La loro ineluttabilità rende sensato il non considerarli quando si parla di Libertà.

Se a questo si aggiunge che si arriva tranquillamente a parlare di Libertà anche per gli animali che dall'uomo vengono vincolati (in spazi sufficientemente ristretti), non è difficile giungere alla conclusione che in realtà la Libertà di un ente ha come propria precondizione una costrizione imposta da un altro ente1, e che di quest'ultimo si suppone che sia dotato di quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo e premeditato imporre vincoli ad altri enti, vincoli che chiamerò arbirariamente ‘artificiali’ per distinguerli da quelli inescapabili dettati dalle leggi ‘naturali’. (S'intende quindi che per quanto precede e per quanto segue si debba suppore che l'attività umana —e forse non solo quella— non sia guidata esclusivamente da banali reazioni biochimiche.)

A questo punto è d'uopo una piccola digressione. Volendo immaginare un mondo privo dell'uomo (e di qualunque altra specie si possa supporre dotata del suddetto ed iterato Qualcosa che la ‘liberi’ dall'essere una semplice componente ‘paesaggistica’), si vedrebbe probabilmente un mondo in cui le leggi ‘armoniose’ ma non per questo incruente della natura regnino sovrane: un mondo in cui l'ordine del giorno è dettato dalla legge comunemente detta “della giungla”, con gerarchie e (vincolanti?) prevaricazioni dettate dai rapporti di forza tra i singoli esseri viventi, eventualmente nelle loro (spontanee e naturali) associazioni in greggi/branchi/stormi/etc.

Verrebbe da chiedersi se le cose sono poi tanto diverse nel momento in cui entra in gioco l'uomo, ovvero un agente che grazie all'ormai troppo citato Qualcosa si suppone agisca al di fuori di criteri prettamente ‘naturalistici’. Da un lato, la spiccata capacità creativa (che in realtà con il progredire degli studi sugli animali sembrerebbe essere limitata alla creazione di strumenti per creare altri strumenti) altro non è che il punto di forza su cui poggia la sua prevaricazione sul resto degli esseri viventi, che potrebbe quindi rientrare nei criteri ‘naturali’ di dominio. Dall'altro, le strutture sociali su cui si fondano le comunità in cui questa specie si riunisce portano con al loro interno il marchio del Qualcosa, e quindi dell'‘artificiale’.

Si notano così alcuni fenomeni interessanti. Si assiste alla stipulazione (più o meno formale, più o meno metaforica) di contratti sociali (più o meno rispettati) che alterano i rapporti di forza all'interno della società, a volte ad esempio concedendo autorità a figure che per le proprie doti non sarebbe ‘naturalmente’ portata al dominio, ed il contadino la cui figlia viene stuprata dal nobile rampollo si ritrova privato della possibilità di reagire, benché non avrebbe in condizioni naturali alcun problema a staccare la testa del suddetto pargolo dal collo dello stesso. E l'aspetto più interessante è la base quasi (ed a volte nemmeno tanto quasi) sovrannaturale, mistica e/o religiosa su cui certe forme di autorità fonda(va)no il proprio dominio: ed è interessante in quanto tentativo di rendere inattacabile una data struttura ‘artificiale’ spacciandola per ‘naturale’ e quindi imprescindibile.

Veniamo quindi ad un primo possibile punto di diatriba: cosa si può dire di un individuo che, sottoposto a vincoli artificiali (basta con le virgolette, eh?), non ne sia cosciente? Da un lato, un osservatore esterno potrebbe affermare che l'individuo in questione non è libero, poiché egli (l'osservatore) sa che costui (l'individuo) potrebbe trovarsi in una condizione in cui il vincolo imposto artificialmente non fosse presente. D'altra parte, l'individuo, non avendo coscienza dell'artificalità del vincolo, non lo vivrebbe diversamente da quei vincoli naturali che, come già discusso sopra, non vengono normalmente presi di mira nella ricerca di Libertà: dal suo punto di vista non avrebbe quindi neanche senso parlare di Libertà (almeno riguardo a quello specifico vincolo) nella maniera in cui ne parlerebbe l'osservatore esterno.

Un secondo importante punto di diatriba, strettamente collegato al primo: è opportuno far sì che un individuo prenda coscienza di essere sottoposto a vincoli artificiali? Ed ancora: è opportuno liberarlo da quei vincoli? È meglio morire liberi o vivere senza avere coscienza del proprio non esserlo? Domande tutt'altro che retoriche ed oziose (si rifletta ad esempio sulle difficoltà di sopravvivenza degli animali nati e cresciuti in cattività, nel caso vengano liberati, o al senso di frustrazione ed alla conseguente degradazione della qualità della vita che si potrebbe provare nello scoprire di essere sottoposti ad un vincolo artificiale contro il quale non si può far nulla). Questo secondo punto meriterebbe una lunga ed approfondita discussione, ma la già eccessiva verbosità di questo articolo mi spinge ad accantonare queste interessanti domande per tornare al punto chiave che le accomuna e le lega alla precedente.

Il primo, fondamentale passo per guadagnare la propria Libertà è il prendere coscienza di avere una scelta: anche quando alcune delle scelte possano essere poco raccomandabili per via delle potenzialmente dannose se non letali conseguenze. Sarà forse una forzatura parlare di ‘scelta’ in questo caso, ma è comunque un aspetto molto importante da tener presente: un uomo sul ciglio di un burrone può scegliere se buttarsi o meno, benché probabilmente in condizioni normali la stragrande maggioranza degli individui che si trovassero in questa condizione sceglierebbe di non buttarsi. (Nel caso si buttasse, non potrebbe scegliere se precipitare o meno).

Con questa prospettiva, chi non ha coscienza di avere una scelta non è libero. Ad esempio, un individuo che segua le tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché così? perché non … invece …», costui certamente non è libero. Ma si può dire che chi ha coscienza di avere una scelta lo sia?

Si potrebbe ad esempio osservare che in certi contesti le alternative tra cui si può teoricamente ‘scegliere’ non offrano poi una gran varietà di scelte materialmente praticabili, vuoi perché si tratta di scegliere tra cose non realmente diverse da loro, vuoi perché tutte le alternative tranne una sono ‘insensate’. Chi non si è mai trovato in un contesto in cui il ventaglio di possibilità non nascondeva altro che scelte obbligate (almeno nella prospettiva del soggetto al momento della scelta)? Difficile dire che in questi casi la coscienza di avere una scelta sia sufficiente a dare la libertà.

A volte, però, anche scelte non obbligate degenerano. Un fenomeno non troppo difficile da constatare, ad esempio è la ‘ricerca dei limiti’ che caratterizza solitamente la preadolescenza e l'adolescenza degli esseri umani, un periodo in cui la progressiva scoperta della possibilità di disubbidire scivola non infrequentemente nella ricerca della disubbidienza. Quali che siano i meccanismi psicoemotivi che soggiacciono a questa reazione, il risultato è un imperativo ad agire in contrasto al vincolo artificiale: qualcosa che superficialmente potrebbe apparire come il semplice esercizio di una guadagnata libertà nasconde nella propria natura imperativa un nuovo vincolo, dove si arrende la propria libertà alla propria necessità di agire contro.

Con riferimento al precedente esempio, un individuo che agisca volontariamente ed intenzionalmente in contrasto alle tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché non così?», costui certamente non è più libero del precedente individuo: come le azioni ed i pensieri del primo erano dettate in maniera sostanziamente deterministica dall'assenza di coscienza, quelle del secondo sono dettate in maniera non diversamente deterministica dalla coscienza stessa: fare le cose solo perché sono proibite non è meno vincolante che il non farle per lo stesso motivo.

Da questo punto di vista, le motivazioni che stanno dietro l'agire, o il non agire, in un certo modo, sono importanti tanto quanto, se non più delle azioni stesse, nel definire la libertà dell'individuo: cosa in sé non sorprendente, se l'idea di libertà implica il libero arbitrio. Inoltre, il prendere coscienza dell'artificialità di un vincolo non è quindi condizione sufficiente per la conquista della libertà, a meno di non ridurre la stessa all'infantile percezione di libertà come il “fare cose proibite”. Ma chi mai d'altra parte si ferma a questo livello?

Uno sketch del grande Giorgio Gaber procedeva secondo queste linee:

Un uomo in catene sa benissimo quello che vuole: vuole togliersi le catene. E allora si dibatte, lotta, ringhia, tende i suoi nervi, tira fuori tutta la sua energia. E finalmente: ‘SPRAAACK!’ «Libero! Sono libero, sono libero, sono libero … Oddio come sono libero …» E piano piano tutti i muscoli della sua faccia si rilassano, si afflosciano, lasciando intravedere i chiari sintomi una tristezza infinita e progressiva. Dopo un po' ingrassa, anche.

In realtà, ciò che si verifica in quei contesti sociopolitici dove certe libertà comunemente ritenute fondamentali sono almeno formalmente garantite (ovvero certi vincoli comunemente ritenuti un'universalmente ingiusta prevaricazione non sono ufficialmente imposti), è un rivolgercisi ad altre ‘lotte per la libertà’: ma per che tipo, che forma di libertà?

La libertà di parcheggiare in mezzo alla strada per minimizzare il percorso dallo sportello alla tabaccheria, la libertà di avere rapporti sessuali con chi si vuole quando si vuole, la libertà di truffare, la libertà di possedere l'automobile che si desidera guidare, la libertà di dire ciò che si vuole quando si vuole a chi si vuole, la libertà di consumare i cibi le bevande e le sostanze che si desidera consumare, la libertà di non far sapere ciò che si fa a chi non lo si vuole far sapere, la libertà di non essere giudicati, la libertà di non pagare per le conseguenze delle proprie azioni.

Una lettura del concetto di libertà che quindi altro non è che deresponsabilizzazione.

Per inciso, è interessante vedere le differenze tra la chiave pubblica e quella privata di questa lettura. Nel privato sembra infatti che si orienti spesso verso sogni che potrebbero essere estremizzati nell'irrealistica (e ridicola) inversione della ricerca di riconoscimento: «vorrei che mi amassero tutti, lasciando però che io li tratti sempre e solo a pesci in faccia», non meno irrealistico, in effetti, del sogno del volo. Nel pubblico si cerca invece una singolarità nel contratto sociale verso la propria persona, che è in genere quella di un individuo di una certa rilevanza politica e/o sociale: si cerca la possibilità di agire a discapito degli altri, chiedendo garnazie a protezione da quegli stessi altri, con la ben precisa intenzione di privarli della libertà di esigere un compenso per il danno subito.

In fondo, quello che si cerca in entrambi casi è un ritorno ad uno stato ‘naturale’, un po' verso l'infatilmente ingenuo (ed anche per questo non certo non crudele) nel caso privato, più verso un'amplificazione (piuttosto che un riequilibrio) di una legge ‘della giungla’ che valorizzi potere e prestigio piuttosto che altre meno demologiche capacità. In entrambi casi, andando più a fondo, quello che si cerca non è quindi una semplice liberazione del sé, ma una libertà individuale la cui altra faccia è pura e semplice prevaricazione, la cancellazione della libertà altrui.

Una siffatta libertà per sua stessa natura non può essere raggiunta da tutti. Viene allora da pensare che si debba cercare altrove il seme di una libertà individuale più universale.

Forse la risposta va ricercata proprio in quel Qualcosa che, distinguendo il genere umano dagli altri esseri viventi, sarebbe alla base della necessità stessa della ricerca di Libertà, poiché senza di essa non si potrebbe nemmeno parlare di intenzionale prevaricazione. Ed allora alla coscienza dell'artificialità dei vincoli si dovrà affiancare un'analisi critica delle conseguenze della nostra azione, presa in considerazione a prescindere dai vincoli stessi, valutando pertanto l'opportunità di seguire i vincoli o andarvi contro, a patto di accettare, responsabilmente, le conseguenze di ogni nostra scelta. Senza di ciò non si potrà mai veramente togliere ogni rilevanza etica al vincolo artificiale più insormontabile: il giudizio degli altri.


1 Con meno foga e secondo regole meno generali si parla anche di libertà per coloro che rimangono vincolati da eventi ‘naturali’ o comunque prescindenti da una volontà umana esterna a quella del vincolato, ma questo non disturba molto il resto del discorso.

permalink | scritto da in data 19 ottobre 2008 alle 18:47 | Stampastampa
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20080322

Potere comprare Diario

Sto cominciando a prendere in considerazione l'idea di comprarmi un nuovo portatile. Benché il mio attuale sistema sia ancora adeguato alle mie bisogna, i primi segni di stanchezza (dal disco fisso nuovamente cliccheggiante alle ventoline di raffredamento che ogni tanto sbiellano e grattano) mi fanno pensare che sia ora di cominciare a guardarsi intorno: tengo in preferenza la possibilità di comprare nuovamente un Dell, essendomi trovato piuttosto bene con il mio precedente acquisto, ormai quasi 6 anni fa, ma non nego che non mi dispiacerebbe avere tra le mani un Lenovo (leggi IBM).

Il motivo di tanto anticipo nell'indagine (non prevedo di comprare un sistema nuovo entro l'anno, in realtà, pur non escludendo la possibilità) non è solo il mio essere un compratore oculato e previdente (basta ridere, davvero): in effetti, quando si tratta di informatica sono anche piuttosto esigente: la cosa, d'altra parte, è inevitabile, essendo il computer per il sottoscritto non solo una mia grande passione, ma anche un imprescindibile strumento lavorativo; e questo mi crea qualche ostacolo, oltre ad indirizzarmi pesantemente nella scelta del fornitore.

Ad esempio, uno dei motivi che mi spinse a prendere un Dell quasi 6 anni fa fu il fatto che non solo erano praticamente l'unico fornitore a permette una grande personalizzazione del sistema (il tutto peraltro online, cosa da non disprezzare anche per la possibilità di ridurre al minimo i contatti con altri esseri umani), ma per di più erano l'unico a permettere di scegliere non solo la lingua del sistema operativo (inglese vs italiano), ma anche il layout di tastiera: e per chi come me fa grande uso quotidiano e lavorativo di simboli quali \`~{} è da suicidio dover usare il layout nazionale, che ha questi simboli in punti di difficile accesso, quando li ha affatto. Così la mia scelta fu Dell anche per la possibilità di avere Windows XP in inglese, ed una tastiera americana.

Peccato che la Dell non offra più la possibilità di prendere un computer con il layout americano. Chissà se posso esercitare pressione sul commerciale minacciando di passare ad altro … a chi altri, poi? E funzionerebbe mai un ricatto del genere, da un singolo privato?

L'altra questione non da poco è quella del sistema operativo: se 6 anni fa potevo anche accettare di pagare per la licenza di Windows XP (sistema che, dopo tutto, usai a lungo), la cosa è totalmente fuori discussione ormai che sono integralmente passato a Linux. Per quale dannato motivo dovrei sborsare soldi per permettere alla Microsoft di gonfiare le statistiche di vendita del suo nuovo sistema operativo, quella merda di Windows Vista, se ho intenzione di formattare il disco fisso per mettere Linux appena ricevo il computer? (E fosse solo Vista … no, c'è tutta la carrellata di porcate varie che il rivenditore non può fare a meno di caricare sul computer: già con il computer di mia madre, che ho faticato a trovare con Windows XP, mi sono dovuto perdere mezza giornata solo per riformattare ed installare tutti e soli i programmi che le interessavano.) E se anche volessi tentare la procedura del (dovuto) rimborso, perché mai dovrebbe essere un a posteriori invece che un a priori? Se io so già che non lo userò, perché devo comprarlo?

Per questo intanto mi sono andato a firmare la petizione per la liberalizzazione del software: per chiedere che per legge sia imposto ai rivenditori di scindere il prezzo dell'hardware da quello del software, e di consentire l'acquisto del primo senza il secondo. Dopo tutto, se cominciamo a pensarci adesso, può anche darsi che diventi legge prima che io mi dedichi concretamente all'acquisto, no?

permalink | scritto da in data 22 marzo 2008 alle 11:31 | Stampastampa
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20070806

Sull'opportunità di legalizzare la prostituzione Risposte

Scrivo questo lungo articolo in risposta a Si accettano carte di credito, linkatomi dall'Affine.

Volendo essere sintetici: ritengo che la legalizzazione della prostituzione non sia una cattiva idea.

Volendo essere più prolissi, parto da una breve premessa: sono maschio, eterosessuale, prossimo ai 29 anni, fidanzato e con una soddisfacente vita sessuale. Non sono mai “andato a puttane”, e non credo che la cosa cambierà in futuro, né nell'immediato né sul lungo termine, non foss'altro perché sono di quelli che considerano il sesso «un momento di vicinanza e scambio con un altro essere umano, in cui entrambe le parti si donano spontaneamente e per il proprio appagamento»; anzi qualcosina di più, perché per me tale momento è importante che sia immerso in un contesto emotivo ed affettivo di lunga prospettiva. Ma il fatto che la mia personale opinione sul sesso sia tale non vuol dire che altre prospettive siano moralmente perverse: l'unica cosa che a me interessa è che la mia compagna (di vita e di letto) la pensi allo stesso modo; per il resto, ciascuno è libero di vivere un'opinione diversa.

Ora, sulla prostituzione ci sono moltissime cose da dire. Parto dunque dalle tue obiezioni, allargando il discorso ove opportuno.

«Riaprire i casini, di questi tempi, significherebbe principalmente dare un assist meraviglioso alla criminalità organizzata.»

Un assist meraviglioso? Sicuramente non sono così ingenuo da credere che la legalizzazione della prostituzione togliere automaticamente le ragazze dalle grinfie della criminalità organizzata, ma sinceramente non vedo come gli darebbe «un assist meraviglioso»: è indubbiamente vero che la criminalità continuerebbe a controllare gran parte, se non la totalità, del mercato della prostituzione, ma la legalizzazione avrebbe almeno la possibilità di dare alle ragazze alcune garanzie, dal punto di vista sanitario, fisico ed economico.

Ovviamente, l'efficienza di tali garanzie dipenderebbe dall'applicazione, ma il discorso vale per ogni altra attività imprenditoriale: ad esempio, dalle mie parti la maggior parte delle scuole private fa lavorare i propri professori gratis, facendo poi loro firmare le ricevute di pagamento degli stipendi anche se non vedono una lira (un euro ormai), o comunque molto meno di quanto dichiarato; eppure la gente ci lavora comunque, perché quel poco che ricevono è pur sempre qualcosa, e questo tipo di lavoro è l'unico modo che hanno per ottenere abbastanza punteggio da poter sperare di venir assunti dalle scuole pubbliche; non parliamo poi di come tali discorsi valgano abbondantemente per ogni forma di lavoro in nero, soprattutto per quei lavori fisici che possno mettere a repentagli l'incolumità del lavoratore.

Ed allora, se le alternative (realistiche) sono la speranza di avere qualche forma di controllo contro la totale mancanza di garanzie del sotterraneo, ben venga la prima. Sarebbe preferibile avere altre possibilità? Indubbiamente. Ce ne sono? Non mi pare.

Inoltre, ci sono alcune possibilità di aumentare le forme di controllo: ad esempio, il monopolio di Stato, come per i tabacchi. Non è una bella cosa che lo Stato venda direttamente droghe che creano dipendenza fisica e che sono notoriamente dannose sia per chi le consuma che per chi sta loro intorno; ma qual è l'alternativa? come dimostrò il proliferare della vendita di contrabbando con lo sciopero dei tabaccai una ventina d'anni fa, l'alternativa è che il commercio dello stesso prodotto finanzi ancora più pesantemente la criminalità organizzata; il monopolio di Stato elimina il problema? No, ma aiuta a ridurlo. Sarebbe possibile eliminarlo per altra via? Sinceramente, non credo. E con questo rispondo anche al commento in cui rimarchi:

Quello che dico è che viviamo in un paese corrotto, dove la malavita fa già il bello e il cattivo tempo con il tacito appoggio delle istituzioni. Cosa ti fa pensare che si potrebbe avere la prostituzione "legalizzata" senza che la mafia albanese o chi per essa ci mangi sopra? E ci mangi sopra, per giunta, a scapito della pellaccia di migliaia di donne. La cui schiavizzazione mi pare ti risulti essere un trascurabile sottoprodotto di un fenomeno necessario. Come se tutti quelli che pagano per scopare andassero con le prostitute autonome.

Sono d'accordo con te sul Paese in cui viviamo, ed alla maggior parte di quanto dici qui ho risposto sopra. (Alla “necessità” del fenomeno, ed alle sue caratteristiche culturali risponderò a breve). Ma non ti sento proporre la soppressione di tutte le attività imprenditoriali come soluzione dell'ingerenza della criminalità organizzata in ogni aspetto della vita sociale economica e politica nostro corrotto Paese.

Per quanto riguarda poi la questione postribolo/libera professione, anche qui credo che sia una questione d'implementazione: la riapertura dei postriboli non deve necessariamente essere in contrasto con il libero esercizio della professione. Per loro, come tu evidenzi, la principale differenza sarebbe fiscale; il che forse potrebbe comportare un aumento delle tariffe, o un calo dei profitti, rendendo in entrambi casi la professione meno allettante.

«Rimane la questione, inafferrabile e tuttavia ineludibile, dell’impoverimento generale. Di una cultura in cui il sesso è già merce, prestazione, competizione, tutto meno che intimità.»

E qui veniamo a quello che, mi sembra di capire dall'articolo e dai commenti, è il nodo cruciale della questione.

Eh, ma la cultura è già questa. Cosa ti fa credere che la legalizzazione della prostituzione darebbe un significativo impulso in questa direzione? Sinceramente, dalla mia limitatissima esperienza con persone provenienti da Paesi dove la prostituzione è legale, non ho avuto questa impressione. L'istituzione della prostituzione legale non costringe nessuno al meretricio, o a frequentare le prostitute, né più né meno di come la legalizzazione del divorzio o dell'aborto costringano la gente a divorziare ed abortire: se poi ci sono molti aborti o molti divorzi o molte prostitute e molta gente che le frequenta, non è rendendo (o mantenendo) la cosa illegale che si risolve il problema o si “arricchisce” la cultura contro queste tendenze; allo stesso modo, non è legalizzandole che la si “impoverisce”: semplicemente, invece di far accadere le cose di nascosto, senza alcun dato e senza nessuna sicurezza per i coinvolti, si permette che si sappia che accadono ed in che misura, dando la possibilità di offrire ai coinvolti un minimo di garanzie.

A questo si ricollega anche quanto dici nel secondo capoverso:

L’idea che un uomo debba “sfogarsi” (per non importunare le ragazze perbene, per non infastidire la moglie con i suoi volgari desideri, per non impazzire) è sopravvissuta intatta nella nostra cultura, come appunto l’idea che la puttana serva per esaudire desideri inconfessabili e inappagabili

Cambierebbe qualcosa con la legalizzazione della prostituzione? La prostituzione, se ha qualcosa a che fare con questo, è come sintomo, non certo come causa o come soluzione; e sinceramente, non credo che la sua legalizzazione avrebbe un significativo impatto culturale, in un senso o nell'altro: in questo non sono d'accordo con la tua affermazione «Sarebbe un messaggio molto chiaro sul valore che attribuiamo alla vicinanza con gli altri e alla nostra capacità e volontà di raggiungerla»; semmai, sarebbe piuttosto uno spogliarlo dell'ipocrisia che lo copre attualmente (e questo, secondo me, è il motivo per cui dubito che verrà legalizzata, da noi).

«Auspicabile»

«You keep using that word. I don't think it means what you think it means.» (The Princess Bride). Ora, ci sono ottime probabilità che un numero magari significativo di chi sostiene la legalizzazione della prostituzione lo faccia per proprio tornaconto (i.e. sia uno che “vada a puttane”); ma sinceramente ci sono anche coloro che (come ad esempio me, o a quanto mi pare di capire il Gianni Pecio che ti commenta) sono ben consci degli aspetti negativi della questione, e che in luce del semplice realismo si rendono conto che la legalizzazione della prostituzione sia, se posso usare un'espressione che odio, un “male necessario”: anche non essendo a favore della prostituzione in alcuna forma ci si può rendere conto che, se non si può fare a meno di averla, è meglio che sia legale.

Torno un attimo all'esempio del fumo: io sono una persona che ha un profondo odio per il fumo, fastidi fisici che vanno dalla mancanza di respiro agli attacchi di congiuntivite quando qualcuno fuma in un raggio di dieci metri da me, anche all'aria aperta; la mia personale soluzione ideale al problema sarebbe la soppressione fisica immediata di chi mi fuma davanti. Con tutto questo, capirai che non sono un gran fan dei tabaccai: eppure preferisco di gran lunga i tabaccai alla diffusione delle sigarette di contrabbando, per i motivi già menzionati. Vuol forse questo dire che io “auspichi” la diffuzione del fumo? Tutt'altro, come puoi immaginare. Vuol forse questo dire che io non preferirei una rivoluzione culturale che diffonda un'approfondita conoscenza delle conseguenze del fumo per chi fuma e per chi gli sta attorno? Tutt'altro, come puoi immaginare. Ma mi rendo conto che nonostante tutto che la legalizzazione della vendita del tabacco sia preferibile al contrabbando; per lo stesso motivo, per inciso, sono favorevole alla legalizzazione della marjuana (sapevi ad esempio che i corrieri, per lo più ragazzini, sono “legati” con l'eroina?). E per lo stesso motivo sono favorevole alla legalizzazione della prostituzione.

Tu dici:

Da qui si possono fare due cose: accettare lo status quo che mantiene gli uomini allo stato bestiale e le donne a livello utilitaristico (vedi alla voce "c'è figa", appunto), oppure cominciare a costruire una cultura diversa, più paritaria e basata sul libero scambio.

e mi trovi d'accordo sulla necessità di costruire una cultura diversa. Ma a differenza di te, io non penso che questo sia mutualmente esclusivo con la legalizzazione della prostituzione: perché mentre tu ed io lavoriamo per costruire una cultura diversa, perché non vuoi permettere alle schiave della prostituzione di avere un minimo di garanzie legali, sanitarie, economiche?

L'aborto come metodo contraccettivo è quanto meno riprovevole, ma nessuna campagna informativa sull'uso dei contraccettivi e nessuna eccellente consulenza psicologica può soppiantare la possibilità di abortire legalmente. Allo stesso modo, nessuna iniziativa di rivoluzione culturale può sostituire l'opportunità di offrire garanzie a chi, secondo o contro la propria volontà, eserciti la prostituizione.

“Poi c'è da affrontare la questione del perché una finisce per strada: sono tutte colpite da improvvisa vocazione?”

Ho lasciato questa per ultima perché a mio immodesto parere è l'obiezione, diciamo, meno significativa. Ti rigiro la domanda: perché si lavora? Secondo te, quanti impiegati, operai, manovali, netturbini, professori, scaricatori di porto, avvocati, contadini sono colpiti da improvvisa vocazione? Quanti camerieri servono ai tavoli o al banco per vocazione?

Ed a questo punto ti lancio anche una provocazione: perché la vendita di una qualunqe altra parte del copro (testa, schiena, braccia, gambe, mani) dovrebbe essere lecita, ma non quella dei propri organi genitali? Perché il sesso dovrebbe essere trattato diversamente dal massaggio, o dalla cucina?


Mi piacerebbe molto vivere in un mondo dove nulla fosse mercificabile. E se anche posso fare il possibile per migliorare la situazione in tal senso, la pragmatica a volte suggerisce complementi di cui farei volentieri a meno.

permalink | scritto da in data 6 agosto 2007 alle 18:55 | Stampastampa
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