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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20091015

Periodi ipotetici Intermezzi

Ora, se io fossi un imprenditore venuto su dal nulla riciclando denaro mafioso attraverso la banca in cui lavorava mio padre, e partendo da questo avessi costruito un impero mediatico e finanziario sfruttando i miei ammanicamenti politici nonché l'appoggio della mia loggia massonica di riferimento, ricorrendo inoltre ripetutamente all'evasione fiscale (leggi: furto) e corrompendo giudici, ecco, probabilmente anch'io, vicino alla bancarotta, perduto il supporto politico (spezzato e spazzato via dall'emergere di quegli stessi meccanismi di corruzione cui avevo preso parte), ed impelagato in una serie di processi che cominciavano a far emergere il marcio su cui era costruito il mio impero, ecco, a questo punto anch'io probabilmente sarei ricorso alla politica per pararmi il culo dal punto di vista giudiziario, sia con leggi stilate ad hoc per far decare tutti i processi a mio carico, sia con una sana campagna mediatica per rivoltare la frittata e far credere che i processi, benché iniziati ben prima della mia attività politica, siano una tattica politica della perdente opposizione.

Fin qui nulla di nuovo. Ma c'è una cosa che mi sfugge. Perché dovrei voler menzionare, nella ‘giustizia politicizzata’ contro di me, le recenti indagini sulla trattativa tra Mafia e Stato del '92–'93?

Voglio dire, va bene aumentare il senso della persecuzione inserendo quanti più processi possibile (fa più figura), ma perché dovrei voler forzare io l'associazione della mia figura ad indagini che, se non ne l'avessi detto io, non sarebbe venuto in mente a nessuno che mi riguardavano?

Solo a me questo mettere le mani avanti ha fatto sorgere il sospetto che Berlusconi potrebbe sapere qualcosa, su quelle indagini e soprattutto sui fatti di quel periodo, che sarebbe stato meglio (per lui) non avere avuto modo di sapere?

Facciamo una ipotesi.

Io sono un giovane aspirante imprenditore e, attraverso i contatti in banca di mio padre, mi viene offerta la possibilità di costruire qualcosa di grandioso; non sono io ad andare da loro, sono loro a venire da me, a propormi qualcosa: io accetto, perché sono un giovane aspirante imprenditore; oppure, non sono un giovane aspirante imprenditore, ma accetto comunque, perché già allora sono, per qualche motivo, ricattabile. Ma facciamo che sono semplicemente un giovane aspirante imprenditore che non crede alla possibilità che gli viene offerta, ma non può non accettarla perché è troppo buona.

Mi lancio così in una partita emozionante, eccitante; mi ci butto a capofitto, vincendo sempre, e sono talmente ingenuo da credere di vincere perché sono tanto bravo, esattamente come trenta, quarant'anni dopo mi illudo che queste stangone vengono alla mia festa e à coucher avec moi per il mio fascino giovanile, aitante e potente, e non sacrificando il proprio senso del gusto per una pila di soldi, un posto al parlamento, un'agevolazione burocratica.

Però le cose si fanno man mano sempre più difficili; a volte sembra che gli amici mi lascino solo, magari perché hanno dei problemi loro; e a volte mi viene voglia di mollare tutto, davvero, perché sono stanco, il gioco non mi piace più, e più continua più ci sono problemi e meno ci sono soddisfazioni; però non posso mollare, perché c'è quel fttt killer che mi hanno costretto ad assumere, dopo avermi praticamente regalato una villa che ogni volta che penso che c'è quello che mi sorveglia e che gli basta ricevere una telefonata per far fuori me o i miei figli mi sembra più una prigione che una villa.

Ed alla fine questi amici decidono che le cose stanno andando troppo male, c'è troppa roba che sta venendo fuori che li mette in difficoltà, è il momento del gioco pesante: bisogna spazzar via tutto, ricominciare con una facciata pulita, e nella situazione in cui siamo sono io ad essere l'unico candidato possibile.

Ma ormai la situazione è fuori controllo, tutto mi scappa da tutte le parti, non so più che fare. Posso solo urlare mezze verità a denti stretti, tipo che la mafia mi perseguita per quello che ho fatto contro di loro, anche se in realtà non solo non ho fatto nulla contro di loro, ma ho persino reso più difficili indagini e procedimenti giudiziari che potrebbero colpirli.

Non vedo l'ora che salti fuori qualcuno che possa prendere il mio posto.

permalink | scritto da in data 15 ottobre 2009 alle 10:44 | Stampastampa
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20090325

Pestaggio sociale Diario

Oggi mi chiedevo come mai i neofascisti, sempre tanto pronti a spedizioni punitive contro (a volte peraltro solo presunti) immigrati e/o comunisti, non si sono mai presi la briga di impegnarsi in un qualche anche solo saltuario (non pretendo mica una campagna) pestaggio ‘educativo’ di (italianissimi) posteggiatori abusivi o politicanti corrotti.

Qui a Catania, ad esempio, dove si deve pagare la mafia e comprando i tagliandini ‘gratta e sosta’ e pagando l'obolo al ‘caimano’, e dove persino la festa della santa patrona è più criminalità organizzata che sincera fede e devozione, si potrebbe fare molto di più (socialmente e culturalmente parlando) agendo contro queste piaghe (ben più reali e persisenti di quelle, per lo più presunte, contro cui a loro piace vociferare e purtroppo anche agire).

Ma chissà perché i fascisti, che (comprensibilmente?) non partecipano ad iniziative non armate (da un AddioPizzo ad un Sapori e saperi della legalità, per fare due esempi), non trovano la forza ed il coraggio di agire in tal senso nemmeno con i loro caratteristicamente non pacifici metodi.

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20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

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20090225

La mafia del copyright Terza Rivoluzione Industriale

Da parecchio tempo ormai la protezione della proprietà intellettuale ha trascesco i limiti della criminalità ed è scaduta nel ridicolo. Come spesso accade in questi casi, l'indraconianizzarsi delle misure protezionistiche sortisce l'effetto opposto a quello originariamente inteso, portando ad una perdita totale del rispetto per i principî su cui si fondava l'idea originaria et ad una totale dissociazione tra lettera e spirito delle leggi da un lato e loro recezione del pubblico cui dovrebbero essere rivolte dall'altro.

In quanto segue partirò dal presupposto, peraltro non universalmente condiviso, che la proprietà intellettuale abbia un valore e che pertanto meriti una qualche forma di protezione.

La filosofia politico-economica moderna vuole che la protezione della proprietà intellettuale in tutte le sue forme abbia come obiettivo di stimolare la creatività intellettuale garantendo ai creatori di poter beneficiare del frutto del loro lavoro; in teoria, per evitare una stagnazione della produzione creativa, queste forme di protezione dovrebbero essere bilanciate e limitate per evitare da un lato che ‘riposando sugli allori’ il creatore non sia più stimolato a produrre ulteriormente e dall'altro che la protezione dell'originale impedisca la creazione di opere derivate, risultando in un freno invece che in uno stimolo.

Sulle varie forme di proprietà intellettuale, dal brevetto al marchio registrato, un discorso a sé stante merita sicuramente il diritto d'autore, che nella cultura anglosassone prende il nome (e le funzioni principali) di diritto di copia. In effetti, fin dall'inizio della sua non tanto breve storia, il copyright nasce principalmente come forma di controllo governativo sulle opere di stampa (lecite, controllate dalla censura) e sulla loro diffusione, sviluppandosi in seguito principalmente come meccanismo protettivo nei confronti di una corporazione (quella degli stampatori) i cui margini di profitto erano minacciati dal progressivo abbassarsi dei costi di produzione libraria. Solo in seguito, quando il giudizio negativo di larghe fette della popolazione nei confronti di questo tipo di attività diventa determinante si passa ad una prospettiva che sottolinei piuttosto il presunto aspetto di protezione della proprietà intellettuale, ovvero del contenuto ‘astratto’, artistico, letterario, musicale o quant'altro piuttosto che all'oggetto fisico che ne permette la fruizione (libro, musicassetta, compact disc o quant'altro).

Per comprendere quanto l'aspetto protezionistico corporativistico sia ancora un fondante pilastro del copyright e delle leggi sul diritto d'autore si potrebbe partire ad esempio della rapida escalation che esse hanno avuto negli Stati Uniti, uno degli ultimi Paesi occidentali a sottoscrivere la Convenzione di Berna, con oltre un secolo di ritardo rispetto ai primi firmatari.

Nel frattempo, i termini di 14 anni (rinnovabili per altri 14) della prima legge statunitense (1790) sul copyright per lavori registrati furono estesi a 28 (rinnovabili per altri 28) nel 1909. Il primo stravolgente cambiamento si ebbe 10 anni dopo la morte di Walt Disney, che estese i termini del copyright a 75 anni o la morte dell'autore più altri 50. All'approssimarsi dell'uscita dal copyright delle prime opere di Walt Disney i termini furono estesi a 95 anni dopo la pubblicazione, 120 dopo la creazione o 70 anni dopo la morte dell'autore.

(Il lobbying in realtà non è mancato anche nell'ambito della Comunità Europea, dove le leggi di estensione del copyright sono state rese retroattive per ripescare quei prodotti che, mancando il passaggio del '76, sarebbero dovuti ormai essere di pubblico dominio.)

È abbastanza evidente che nonostante le eccellenti intenzioni che si può immaginare avesse Victor Hugo quando fece pressione per una convezione internazionale (che poi si concretizzò nella già citata convenzione di Berna) per l'automatica e naturale protezione della proprietà intellettuale dell'autore dell'opera, gli effetti di quella proposta e delle sue successive modifiche si sono mosse in tutt'altra direzione.

Prendiamo in esempio il caso italiano, che coinvolge direttamente la Società Italiana degli Autori ed Editori, un'associazione nata anch'essa forse con le migliori intenzioni, ma la cui attività si è progressivamente trasformata assumendo forme che ricordano nemmeno tanto da lontano il taglieggio, il ‘pizzo’ mafioso ed altre forme ‘protettive’ da criminalità organizzata (nel caso della SIAE anche legalizzata) che beneficiano il protettore piuttosto che il protetto. A condimento della situazione italiana troviamo inoltre inoltre situazioni cui l'abitudine ha smesso di farci pensare.

Pensiamo ad esempio alla tassa SIAE imposta su tutti i supporti (audio e videocassette, CD, DVD) registrabili ma vergini (privi quindi di contenuto, ed in particolare di contenuto protetto dal diritto d'autore), nonché su tutte le apparecchiature atte alla registrazione (dai mangianastri col tasto REC ai masterizzatori), i cui proventi dovrebbero essere divisi, salvo una provvigione per la SIAE stessa e non si sa bene in base a quali criteri, tra gli autori e gli editori membri della SIAE le cui opere potrebbero essere soggette a copia illegale. La tassa assume quindi la forma di una multa preventiva. Che sarebbe un po' come mettere in carcere tutti quelli che comprano un coltello da cucina perché potrebbero usarlo per uccidere qualcuno, o tutti i preti perché potrebbero violentare qualche minorenne. La multa preventiva in questione è qualcosa che va ben oltre un processo alle intenzioni, e viola uno dei pilastri del diritto civile e penale italiano: la presunzione d'innocenza; in quanto tale è anche incostituzionale (art. 27 della Costituzione Italiana).

Ci si potrebbe poi chiedere perché la riproduzione di materiale protetto da copyright preveda non solo sanzioni amministrative, ma anche la reclusione da sei mesi a tre anni; per contro, il falso in bilancio mirato all'evasione fiscale è stato depenalizzato (coincidentalmente da quel Berlusconi che ritiene l'evasione fiscale un diritto se non addirittura un dovere morale laddove si ritenga la tassazione eccessiva): truffare 60 milioni di italiani è molto meno grave che scavalcare gli interessi di una corporazione che non ha (più, se mai l'ha avuto) motivo di esistere.

È pure inutile sperare che i recenti attriti con la FIMI possano portare finalmente ad un ben necessario ridimensionamento della parassitaggine della SIAE, ma anche con le migliori speranze il panorama governativo italiano non promette nulla di più che un eventuale adelchico rimanere del vecchio col nuovo.

Il vero cambiamento dovrà essere culturale e di massa, e nasce già da internet, formando involontariamente una generazione con una ben diversa percezione della fruibilità dei contenuti creativi. E le sempre nuove, sempre più draconiane regolamentazioni che tentino di sabotare i frutti della terza rivoluzione industriale per proteggere gli interessi di quelle corporazioni il cui strapotere economico e conseguentemente politico è vanificato dai progressi della tecnologia saranno sempre più inutili.

Dopo tutto, e mi perdoni Publio Cornelio Tacito, valgono molto più i buoni costumi che non le leggi ridicole.

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