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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20080120

La morte della fede genera mostri Intermezzi

I giochi retorici con cui l'attuale papa cerca di ridefinire fede e ragione per poter parlare di fede razionale hanno qualcosa di grottesco: raccapricciante con l'ottica dell'onestà intellettuale, ma allo stesso tempo morbosamente divertente.

L'atto di fede, quel salto illogico necessario per raggiungere quel livello di conoscenza (per il credente) superiore, a cui la ragione non lo può portare, è per definizione irrazionale: non è opera della ratio, ma è l'ammissione di un limite della ratio stessa; il credente dice: «la mia ragione non può portarmi alla Verità; l'unico modo per conoscerla è ‘affidarmi’» a Qualcosa, saltare nel vuoto della non conoscenza (razionale).

Ma l'uomo moderno esita sempre più ad affidarsi al vuoto dell'ignoranza che poi dovrebbe essere Conoscenza, perché ha conosciuto la solidità della conoscenza razionale, che gli allunga la vita e gli cura il mal di testa e gli porta l'acqua calda con cui farsi la doccia la mattina ed il sapone ai feromoni con cui sperare di adescare la femmina ed il preservativo per trombarsela senza poi ritrovarsela sotto casa con un fagotto in braccio; e perché sa che esistono tante ignoranze che poi dovrebbero essere Conoscenze e non sa dove saltare nel vuoto perché non sa da quale parte del vuoto sta la Conoscenza vera.

In altre parole, con il progredire della conoscenza con la c minuscola, la Conoscenza con la C maiuscola, fideistica e trascendente, che salva l'anima magari frust(r)ando il corpo, non solo ha sempre meno appeal edonistico-terreno, ma convince sempre meno anche dal punto di vista spirituale.

Ed è in questo contesto che si inserisce il subdolo gioco di parole del papa. L'aspetto divertente della questione è che il dichiarare razionale l'atto di fede è, in un certo senso, un capitolamento, l'ammissione di una sconfitta, il riconoscimento dell'inadeguatezza dell'atto di fede stesso nella sua natura intrinsecamente irrazionale; magari nasce come tentativo per rassicurare quei credenti sempre più dubbiosi ed insicuri dell'oppportunità dell'irrazionalità dell'atto di fede tradizionalmente inteso: ma di fatto è il forfait, è il gettare la spugna.

Ciò che rende poi raccapricciante il tutto, dal punto di vista intellettuale, è il tentativo di rivoltare la frittata per trasformare la sconfitta, l'abbandono, in una finta vittoria: come effettuare una marcia di trionfo dopo aver firmato l'armistizio cedendo territori. E poiché è papale (mi si scusi il gioco di parole) che l'atto di fede e la ragione non sono nemmeno lontani parenti, e che la fede di razionale non ha proprio nulla, il papa preferisce ridefinisce la fede come ragione ‘superiore’, che è un po' come dire che il colore rosso è un cerchio più rotondo.

Un'affermazione quasi Zen … che papa Ratzi sia in realtà un buddista sotto mentite —ma ricche— spoglie?

(Che poi voglio dire, si limitasse a dire che la fede cristiana è una fede in una Ragione che trascende la ragione umana, potrei anche accettarlo, accontentandomi di una sottile risata —è una posizione poco più ridicola di quella di positivisti e razionalisti con la loro fede nella ragione umana. Ma quando mi si viene a dire «La fede (…) cresce a partire (…) dalla sua [della razionalità] fondamentale affermazione», io mi sento sinceramente preso per i fondelli; com'è che i ferventi papisti si lasciano menare così per il naso? Mistero della fede.)

permalink | scritto da in data 20 gennaio 2008 alle 1:27 | Stampastampa
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20080116

“Does the pope shit in the woods?” Intermezzi

Non sorprende che il papa scelga di giocare la parte della vittima piuttosto che affrontare la contestazione. Uno come lui, abituato ad essere accolto da succubi ossequiosi a capo chino, poverino, si sarà sentito male solo all'idea che qualcuno potesse fischiarlo.

Non sorprende nemmeno, dopo tutto, la reazione ‘indignata’ dei politici dell'intero spettro, che tanto ormai l'abbiamo capito che sono talmente succubi ed ossequiosi del potere della Chiesa Cattolica da aver completamente dimenticato i principî di laicità dello Stato che dovrebbero rappresentare.

Ora si sfogano parlando di censura, nonostante sia il papa a rifiutarsi di parlare (in un contesto, certamente, a lui poco favorevole); ma dov'erano tutti quanti quando venne il Dalai Lama? E poi sinceramente sentir parlare di censura da gente che ha appena votato una legge che rende penalmente perseguibile il giornalismo che informa (ovvero la pubblicazione delle intercettazioni allo scadere del segreto istruttorio), è sinceramente un po' vomitevole. Quasi peggio che sentir Mastella parlare di persecuzione giuduziara; Berlusconi ce l'aveva con le toghe rosse; e quelle che dànno addosso a Mastella di che colore sono?

Delude molto di più il commento di Ezio Mauro su Repubblica: da un giornalista come lui sinceramente non mi aspettavo che abboccasse come un'allocco al gambetto curiale.

Parla di censura, come se al papa venisse impedito di parlare: eppure lui stesso (Ezio Mauro) osserva che la sua parola (quella del papa) viene «diffusa da tutte le televisioni italiane con una assiduità che non conosce l'eguale». Allora osserivamo piuttosto che al papa viene dato fin troppo spazio, e che quando finalmente c'è qualcuno che ha il coraggio di opporsi all'ingerenza arrogante e presuntuosa di questo individuo e della corporazione che rappresenta, l'iniziativa è da lodare.

Parla (sempre Ezio Mauro) di rifiuto del dialogo e del confronto, e gioca le sue parole come se i responsabili fossero gli studenti contestatori o i professori firmatari della famosa lettera, o il professore che chiese al proprio rettore il motivo di un gesto tanto idiota, quando a rifiutare il confronto è invece proprio il papa, che abbandona il campo appena scopre che ci sarà un confronto e che non potrà dire la sua davanti ad una platea di allocchi.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché il papa, esponente di una religione che dovrebbe professare la tolleranza, di una religione che almeno a parole è sempre dalla parte dell'oppresso, si è rifiutato di incontrare il Dalai Lama, capo spirituale di un popolo che da cinquant'anni vive sotto il tallone della seconda potenza economica mondiale (la Cina).

Si chieda piuttosto Ezio Mauro il perché del servilismo che ha voluto invitare a tenere la lectio magistralis alla Sapienza, università laica e promotrice del progresso della scienza e della conoscenza, un individuo talmente retrogrado e reazionario da pronunciarsi non solo contro la scienza e gli scienziati, ma da far regredire persino le forme della propria stessa fede (messa in latino, rito preconciliare?), allontanandola sempre più da coloro che dovrebbe invece rendere partecipi.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché il giornalismo sta dando tanto spazio alla vigliaccheria papale, e per giunta in termini così erronei, dando pieno campo alla voce vittimista della curia invece che compiere il proprio dovere critico.

Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché ogni parola del papa continua in Italia (e solo in Italia!) a pesare tanto da impedire la civiltà di leggi non discriminatorie sul matrimonio civile e sulle coppie di fatto. Si chieda piuttosto Ezio Mauro perché di questa pagliacciata tutta italiana nel resto del mondo they don't give a shit.


Per conto mio, divento sempre più cosciente di quanto pericolosa e pesante sia l'ingerenza cattolica, e per questo gesti quali lo sbattezzo cominciano a rivelarmi la loro importanza.

permalink | scritto da in data 16 gennaio 2008 alle 14:21 | Stampastampa
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