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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20080920

Peggio vs meno peggio #3: l'affaire Alitalia Intermezzi

È da quando è stato presentato per la prima volta il piano di ‘salvataggio’ Alitalia che vorrei esprimermi in proposito, in realtà, ma impegni turistico-accademici mi hanno fuorviato. Visto che ormai la questione sembra volgere al termine, potrei anche attendere di vedere come si risolvono definitivamente le cose prima di commentare, ma osservando che gli ultimatum continuano a susseguirsi, la cosa potrebbe richiedere un'attesa un po' troppo lunga per i gusti del sottoscritto, che preferisce quindi approfittare di questa traghettata per buttar giù due righe.

Il fallimento di Alitalia è un brillante esempio, a mio parere, di come si possa cominciare a scavare quando si è toccato il fondo, rifiutando un compromesso (non privo di vittime) quando la situazione è talmente disperata da non offrire possibilità migliori: non si tratta più qui di un meglio nemico del buono, ma di qualcosa di molto più stupido.

Nello specifico, nel caso non si fosse capito, parlo delle condizioni rifiutate dai sindacati durante le trattative per il salvataggio di Alitalia durante la fine del governo Prodi, aventi come causa espressa l'eccessivo numero di esuberi (un paio di migliaia).

In teoria si potrebbe rimarcare che la funzione prima dei sindacati sia la protezione dei lavoratori, e che pertanto il loro rifiuto sia stata cosa buona e giusta. E sicuramente lo sarebbe stato se ci fossero state alternative migliori. Ma come gli eventi successivi stanno abbondantemente dimostrando (e non si può certo dire che ci sia dell'imprevedibile in quanto è seguito), quelle condizioni rifiutate erano l'ultima speranza di salvare il salvabile.

Facciamo un attimo un bilancio del risultato dell'ottusità dei sindacati. Il costo più immediato è stato (ovviamente) l'iniezione di 300 milioni di euro (soldi delle nostre tasse) per permettere ad Alitalia di sopravvivere fino al riprendere delle trattative sotto il nuovo governo. A questo aspetto più immediatamente pecunario si va ad aggiungere però per l'appunto il nuovo piano di ‘salvataggio’ architettato da Berlusconi: il doppio se non il triplo degli esuberi, nonché l'occasione (d'oro!) di svendere la parte utile di Alitalia ad una ristretta cerchia di imprenditori, ed il mantenimento del suo debito sulle spalle degli italiani.

L'Italia si è sempre trovata in questa situazione un po' assurda (e quanto meno disdicevole) che laddove il fallimento di un'azienda privata viene pagato anche da chi la gestisce, con penalità amministrative di vario genere, per le aziende pubbliche vale una sorta di salvacondotto per cui non vi è alcuna responsabilità diretta degli amministratori, e gli unici a pagare le conseguenze del fallimento sono i dipendenti (che anche nel caso del privato, ovviamente, si trovano a spasso).

Il nuovo piano Berlusconi non solo conferma questa situazione, ma la peggiora con un decreto che la rende una solida piattaforma di lancio per la pirateria delle risorse statali da parte di chi non ha certo bisogno di incentivi in tal senso, e spianando così la strada per una forma di privatizzazione del pubblico in cui l'acquirente ha tutto da guadagnare ed il pubblico (ovvero il resto degli italiani) ha tutto da perdere.

(Sto ovviamente sorvolando qui su altri aspetti del piano di ‘salvataggio’ di Berlusconi, quali ad esempio l'ipocrita appoggiarsi allo stesso gruppo Air Franc-KLM considerato dallo stesso Berlusconi un partner inadeguato quando le trattative erano fatte sotto l'egida di Prodi; o l'inevitabile crollo di Malpensa, nonostante le promesse in senso contrario in campagna elettorale; ma che Berlusconi non sia nuovo a questo tipo di voltafaccia non fa nemmeno più notizia, purtroppo.)

È sicuramente un nobile gesto quello del personale che tuttora continua a rifiutare il piano, manifestando con cartelli che sottolineano la criminalità (morale se purtroppo non legale) delle nuove condizioni di svenditasalvataggio, ma è anche un gesto altrettanto inutile. Avrebbero dovuto pensarci per tempo, quando ancora il meno peggio era un'alternativa valida. E sinceramente, viene da chiedersi cosa sperassero di ottenere i sindacati quando rifiutarono l'accordo sei mesi fa.

permalink | scritto da in data 20 settembre 2008 alle 18:34 | Stampastampa
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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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20080417

Peggio vs Meno Peggio #1: la salute Diario

Scommetto che la prossima legge del governo Berlusconi sarà la riduzione dei tempi di prescrizione per i reati di questo tipo.

Invece, il meno peggio che non era abbastanza di sinistra aveva fatto questo e questo, i cui benefici ovviamente si vedranno però solo in pieno governo Berlusconi.

permalink | scritto da in data 17 aprile 2008 alle 12:50 | Stampastampa
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