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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20091109

Traslochi, sospensioni, riprese Diario

Il fallimento improvviso e scoraggiante del disco fisso del proprio computer è un'esperienza tutt'altro che gradevole, anche quando l'evento cade, seppur di pochi giorni, entro i limiti della garanzia.

Il disco fisso del proprio computer personale è un po' come la propria casa: non solo contiene tutti i nostri dati, ma anche i programmi che siamo soliti usare, personalizzati e configurati secondo i nostri bisogni ed il nostro estro.

L'arrivo del nuovo disco è un po' come un trasloco: bisogna prepararlo, installare nuovamente il sistema operativo, quindi tutti i programmi, ed infine trasferire le impostazioni dal vecchio disco (o dal backup più recente). Ai tempi tecnici della reinstallazione e del trasferimento segue un lungo periodo di rodaggio in cui si va scoprendo tutto quello che ci si è dimenticato, i piccoli script sparsi in giro per il computer, programmi che si usavano solo una volta al mese e che non riusciamo più a trovare perché ci siamo dimenticati di installarli, e perché prima invece il computer si comportava diversamente in questo e quest'altro caso?

Mentre l'acquisto di un computer nuovo ha grosso modo il gusto insoddisfacente di un subentro, con la netta sensazione che ciò che si va creando non sia veramente ‘nostro’, avere a disposizione un disco fisso nuovo, intonso, ha con sé l'immenso vantaggio di potercisi sbizzarrire liberamente. Ad esempio, se sul disco fisso originario c'era Vista e mi ero limitato a ridurne la partizione per fare spazio a Linux, il nuovo disco fisso è stato incignato dall'ultima Debian testing (subito promossa ad unstable). Dalla mia idea originaria di non fare vedere Windows a questo computer nemmeno con il binocolo sono però poi passato a più miti consigli suggeriti dall'esperienza dell'anno passato; sfruttando la modernità del sistema, ho relegato Windows ad una piccola macchina virtuale con quel minimo di spazio (comunque troppo) richiesti dall'installazione di Windows e di quei programmi che nemmeno a colpi di legno riescono per ora ad andare sotto WINE, come ad esempio l'infame Microsoft Office, l'uso del cui Excel mi è richiesto da certi fogli con macro poco digeribili dall'OpenOffice.

Il periodo tra la morte del disco fisso precedente e l'arrivo e messa in funzione di quello nuovo mi ha anche portato ad apprezzare cose sulle quali in precedenza ero un po' scettico o delle quali ignoravo certe potenzialità.

Ad esempio, l'immenso potere non solo della console (la famigerata ‘linea di comando’ della quale sono sempre stato un grande fan), ma in particolar modo del comando screen: lanciare irssi in screen sul fedele server domestico, e poter poi accedere a quella sessione da qualunque altro computer connesso ad internet, senza duplici presenze o inutili disconnessioni.

Ho anche scoperto la preziosa importanza della ‘nuvola’: sono sempre stato molto scettico nei confronti della “cloud computing”, la buzzword con cui da Google alla Microsoft, da Yahoo! ad Amazon, dalla Apple a chi-vuoi-tu, si cerca di convincere la gente a caricare tutti i propri dati, documenti, email, foto e quant'altro, online. Sono sempre stato scettico perché soluzioni come quella di Google Docs mancano di garanzie di sicurezza, perdita del totale controllo che si ha normalmente sui propri documenti; ma quando il tuo ultimo backup risale a due mesi prima e tutto ciò che si salva si salva grazie alla ridondanza di copie sparse tra server domestici e computer universitari, il principio assume un colore diverso, e si capisce che il problema non è tanto la perdita di privacy (ho pochi dubbi sul fatto che aziende come Google sfruttino servizi come Docs anche per l'accumulo di usage patterns e quant'altro), ma piuttosto il rischio di ‘disappropriazione’ del proprio. La soluzione è quindi un compromesso, dove il remoto non è una sostituzione al locale, bensì una sua copia; dovrebbe andare tutto sotto un sistema come git, in sostanza.

La prima settimana senza il mio computer personale mi ha anche allontanato (comprensibilmente) dalla mia solita vita virtuale; mi ha quasi commosso la premura di chi mi ha contattato preoccupato per la mia salute quando sono finalmente tornato online, e sono lieto che il Karmic Koala gli abbia risolto tutti i problemi che Linux gli aveva offerto a ricompensa della pervicacia con cui si ostinava a volerlo provare.

Tornare online ha richiesto un paio di giornate per riprendere le fila degli arretrati di FriendFeed; nel resto del mondo, però, non è cambiato nulla, nel frattempo.

Alla distruzione dell'istruzione pubblica seguono gli ultimi colpi all'informazione (si accettano scommesse sulle future cancellazioni di Report, Blu Notte, ed i pochi altri programmi TV che osavano parlare di tutto il marcio in cui sprofonda la nostra nazione), la pubblica sicurezza continua a massacrare i cittadini scomodi, la un tempo nobile Arma si trova coinvolta in strani casi di ricatto (che coinvolgendo trans ed esponenti dell'opposizione fanno molto più notizia del commercio di cariche pubbliche e posti in TV in cambio di sesso in cui si trova coinvolto Berlusconi, che può dare le proprie non-risposte alle ormai famose 10 domande di Repubblica parlando senza contraddittorio da Bruno Vespa —la par condicio la si impone solo ai comunisti di Annozero), Brunetta può dire “vadano a morire ammazzati” impunemente mentre la vignetta di Biani contro Brunetta fu dichiarata «pericolosamente ambigua», così come il gruppo di Facebook in cui si esorta all'omicidio di Berlusconi merita censura, ma non tutti gli altri gruppi sullo stesso tono che popolano quel social network, le riforme della giustizia del premier continuano ad avere come unico obiettivo il decesso prematuro dei processi a suo carico (così che lui possa reiterare, anche dopo condanna, che la prescrizione è una conferma di innocenza) alla faccia dell'obbligatorietà dell'azione penale, Brunetta non parla troppo forte dell'inutilità delle sue draconiane misure, i TG parlano di come tutto vada bene pubblicando sondaggi fatti prima che la crisi arrivasse dalle nostre parti, lo Stato peggiora la propria situazione contabile nonostante i mostruosi tagli ai servizi pubblici, ed alle grandi acclamazioni a favore della meritocrazia seguono atti che fanno di tutto per contrastarla (vedi la guerra tra la Gelmini ed il TAR del Lazio sull'inserimento a pettine nelle graduatorie).

Le buone notizie arrivano solo dall'estero: una corte svedese dà ragione all'ISP che si rifiuta di bloccare The Pirate Bay, quella europea ci ricorda che uno Stato laico non può imporre la presenza di un simbolo religioso in luoghi come scuole e tribunali (sentenza che trova d'accordo non solo agnostici ed atei, ma anche i cristiani non cattolici e persino qualche cattolico, mentre La Russa, pieno di sentimenti brunettamente cristiani, invita alla morte tutti quelli che con la sentenza sarebbero d'accordo), la Norvegia è lo Stato più vivibile del mondo (probabilmente non contando clima e cibo).

Chissà se la coglionaggine italiana è genetica o la si impara dal grembo materno come la cantata linguistica.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2009 alle 1:22 | Stampastampa
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20091009

Uso giustizialista della politica Intermezzi

Berlusconi continua a riempire i mezzi di comunicazione delle proprie menzogne. Per rimettere un po' le cose in prospettiva, gradirei ricordare alcuni fatti:

  • il voto nazionale non è per la presidenza del consiglio, ma per il parlamento; i risultati delle elezioni politiche non sarebbero un plebiscito nei suoi confronti nemmeno se la coalizione che l'ha appoggiato avesse preso quel 60–70% che lui continua a sbandierare;
  • il partito di Berlusconi, nei suoi momenti migliori (13 anni fa) ha superato di nemmeno un punto percentuale la soglia del 40%; alle ultime elezioni non è arrivato nemmeno al 38%; siamo ancora ben lontani dal famoso “72%”;
  • la prescrizione di un reato non è una (piena) assoluzione; nei processi caduti in prescrizione Berlusconi è stato trovato colpevole, ed ha potuto evitare di scontare la pena solo grazie a leggi fattegli su misura dai suoi governi;
  • i guai giudiziari di Berlusconi sono cominciati, tanto dentro quanto fuori dall'Italia, sensibilmente prima della sua “discesa in campo”, quando gli era impossibile parlare di “uso politico della giustizia” nelle proprie arringhe televisive di difesa.

Perché al TG1 non fanno un bel servizio sulla storia giudiziaria di Berlusconi, dalle origini ai giorni nostri, mettendo in evidenza l'uso giustizialista della politica fatto dallo stesso? Sarebbe carino concludere ricordando che le continue menzogne con cui cerca di difendersi sono spesso passabili di denuncia, a partire dai sondaggi farlocchi.

P.S. poi qualcuno dovrebbe spiegare a Berlusconi cosa vuol dire realmente quella parola.

permalink | scritto da in data 9 ottobre 2009 alle 14:18 | Stampastampa
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20090910

Notizie da un mondo di merda Intermezzi

Un tribunale laico ritiene che un reato non sussiste perché compiuto per motivi religiosi. In Italia, non in Iran.

Il presidente del consiglio querela i giornali che riportano le notizie, ma non le fonti citate dai giornali stessi (mogli, prostitute, avvocati, giornalisti nel proprio libro paga, etc). Al solito, è grave che ci sia chi tenti di informare gli elettori di come Berlusconi chieda sesso offrendo in cambio posti in televisione, al governo, al parlamento italiano e/o a quello europe; non che lui lo faccia e che ci siano le prove nonostante la sua guerra alle famigerate intercettazioni che dimostravano come le attuali ministre dell'istruzione e delle pari opportunità siano arrivate dove sono arrivate spompinandolo.

Ovviamente, se i sostenitori di Berlusconi facessero caso a questo si renderebbero conto che lo scandalo delle puttanate (letteralmente) del loro beneamato presidente del consiglio non è un problema di moralismo cattolico, ma del “governo del merito” costruito con la compravendita di fama e potere in cambio di sesso, e che se a loro invece viene in mente l'invidia come motivo della denuncia forse non stanno facendo altro che proiettare quella che loro in sé stessi preferiscono considerare ammirazione.

Almeno, per coerenza, la Gelmini dovrebbe far introdurre l'educazione sessuale obbligatoria nel curriculum scolastico, visto che tanto già a 13 anni le ragazzine sanno di poter offrire varie prestazioni sessuali in cambio di regali e favori.

MIUR: sarebbe il caso di rinominarlo in MDUR: Ministero della Distruzione dell'Università e della Ricerca. Sono sicuro che il nome piacerà anche a Bossi. Intanto pagheremo gli stipendi ai professori tagliati fuori dalla riduzione del personale; il governo antispreschi e contro i fancazzisti nella PA decide di pagare la gente per non fare niente piuttosto che dar loro un posto di lavoro: li si paga un anno solo, e distruggendo la scuola pubblica si evita che le 13enni vi si prostituiscano. Almeno nelle sane scuole private cattoliche si pensa subito a fare il figlio. Qualche anno prima del diploma.

Da un giorno all'altro mi aspetto anche che Berlusconi racconti la famosa barzelletta: «Sapete qual è il bello di scoparsi ventiseienni?»; se non l'ha già fatto, forse sta aspettanto che le scolarette puttanelle anticipino alla prima elementare.

Decreto sicurezza: grazie al lodo Bernardo, la Corte dei Conti non può indagare sulla mala amministrazione a meno che la mala amministrazione stessa non denunci il fatto. Si comincia a capire di quale sicurezza si occupa il decreto.

Città più sicure. Forse nel resto d'Italia, ma a Catania (città portata alla bancarotta da due ininterrotte amministrazioni Scapagnini, (ex?) medico personale di Berlusconi) la situazione non è affatto migliorata, nonostante le due squadre di un poliziotto più tre militari ciascuna che passeggiano la sera in via Etnea.

(E sorvoliamo sul più eccellente precedente dell'uso dei militari a scopi di polizia, degenerato nel Domhnach na Fola universalmente riconosciuto come “la più grande vittoria dell'IRA”).

Complottismo #1: Mike Bongiorno è stato allontanato da Mediaset perché invece di fare come al solito propaganda per Berlusconi, per le ultime elezioni aveva detto di essere in dubbio. Secondo questa teoria, il mancato rinnovo del suo contratto sarebbe stato dovuto al fatto che in vecchiaia sarebbe rinsavito, piuttosto che, come vuole la versione ufficiale, perché era ormai un vecchio rincoglionito.

Complottismo #2: Mike Bongiorno sarebbe stato scomodissimo assunto da Sky. “Per fortuna” è morto d'infarto prima di fare dànno nella guerra Berlusconi–Murdoch.

Più con i piedi per terra, Berlusconi come Botero, Bongiorno come Sperati.

Berlusconi sostiene di non essere ricattabile per le storie di prostituzione che lo hanno distolto in questi mesi dalla conclusoine della realizzazione del progetto della P2. Intanto la Chiesa con la storia dello strappo ottiene: la revisione della 194, la guerra alla RU486, la distruzione di ogni speranza su una legge laica sul testamento biologico.

Fini lecca il culo alliscia il pelo all'elettorato piddino deluso per raccogliere consensi per la propria candidatura alla presidenza della Repubblica: dopo l'ex-comunista avremo così l'ex-fascista, nella storica tradizione dell'alternanza italiana. Berlusconi se n'è finalmente accorto, e s'è incazzato.

L'operato politico di Berlusconi, fin dalla sua discesca in campo, è sempre stato guidato da questioni tattiche (sostanzialmente: pararsi il culo dalle montagne di guai giudiziari in cui si era infilato da anni e che minacciavano di crollargli finalmente addosso), e la sua fangosa grossolanità appare ancora più evidente a confronto con la fine strategia di Gianfranco.

La vera domanda è: che cazzo se ne fa Fini della presidenza di un Paese totalmente sprofondato nella merda grazie all'operato del suo alleato concorrente?

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20090727

C'avevo (quasi) creduto Diario

Ai tempi della prima repubblica usava dire che la Democrazia Cristiana aveva due anime (o anche di più) riferendocisi non tanto al numero di iscritti o di sostenitori, quanto piuttosto alle diverse ideologie che in effetti vi erano rappresentate.

Recentemente mi è venuto in mente che un discorso apparentemente simile può farsi per il PdL, un partito in cui convivono e si manifestano due anime: un'anima mediatica, propagandistica, pubblicitaria, bombasticamente orientata a creare una ben precisa immagine che possa mietere consensi nel popolo; ed un'anima ben distinta trasportata invece dai fatti, dalle scelte effettive, dagli atti concreti, dalle loro conseguenze e dalle loro implicazioni.

Diversamente dal caso della DC, in cui anime diverse erano sostanzialmente rappresentate da persone diverse (un po' come il correntismo che il PD ha ereditato dall'accozzaglia di partiti di centro e di sinistra da cui proviene), le due anime della PdL si incarnano —con evidente ipocrita paradossalità, ben accetta da quei pochi nel suo elettorato che ne sono coscienti— nei medesimi individui.

Abbiamo così ad esempio da un lato un vigoroso affermare del valore della famiglia tradizionale cattolica, eterosessuale e monogama, spinto fino alla necessità di organizzare un Family Day, una sorta di Catholic Heterosexuality Pride, in risposta alla presunta minaccia omosessuale che dovrebbe minare la tradizionale famiglia ed il suo essere base della nostra sana società, e dall'altro abbiamo che i più grandi esponenti dei partiti che partecipano al Family Day (da Berlusconi a Fini, da Bondi a Casini) sono tutti divorziati. E qualcuno è anche documentatamente puttaniere, che non solo non è esattamente il comportamenteo più strettamente compatibile con l'etica cattolica della famiglia base della società, ma è anche (o anzi dovrebbe essere) inatteso nel rappresente di un partito che si è scagliato contro il meretricio mirando tanto al magnaccia quanto al cliente (altrimenti detto “utilizzatore finale”), passando ovviamente per le prostitute stesse.

(E si arriva al ridicolo di considerare morboso e bacchettone chi adempie il proprio diritto/dovere di informare il suddetto popolo della realtà delle cose, piuttosto che riflettere sull'ipocrisia di chi propaganda un'etica comportandosi poi in maniera diametralmente opposta.)

(A proposito, questo articolo dovrebbe essere pieno di link a tutti i vari fatti di cronaca e di storia recente cui si fa riferimento, ma sono troppo pigro. Bonus points a chi li mette per me.)

Ovviamente, l'ipocrisia cattolico-puttaniera è solo un esempio (anche se forse il più eclatante) della duplicità delle anime della PdL. Se ne trovano molti anche, per esempio, nella sedicente lotta agli sprechi ed alla malamministrazione pubblica di cui si fa campione in particolar modo il ministro Brunetta.

Peraltro, laddove le basi etiche per l'opposizione alle unioni omosessuali sono, nella migliore delle ipotesi, dubbie, lo stesso non può dirsi della teoria dietro i discorsi di Brunetta: riduzione degli sprechi, efficienza, lotta all'assenteismo … ovviamente, quando poi si guarda alla pratica, la prospettiva cambia parecchio, e si entra nel dominio delle buone intenzioni che, come si sa, lastricano la via per l'inferno.

Non parliamo qui del governo anti-sprechi che taglia istruzione e ricerca (fondamenta del futuro della nazione), per le quali l'Italia era già il fanalino di coda dell'Europa, ma non i costi della politica (stipendi e beneficî di parlamentari, annessi e connessi), che invece in Italia sono i più alti d'Europa (al punto da spingere Mastella a lamentarsi della miserrima —298 euro— diaria del parlamentare europeo), con conseguente pensione (quasi 1400€ di minima, circa 100€ più del netto mensile di un assegno di ricerca).

Non parliamo delle risoluzioni anti-assenteismo, che puniscono il ricercatore dell'INGV (costretto a sottostare alle medesime regole dell'impiegato postale, nonostante abbia un lavoro di tipo totalmente diverso, per il quale ad esempio richiedere la compresenza è ridicolo) lasciando che il personale di segreteria continui a sperimentare un gioco nuovo al computer a settimana, nonostante gli (altrimenti inspiegabili) ritardi nel disbrigo pratiche.

In realtà, il casus verbi che ha suscitato questo articolo è stato il susseguirsi delle affermazioni di Brunetta sulla politica meridionale:

Che esista da sempre un problema meridionale è indubbio - spiega Brunetta - ma la questione è affrontare con fermezza i nodi di una classe dirigente e politica inadeguata. […] Se si tratta di avere piu' soldi e spenderli male allora dico di no.
e dell'ultima aggiunta al decreto anticrisi, il lodo Bernardo, uno scudo erto a proteggere l'intera catena amministrativa, dal più scaffituso degli enti locali al premier, da processi per disservizi e malamministrazione, impedendo l'avvio di un procedimento se non si conoscano già proprio quelle informazioni che dal procedimento dovrebbero venire fuori (entità del danno ed eventuale “dolo o colpa grave”).

Allora le cose sono due: o Brunetta è nel governo sbagliato, visto che i suoi stessi alleati sono i primi a spuntare le uniche armi che si avrebbero per combattere veramente la disfunzionalità di tutti i livelli dell'amministrazione italiana, o lui già per primo non ha idea di come agire per correggere veramente i problemi (o peggio ancora, ha ben idea ma preferisce evitare).

Tenendo conto che anche nei suoi provvedimenti si vada a colpire solo il pesce piccolo (con più danno collaterale che benefici), senza nemmeno scalfire l'intera catena di comando che dovrebbe essere responsabile della (s)corretta gestione delle risorse (materiali, umane e temporali), ho il sospetto che la seconda ipotesi sia più valida della prima.

permalink | scritto da in data 27 luglio 2009 alle 23:15 | Stampastampa
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20090505

Domanda giornalistica Intermezzi

Qualcuno che guarda la TV potrebbe informarmi sulla seguente? Quando Berlusconi da Vespa parla di complotto dei giornali di sinistra e di come la sua seconda moglie [giusto per ricordare che Mr. Family Day è divorziato e risposato] si sia fatta da loro infinocchiare, lo fa con il contraddittorio?

O la regola del contraddittorio vale solo da Santoro quando si parla di vent'anni di DPC e governi ed amministrazioni che non hanno fatto nulla per far rispettare le norme antisismiche, e a Report quando si parla di come la mafia comandi a Catania e di come il medico personale di Berlusconi, Scapagnini, abbia mandato in bancarotta il comune con due sole amministrazioni?

permalink | scritto da in data 5 maggio 2009 alle 20:28 | Stampastampa
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20090408

L'imbecille che non annunciò la tragedia Intermezzi

Leggo, purtroppo anche su pagine scritte da persone che stimo peraltro intelligenti, una oserei dire quasi preoccupante beatificazione del povero Giampaolo Giuliani vittima della persecuzione della grossa e brutta DPC (nella persona di Bertolaso).

Io vorrei invece mettere qualche puntino sulle i.

Giuliani non ha predetto il sisma che alle 3 di notte del 6 aprile 2009 ha colpito l'Aquila e dintorni. Le previsioni di Giuliani riguardavano Sulmona (più di 60km di distanza) e la settimana precedente. Erano sbagliate.

Alla gente piace pensare che “su scala geologica” 60km e 7 giorni non sono niente; peccato che nella scala geologica anche tutti i terremoti dei precedenti cento e passa anni, e quelli dei prossimi cento e passa anni, in tutto il bacino del Medirraneo, sarebbero ‘qui ed ora’; ma peccato soprattutto che gli esseri umani (ed in particolare la DPC) devono agire su scala umana, e non geologica. E su scala umana 60km e 7 giorni sono luoghi e tempi diversi.

Giuliani, ad esempio, in questa intervista, insiste ripetutamente sulle “6–24 ore”: poteva quindi riferirsi a questo o forse piuttosto a questo evento sismico; ma non a quello del quale gli piace arrogarsi la previsione.

Purtroppo, lo stato attuale delle conoscenze scientifiche (ed includo qui anche i risultati di Giuliani) in campo geo(logico, fisico, chimico, etc) non fornisce una correlazione sufficientemente robusta tra precursori ed eventi sismici; il che non significa che la correlazione venga negata, ma semplicemente che le conoscenze non sono ancora tali da permettere di predire con sufficiente precisione data, luogo ed intensità di un evento sismico. E questo, piaccia o non piaccia, in italiano si traduce con “i terremoti non si possono prevedere”.

Giuliani, nella succitata intervista, parla dei propri risultati come di qualcosa di assodato in campo internazionale, ma che certi poteri oscuri di cui non vuole fare il nome (Bertolaso) voglio tenerli nascosti. Peccato che la ricerca internazionale abbia, al contrario, dimostrato l'inaffidabilità dei risultati di Giuliani. Consiglio la rapida lettura di questo articolo sul Los Angeles Times per una prospettiva ‘esterna’ (e lì si parla di californiani e cinesi, gente a cui la possibilità di prevedere con esattezza i terremoti fa molto gola).

In sintesi, le critiche mosse da Bertolaso a Giuliani sono motivate, e il signore in questione si è meritato tanto l'appellativo di imbecille quanto la denuncia per procurato allarme. (Ma poi, mi viene da chiedere, se Giuliani era tanto sicuro dei propri risultati, perché non ha preso capra e cavoli per scapparsene dallo spaventoso sisma che sapeva imminente?)

Purtroppo per Bertolaso, una settimana dopo la denuncia c'è stato il sisma che ha tirato giù l'Aquila. E Giuliani cavalca l'onda del disastro, approfittando della sua (del disastro) vicinanza con le sue (di Giuliani) previsioni errate; qualcosa che a me pare abbastanza immondo, ma che tocca facilmente le corde di coloro a cui piace avere l'ennesimo esempio, l'ennesimo Galileo, Fermi, Rubbia vittima dalla “politica della scienza” italiana (il che è piuttosto insultante per la memoria di Galileo e di Fermi, e per la persona di Rubbia).

Per puntualizzare, faccio presente che l'ultima cosa che mi interessa è difendere Bertolaso. Ma lapidarlo per il ‘caso Giuliani’ sarebbe come criticare il fascismo per le opere di bonifica. Quando il 6 mattiva ascoltavo alla radio commenti, promesse, discorsi, non trovavo nulla da ridire sugli interventi (parole e fatti) del momento; il mio pensiero era: «ma: e il poi

Se vogliamo criticare l'operato di Bertolaso, della Protezione Civile, e dei ministeri da cui dipendono (e quindi trasversalmente di tutti i governi che dalla sua istituzione nel 1982 ad oggi l'hanno accompagnata) facciamolo almeno con motivazioni valide.

Parliamo delle ricostruzioni (in Irpinia ancora aspettano i soldi finiti nelle tasche di Ciriano De Mita, Paolo Cirino Pomicino, eccetera eccetera eccetera).

Parliamo della mancanza di adeguamenti strutturali, delle deroghe, delle proposte cazzonesognanti (ponti e centrali nucleari, ampliamenti del 20–30%), delle leggi non rispettate.

Parliamo della mancanza di educazione (nel senso di quella formazione che la DPC dovrebbe fornire costantemente alle vecchie e nuove generazioni, con seminari ed esercitazioni).

Parliamo di tutte le cose che dovrebbero essere fatte, ma di cui si parla solo in quei 15 giorni in cui il sisma fa notizia, ed a cui tra sei mesi nessuno avrà più modo di pensare, quando la macchina mediatica avrà dimenticato le promesse di oggi ed impegnato le menti con nuove notizie.

Ma per favore, non facciamo di un imbecille un martire


Un breve post-scriptum è dovuto. Rimando a questi documentati interventi di Livio Fanzaga (direttore di Radio Maria) che vuole vedere in questo terremoto qualcosa di positivo: un segno del Signore, per aiutarvi (a voi cristiani dell'Abruzzo) a partecipare della sua Passione. (Strano, io avrei scommesso piuttosto che voleva dire alla propria nuova reincarnazione (Berlusconi) di darsi una calmata con i progetti cazzonisognanti.) Inviterei allora a riflettere sul significato dei crolli di chiese e campanili.


E al di fuori di tutto questo infernale rumore, un grazie a tutti coloro che stanno lavorando per salvare vite.

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20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

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20090316

Subdole rivoluzioni: internet, crisi e potere/0.0 Prologo Terza Rivoluzione Industriale

Si parla ormai apertamente di crisi (anche troppo apertamente, secondo certuni). La crisi porta con sé incertezze e paure, in primis quella di perdere quei privilegi, quei beneficî cui ci si è abituati al punto da ritenerli imprescindibili diritti; e molto si potrebbe dire di come la paura sposti la gente a destra: non a caso le campagne mediatiche di quelle parti politiche, vicino e lontano dalle elezioni, sono sempre incentrate sulla paura, facilmente pilotabile verso un Nemico o l'Altro secondo l'opportunità del momento (ebrei, comunisti, extracomunitari, albanesi, pedofili, arabi, mussulmani, rumeni1, talibani2, rom1 … un grande potpourri in cui non è nemmeno importante capire bene di cosa si sta parlando); e si potrebbe parlare di quanto sia quindi importante non eliminare mai le cause reali dei problemi, in modo che il gregge accetti supinamente ordinamenti sempre più draconiani e restrittivi la cui unica vera mira è quella di aumentare il controllo sulla popolazione permettendo al potere di mantenersi.

Ad esempio, nessuno si domanda quanto sia paradossale che nonostante la salita al potere del governo Berlusconi IV, l'affiancamento dell'esercito alle forze di polizia, l'elezione di Alemanno a sindaco di Roma —ricordiamo che il cavallo di battaglia della sua campagna elettorale fu proprio quanto fosse diventata insicura la città con Veltroni, battendo proprio su un caso di stupro— non vi sia stata nessuna sostanziale alterazione nell'andamento dei crimini, già in calo dal 2006 nonostante il sempre maggior tempo dedicato alla crona nera dall'informazione; nessuno si va a chiedere perché già prima di identificare i responsabili di uno stupro si presentava come futura soluzione al problema la costruzione di ghetti per zingari e rom; in effetti, nessuno si va a chiedere perché si dovrebbero mettere in gioco i militari a far servizio di polizia: se cinque corpi di polizia (Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia Regionale, Polizia Municipale) non sono sufficienti forse c'è qualche altro tipo di problema. Ma chi si pone la questione? L'importante è poter avere l'illusione di sentirci sicuri (ma non troppo).

Ovviamente, la gestione del potere dipende in maniera sostanziale dalla gestione dell'informazione: una gestione che può assumere forme più o meno subdole. La forma data ad una notizia segna pesantemente il cosa pensare, ma è spesso sufficiente, con molto meno sforzo, guidare l'a cosa pensare, pesando opportunamente le notizie o non dandole affatto (quanto e dove è girata in Italia la notizia della condanna in primo grado di Mills?). Ma il controllo dell'informazion diventa ancora più cruciale quando ci si avvicina a chi gestisce il potere, perché non è importante che i misfatti non vengano compiuti, ma che non si vengano a sapere.

Non a caso i militari statunitensi che hanno diffuso le immagini delle torture di Abu Ghraib sono stati i primi a venire puniti. Non a caso la legge di questo governo sulle intercettazioni, nel suo progetto iniziale (fortunatamente accanitamente combattuto), non solo le rendeva praticamente ineffettuabili, ma soprattutto ne impediva la pubblicazione. (Altro paradosso: da un lato in nome del ‘diritto alla privacy’ (che meriterebbe un discorso a sé stante) si cerchi di istituzionalizzare la disinformazione del cittadino, dall'altro ci si dimentica dello stesso diritto per spingere invece per aumentare i meccanismi di sorveglianza sui cittadini stessi.) Sarà mica perché i giudici, dopo tutto, sono più facili da comprare che l'opinione pubblica? Sarà perché non tutte le porcherie sono crimini? (Ma poi mi chiedo: mettiamo, ipoteticamente parlando, che si scoprisse ad esempio che realmente la Gelmini è diventata ministro spompinando Berlusconi, e supponiamo che i documenti che lo provano diventino di dominio pubblico nonostante tutti i tentativi fatti per distruggerli perché non pertinenti alle indagini in cui sono stati procurati; alla maggior parte degli italiani gliene fregherebbe niente, se la cosa fosse vera e documentata? Mi guardo attorno e l'etica e la morale che vedo diffuse accetterebbero la cosa tranquillamente, se non addirittura con quel pizzico d'invidia che molti provano per i ‘furbi’ che riescono a ‘fottere il sistema’ salendo i gradini della scala sociale con favoritismi, clientelismi, raccomandazioni e pura e semplice prostituzione, ormai sempre più senza nemmeno quell'ipocrita velo della finta indignazione.)

Nel peggiore dei casi, quando le minacce (legali e meno legali) diventassero inutili, si può sempre ammazzare l'Anna Politkovskaya o il Giuseppe Fava di turno.

Ma se non è difficile ottenere il controllo dell'informazione giornalistica e radiotelevisiva, vi è un altro terreno su cui è molto più difficile imporsi, un terreno in cui l'informazione regna senza controllo.


1 interessante anche il giochetto mediatico del ‘romeno’ con cui ci si libera della necessità di distinguere tra rom e rumeni, due popoli completamente distinti da ogni punto di vista e che non si vedono nemmeno di buon occhio l'un l'altro; confoderli semplifica la vita ed aiuta ad usare i rumeni come scusa per ghettizzare i rom, ed i rom per stimmatizzare i rumeni, ora che gli albanesi non fanno più notizia

2 e non talebani come la massiccia ed ignorante anglicizzazione del giornalismo italiano vorrebbe

permalink | scritto da in data 16 marzo 2009 alle 0:41 | Stampastampa
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20090209

Battuti sul tempo Diario

Alla faccia di quegli immondi ipocriti che giustificano il proprio potere propagandando la cultura della sofferenza (altrui) (Wojtyla sì, Eluana no).

Alla faccia di quegli immondi ipocriti voltagabbana criminali divorziati e puttanieri che dopo anni di menefreghismo si sono prontamente, per l'ennesima volta, piegati alla pecorina agli ordini dei precedenti, contro la volontà del popolo che dovrebbero rappresentare.

Alla faccia delle menzogne criminali se non pazzoidi con cui il primus tra i precedenti ha montato ridicole giustificazioni per il proprio tentativo di colpo di Stato (se ne sono accorti anche quei comunisti degli spagnoli).

Alla faccia di tutti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della volontà espressa dalla diretta interessata, dalle minacce al terrorismo.

Eluana Englaro ha finalmente trovato la pace che desiderava.

Un grazie particolare a tutti coloro che si sono opposti all'ondata di merda che cercava di fagocitarla.

Almeno lei s'è salvata, anche se non è difficile prevedere come la sua salvezza verrà strumentalizzata da chi viene (non è difficile capire perché) definito clericofascista, per impedire che altri possano salvarsi, piuttosto che, come avrebbe ben più senso, per lasciare che ciascuno possa scegliere della propria vita come ritiene più opportuno.

Viene da chiedersi quale sarà la prossima scusa con cui ci distrarranno da quelli che dovrebbero essere i loro doveri istituzionali.

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20081019

Fragile libertà Diario

Uno dei concetti più ambigui eppur più ambiti e forse per questo più abusati dal genere umano è senza dubbio quello di libertà.

In effetti, in contesti molto diversi è anche sensato che il concetto assuma significati diversi; purtroppo però questa libertà (ahem) semantica degenera spesso in una sorta di paraculismo che finisce con lo sminuire un concetto altrimenti di indiscutibile potenza.

Nel ristretto ambito della fisica, si definiscono gradi di libertà i parametri indipendenti atti a determinare la configurazione di un sistema rispetto ad un dato riferimento. Ad esempio, una palla 8 nera su un tavolo da biliardo ha 5 gradi di libertà: due per determinarne la posizione rispetto al centro del tavolo da biliardo, e 3 per determinare com'è girata. Ovviamente, è possibile vincolare un sistema in modo che i gradi di libertà diminuiscano: ad esempio, costringere la palla a scorrere e rotolare dentro un tubo poggiato sul tavolo limita i suoi gradi di libertà a 4 (uno per la posizione nel tubo, e sempre 3 per la rotazione). Viceversa, si possono rimuovere vincoli facendo aumentare i gradi di libertà (se la palla può staccarsi dal tavolo, la sua altezza diventa un sesto grado di libertà).

Ovviamente, da un punto di vista diciamo così ‘spirituale’, questa definizione di libertà non è di particolare appeal, se non altro per il semplice fatto che materialmente le suddette libertà vengono stracciate dalla necessità delle leggi fisiche che governano l'andamento del sistema: benché la palla 8 lanciata in aria abbia 6 gradi di libertà, la sua (ri)caduta (libera!) è univoca, ben determinata ed imprescindibile (che noi la si possa prevedere con esattezza o meno, è ovviamente un altro paio di maniche). Non sorprende quindi che non si affermi comunemente che gli oggetti inanimati siano liberi, anzi Liberi.

Si potrebbe andare anche un po' più in là, osservando che per gli oggetti inanimati non ha nemmeno senso parlare di Libertà. E non pochi sarebbero d'accordo nel dire che persino per la maggior parte degli esseri viventi allo stato brado non si possa parlare di Libertà. Sembrerebbe quasi che quando si parla della Libertà, la libertà che interessa l'uomo, o gli uomini, o certi uomini, non si possa non presupporre che l'individuo, l'ente della cui Libertà si disquisce, per la cui Libertà si lotta, la cui Libertà si assicura a gran voce abbia quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo contrasto contro i vincoli cui è sottoposto.

Tuttavia, a ben guardare, non ci si sofferma poi più di tanto sui quei vincoli a cui l'intero Cosmo (per quanto da noi conosciuto) sembra essere soggetto, come ad esempio le famose leggi fisiche di cui sopra: nel migliore dei casi, si cercano modi per raggiungere i limiti di certi leggi fisiche sfruttandone altre, come l'uso della fluidodinamica o dell'elettromagnetismo per vincere la forza di gravità (per qualche motivo, la legge di gravitazione universale sembra essere se non l'unica sicuramente una delle principali contro cui l'uomo ha cercato di combattere: dall'eterno sogno del volo alle moderne diete dimagranti). La loro ineluttabilità rende sensato il non considerarli quando si parla di Libertà.

Se a questo si aggiunge che si arriva tranquillamente a parlare di Libertà anche per gli animali che dall'uomo vengono vincolati (in spazi sufficientemente ristretti), non è difficile giungere alla conclusione che in realtà la Libertà di un ente ha come propria precondizione una costrizione imposta da un altro ente1, e che di quest'ultimo si suppone che sia dotato di quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo e premeditato imporre vincoli ad altri enti, vincoli che chiamerò arbirariamente ‘artificiali’ per distinguerli da quelli inescapabili dettati dalle leggi ‘naturali’. (S'intende quindi che per quanto precede e per quanto segue si debba suppore che l'attività umana —e forse non solo quella— non sia guidata esclusivamente da banali reazioni biochimiche.)

A questo punto è d'uopo una piccola digressione. Volendo immaginare un mondo privo dell'uomo (e di qualunque altra specie si possa supporre dotata del suddetto ed iterato Qualcosa che la ‘liberi’ dall'essere una semplice componente ‘paesaggistica’), si vedrebbe probabilmente un mondo in cui le leggi ‘armoniose’ ma non per questo incruente della natura regnino sovrane: un mondo in cui l'ordine del giorno è dettato dalla legge comunemente detta “della giungla”, con gerarchie e (vincolanti?) prevaricazioni dettate dai rapporti di forza tra i singoli esseri viventi, eventualmente nelle loro (spontanee e naturali) associazioni in greggi/branchi/stormi/etc.

Verrebbe da chiedersi se le cose sono poi tanto diverse nel momento in cui entra in gioco l'uomo, ovvero un agente che grazie all'ormai troppo citato Qualcosa si suppone agisca al di fuori di criteri prettamente ‘naturalistici’. Da un lato, la spiccata capacità creativa (che in realtà con il progredire degli studi sugli animali sembrerebbe essere limitata alla creazione di strumenti per creare altri strumenti) altro non è che il punto di forza su cui poggia la sua prevaricazione sul resto degli esseri viventi, che potrebbe quindi rientrare nei criteri ‘naturali’ di dominio. Dall'altro, le strutture sociali su cui si fondano le comunità in cui questa specie si riunisce portano con al loro interno il marchio del Qualcosa, e quindi dell'‘artificiale’.

Si notano così alcuni fenomeni interessanti. Si assiste alla stipulazione (più o meno formale, più o meno metaforica) di contratti sociali (più o meno rispettati) che alterano i rapporti di forza all'interno della società, a volte ad esempio concedendo autorità a figure che per le proprie doti non sarebbe ‘naturalmente’ portata al dominio, ed il contadino la cui figlia viene stuprata dal nobile rampollo si ritrova privato della possibilità di reagire, benché non avrebbe in condizioni naturali alcun problema a staccare la testa del suddetto pargolo dal collo dello stesso. E l'aspetto più interessante è la base quasi (ed a volte nemmeno tanto quasi) sovrannaturale, mistica e/o religiosa su cui certe forme di autorità fonda(va)no il proprio dominio: ed è interessante in quanto tentativo di rendere inattacabile una data struttura ‘artificiale’ spacciandola per ‘naturale’ e quindi imprescindibile.

Veniamo quindi ad un primo possibile punto di diatriba: cosa si può dire di un individuo che, sottoposto a vincoli artificiali (basta con le virgolette, eh?), non ne sia cosciente? Da un lato, un osservatore esterno potrebbe affermare che l'individuo in questione non è libero, poiché egli (l'osservatore) sa che costui (l'individuo) potrebbe trovarsi in una condizione in cui il vincolo imposto artificialmente non fosse presente. D'altra parte, l'individuo, non avendo coscienza dell'artificalità del vincolo, non lo vivrebbe diversamente da quei vincoli naturali che, come già discusso sopra, non vengono normalmente presi di mira nella ricerca di Libertà: dal suo punto di vista non avrebbe quindi neanche senso parlare di Libertà (almeno riguardo a quello specifico vincolo) nella maniera in cui ne parlerebbe l'osservatore esterno.

Un secondo importante punto di diatriba, strettamente collegato al primo: è opportuno far sì che un individuo prenda coscienza di essere sottoposto a vincoli artificiali? Ed ancora: è opportuno liberarlo da quei vincoli? È meglio morire liberi o vivere senza avere coscienza del proprio non esserlo? Domande tutt'altro che retoriche ed oziose (si rifletta ad esempio sulle difficoltà di sopravvivenza degli animali nati e cresciuti in cattività, nel caso vengano liberati, o al senso di frustrazione ed alla conseguente degradazione della qualità della vita che si potrebbe provare nello scoprire di essere sottoposti ad un vincolo artificiale contro il quale non si può far nulla). Questo secondo punto meriterebbe una lunga ed approfondita discussione, ma la già eccessiva verbosità di questo articolo mi spinge ad accantonare queste interessanti domande per tornare al punto chiave che le accomuna e le lega alla precedente.

Il primo, fondamentale passo per guadagnare la propria Libertà è il prendere coscienza di avere una scelta: anche quando alcune delle scelte possano essere poco raccomandabili per via delle potenzialmente dannose se non letali conseguenze. Sarà forse una forzatura parlare di ‘scelta’ in questo caso, ma è comunque un aspetto molto importante da tener presente: un uomo sul ciglio di un burrone può scegliere se buttarsi o meno, benché probabilmente in condizioni normali la stragrande maggioranza degli individui che si trovassero in questa condizione sceglierebbe di non buttarsi. (Nel caso si buttasse, non potrebbe scegliere se precipitare o meno).

Con questa prospettiva, chi non ha coscienza di avere una scelta non è libero. Ad esempio, un individuo che segua le tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché così? perché non … invece …», costui certamente non è libero. Ma si può dire che chi ha coscienza di avere una scelta lo sia?

Si potrebbe ad esempio osservare che in certi contesti le alternative tra cui si può teoricamente ‘scegliere’ non offrano poi una gran varietà di scelte materialmente praticabili, vuoi perché si tratta di scegliere tra cose non realmente diverse da loro, vuoi perché tutte le alternative tranne una sono ‘insensate’. Chi non si è mai trovato in un contesto in cui il ventaglio di possibilità non nascondeva altro che scelte obbligate (almeno nella prospettiva del soggetto al momento della scelta)? Difficile dire che in questi casi la coscienza di avere una scelta sia sufficiente a dare la libertà.

A volte, però, anche scelte non obbligate degenerano. Un fenomeno non troppo difficile da constatare, ad esempio è la ‘ricerca dei limiti’ che caratterizza solitamente la preadolescenza e l'adolescenza degli esseri umani, un periodo in cui la progressiva scoperta della possibilità di disubbidire scivola non infrequentemente nella ricerca della disubbidienza. Quali che siano i meccanismi psicoemotivi che soggiacciono a questa reazione, il risultato è un imperativo ad agire in contrasto al vincolo artificiale: qualcosa che superficialmente potrebbe apparire come il semplice esercizio di una guadagnata libertà nasconde nella propria natura imperativa un nuovo vincolo, dove si arrende la propria libertà alla propria necessità di agire contro.

Con riferimento al precedente esempio, un individuo che agisca volontariamente ed intenzionalmente in contrasto alle tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché non così?», costui certamente non è più libero del precedente individuo: come le azioni ed i pensieri del primo erano dettate in maniera sostanziamente deterministica dall'assenza di coscienza, quelle del secondo sono dettate in maniera non diversamente deterministica dalla coscienza stessa: fare le cose solo perché sono proibite non è meno vincolante che il non farle per lo stesso motivo.

Da questo punto di vista, le motivazioni che stanno dietro l'agire, o il non agire, in un certo modo, sono importanti tanto quanto, se non più delle azioni stesse, nel definire la libertà dell'individuo: cosa in sé non sorprendente, se l'idea di libertà implica il libero arbitrio. Inoltre, il prendere coscienza dell'artificialità di un vincolo non è quindi condizione sufficiente per la conquista della libertà, a meno di non ridurre la stessa all'infantile percezione di libertà come il “fare cose proibite”. Ma chi mai d'altra parte si ferma a questo livello?

Uno sketch del grande Giorgio Gaber procedeva secondo queste linee:

Un uomo in catene sa benissimo quello che vuole: vuole togliersi le catene. E allora si dibatte, lotta, ringhia, tende i suoi nervi, tira fuori tutta la sua energia. E finalmente: ‘SPRAAACK!’ «Libero! Sono libero, sono libero, sono libero … Oddio come sono libero …» E piano piano tutti i muscoli della sua faccia si rilassano, si afflosciano, lasciando intravedere i chiari sintomi una tristezza infinita e progressiva. Dopo un po' ingrassa, anche.

In realtà, ciò che si verifica in quei contesti sociopolitici dove certe libertà comunemente ritenute fondamentali sono almeno formalmente garantite (ovvero certi vincoli comunemente ritenuti un'universalmente ingiusta prevaricazione non sono ufficialmente imposti), è un rivolgercisi ad altre ‘lotte per la libertà’: ma per che tipo, che forma di libertà?

La libertà di parcheggiare in mezzo alla strada per minimizzare il percorso dallo sportello alla tabaccheria, la libertà di avere rapporti sessuali con chi si vuole quando si vuole, la libertà di truffare, la libertà di possedere l'automobile che si desidera guidare, la libertà di dire ciò che si vuole quando si vuole a chi si vuole, la libertà di consumare i cibi le bevande e le sostanze che si desidera consumare, la libertà di non far sapere ciò che si fa a chi non lo si vuole far sapere, la libertà di non essere giudicati, la libertà di non pagare per le conseguenze delle proprie azioni.

Una lettura del concetto di libertà che quindi altro non è che deresponsabilizzazione.

Per inciso, è interessante vedere le differenze tra la chiave pubblica e quella privata di questa lettura. Nel privato sembra infatti che si orienti spesso verso sogni che potrebbero essere estremizzati nell'irrealistica (e ridicola) inversione della ricerca di riconoscimento: «vorrei che mi amassero tutti, lasciando però che io li tratti sempre e solo a pesci in faccia», non meno irrealistico, in effetti, del sogno del volo. Nel pubblico si cerca invece una singolarità nel contratto sociale verso la propria persona, che è in genere quella di un individuo di una certa rilevanza politica e/o sociale: si cerca la possibilità di agire a discapito degli altri, chiedendo garnazie a protezione da quegli stessi altri, con la ben precisa intenzione di privarli della libertà di esigere un compenso per il danno subito.

In fondo, quello che si cerca in entrambi casi è un ritorno ad uno stato ‘naturale’, un po' verso l'infatilmente ingenuo (ed anche per questo non certo non crudele) nel caso privato, più verso un'amplificazione (piuttosto che un riequilibrio) di una legge ‘della giungla’ che valorizzi potere e prestigio piuttosto che altre meno demologiche capacità. In entrambi casi, andando più a fondo, quello che si cerca non è quindi una semplice liberazione del sé, ma una libertà individuale la cui altra faccia è pura e semplice prevaricazione, la cancellazione della libertà altrui.

Una siffatta libertà per sua stessa natura non può essere raggiunta da tutti. Viene allora da pensare che si debba cercare altrove il seme di una libertà individuale più universale.

Forse la risposta va ricercata proprio in quel Qualcosa che, distinguendo il genere umano dagli altri esseri viventi, sarebbe alla base della necessità stessa della ricerca di Libertà, poiché senza di essa non si potrebbe nemmeno parlare di intenzionale prevaricazione. Ed allora alla coscienza dell'artificialità dei vincoli si dovrà affiancare un'analisi critica delle conseguenze della nostra azione, presa in considerazione a prescindere dai vincoli stessi, valutando pertanto l'opportunità di seguire i vincoli o andarvi contro, a patto di accettare, responsabilmente, le conseguenze di ogni nostra scelta. Senza di ciò non si potrà mai veramente togliere ogni rilevanza etica al vincolo artificiale più insormontabile: il giudizio degli altri.


1 Con meno foga e secondo regole meno generali si parla anche di libertà per coloro che rimangono vincolati da eventi ‘naturali’ o comunque prescindenti da una volontà umana esterna a quella del vincolato, ma questo non disturba molto il resto del discorso.

permalink | scritto da in data 19 ottobre 2008 alle 18:47 | Stampastampa
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20080920

Peggio vs meno peggio #3: l'affaire Alitalia Intermezzi

È da quando è stato presentato per la prima volta il piano di ‘salvataggio’ Alitalia che vorrei esprimermi in proposito, in realtà, ma impegni turistico-accademici mi hanno fuorviato. Visto che ormai la questione sembra volgere al termine, potrei anche attendere di vedere come si risolvono definitivamente le cose prima di commentare, ma osservando che gli ultimatum continuano a susseguirsi, la cosa potrebbe richiedere un'attesa un po' troppo lunga per i gusti del sottoscritto, che preferisce quindi approfittare di questa traghettata per buttar giù due righe.

Il fallimento di Alitalia è un brillante esempio, a mio parere, di come si possa cominciare a scavare quando si è toccato il fondo, rifiutando un compromesso (non privo di vittime) quando la situazione è talmente disperata da non offrire possibilità migliori: non si tratta più qui di un meglio nemico del buono, ma di qualcosa di molto più stupido.

Nello specifico, nel caso non si fosse capito, parlo delle condizioni rifiutate dai sindacati durante le trattative per il salvataggio di Alitalia durante la fine del governo Prodi, aventi come causa espressa l'eccessivo numero di esuberi (un paio di migliaia).

In teoria si potrebbe rimarcare che la funzione prima dei sindacati sia la protezione dei lavoratori, e che pertanto il loro rifiuto sia stata cosa buona e giusta. E sicuramente lo sarebbe stato se ci fossero state alternative migliori. Ma come gli eventi successivi stanno abbondantemente dimostrando (e non si può certo dire che ci sia dell'imprevedibile in quanto è seguito), quelle condizioni rifiutate erano l'ultima speranza di salvare il salvabile.

Facciamo un attimo un bilancio del risultato dell'ottusità dei sindacati. Il costo più immediato è stato (ovviamente) l'iniezione di 300 milioni di euro (soldi delle nostre tasse) per permettere ad Alitalia di sopravvivere fino al riprendere delle trattative sotto il nuovo governo. A questo aspetto più immediatamente pecunario si va ad aggiungere però per l'appunto il nuovo piano di ‘salvataggio’ architettato da Berlusconi: il doppio se non il triplo degli esuberi, nonché l'occasione (d'oro!) di svendere la parte utile di Alitalia ad una ristretta cerchia di imprenditori, ed il mantenimento del suo debito sulle spalle degli italiani.

L'Italia si è sempre trovata in questa situazione un po' assurda (e quanto meno disdicevole) che laddove il fallimento di un'azienda privata viene pagato anche da chi la gestisce, con penalità amministrative di vario genere, per le aziende pubbliche vale una sorta di salvacondotto per cui non vi è alcuna responsabilità diretta degli amministratori, e gli unici a pagare le conseguenze del fallimento sono i dipendenti (che anche nel caso del privato, ovviamente, si trovano a spasso).

Il nuovo piano Berlusconi non solo conferma questa situazione, ma la peggiora con un decreto che la rende una solida piattaforma di lancio per la pirateria delle risorse statali da parte di chi non ha certo bisogno di incentivi in tal senso, e spianando così la strada per una forma di privatizzazione del pubblico in cui l'acquirente ha tutto da guadagnare ed il pubblico (ovvero il resto degli italiani) ha tutto da perdere.

(Sto ovviamente sorvolando qui su altri aspetti del piano di ‘salvataggio’ di Berlusconi, quali ad esempio l'ipocrita appoggiarsi allo stesso gruppo Air Franc-KLM considerato dallo stesso Berlusconi un partner inadeguato quando le trattative erano fatte sotto l'egida di Prodi; o l'inevitabile crollo di Malpensa, nonostante le promesse in senso contrario in campagna elettorale; ma che Berlusconi non sia nuovo a questo tipo di voltafaccia non fa nemmeno più notizia, purtroppo.)

È sicuramente un nobile gesto quello del personale che tuttora continua a rifiutare il piano, manifestando con cartelli che sottolineano la criminalità (morale se purtroppo non legale) delle nuove condizioni di svenditasalvataggio, ma è anche un gesto altrettanto inutile. Avrebbero dovuto pensarci per tempo, quando ancora il meno peggio era un'alternativa valida. E sinceramente, viene da chiedersi cosa sperassero di ottenere i sindacati quando rifiutarono l'accordo sei mesi fa.

permalink | scritto da in data 20 settembre 2008 alle 18:34 | Stampastampa
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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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20080604

Dalle stelle alle stalle Diario

Gli ultimi due giorni mi hanno portato al cinema davanti a pellicole molto diverse tra loro, ciascuna meritevole nel suo genere.

La prima è Il Divo, l'ultimo film di Paolo Sorrentino, un'opera che eccelle per ironia, costruzione, recitazione (Toni Servillo nella sua sempiterna ma perfettamente inquadrata immobilità), tempi e modi. L'architettura, con l'apice nell'immancabile monologo servilliano, regge fino alla non immediatamente seguente conclusione. E nulla viene detto che non si sappia già, e nulla viene taciuto che ciò che comunque si dovrebbe sapere.

Ed alla fine, il vero dubbio è: qual è l'opinione dell'oggetto del film sul film stesso? Cosa ne pensa il divo di questa sua “biografia”?

Film molto diverso, da ‘pisciarsi’ dalle risate, Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, vecchio film di Almodóvar giustamente vietato ai minori; non a caso Sal si sente di poterlo chiamare un po' il Bignami del cinema porno: pur non essendolo nemmeno di striscio, ne tratta comunque tipici topici salienti. In parole povere: bragas Pontes por todos.

permalink | scritto da in data 4 giugno 2008 alle 23:34 | Stampastampa
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20080418

Come andrà a finire Cose strane dal mondo

Io non ne capisco di politica, come mi ha ricordato Hooverine osservando che la nostra è una repubblica parlamentare, e non presidenziale, e che stavolta abbiamo, se non altro, un'opposizione compatta.

È un vero peccato che con la schiacciante maggioranza che le future forze di governo hanno in entrambe le Camere, l'opposizione abbia ben poco da fare: anche con l'ostruzionismo più sfrenato, infatti, la cosa migliore che possano sperare di fare è di infilare qui e lì un emendamento … di facile bocciatura.

La cosa che sembra sfuggire a molti è che nel sistema parlamentare, almeno in quello italiano, a determinare quali leggi passino e come non è tanto la compattezza dell'opposizione, quanto quella della maggioranza: una maggioranza che voti compatta è un bulldozer: fa passare tutte le leggi che vuole lei, e blocca tutti gli emendamenti che non gli sono graditi. Solo nel caso di maggioranza divisa (come è capitato nei governi di centrosinistra) l'opposizione ha la speranza di poter avere un minimo effetto che non sia semplicemente un Bivoniano «protestiamo».

Potrei ad esempio porre qualche oziosa domanda sull'efficacia dell'opposizione durante il primo quinquennio berlusconiano (2001–2006), ma conoscendo la risposta sorvolerò.

L'unica cosa che l'attuale maggioranza parlamentare non può fare con la stessa facilità è cambiare la costituzione: non avendo la maggioranza dei due terzi (su 630 seggi alla Camera ne occorrono 420, contro i 346 della coalizione PdL-LN-MpA, su 315 al Senato ne occorrono 210, contro i 174 che ha ottenuto la la suddetta coalizione), nemmeno con l'eventuale appoggio esterno dell'Udc (36 seggi alla Camera, 3 al Senato), anche votando compatta la CdL potrebbe doversi vedere costretta a proporre la futura legge al vaglio del referendum.

Ora, immagino che non sia sfuggita a nessuno la somiglianza tra l'attuale configurazione della maggioranza parlamentare e quella del 1994. Le pretese della Lega Nord, anche allora all'8%, non sono diverse da quelle di adesso; è persino troppo banale pretendere che vada come allora, e che puntando i piedi con sufficiente forza Bossi stesso possa dare, per la seconda volta, una spallata al governo.

Si potrebbe pensare invece che Bossi abbia imparato l'importanza della coesione della maggioranza, durante il precedente quinquennio Berlusconi; ma non bisogna dimenticare che la maggioranza di allora non aveva bisogno della Lega, ed alla Lega faceva comodo non alzare troppo la voce. Questa volta, invece, se la Lega decidesse di lasciare la maggioranza, nemmeno un appoggio esterno dell'Udc potrebbe salvare il governo.

Viene perciò da chiedersi: fino a che punto Bossi si sentirà capace di portare il proprio braccio di ferro con Berlusconi (che, vorrei ricordarlo, alla caduta del suo primo governo disse che non si sarebbe più seduto ad un tavolo di trattative con «il signor Bossi» e che già dal caso Alitalia/Malpensa, prima ancora di cominciare, si trova sotto pressione)?

Non ci sono dubbi che Bossi porterà avanti aggressivamente le proprie istanze: ha il coltello dalla parte del manico. E Berlusconi cercherà di accontentarlo, nei limiti del possibile: spolvereranno le proposte bocciate nei precedenti referendum costituzionali, magari aggiungeranno qualcosa; riproporranno il tutto.

Dilemma atroce: accontentarsi di una maggioranza semplice, attendere i tre mesi necessari tra le due consultazioni, più quelli necessari per indire un referendum, e sperare che tutti coloro che hanno votato a destra votino sì, o prenderla con più calma, mettere su una bicamerale con Veltroni per decidere di comune accordo e risparmiarsi la consultazione popolare? Dopo tutto, se la bicamerale dovesse fallire, il referendum lo si dovrebbe fare comunque, ma sarebbero passato più tempo e non è difficile pensare che nel frattempo gli altri atti di legge portino il dubbio tra gli elettori.

Bossi non ripeterà l'exploit del 1994: non adesso; potrebbe ripensarci intorno al 2010, non è da escludere. Ma nel frattempo, l'intesa tra le parti della maggioranza è tanto alta su tanti temi che se anche si dovesse concretizzare l'«opposizione senza sconti» promessa da Veltroni, questa non servirebbe a nulla (cosa che Veltroni sa bene, a differenza di chi ha fiducia nel nostro parlamentarismo).

Leggo intanto su Repubblica.it un articolo che suscita il mio interesse per due motivi.

Il primo, ovviamente, è che sembra avallare la mia ipotesi sulla migrazione di voti. Cito:

Tute blu quasi benestanti, ben diverse da quelle che, sull'altro lato della strada, costruiscono i camion all'Iveco, la vecchia e gloriosa Om, e portano a casa i salari degli operai Fiat. "Alla Innse - aggiunge Angelo - molti abitano nei paesi delle valli bresciane. Con il passare del tempo si sono fatti la villetta a schiera. Una conquista che adesso hanno paura di perdere con l'aumento del costo della vita". Qui si chiede ai comunisti di contrattare l'aumento con il padrone, perché loro sono ancora i più bravi nel settore ("tremila euro all'anno, sputaci sopra"), e si chiede a Bossi di realizzare il federalismo fiscale. Il comunista ti porta i soldi ma è la Lega che li difende.

Ora, a parte la virgola mancante prima del ‘ma’ dell'ultima frase, può benissimo darsi che l'articolo sia solo un'aneddotica provocazione messa su apposta per alimentare i radical chic che la pensano come me. Oppure può darsi che ci sia qualcosa di vero, e che l'astensionismo (anche questo discusso nell'articolo) sia stato molto più importante di una fantomatica (ma non impossibile) migrazione di voti.

L'altro aspetto che colpisce, in quell'articolo, è che non sono mancati gli immigrati (messi in regola) che hanno sostenuto l'attuale maggioranza parlamentare. Con una legge voluta dal precedente governo (per sani principî o per sperare di racimolare qualche voto in più?), le galline hanno eletto la faina re del pollaio. (Ricordiamo il decreto Pisanu ed i suoi grotteschi effetti)

C'è chi sostiene che le ultime elezioni hanno dimostrato che il popolo italiano è fascista. Io continuo ad essere colpito dalla, diciamo, carenza di saggezza. Sarà perché seguo la massima del «non imputare a malvagità ciò che puoi spiegare con l'idiozia»? Dopo tutto, penso anche che la defunta sinistra italiana sia stata imbelle per incapacità, piuttosto che per il preciso obiettivo di non realizzare il proprio programma per poter continuare a giustificare la propria presenza.

permalink | scritto da in data 18 aprile 2008 alle 11:23 | Stampastampa
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20080417

Quan(d|t)o sono (geek|nerd) #5: la maggioranza che conta Il mio mondo

Mi consolo pensando che tra i lettori del mio blog i browser alternativi vincano a man bassa.

Percentuali di visite a questo sito per browser
Browser%
Firefox46,64
IE 6.x22,56
IE 7.x16,81
Opera 9.x6,40
Mozilla3,63
Opera1,79
Safari1,41
Konqueror0,38
Opera 7.x0,38

In totale, i browser Mozilla da soli costituiscono il 50,07% delle letture, mentre i browser Microsoft arrivano a stento al 39,37%. Le varie versioni di Opera raggiungono solo uno stentato 8,57% (la maggior parte del quale, temo, è costituto dalle mie stesse visite), lasciando per ultimi il browser della Apple ed il suo cugino per Linux (ambo i browser sono basati sul WebKit inizialmente sviluppato nell'ambito del KDE, poi pesantemente modificato dalla Apple per poter funzionare sotto Mac OS X e finalmente convergente per le librerie dell'ultima versione di KDE).

In definiva, un buon 60% di browser alternativi contro la Microsoft. E senza premio di maggioranza.

Mi sarebbe piaciuto poter fare similitudini tra i browser ed i partiti politici, ma l'unica che viene, ovvia e banale, è quella che associa l'Internet Explorer della Microsoft alla PdL, specificamente alla parte più beceramente e criminalmente berlusconiana della PdL. Con un po' di forzature in effetti si potrebbe probabilmente anche paragonare Opera all'Italia dei Valori: non è proprio software libero, ma è gratis e si sforza di seguire gli standard. Ha un piccolo gruppetto di seguaci fedeli, e per moltissime cose funziona molto meglio del browser open source maggiormente di successo, Firefox.

Ecco, Firefox in qualche modo dovrebbe rappresentare la sinistra; non è nemmeno tanto difficile trovare punti di contatto: è pesante (nonostante il tentativo di snellirsi rispetto al proprio predecessore, la Mozilla Suite), è profondamente ideologizzato (open source o morte) e fa anche alcune scelte che da un punto di vista razionale sono difficili da mandar giù, e per finire un certo numero delle sue caratteristiche migliori le avevano già fatte altri (Opera) e pure meglio.

Ci sono anche cose che fanno pensare che Firefox non sia proprio di sinistra: ad esempio il fatto di nascere dalle ceneri di una suite per il web di stampo commerciale anche quando gratuita, poi liberata al pubblico quando Netscape si è resa conto di non poter più competere con Microsoft. Un po' come se la sinistra italiana nascesse dalle ceneri del PD, dopo che il PD si fosse reso conto di non poter competere con Berlusconi. Non qualcosa che nasce come sinistra ideologica, ma qualcosa che diventa sinistra, e che prolifica grazie alle proprie capacità. Perché soprattutto Firefox è tutte quelle cose che la sinistra italiana non è mai stata, ma che avrebbe dovuto essere.

Per esempio, ha realizzato, in concreto. Non ha mai fatto ostruzionismo, ha solo fatto critiche propositive, in competizione attiva con l'avversario per fornire qualcosa di molto meglio all'utente; persino la Microsoft alla fine ha dovuto riconoscere la potenza di Firefox, vedendosi costretta a far uscire quasi in fretta e furia una nuova versione di Internet Explorer (la 7.0) che almeno di facciata pareggiasse alcune delle moltissime cose in cui era stata lasciata a piedi dalla competizione. Probabilmente (sperabilmente) troppo poco troppo tardi, ormai Firefox è lanciato, e gli unici ostacoli che ha sono l'ostruzionismo di alcuni (sempre meno) siti che si rifiutano di adeguarsi agli standard, e l'ottusità degli utenti, nonostante il danno che la navigazione (e la gestione della posta elettronica) di stampo Microsoft arrechino quotidianamente al loro computer.

Ancora, Firefox è spalleggiata da una vasta campagna pubblicitaria per i grandi vantaggi concreti che ha offerto, continua ad offrire, ed offrirà agli utenti. La campagna è efficace non solo per l'immaginifica fantasia delle immagini:

Firefox cuddles tits Get Firefox tits
ma anche e soprattutto perché ha dietro la solidità della realtà del vantaggio, e non fumose parole.

E Konqueror e Safari? Non so, qualcosa che mette insieme radical geek e radical chic. I Verdi?

permalink | scritto da in data 17 aprile 2008 alle 16:49 | Stampastampa
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Peggio vs Meno Peggio #1: la salute Diario

Scommetto che la prossima legge del governo Berlusconi sarà la riduzione dei tempi di prescrizione per i reati di questo tipo.

Invece, il meno peggio che non era abbastanza di sinistra aveva fatto questo e questo, i cui benefici ovviamente si vedranno però solo in pieno governo Berlusconi.

permalink | scritto da in data 17 aprile 2008 alle 12:50 | Stampastampa
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20080415

Congratulazioni e ringraziamenti Dedicato a

Vorrei innanzi tutto porgere le mie congratulazioni a tutti i sostenitori del ‘Veltrusconi’, de «il meno peggio è peggio del peggio», del «non voglio votare contro, voglio votare per», dell'«ho più paura della Democrazia Cristiana». Siete stati accontentati: il vostro non votare, il vostro votare il Partito degli Amici di Famiglia di un Eremita, vi ha dato quella bella calda soddisfazione di aver fatto ciò che volevate fare, di aver seguito i vostri ideali. E di venir rappresentati dal ‘buffone’ (o era ‘puffone’?) Berlusconi, piuttosto che dallo spaventosissimo Veltroni. Avete lavorato alacramente per propagandare la delusione e l'avversione alla nascente ‘DC di sinistra’. E in definitiva avete dato il vostro piccolo contributo alla schiacciante vittoria della criminalità istituzionalizzata, de «il precariato non è un problema», de «l'evasione fiscale è un dovere», della celebrazione della mafia.

Ed è inutile che state lì ad autoconvincervi che voi non c'entrate niente, che Berlusconi vince perché la gente lo vota. È ovvio che se la gente non lo votasse lui non vincerebbe. Ma è anche altrettanto evidente che la vittoria dipende anche da altri fattori, ed il vostro ‘integralismo ideologico’ è tra questi.

Alla fin fine, la legge del contrapasso sarà la prima ad esprimervi i ringraziamenti del caso: così come la maggior parte degli elettori diretti di Berlusconi sarà la prima a prenderla nel culo, voi siete pronti in fila subito dopo, con i vostri mestieri buoni solo a produrre altri intelletuali di sinistra (quando ci arrivano).

Interessante risvolto elettorale è l'Italia che si scopre razzista e xenofoba, molto più che cattolica: 8% a Bossi contro nemmeno il 6% all'Udc. Diventa allora magra consolazione l'unica vera buona notizia: la totale disfatta della sedicente sinistra, appellata ‘radicale’ dall'avversario politico.

Ovviamente, in un Paese normale una cosa del genere potrebbe portare la parte politica in questione a rinnovare se stessa, riscoprendo la propria funzionalità e ricominciando da zero per ricostruire la propria famosa ‘base’. Ma siamo in Italia, quindi ci sono ottime probabilità che quel che resta della frangia più a sinistra dell'ex PCI si reinventi uguale a com'era prima: velleitario, paroliere e parolaio, privo di senso pratico e senza alcuna coscienza né della realtà né tanto meno di quella parte di elettorato che dovrebbe, in teoria, rappresentare.

Anche qui, alla fin fine, si tratta di legge del contrapasso: dopo le bottarelle per alimentare la degenerazione centrista della sinistra, il partito che nel 1996 fece cadere il governo e che nel 2001 fece perdere le elezioni è rimasto bruciato dalla propria insignificanza.


Sono pronto a scommettere che tra qualche mese, un anno al più, quando la merda avrà colpito il ventilatore e i sostenitori di Berlusconi (e di Lombardo in Sicilia) si cominceranno a rendere nuovamente conto di aver fatto “La Cazzata” (ottimo titolo per un film, com'è che ancora non l'hanno fatto), tutti negheranno di averlo votato, e torneremo al Mistero Di Come Cazzo È Salito.

Vogliamo scommettere quanti di quelli favorevoli alle raccomandazioni avranno dato il loro voto a destra, sperando in un posto, si ritroveranno con un palmo, diciamo, di naso?

Io mi chiedo ad esempio quanti dei dipendenti del comune di Catania, che da sei mesi o giù di lì non percepiscono lo stipendio perché non ci sono più soldi, abbiano avuto il posto fisso in cambio del voto. Saranno ancora contenti della loro scelta?

Ma la gente dimentica presto. Ben venga che i coglioni siano i primi a pagare le conseguenze delle proprie azioni. Il problema è che non sono gli unici a farlo.

permalink | scritto da in data 15 aprile 2008 alle 10:01 | Stampastampa
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20080223

Repoopsblica #1 Intermezzi

Repubblica.it nella diretta sulla politica in vista delle prossime elezioni pubblica, poco dopo mezzogiorno, un ‘piccolo’ errore (corretto qualche aggiornamento più tardi). A memoria dei posteri:

Berlusconi: "I cattolici non votino Berlusconi".

Magari fosse stato vero.

permalink | scritto da in data 23 febbraio 2008 alle 14:33 | Stampastampa
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Un gesto di coraggio Diario

Non parlo di politica, delle liste ‘pulite’ ma solo per quelli non indagati per “motivi politici”.

Non parlo di economia, di come un aumento dell'1-2% del prezzo del greggio porti all'aumento del 15-20% dei derivati.

Non parlo del bot, della sua nuova casa o della sua nuova capacità di aggiornare Twitter in automatico.

Parlo del mio gesto di coraggio: dire al professore che un certo passaggio in un metodo da lui proposto e su cui stiamo lavorando è, secondo me, concettualmente sbagliato.

permalink | scritto da in data 23 febbraio 2008 alle 1:13 | Stampastampa
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20070809

Oblomov ed il pessimismo della volontà Intermezzi

La discussione sulla prostituzione prosegue accanita nei commenti al post da cui è partito tutto. E ce n'è uno in particolare, che mi ha risvegliato ricordi di quando, giovane e ingenuo, avevo ancora sogni (sì lo so che è solo l'anno scorso).

Il commento in questione è il seguente:

(Sorvolo sul tenere la gente all'oscuro: dopo tutto, non ero io a non sapere della sussistente iniziazione sessuale di stampo meretriciale, o della volontaria scelta di chi si prostituisce pur non essendo schiava e pur avendo altre possibilità.)
Non si è mai fatto nulla, nulla per contrastare la cultura imperante. E secondo te, nulla dovrebbe essere fatto perché è "inefficace". Su quale base lo dici? E' mai stato fatto un tentativo?
No, secondo me nulla può essere fatto. Vorrei poter condividere il tuo ottimismo sulla possibilità di un cambiamento, davvero. Quanto alla base su cui lo dico … la base è proprio il fatto che nessun tentativo (serio) è mai stato fatto, e non è mai stato fatto perché non c'è la mentalità per agire in tal senso. E senza questa mentalità si continuerà a non fare niente. Ed io sono scettico sulla possibilità di cambiare la mentalità abbastanza da rendere possibile (prima ancora che efficace) un qualunque tentativo di soluzione.
tu sembri pensare che io voglia lasciare tutto com'è.
Al contrario, io ho ben capito che tu vorresti poter cambiare la situazione. Proprio per questo quando parlo di ipocrisia non mi riferisco a te, ma alla mentalità che tu vorresti combattere, e che preferisce la prostituzione in strada, presente e voluta ma non ufficialmente, a quella “in scatola”.

E ti assicuro che non sei l'unica a voler cambiare la situazione, né penso che le misure drastiche a breve, medio e lungo termine che hai in mente siano sbagliate; al contrario, io penso che sarebbero la soluzione giusta. Se fossero attuabili. Ma non le vedo come tali: non perché ci siano insormontabili ostacoli concreti alla loro attuazione, ma semplicemente perché, come dicevo sopra, non c'è (e dubito che mai ci sarà) la mentalità per attuarle.

Ti dirò di più: personalmente ritengo che la prostituzione non sia un problema a se stante, ma uno dei (purtroppo non pochi) sintomi del deterioramento della società. E mi illudo che già solo il mostrare alla gente un'impronta sociale veramente diversa (non l'ipocrita vernice perbenista fin troppo diffusa), già solo dar loro la possibilità di vivere un contesto eticamente profondamente diverso potrebbe dare un impulso al cambiamento: perché io credo che uno dei pilastri del problema sia proprio l'assenza di modello concreto diverso, e la gente non sa che farsene delle parole e delle promesse, quando è abituata a sacrificare il proprio futuro per un guadagno immediato. Ma forse l'avere l'occasione per vivere un modello diverso potrebbe spingerli ad agire per la sua diffusione. Ed io stesso ho i miei sogni nel cassetto, progetti (anche dettagliati, ma sui cui dettagli non ti tedierò) che potrebbero fungere da cardine per un rinnovamento sociale. Se fossero attuabili.

E se non c'è possibilità di rinnovamento sociale, allora le uniche possibilità sono l'ipocrisia della tolleranza del sotterraneo e l'“inscatolamento” pubblico. Ed il mio profondo disprezzo per l'ipocrisia mi costringe a scegliere l'altro male.

Vorrei avere il tuo ottimismo sulla possibilità di un cambiamento sociale, e non dover essere costretto a scegliere fra cose che non vorrei.

Il progetto a cui mi riferisco è lo stesso “Altri quartieri” dell'anno scorso, e che ultimamente mi torna in mente con una certa frequenza: ora con questi commenti, ma anche già durante il Campeggio, quando discutevano di come la comunità dovesse agire nel sociale.

Ed ecco allora i dettagli che nel commento non ho voluto mettere.

Ho persino un sogno nel cassetto, il progetto di un centro di educazione, svago ed incontro per gli abitanti di uno dei quartieri più “infelici” della mia città: con un campetto da calcio, magari uno da pallacanestro, qualche calcio balilla ed un tavolo da ping pong, per dare ai ragazzi qualcosa da fare piuttosto che stare per strada; e che offrisse per tutti corsi di alfabetizzazione di base, nonché un certo numero di computer con la duplice funzione di fornire l'accesso ad internet e come base per un corso di alfabetizzazione informatica.

Il sogno è immaginare situazioni in cui il progetto prende piede, perché se potesse prendere piede e coinvolgere gli abitanti del quartiere al punto che, sentendola loro, la mantenessero e sostenessero, una tale iniziativa potrebbe diventare un cardine per un rinnovamento, potrebbe dimostrare (a coloro che la vivessero) la possibilità di un modello sociale differente, educando al rispetto (di sé e degli altri), insegnando quindi anche un modo diverso di vivere se stessi ed il proprio rapporto con gli altri, un modo che non sia basato sulla svendita di se stessi ma sulla collaborazione, non sul guadagno immediato ma con un minimo di attenzione alle conseguenze delle proprie scelte. Potrebbe essere un inizio, anche se fortemente localizzato.

Ma appunto, sono solo sogni: perché ammesso e non concesso che avessi (o potessi procurarmi) le risorse per avviare un progetto del genere, ammesso e non concesso che riuscissi a realizzarlo facendo sì che la gente del quartiere lo senta proprio (perché, diciamolo, io sono un po', diciamo, indisponente), ammesso e non concesso che riuscisse davvero a diventare una possibilità di imparare il rispetto e la tolleranza, ammesso e non concesso che riuscissi a tenerlo fuori da ingerenze politiche e religiose (un tale progetto deve essere privo di connotazioni politiche e rigorosamente laico), fin dove potrebbe arrivare il rinnovamento della piccola comunità che si fosse creata attorno al centro?

Perché la verità è che una forma di rappresentazna politica ci vuole pure, qualcosa che la difenda dai tentativi di smantellamento, e ancor di più qualcosa che la proponga attivamente come alternativa. E quest era l'altro mio sogno, ben più antico: l'avevo chiamato la Nuova Sinistra Italiana, ed era un partito fondato sull'intelligenza e l'onestà, che sfuggisse a certe velleità parolaie come da certi ipocriti compromessi, un partito che partisse pulito e che si sforzasse di mantenersi tale, rifiutando di farsi rappresentare da criminali, collusi, corrotti … e che nonostante questo riuscisse ad avere successo senza regalare cellulari frigoriferi e cartate di pasta, perché ancorato al terriotorio, alla gente grazie ad iniziative come “Altri quartieri”, un partito basato non su ideologie da “compagni e compagne” o “fratelli e sorelle” ma su basi concrete e pragmatiche, idee applicate da subito, anzi da prima, un partito i cui membri fossero contraddistinti dall'aderenza effettiva ai principî sostenuti, e non dall'ipocrisia del “predico bene e razzolo male”.

Un partito le cui iniziative fossere altamente impopolari presso la classe politica attuale (tipo: riduciamo lo stipendio dei parlamentari pareggiandolo con quello degli insegnanti; tipo: rendicontazione dettagliata, con fatture e contratti, per tutte le spese pubbliche, galoppini e donnine allegre incluse; tipo: retribuzione pensionistica commensurata con gli anni di legislatura effettivamente compiuti; tipo: obbligo per tutti i governi (locali e nazionali) di rendicondatazione pubblica e dettagliata, perché i contribuenti sappiano come vengono spesi i loro soldi) e tutte le altre forme di potere che con la politica non dovrebbero avere nulla a che fare (tipo: niente finanziamenti pubblici alle scuole private; tipo: ripartizione dell'8‰ in base al reddito delle dichiarazioni, e non pro capite; tipo: utilizzo dei beni confiscati alla mafia per scuole, centri di quartiere, etc; tipo: utilizzo dell'esproprio, quando necessario, per procurarsi edifici di utilità pubblica, che non si verifichino più situazioni come il problema dell'Andrea Doria a Catania) …

Ma diciamoci la verità, che speranze avrebbe un partito del genere? Mettiamo anche che si riuscisse a fondarlo, coerentemente con i suoi principî; come si trasformerebbe crescendo di scala e durando nel tempo? e come mai potrebbe un'idea come la mia riuscire dove progetti come La Rete di Orlando hanno, di fatto, fallito, fagocitati dalla necessità di un partito unico che si opponesse alla CdL?

Ma prima ancora che del suo futuro, io ho serie perplessità sulla sua fondazione: sarebbe possibile trovare un numero sufficiente di persone con cui avviare i progetti sul territorio da cui far nascere, a tempo debito, la NSI?

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