.
Annunci online

oblomov

Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090910

Notizie da un mondo di merda Intermezzi

Un tribunale laico ritiene che un reato non sussiste perché compiuto per motivi religiosi. In Italia, non in Iran.

Il presidente del consiglio querela i giornali che riportano le notizie, ma non le fonti citate dai giornali stessi (mogli, prostitute, avvocati, giornalisti nel proprio libro paga, etc). Al solito, è grave che ci sia chi tenti di informare gli elettori di come Berlusconi chieda sesso offrendo in cambio posti in televisione, al governo, al parlamento italiano e/o a quello europe; non che lui lo faccia e che ci siano le prove nonostante la sua guerra alle famigerate intercettazioni che dimostravano come le attuali ministre dell'istruzione e delle pari opportunità siano arrivate dove sono arrivate spompinandolo.

Ovviamente, se i sostenitori di Berlusconi facessero caso a questo si renderebbero conto che lo scandalo delle puttanate (letteralmente) del loro beneamato presidente del consiglio non è un problema di moralismo cattolico, ma del “governo del merito” costruito con la compravendita di fama e potere in cambio di sesso, e che se a loro invece viene in mente l'invidia come motivo della denuncia forse non stanno facendo altro che proiettare quella che loro in sé stessi preferiscono considerare ammirazione.

Almeno, per coerenza, la Gelmini dovrebbe far introdurre l'educazione sessuale obbligatoria nel curriculum scolastico, visto che tanto già a 13 anni le ragazzine sanno di poter offrire varie prestazioni sessuali in cambio di regali e favori.

MIUR: sarebbe il caso di rinominarlo in MDUR: Ministero della Distruzione dell'Università e della Ricerca. Sono sicuro che il nome piacerà anche a Bossi. Intanto pagheremo gli stipendi ai professori tagliati fuori dalla riduzione del personale; il governo antispreschi e contro i fancazzisti nella PA decide di pagare la gente per non fare niente piuttosto che dar loro un posto di lavoro: li si paga un anno solo, e distruggendo la scuola pubblica si evita che le 13enni vi si prostituiscano. Almeno nelle sane scuole private cattoliche si pensa subito a fare il figlio. Qualche anno prima del diploma.

Da un giorno all'altro mi aspetto anche che Berlusconi racconti la famosa barzelletta: «Sapete qual è il bello di scoparsi ventiseienni?»; se non l'ha già fatto, forse sta aspettanto che le scolarette puttanelle anticipino alla prima elementare.

Decreto sicurezza: grazie al lodo Bernardo, la Corte dei Conti non può indagare sulla mala amministrazione a meno che la mala amministrazione stessa non denunci il fatto. Si comincia a capire di quale sicurezza si occupa il decreto.

Città più sicure. Forse nel resto d'Italia, ma a Catania (città portata alla bancarotta da due ininterrotte amministrazioni Scapagnini, (ex?) medico personale di Berlusconi) la situazione non è affatto migliorata, nonostante le due squadre di un poliziotto più tre militari ciascuna che passeggiano la sera in via Etnea.

(E sorvoliamo sul più eccellente precedente dell'uso dei militari a scopi di polizia, degenerato nel Domhnach na Fola universalmente riconosciuto come “la più grande vittoria dell'IRA”).

Complottismo #1: Mike Bongiorno è stato allontanato da Mediaset perché invece di fare come al solito propaganda per Berlusconi, per le ultime elezioni aveva detto di essere in dubbio. Secondo questa teoria, il mancato rinnovo del suo contratto sarebbe stato dovuto al fatto che in vecchiaia sarebbe rinsavito, piuttosto che, come vuole la versione ufficiale, perché era ormai un vecchio rincoglionito.

Complottismo #2: Mike Bongiorno sarebbe stato scomodissimo assunto da Sky. “Per fortuna” è morto d'infarto prima di fare dànno nella guerra Berlusconi–Murdoch.

Più con i piedi per terra, Berlusconi come Botero, Bongiorno come Sperati.

Berlusconi sostiene di non essere ricattabile per le storie di prostituzione che lo hanno distolto in questi mesi dalla conclusoine della realizzazione del progetto della P2. Intanto la Chiesa con la storia dello strappo ottiene: la revisione della 194, la guerra alla RU486, la distruzione di ogni speranza su una legge laica sul testamento biologico.

Fini lecca il culo alliscia il pelo all'elettorato piddino deluso per raccogliere consensi per la propria candidatura alla presidenza della Repubblica: dopo l'ex-comunista avremo così l'ex-fascista, nella storica tradizione dell'alternanza italiana. Berlusconi se n'è finalmente accorto, e s'è incazzato.

L'operato politico di Berlusconi, fin dalla sua discesca in campo, è sempre stato guidato da questioni tattiche (sostanzialmente: pararsi il culo dalle montagne di guai giudiziari in cui si era infilato da anni e che minacciavano di crollargli finalmente addosso), e la sua fangosa grossolanità appare ancora più evidente a confronto con la fine strategia di Gianfranco.

La vera domanda è: che cazzo se ne fa Fini della presidenza di un Paese totalmente sprofondato nella merda grazie all'operato del suo alleato concorrente?

Commenti Commenti (2) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare

20090822

Da pari a pari Diario

La Rete con cui la gente ha normalmente a che fare quando naviga in Internet o legge la posta è una rete in cui i computer sono fortemente caratterizzati dal ruolo che detengono nel continuo flusso di dati ed informazioni che l'attraversano: vi sono i server, computer centrali dediti (e dedicati) alla distribuzione di contenuti, e i client, i computer che ciascuno di noi utilizza per usufruire delle informazioni distribuite dai server.

Esistono anche reti di tipo diverso, reti non a caso dette “da pari a pari” (peer to peer), reti i cui costituenti non sono caratterizzati da un ruolo specifico, e che svolgono contemporaneamente il ruolo di distribuzione e di ricezione di contenuti; queste reti, molto vicine a quelle che furono nella proto e preistoria di Internet, sono ormai per lo più note in quanto canali di distribuzione (illegale) di materiale coperto da diritto d'autore: eMule, BitTorrent sono che hanno fatto persino le pagine dei giornali.

Se la struttura gerarchica client/server nasce dalla necessità tecnica di distribuire grandi quantità di dati, distribuzione che necessita di molte più risorse di quelle disponibili al singolo computer domestico ed alla singola connessione domestica, le reti paritarie aggirano il problema dei limiti del singolo utente domestico sfruttando la forza di una collettività di piccole utenze poco potenti per raggiungere e superare le capacità delle poche grandi utenze.

In più, le reti paritarie hanno il vantaggio di essere ‘scomode’ perché più difficili da attaccare, da controllare, da censurare. Un contenuto scomodo (vuoi perché illegale, vuoi perché compromettente per un potente) ospitato su un server è (relativamente) più facile da sopprimere, agendo in casi estremi anche fisicamente contro il server che lo ospita; ben più difficile è bloccare la diffusione dello stesso contenuto su una rete paritaria, dove il contenuto si trova sparso e replicato su una grande molteplicità di nodi della rete.

In altre parole, la qualità di una rete paritaria risiede nella sua capacità di essere ridondante: chi usufruisce di un contenuto lo condivide con altri già mentre lo sta scaricando da altri che lo forniscono. In effetti, mentre nelle reti client/server a contraddistinguere i nodi della rete è il ruolo (sostanzialmente prefissato) che esse vi svolgono, nelle reti paritarie ciò che contraddistingue i nodi è il “carattere” di ciascun nodo nei confronti della distribuzione.

Ai due estremi abbiamo: da un lato il seeder (da seed, seme), che è inizialmente colui che immette un nuovo contenuto nella rete, ed in seguito chiunque altro, pur avendo finito di scaricarlo, continua a condividerlo; dall'altro, il leecher (da leech, sanguisuga), che si limita a scaricare, senza offrire nulla in cambio, in casi estremi rifiutando di condividere con altri persino il materiale in corso di scaricamento.

Ovviamente, una buona rete è una rete con pochi o nessun leecher e con una discreta quantità di seeder che non solo forniscono nuovo materiale, ma mantengono anche disponbile materiale più datato. Per questo motivo alcune reti (come per esempio quella di eMule) cercando di scoraggiare il leeching ed incoraggiare il seeding con un sistema di crediti che favorisce chi condivide materiale, permettendogli di scalare più rapidamente le code di attesa.

A ben pensarci, c'è qualcosa di sorprendente nella mentalità che sta dietro al leeching, soprattutto quando si fanno i salti mortali per ‘forzare’ il proprio computer in una posizione puramente di ricezione, che nelle reti paritarie è intrinsecamente dannosa, oltre che difficile da ottenere. È la mentalità che estremizza oltre il ridicolo la possibilità di ricevere senza offrire, persino quando l'offrire costa poco o nulla. È una mentalità che pretende, come se tutto gli fosse dovuto, e per la quale la possibilità di ricevere senza reciprocità diventa un obbligo quasi a non reciprocare.

Ed è una mentalità che si trova purtroppo spesso anche nel mondo reale: diventa allora centrale sfruttare la disponibilità altrui, essere oggetto di attenzioni, di cortesie, di favori, spesso addirittura lamentando che le attenzioni, le cortesie, i favori non sono sufficienti, adeguante; e sempre senza dare nulla in cambio, senza mai offrire la propria disponibilità, senza mai condividere, e facendo pesare come un immenso ed immeritato dono la saltuaria eccezione; si giunge persino al punto di prentedere il trattamento di favore cui si è abituati, di sentirsi discrimati, insultati, maltrattati quando non lo si riceve, quando lo sbilanciamento tra il dare ed il ricevere è tale da chiudere i rubinetti della cortesia.

Un esempio recente che ha persino raggiunto i giornali lo si trova nella “guerra di religione” sollevata dalla recente sentenza del Tar del Lazio; e se persino un'istituzione come la Chiesa Cattolica si comporta così con lo Stato italiano, come potrebbe sorprenderci quando si riscontra questo atteggiamento nel piccolo delle relazioni interpersonali?

A proposito, quando la togliamo questa cazzo di ora di religione dalle scuole statali?

Commenti Commenti (0) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare

20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

Commenti Commenti (0) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare

20090209

Battuti sul tempo Diario

Alla faccia di quegli immondi ipocriti che giustificano il proprio potere propagandando la cultura della sofferenza (altrui) (Wojtyla sì, Eluana no).

Alla faccia di quegli immondi ipocriti voltagabbana criminali divorziati e puttanieri che dopo anni di menefreghismo si sono prontamente, per l'ennesima volta, piegati alla pecorina agli ordini dei precedenti, contro la volontà del popolo che dovrebbero rappresentare.

Alla faccia delle menzogne criminali se non pazzoidi con cui il primus tra i precedenti ha montato ridicole giustificazioni per il proprio tentativo di colpo di Stato (se ne sono accorti anche quei comunisti degli spagnoli).

Alla faccia di tutti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della volontà espressa dalla diretta interessata, dalle minacce al terrorismo.

Eluana Englaro ha finalmente trovato la pace che desiderava.

Un grazie particolare a tutti coloro che si sono opposti all'ondata di merda che cercava di fagocitarla.

Almeno lei s'è salvata, anche se non è difficile prevedere come la sua salvezza verrà strumentalizzata da chi viene (non è difficile capire perché) definito clericofascista, per impedire che altri possano salvarsi, piuttosto che, come avrebbe ben più senso, per lasciare che ciascuno possa scegliere della propria vita come ritiene più opportuno.

Viene da chiedersi quale sarà la prossima scusa con cui ci distrarranno da quelli che dovrebbero essere i loro doveri istituzionali.

Commenti Commenti (1) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare

20081212

Darwinismo, giudizi, qualità e trascendenza Diario

Uno dei più grandi mutamenti filosofici indotti dalle teorie evoluzionistiche (spesso riduttivamente esemplificate con il darwinismo, a cui va comunque il merito del ‘salto concettuale’ dal microevoluzionismo al macroevoluzionismo ed alla speciazione, benché Darwin stesso non avesse un'approfondita compresione di quest'ultimo meccanismo) è quello di aprire la strada ad una concezione della qualità (nel senso comparativo di migliore/peggiore) che è integralmente a posteriori, nonché funzionale e contestualmente limitata.

Il risultato dell'evoluzione è sempre, in un certo senso per definizione, migliore di ciò che l'ha preceduta: il rigidissimo (benché statistico) criterio selettivo della sopravvivenza del più adatto non lascia spazio (sul lungo periodo) ad eccezioni di sorta. Ovviamente la più alta qualità globale di una specie lascia spazio ad interessanti contraddizioni rispetto ad una valutazione aprioristica: ad esempio, gli esseri umani sono meccanicamente poco adatti al bipedalismo, ma poiché proprio questo ci ha liberato gli arti superiori rendendoli disponibili per l'uso e la creazione di strumenti (in nostro punto di forza, come ho già detto), ci ritroviamo in condizioni meccanicamente non ideali ma in cui il bilancio di vantaggio è svantaggi è comunque positivo.

Un altro aspetto non indifferente dei meccanismi evolutivi è che essi conducono tendenzialmente verso un aumento della complessità, probabilmente perché maggiore complessità dà maggiori speranze di sopravvivenza, almento entro certi limiti di bilanciamento (ovvero finché la complessità sia in grado di mantenersi e non si sgretoli schiacciata dal proprio metaforico peso): se consideriamo ad esempio che i nostri mitocondri hanno un loro codice genetico che è ben distinto dal nostro, verrebbe da sospettare che essi fossero in origine una specie a sé stante (e se lo fossero ancora? non si potrebbe persino mettere in dubbio l'idea della nostra individualità, come se fossimo (e con noi quante altre specie animali?) qualcosa come un formicaio, ma talmente più complesso da prendere coscienza?) sopravvissuta facendosi assorbire in qualcosa di ben più complesso.

L'uomo, per contro, soprattutto per quanto riguarda le proprie attività (fisiche o sprituali che siano) ha una forte tendenza ad intendere la qualità in senso molto più aprioristico, nonché frequentemente pregiudiziale, seguendo meccanismi psicologici che si manifestano talvolta paradossali, quando non addirittura perversi. Inoltre, soprattutto in certi campi, tende a prediligere una certa semplicità, o quanto meno un certo ordine, ad una caotica complessità.

In matematica, per dire, si preferisce cercare di ridurre il numero di ipotesi necessarie ad enunciare una certa tesi; e nel valutare la qualità di una dimostrazione si preferisce l'eleganza della semplicità piuttosto che dispendiosi barocchismi. Leggendo ad esempio i primi cinque postulati di Euclide (e ricordando che ciò che l'autore greco chiamava ‘retta’ la geometria moderna chiama ‘segmento’):

  1. Tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una ed una sola retta.
  2. Si può prolungare una retta oltre i due punti indefinitamente.
  3. Dato un punto e una lunghezza, è possibile descrivere un cerchio.
  4. Tutti gli angoli retti sono uguali.
  5. Se una retta che taglia due rette determina dallo stesso lato angoli interni minori di due angoli retti, prolungando le due rette, esse si incontreranno dalla parte dove i due angoli sono minori di due retti.
si capisce subito perché ad Euclide quel quinto postulato non piacesse, e perché egli cercò di usarlo soltanto quando ne fu costretto, sviluppando le prime 28 proposizioni della sua Geometria1 tenendosene ben lontano.

In effetti, anche la ricerca della semplicità e dell'ordine sono funzionali. In matematica ad esempio più è semplice una dimostrazione più è difficile che nasconda subdoli errori; e più è semplice un enunciato più è facile che sia applicabile. In una società, regole e strutture ben definite e possibilmente semplici permettono a ciascun individuo che vi appartiene di conoscere con precisione il proprio ruolo e quindi (in teoria) di comportarsi di conseguenza facendo funzionare la società stessa senza inceppamenti.

Almeno in teoria.

Guardando la storia delle società umane non è difficile notare un andamento in un certo senso darwinistico, ad esempio nell'aumento della complessità, ovvero nella prevalenza di quelle società che hanno avuto una maggiore capacità di acquisire risorse, se non sempre di sfruttarle al meglio. E poiché da un punto di vista prettamente evoluzionistico ogni mutamento che si impone è un miglioramento2, le società contemporanee sono a posteriori “migliori” di quelle passate.

Tutto ciò ovviamente contrasta smaccatamente con la diffusa valutazione dettata dai criteri del giudizio umano, che invece propende frequentemente verso un nostalgico rimpianto di un passato raramente reale, più spesso fittizio o quanto meno idealizzato e/o mitizzato (probabilmente proprio per renderlo più appetibile), “età dell'oro” in cui si era vecchi a quarant'anni, si moriva generalmente nel primo anno di vita, le strade erano fogne e la Biblioteca di Babele era solitaria, infinita, perfectamente inmóvil, armada de volúmenes preciosos, inútil, incorruptible, secreta, nonché immaginaria: nostalgie che prendono varie forme, dal «voglio andare a vivere in campagna» alla celebrazione di tradizioni varie nonché non più tali3 (se mai lo sono state).

Sarà sicuramente una coincidenza che molte delle nostalgie che rientrano della seconda esemplificazione mirino più che altro ad un periodo in cui il nostalgico sarebbe appartenuto —almeno secondo la sua opinione— ad una classe che godeva di certi privilegi di cui egli ormai non gode (più): generalmente quello di potersi dedicare alla coltivazione dei propri interessi perché altri provvedevano ai suoi bisogni, ovvero la possibilità di agire in maniera sostanzialmente arbitraria senza doversi preoccupare di significative reazioni sociali. Dopo tutto, queste pigrizie e velleità che hanno qualcosa di immaturo non sono l'unica possibile causa: si potrebbe anche supporre che semplicemente la maggior parte dei peones non abbia quella finezza spirituale necessaria per cogliere e prendere coscienza del prezioso valore perduto nella progressiva decadenza di tempora e mores.

Resta il fatto che i “bei tempi andati” sono, per l'appunto, andati: per quanto fossero grandiosi e/o gloriosi e/o valorosi e/o altrimenti migliori, hanno ceduto a ciò che li ha seguiti. Hanno fallito. Così, se qualcuno scrive:

Per inciso, è chiarissima in Evola l’eco di una polemica anticristiana di origine romantico-nietzscheana: il cristianesimo, religione corrotta, tarda e inguaribilmente “semitica”, avrebbe svilito e fiaccato l’anima dei popoli ariani privandoli dell’iniziazione regale-guerriera, e con ciò consegnandoli al vampiresco dominio di vuoti preti spacciatori di un’innaturale mitezza.
a me viene l'impressione che i popoli ariani ci facciano una figura piuttosto misera, ché nonostante la critica sia incentrata sulla religione cristiana, i perdenti sono coloro che da essa si sono fatti corrompere, svilire, fiaccare: verrebbe da pensare che un certo complesso di superiorità sia per loro inevitabile, visto il loro fallimento (banali e ben noti meccanismi di compensazione psicologica).

Ora, se il realizzarsi dei Destini è inesorabile, e tutto ciò che inesorabilmente si compie è Destino, è evidente che il subentrare, più o meno subdolo o per contro più o meno violento, del nuovo al vecchio è destino, del vecchio come del nuovo: il che non trattiene (né dovrebbe né potrebbe trattenere) i paladini del vecchio dall'auspicare un ritorno dell'oggetto della loro nostalgia; e benché non è da escludere che per loro il sentirsi richiamare al (da loro ritenuto) superiore (ma nonostante ciò, sconfitto) passato abbia già un forte valore, nel momento in cui da questo loro sentire deriva un agire non più interno e spirituale ma esterno e concreto viene da chiedersi quanto possano essere proficui (o vani) (oltre che vanesi) i loro sforzi restauratori.

Dopo tutto, finché si parla di tutto ciò che è spirituale ed astratto non è difficile esprimere il proprio sentire senza tema di contrasto se non dall'eventualmente dissimile sentire di qualcun altro, essendo di dubbie fondazioni e soprattutto scarsa validabilità sia l'una sia l'altra tesi, come tutto ciò che è remoto tanto dal mondo sensibile quanto da quello della logica, dominî dai quali non si può più prescindere scendendo nel reale, dove sarà quindi più opportuna un'analisi più concreta, e pertanto evoluzionistica, dei processi che hanno portato il nuovo a prevalere sul vecchio: perché il nuovo manterrà il proprio dominio fintanto che le condizioni resteranno quelle che gli hanno dato il vantaggio sul vecchio, o finché non emerga qualcosa di ancora più nuovo (e che dal vecchio sarà ancora più remoto) che nel medesimo o in un nuovo contesto abbia maggiori possibilità.

Ovviamente, il sottoscritto è tutto tranne che uno storico delle religioni, quindi se mi si chiedesse ad esempio quali possano essere state le possibili cause dell'affermazione del cristianesimo, potrei farmi guidare solo dalle mie modestissime conoscenze di storia e del cristianesimo stesso, cucendo il tutto con le mie tendenze alla pragmatizzazione (detrascendentalizzazione) delle vicende umane.

A mio parere si possono identificare almeno tre possibili motivazioni dietro la forte presa che ebbe il cristianesimo delle origini: il suo avere sostanzialmente un unico, semplice precetto (“amatevi l'un l'altro”, con un exemplum più o meno mitizzato); la rivalutazione dell'underdog, in senso sia spirituale (poiché loro è il regno dei cieli) sia più terreno (appartenenza comunitaria); una filosofia che negava al potere dell'uomo sull'uomo ogni giustificazione trascendente (le prime comunità cristiane erano democratiche e comuniste). La forte valenza rivoluzionaria, se non addirittura sovversiva, di questi ultimi due aspetti spiega anche le persecuzioni subite dai cristiani, ed in particolare il loro inasprirsi proprio con l'approssimarsi di uno dei più gravi momenti di crisi dell'impero romano, che invece favorì notevolmente la diffusione del cristianesimo.

Cinicamente ritengo però che il vero punto di forza del cristianesimo fu il suo mutarsi paradossale ed ipocrita nel più astuto strumento di potere: da un lato rimanendo allettante con le sue promesse per la popolazione, dall'altro diventando incontrastata giustificazione per quel potere (spirituale e temporale) dell'uomo sull'uomo cui si opponeva il messaggio originale; congiunto all'assorbimento di miti e riti di altre religioni che in quello stesso periodo trovavano il loro spazio tra militari e governanti, questo fece di fatto del cristianesimo la religione più adatta per ogni livello sociale, una forza che la rende tutt'oggi pressoché impossibile da scalzare, nonostante (se non ormai proprio per) la chiara ipocrisia dei suoi sostenitori socialmente più visibili (dalle gerarchie ecclesiastiche a larghe fette della politica).

(Per inciso, proprio questo allontanamento del cristianesimo ‘ecclesiastico’ dal messaggio originario dovrebbe rendere quanto meno problematico criticarlo: ci si riferisce al suo valore primitivo, o a quello ben diverso che effettivamente ne garantì la predominante diffusione nel mondo occidentale?)

Se i preludi al crollo dell'impero romano furono terreno fertile per lo sviluppo del cristianesimo, ci si potrebbe chiedere cosa emergerà dalla crisi del mondo occidentale (crisi che immagino pochi ormai non si siano resi conto di stare vivendo). Personalmente, dubito che il troppo impegantivo razionalismo (in una qualunque sua forma) possa essere mai più che dominio di (relativamente) pochi, quindi mi resterà la curiosità.

In effetti, l'imprevedibilità dell'evoluzione (da cui per l'appunto la prevalenza del giudizio di qualità a posteriori piuttosto che a priori) ovvero più in generale del cambiamento è probabilmente uno dei principali motivi per cui molte filosofie che includono il trascendente hanno capisaldi che pescano invece in punti fermi assoluti, cercando origine o riferimento in qualcosa di aprioristico, universale, fisso, immutabile, eterno, possibilmente unico, che va a contrapporsi all'esperienza sensibile che illustra un universo in continuo mutamento, persino in ciò che le scarse conoscenze dell'antichità portavano a ritenere fisso ed immutabile (dalle montagne al pianeta stesso, dal sole alle stelle più remote).

E se si considera che ogni mutamento è non solo la nascita del nuovo ma anche la morte del vecchio, tanto più da vicino esso ci riguarda tanto più ci ricorda, consciamente o inconsciamente, la più grande minaccia alla nostra esistenza (ovvero la sua fine). Questo spiegherebbe l'inerzia non solo dei confronti dei mutamenti percepiti come peggioramenti, ma anche nei confronti di quelli nei quali non si riesce a vedere un vantaggio che compensi la perdita del vecchio: un egoismo generico con picchi nella sua manifestazione suprema che è la difesa della propria vita.

Le filosofie che si concentrano su assoluti spirituali esprimerebbero allora nient'altro che il bisgono dell'uomo di avere un centro di gravità permanente, un punto di riferimento fisso, reale o fittizio che sia, trascendente laddove l'immanente ne neghi uno: un bisogno che avrebbe come radice anche la paura della morte, nonché la possibilità di scogliere i propri dubbi, di trovare quelle certezze di base di cui la nostra capacità di esprimere giudizi a priori (indipendentemente dalla validità dei giudizi stessi) ha bisogno.

Forse, tutt'altro che eterno e modello astratto ed irragiungibile dell'universo sensibile, il mondo dello spirito è nato con la necessità (e la capacità) dell'uomo di nascondersi dalle proprie paure: un inganno necessario per vivere e sopravvivere in una realtà per la quale non siamo nulla di speciale, in attesa sola di un nuovo che ci soppianti.


1 Per inciso, la didattica moderna utilizza spesso al posto dell'enuncianto suesposto l'alternativo postulato di Playfair «data una retta ed un punto esterno ad essa, esiste una ed una sola retta passante per quel punto e parallela alla retta data» che a rigore non è strettamente equivalente a quello di Euclide, ma tiene conto di alcuni impliciti assunti che Euclide fece nelle proprie dimostrazioni. 2 In realtà l'evoluzionismo concepisce anche i cosiddetti mutamenti indifferenti, ovvero che non dànno alcun beneficio, ma nemmeno fanno da ostacolo per la sopravvivenza, ed anche a questi può anche capitare di diffondersi sotto opportune condizioni. 3 Ricordiamo che tradizione è (o dovrebbe essere) ciò che viene tramandato oralmente, e quindi per estensione gli usi, costumi e precetti appresi nella frequenza quotidiana del proprio nucleo familiare nonché nelle interazioni sociali con gli altri membri di più estesi gruppi sociali a cui si ritiene di o si è costretti ad appartenere.
Commenti Commenti (7) (pagina)
Clicca qui per leggere i commenti o per commentare
agosto        ottobre