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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090811

Puerto Escondido Diario

Hai in mente qualcosa; un'idea, un progetto, un modello, un sogno; l'uomo perfetto, la donna ideale, la casa dei tuoi sogni, l'automobile che avresti sempre voluto guidare, una società civile.

La realtà in cui vivi ti offre tutt'altro; la persona giusta, se esiste, vive in un altro continente e non v'incontrerete mai; l'automobile che avresti sempre voluto guidare non la costruiranno mai perché non avrebbe mercato (a parte te); la casa dei tuoi sogni non potrai godertela perché, se mai riuscirai a farla costruire, sarà sul finire dela tua vita; la società in cui vivi non ammette la servitù, oppure richiede che ci si asservi per sopravvivere (a volte anche ambo le cose insieme).

Se hai tempo e denaro puoi dedicarli alla realizzazione di alcune di queste idee, di questi progetti1. Altrimenti non ti rimane che sperare, cercare, o accontentarti di quello che trovi intorno a te. Ma se davvero finisci con l'accontetarti, quell'idea non era la tua idea, quel progetto non era il tuo progetto, quel modello non era il tuo modello, perché te ne sei potuto disfare per prendere quello che ti veniva proposto.

Magari non hai gusti complicati; anzi, l'idea che hai è semplice, se fosse ingegneristica sarebbe persino efficace, efficiente; è talmente semplice che persino la più banale alternativa corrente che ti viene proposta è eccessiva, forse persino barocca, e la tua idea semplice diventa, paradossalmente (ed etimologicamente), ricercata.

È mia esperienza che per le cose importanti la ricerca, in realtà, non porti mai al risultato voluto. Nel concentrarsi sulla ricerca si perde di vista l'idea di partenza; l'idea che era tua viene stinta, deformata da tutte le alternative cui vieni incontro, finché non finisci con il cedere, forse per disperazione, forse per impazienza; né si ha più successo attendendo che capiti.

L'obiettivo, la realizzazione dell'idea, del progetto, del modello, del sogno, non si trova sotto il nostro naso, ma nemmeno sulla strada maestra che ci impegneremo a percorrere per cercarlo, per raggiungerlo. Se davvero è importante, se davvero è il nostro, lo troveremo per caso, in una deviazione secondaria, in un momento diverso, e sarà nascosto, sepolto, quasi invisibile, ed il nostro occhio vi cadrà sopra quasi per sbaglio, mentre guardavamo ad altro; lo prenderemo distratti, forse sorridendo perché sembra così fuori luogo, ed improvvisamente ci stravolgerà, perché era esattamente quello che volevamo, e non riusciremo quasi a crederci. .

permalink | scritto da in data 11 agosto 2009 alle 23:39 | Stampastampa
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20090516

Buggato lo è, ma di sapere sa Diario

Sulla scia di Paul the wine guy:

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permalink | scritto da in data 16 maggio 2009 alle 12:48 | Stampastampa
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Il bello di rompere sfatare i sogni dell'A.I. Diario

Stanotte è stato finalmente aperto al pubblico , un motore di ricerca “intelligente” che promette(va) di rispondere a (quasi) tutte le nostre domande. Per inciso, Wolfram Alpha non è un motore di ricerca per il web, ma per un immenso database di fatti tenuti dalla compagnia che lo gestisce.

Svegliatomi presto stamattina mi sono subito tolto lo sfizio di vedere com'era combinando, sperando che fosse finalmente il motore giusto per darmi immediatamente le risposte che volevo: le dimensioni di un foglio di carta in formato A5 (provate a fare questa ricerca su un qualunque motore e ditemi se ottenete immediatamente la risposta, senza dover andare a cercare nelle pagine proposte).

I risultati che ho ottenuto sono quanto meno interessanti:

  • la chiave di ricerca in minuscolo (es a5 paper size) non viene compresa;
  • la chiave di ricerca A5 paper size dà informazioni, e anche quelle giuste, sebbene la prima cosa detta è l'area e non le dimensioni;
  • la chiave di ricerca più semplice (A5) dà tutto quello che serve, ma contiene un errore!
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Notare l'aspect ratio 1.414 mentre quella reale è 1.4(189)

Non so voi, ma per me son soddisfazioni scoprire questi bug.

permalink | scritto da in data 16 maggio 2009 alle 8:59 | Stampastampa
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20090408

L'imbecille che non annunciò la tragedia Intermezzi

Leggo, purtroppo anche su pagine scritte da persone che stimo peraltro intelligenti, una oserei dire quasi preoccupante beatificazione del povero Giampaolo Giuliani vittima della persecuzione della grossa e brutta DPC (nella persona di Bertolaso).

Io vorrei invece mettere qualche puntino sulle i.

Giuliani non ha predetto il sisma che alle 3 di notte del 6 aprile 2009 ha colpito l'Aquila e dintorni. Le previsioni di Giuliani riguardavano Sulmona (più di 60km di distanza) e la settimana precedente. Erano sbagliate.

Alla gente piace pensare che “su scala geologica” 60km e 7 giorni non sono niente; peccato che nella scala geologica anche tutti i terremoti dei precedenti cento e passa anni, e quelli dei prossimi cento e passa anni, in tutto il bacino del Medirraneo, sarebbero ‘qui ed ora’; ma peccato soprattutto che gli esseri umani (ed in particolare la DPC) devono agire su scala umana, e non geologica. E su scala umana 60km e 7 giorni sono luoghi e tempi diversi.

Giuliani, ad esempio, in questa intervista, insiste ripetutamente sulle “6–24 ore”: poteva quindi riferirsi a questo o forse piuttosto a questo evento sismico; ma non a quello del quale gli piace arrogarsi la previsione.

Purtroppo, lo stato attuale delle conoscenze scientifiche (ed includo qui anche i risultati di Giuliani) in campo geo(logico, fisico, chimico, etc) non fornisce una correlazione sufficientemente robusta tra precursori ed eventi sismici; il che non significa che la correlazione venga negata, ma semplicemente che le conoscenze non sono ancora tali da permettere di predire con sufficiente precisione data, luogo ed intensità di un evento sismico. E questo, piaccia o non piaccia, in italiano si traduce con “i terremoti non si possono prevedere”.

Giuliani, nella succitata intervista, parla dei propri risultati come di qualcosa di assodato in campo internazionale, ma che certi poteri oscuri di cui non vuole fare il nome (Bertolaso) voglio tenerli nascosti. Peccato che la ricerca internazionale abbia, al contrario, dimostrato l'inaffidabilità dei risultati di Giuliani. Consiglio la rapida lettura di questo articolo sul Los Angeles Times per una prospettiva ‘esterna’ (e lì si parla di californiani e cinesi, gente a cui la possibilità di prevedere con esattezza i terremoti fa molto gola).

In sintesi, le critiche mosse da Bertolaso a Giuliani sono motivate, e il signore in questione si è meritato tanto l'appellativo di imbecille quanto la denuncia per procurato allarme. (Ma poi, mi viene da chiedere, se Giuliani era tanto sicuro dei propri risultati, perché non ha preso capra e cavoli per scapparsene dallo spaventoso sisma che sapeva imminente?)

Purtroppo per Bertolaso, una settimana dopo la denuncia c'è stato il sisma che ha tirato giù l'Aquila. E Giuliani cavalca l'onda del disastro, approfittando della sua (del disastro) vicinanza con le sue (di Giuliani) previsioni errate; qualcosa che a me pare abbastanza immondo, ma che tocca facilmente le corde di coloro a cui piace avere l'ennesimo esempio, l'ennesimo Galileo, Fermi, Rubbia vittima dalla “politica della scienza” italiana (il che è piuttosto insultante per la memoria di Galileo e di Fermi, e per la persona di Rubbia).

Per puntualizzare, faccio presente che l'ultima cosa che mi interessa è difendere Bertolaso. Ma lapidarlo per il ‘caso Giuliani’ sarebbe come criticare il fascismo per le opere di bonifica. Quando il 6 mattiva ascoltavo alla radio commenti, promesse, discorsi, non trovavo nulla da ridire sugli interventi (parole e fatti) del momento; il mio pensiero era: «ma: e il poi

Se vogliamo criticare l'operato di Bertolaso, della Protezione Civile, e dei ministeri da cui dipendono (e quindi trasversalmente di tutti i governi che dalla sua istituzione nel 1982 ad oggi l'hanno accompagnata) facciamolo almeno con motivazioni valide.

Parliamo delle ricostruzioni (in Irpinia ancora aspettano i soldi finiti nelle tasche di Ciriano De Mita, Paolo Cirino Pomicino, eccetera eccetera eccetera).

Parliamo della mancanza di adeguamenti strutturali, delle deroghe, delle proposte cazzonesognanti (ponti e centrali nucleari, ampliamenti del 20–30%), delle leggi non rispettate.

Parliamo della mancanza di educazione (nel senso di quella formazione che la DPC dovrebbe fornire costantemente alle vecchie e nuove generazioni, con seminari ed esercitazioni).

Parliamo di tutte le cose che dovrebbero essere fatte, ma di cui si parla solo in quei 15 giorni in cui il sisma fa notizia, ed a cui tra sei mesi nessuno avrà più modo di pensare, quando la macchina mediatica avrà dimenticato le promesse di oggi ed impegnato le menti con nuove notizie.

Ma per favore, non facciamo di un imbecille un martire


Un breve post-scriptum è dovuto. Rimando a questi documentati interventi di Livio Fanzaga (direttore di Radio Maria) che vuole vedere in questo terremoto qualcosa di positivo: un segno del Signore, per aiutarvi (a voi cristiani dell'Abruzzo) a partecipare della sua Passione. (Strano, io avrei scommesso piuttosto che voleva dire alla propria nuova reincarnazione (Berlusconi) di darsi una calmata con i progetti cazzonisognanti.) Inviterei allora a riflettere sul significato dei crolli di chiese e campanili.


E al di fuori di tutto questo infernale rumore, un grazie a tutti coloro che stanno lavorando per salvare vite.

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20090210

Ludditica ipocrisia Diario

È interessante notare come coloro che si sono opposti con teatrale ferocia e pervicacia all'interruzione dell'accanimento terapeutico che ha permesso al corpo di Eluana Englaro di sopravvivere (contro natura) per 17 anni in uno stato vegetativo permanente siano gli stessi che abitualmente si scagliano con ugualmente teatrale ferocia e pervicacia contro quella ricerca scientifica e tecnologica che fa sì che la medicina possa prolungare la sopravvivenza di un corpo ben oltre quanto la natura concederebbe.

Mi chiedo se ci sia gente che non si renda conto di quanto sia ipocrita obbligare altri a far uso, contro la loro volontà, dei frutti di una ricerca a cui ci si oppone1. Sarebbero più corretti se, ripudiando la ricerca, ne ripudiassero anche i risultati e cercassero quindi di impedire ogni forma di intervento medico atto a prolungare la vita: una scelta forse di dubbia intelligenza, ma quantomeno coerente; o se invece, volendo imporre il prolungamento della vita in qualunque caso ed in ogni sua forma, fomentassero almeno quanto più possibile la ricerca scientifica, in particolar modo in campo medico: rimarrebbe la questione morale dell'obbligo, ma almeno sarebbero coerenti.

(Prima o poi finirò di scrivere il mio articolo su transumanesimo e bioetica; nel frattempo, rimando ad un intervento di Veronesi (ringrazio la Fran per la segnalazione) che espone alcuni essenziali fatti in maniera molto più ordinata e pacata di quanto il sottoscritto potrebbe immaginare di fare.)


1  chissà perché mi aspetto un commento che rimarchi un'ipotetica ipocrisia anche della parte opposta, come se ci fosse contraddizione nel lasciare la possibilità di scegliere se far uso o meno dei frutti di una ricerca che si è voluta.

permalink | scritto da in data 10 febbraio 2009 alle 2:39 | Stampastampa
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20081004

Cose di cui si potrebbe parlare Intermezzi

È che in realtà a me scoccia mortalmente parlare di certe cose. Anche perché alla fin fine con tutto ciò che ci possiamo dire sopra non è che cambierebbe granché. Ma comunque, ecco un elenco tutto tranne che esaustivo:

  • il decreto Brunetta contro l'assenteismo, che fa più danno con le assenze di quanto possa aiutare a risolvere il problema che vorrebbe affrontare: si finisce o con l'andare a lavoro anche con la febbre o a ritardare il rientro allungando l'assenza a cinque giorni per non perdere lo stipendio, e si continua con l'assenteismo peggiore (e non certo il meno diffuso), ovvero la timbratura del cartellino senza poi restare sul posto di lavoro.
  • da quanto sopra si potrebbe poi trarre un importante spunto sulla (im)possibilità di licenziare dipendenti pubblici (ma anche quelli privati) persino quando è documentabile e documentato che la loro nullafacenza è una palese violazione di contratto, e su quanto sia difficile trovare il giusto equilibrio tra la possibilità di licenziare il (non) lavoratore, e proteggere i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa.
  • non dimentichiamo l'opinione di gente come Trichet che sostiene che per uscire dalla crisi in cui ci stiamo sempre più infognando sia necessario aumentare la produttività; qualcuno mi dovrebbe spiegare in che modo producendo di più a meno si esce da quel tipo di fogna in cui si precipita quando si viola il principio (keynesiano e forse per questo antipatico a molti?) dell'operaio che dovrebbe essere in grado di comprare quello che produce. Dovrebbero riflettere di più sul fatto che circa 40 anni fa mio padre si poté comprare la prima macchina con qualcosa come tre mesi di stipendio (primo impiego), vivendo in affitto e cenando spesso fuori, mentre oggigiorno uno nelle condizioni equivalenti a quelle sue di allora potrebbe cavarsela forse in un paio d'anni …
  • le possibili motivazioni dietro la metodica demolizione della scuola pubblica.
  • la lotta per il mantenimento del voto di preferenza alle elezioni europee da quegli stessi che non si sono certo ammazzati di lavoro per averlo in Italia per le politiche e le amministrativer.
  • i tagli di quasi il 50% ai finanziamenti per la ricerca, che già certo non esageravano per abbondanza (con questo si potrebbe scrivere un complemento al Peggio vs Meno Peggio #2).
  • il crac finanziario del comune di Catania: un debito da un miliardo di euro accumulato da due consecutive amministrazioni Scapagnini, il medico di Berlusconi che per la sua campagna elettorale al Senato quest'ultime elezioni prometteva di portare a livello nazionale l'esperienza di amministratore accumulata qui a Catania. Non ha scritto del fatto che Catania non riesce più nemmeno a tenere le luci accese la notte, né delle montagne di spazzatura che si stanno accumulando da quando i netturbini sono in sciopero perché non percepiscono più lo stipendio. Nella speranza che questo non faccia fa meno notizia della spazzatura di Napoli solo perché è colpa del PdL.
  • le forze dell'ordine (esercito e polizia insieme) che a parte i servizi fotografici in centro si guardano bene dal farsi vedere laddove ce ne sarebbe più bisogno (dai recenti casi di aggresione a Roma alla ripresa delle rapine in centro a Catania, che al solito ovviamente fanno meno notizia); e il fatto che vien quasi da sperare che sia meglio così, visto quello che riescono a fare i vigili urbani di Perugia.
  • eccetera eccetera

Insomma, un grazie di cuore a tutti coloro che hanno contribuito e contribuiscono a rendere questo Paese la merda che è.

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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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20070615

Ai confini del presente Diario

Diciamo che ci sono stati sequel peggiori, ecco. Che è un po' triste che sia la cosa più bella che si possa dire dei Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo. Perché diciamolo, è difficile essere peggio di Matrix Revolutions, e solo Spider-Man 3 (tra le serie che ho visto) riesce a competere per quell'ignobile posto. Ma ecco, diciamo che per il terzo dei Pirati c'è poco da salvare, qualche scena comica (neanche troppe e nemmeno troppo comiche), il solito Johnny Depp/Jack Sparrow, e la gnocca britannico-jamaicana Naomie Harris/Tia Dalma.

È interessante invece come nella vita reale certi ritorni promettano molto meglio, come un potenziale contratto di lavoro con il TEX (e sul serio stavolta, non come quella presa in giro per la rivista di dipartimento, che promette di essere uno sfruttamento di lunga durata senza pecunia di compenso). Scrive la pecora nera del cambiamento, del diventare adulti; non la biasimo, sono io il primo a non amare il cambiamento, persino la crescita: eppure succede, ed io mi considero fortunato perché tutto sommato la sto vivendo senza particolari traumi, solo qualche piccolo graffio ogni tanto. Così ho fatto la mia prima visita (purtroppo infruttuosa, ma per fortuna forse anche inutile) alla CGIL, e mentre scendevo in centro pensavo proprio a questo, che era come prendere in mano un altro degli innumerevoli fili della mia vita. E l'approssimarsi di una scelta, forse.

Le scelte, forse ancora più un problema che la crescita, perché per ogni scelta fatta quante possibilità si perdono? Una prospettiva sulla ruota del karma forse un po' diversa da quella tradizionale, non so, con l'attenzione non tanto al modo in cui le nostre azioni influenzano l'equilibrio del cosmo, quanto piuttosto su come le azioni che non abbiamo compiuto avrebbero potuto influenzarlo. Mi piacerebbe poter vivere infinite vite, tutte diverse, un po' come l'Homer, anima riluttante di Wiley (Non Sequitur), ma ricordandomi di ognuna, e poi chissà, sceglierne la migliore, o più probabilmente no, continuare a viverle tutte. Ma così non sembra che sia, e sebbene preferisco trovarmi a dover scegliere tra la ricerca scientifica ed un lavoro con il TEX (perché vorrebbe dire che ho proposte importanti in entrambi i campi), sarebbe forse più semplice non avere scelta. Potrei essere talmente fortunato da poter restare all'università e lavorare al TEX? Si potrebbe porre la questione in termini diversi, del tipo: sarei in grado di prendere in mano un ulteriore filo della mia vita, e condurre quel tipo di relazioni che potrebbero portare a progetti e cofinanziamenti che mi permettessero di lavorare al TEX all'università? ed io dico sì, e si stanno offrendo nuovamente possibilità; ma la difficoltà è ben altra: posso farlo restando (anche solo inizialmente) sotto l'ala protettiva del mio attuale gruppo di ricerca? Già qui la situazione si fa più complicata, perché il mio advisor ha già dimostrato di non essere interessato al TEX, ed ha invece avuto la cortesia di prospettarmi un ulteriore progetto di ricerca.

Che poi sono comunque fortunato, perché se di scelta si tratterà, sarà comunque tra cose che mi piace fare, perché non è che la ricerca scientifica non mi piaccia: è solo che in essa raggiungo livelli di frustrazione che nella programmazione non ho (finora) raggiunto: perché anche la situazione più stressante in programmazione alla fine mi si è risolta; ma ci sono punti (ben dolenti) nella ricerca che minacciano di trascendono in fatiche sisifee. (Semmai, dovendo programmare per lavoro mi troverei davanti altri tipi di problemi, come l'insoddisfazione che un perfezionista come me potrebbe provare nel dover consegnare qualcosa che non ritiene pronto. Eppure, sospetto che preferirei. Ma chissà quali altre frustranti magange salterebbero fuori. A leggere Dilbert non sembra una situazione tanto più rosea della mia, ma diciamolo, almeno lì il problema sono gli esseri umani, non problemi astratti: ben diverso, visto che comunque gli esseri umani, insomma, si sa che sono quello che sono.)

permalink | scritto da in data 15 giugno 2007 alle 1:46 | Stampastampa
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