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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090321

Mortale sicurezza Diario

Molte voci si sono sollevate contro l'obbligo di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, evidenziandone aspetti (im)morali, la violazione della deontologia professionale, etc. Non ho però letto nulla che riguardi un aspetto pragmatico, e molto pericoloso: quello epidemiologico.

Senza poter leggere nelle brillanti menti dei legislatori che hanno concepito questa strategia, viene da pensare che abbiano avuto un pensiero come il seguente: se i clandestini si fanno curare, vengono denunciati ed espulsi; se non si fanno curare, crepano e tanto meglio. Possibilmente, come durante il maccartismo, si offre anche un eccellente strumento di appiattimento e disgregamento dell'etica professionale tramite la denuncia di colleghi che non denunciano gli immigrati.

L'aspetto su cui si sorvola è che il mancato controllo sanitario di tutti i residenti sul territorio (dai clandestini ai cittadini) non è un problema solo per i clandestini che non vengono curati, ma per tutti coloro che volontariamente o fortuitamente ne vengono a contatto. Ridurre ulteriormente la possibilità di cura significa sostanzialmente assicurare la prossima epidemia.

Peraltro, l'atto si inquadra molto bene nella prospettiva di sollevare i molteplici corpi di polizia dello Stato italiano dai loro doveri di controllo (capillare) del territorio: nella stessa ottica rientrano quelle iniziative che vanno dall'istituzione delle ronde (poco più in qua della legittimazione dei non infrequenti pestaggi organizzati da leghisti e fascisti) alla responsabilizzazione dei provider per l'uso di internet fatto dai rispettivi utenti (giusto per fare due esempi). È molto più utile, evidentemente, che le forze di polizia vengano impiegate per manganellare gli studenti (e finché non si replica il G8 di Genova dobbiamo pure essere contenti).

Non si capisce però bene perché a questo punto non venga inserita anche una clausola che obblighi i preti a denunciare mafiosi, camorristi etc che a loro si rivolgano per la confessione.

Peggio ancora, non si capisce bene perché invece per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il governo prenda una posizione che è tutto l'opposto:

non è certo introducendo la sanzione dell'arresto che si realizza l'obiettivo di innalzare i livelli di tutela negli ambienti di lavoro

O forse si capisce troppo bene.

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20080827

Mezzo bicchiere di vino rosso Diario

Vado a donare il sangue e mentre sono lì sdraiato che me lo succhiano via, il medico fa conversazione. Con le mie analisi in mano, mi suggerisce di bere mezzo bicchiere di vino rosso dopo i pasti.

«Ma a me il vino non piace.»

«Eh, si vede.»

Il sintomo, a quanto pare, è la bassa concentrazione di colesterolo ‘buono’, l'HDL, che circola nel mio sangue nelle misere quantità di 38 mg/dL, contro il minimo consigliato di 40: situazione che, a quanto pare, aumenta il rischio di problemi cardiaci.

Secondo la pagina di Wikipedia, tra le cure consigliate c'è: smettere di fumare (difficile per me, dovrei prima cominciare), l'assunzione di alcol in piccole quantità (un bicchiere al giorno, o meno), l'attività aerobica, la perdita di peso, la riduzione degli acidi grassi insaturi (niente più latticini? meno olio?)

Qui c'è qualcuno che sta attentando alla mia pigrizia ed al mio edonismo alimentare.

permalink | scritto da in data 27 agosto 2008 alle 14:09 | Stampastampa
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20080417

Peggio vs Meno Peggio #1: la salute Diario

Scommetto che la prossima legge del governo Berlusconi sarà la riduzione dei tempi di prescrizione per i reati di questo tipo.

Invece, il meno peggio che non era abbastanza di sinistra aveva fatto questo e questo, i cui benefici ovviamente si vedranno però solo in pieno governo Berlusconi.

permalink | scritto da in data 17 aprile 2008 alle 12:50 | Stampastampa
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20070707

Breve to Diario

Che io non sia un fan di certi meccanismi di protezione della cosiddetta “proprietà intellettuale” non è certo una novità; ma mi piace pensare che le mie posizioni siano lontane da certi fanatismi. Volendo esprimere il tutto in maniera molto sintetica: ritengo che la protezione della proprietà intellettuale abbia raggiungo livelli talmente estremi e ridicoli da invalidare quella stessa proprietà che dovrebbe proteggere.

In generale, io ritengo che chi lavora di testa, il cosiddetto “impiegato di concetto” (‘sto Concetto c'ha un sacco di impiegati), abbia il diritto a vivere di ciò che riesce a produrre. Un ovvio prolema di questa idea è che il valore dei prodotti dell'impiego di concetto raramente è ben quantificabile. Un altro ovvio problema è che spesso il prodotto dell'impiego di concetto è facilmente replicabile, una volta creato. Ed infine che la maggior parte della gente limita la propria analisi dei costi e del valore all'oggetto fisico che incarna il prodotto, più che al prodotto in sé.

Ora, mi piacerebbe dilungarmi sui vari aspetti della proprietà intellettuale, sul modo in cui si può “rubarla” (dal furto di un libro alla copia al plagio), ma nello specifico vorrei concentrarmi su un altro aspetto su cui mi sta facendo riflettere questa esperienza dell'assegno di ricerca.

Parto da un classico stereotipo molto noglobal, quello della casa farmaceutica brutta e cattiva che fa pagare salati i suoi farmaci, farmaci magari essenziali.

Secondo me tale prospettiva ha un errore di fondo, nella colpevolizzazione della casa farmaceutica. Ma su questo tornerò più avanti; prima qualche retroscena.

L'aziena che confinanzia il mio assegno di ricerca (che non è farmaceutica, ma comunque sempre in ambito di mecina si muove) investe una sostanziale quantità di risorse nella ricerca (appunto): risorse umane, risorse materiali, risorse economiche. E risorse temporali: dall'idea alla commercializzazione di un nuovo prodotto passano dai tre ai cinque anni —quando va bene, ovviamente, cioè se tutti i passi del processo (ideazione, vari livelli di test, implementazione, prove sul campo) non subiscono intoppi (tipo test che rivelano che il materiale in uso non è biocompatibile). Non mi è difficile supporre o credere che questa azienda non sia un caso speciale.

È anche giusto quindi in fin dei conti che l'azienda possa recuperare, con la vendita del prodotto, l'investimento fatto nella ricerca; anche perché un'azienda sana e attiva in questo senso è un beneficio per tutti: i dipendenti diretti, i correlati (ad esempio le industrie chimiche che lavorano ai materiali dei prodotti, e le industrie meccaniche che fabbricano le apparecchiature, e i ricercatori che vengono pagati per fare ricerca), i clienti, gli utenti finali.

Ovviamente, per poter recurare le risorse investite nella ricerca, e per poterne investire di nuove, l'azienda deve poter vendere il prodotto ad un prezzo che ripaghi sia i costi di produzione in sé, sia il costo della ricerca iniziale; ed è qui che interviene il brevetto, la protezione della proprietà intelletuale, del risultato (astratto, ma concretizzabile) della ricerca: perché un'azienda concorrente che possa vendere lo stesso prodotto ad un prezzo più basso (non dovendo recuperare i costi di ricerca) stroncherebbe di fatto la possibilità di recupero dell'investimento, e quindi a conti fatti dinsincentiverebbe la ricerca, con danni per tutti, possibilmente superiori all'immediato beneficio, per l'utente finale, del prodotto a costo più basso.

I problemi cominciano a sorgere quando un meccanismo protettivo come il brevetto, che ha una sua valida giustificazione, viene abusato.

L'esempio più semplice è quello di un'azienda che ha più abbondantemente recuperato l'investimento inziale con gli interessi: a questo punto, il brevetto rischia di diventare un disincentivo alla ricerca (sedersi sugli allori) ed un ostacolo alla competizione che non è più di beneficio.

Un altro esempio, un po' più sofistica, potrebbe essere il seguente: mettiamo che qualcuno scopra un materiale talmente resistente all'usura da poter essere utilizzato per produrre rasoi utilizzabili per anni; non è difficile immaginare come una tale scoperta sarebbe estremamente dannifica per aziende quali la BiC o la Gillette che sfruttano la consumabilità dei loro prodotti. È qui che entrano in gioco i cosiddetti brevetti “difensivi”: il loro scopo non è quello di proteggere lo sfruttamento commerciale del risultato della ricerca lì brevettata, ma quello di impedire lo sfruttamento commerciale del risultato della ricerca lì brevettata perché tale sfruttamento inficierebbe pesantemente lo sfruttamento commerciale di altri prodotti. (Per inciso, la Gillette ha davvero comprato un brevetto su lame ad usura ridotta, e non lo usa.)

La mia personalissima opinione in proposito è che dovrebbe esserci un meccanismo come l'esproprio, per permettere la liberazione (dietro opportuno compenso) di brevetti che hanno superato il loro scopo, ed la cui continuata applicazione (o peggio, la cui mancata applicazione) faccia più danno che beneficio.

Ora, che ci siano aziende con comportamenti criminali, non ci sono dubbi. E non mi riferisco agli esperimenti sugli animali (che meriterebbero una discussione a parte), ma a quei comportamenti che mi fanno dispiacere di essere contrario alla pena di morte, come la falsificiazione dei test e la corruzione degli esaminatori per portare un prodotto alla commercializzazione indipendentemente dalla sua qualità e dai rischi per i pazienti. Ma lamentarsi per l'alto costo della sanità, o protestare perché i farmaci retrovirali non vengono regalati all'Africa (perché poi all'Africa sì e all'Asia e all'Europa e all'America e all'Oceania no?), ed accusare le aziende del settore di essere brutte e cattive … be', a mio modesto parere è un errore di prospettiva. Certo, ci piacerebbe tanto che fossero tutti filantropi come Sabin, ma la triste realtà è che non tutti possono permetterselo. Ed allora piuttosto che prendersela con le aziende che portano avanti la ricerca medica, perché non ci chiediamo piuttosto perché gli Stati non investano in ricerca e sanità i soldi che buttano nel militare, o perché l'OMS non compri i brevetti che impediscono la commercializzazione dei farmaci antiretrovirali a basso costo.

permalink | scritto da in data 7 luglio 2007 alle 14:14 | Stampastampa
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