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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090719

La rassegnazione non è serenità Diario

A volte penso di essere sereno. Non avrò il migliore dei futuri possibili nel migliore dei mondi possibili, vivendo come vivo in una nazione senza futuro che non riesce nemmeno a rappresentare degnamente il proprio passato, dominata da scimmioni alopetici, ipocriti, egocentrici e velleitari pur incapaci di immaginarsi e quindi costruirsi una vita che non sia misera emulazioni di altre vite, passate o contemporanee; e non nego che preferirei di gran lunga una situazione diversa; ma tutto sommato, da una prospettiva non meno egocentrica, penso che il peggio che mi possa capitare, forse perché mi sento sempre molto fortunato, sia di ricoprirmi delle ferite della noia. E non è una brutta prospettiva.

In realà, e la percezione si fa ben più evidente dopo esperienze come quella appena conclusasi a Kaiserslautern, non è serenità quella in cui vivo, bensì rassegnazione, uno stato d'animo molto diverso: perché se la serenità, pur non essendolo nettamente, della positività ha comunque il sapore ([qui ci andava la formula $lim_{x->\infty} \frac 1 x$ ma ovviamente in HTML sono pressoché impossibili da fare]), la rassegnazione ha invece una connotazione nettamente negativa: è l'abbandono, o almeno la constatazione della necessità di abbandonare, prospettive di betterness, indotta o importata che sia.

Se Sisifo avesse avuto possibilità di scelta tra il proseguire all'infinito nutrendosi dell'illusione di riuscire prima o poi nell'intento ed il lasciar perdere e fermarsi a sedere indefinitivamente ai piedi del monte, poggiando la schiena al macigno assegnatogli, cosa avrebbe scelto? E cosa sarebbe stato meglio scegliesse?

L'interpretazione che vuole Sisifo simbolo della pervicacia con cui gli esseri umani perseguono i propri obiettivi, anche di fronte all'apparente loro irrealizzabilità, lo vorrebbe persistente, perché anche un obiettivo irrealizzabile porta nella propria ricerca risultati, side effects a volte involontari, a volte a parziale tentativo del raggiungimento dell'irraggiungibile meta (e qui capita a fagiolo la citazione del giorno (di ieri), un approccio quasi zen alla felicità).

Ma Sisifo è stato condannato alla sua sisifica (sisifea?) mission impossible in quell'oceano di eterna inutilità che sono gli inferi della cultura greca. Questo è ciò che non gli dà possibilità di scelta, ma è anche ciò che, se gliene darebbe, dovrebbe piuttosto convincerlo ad abbandonare, a lasciar perdere, a fermarsi, a rassegnarsi: il macigno non raggiungerà mai il picco della montagna, non per opera sua, ed ogni suo sforzo in tal senso è e sempre sarà perfettamente inutile, senza alcun effetto collaterale, né positivo né negativo, se non il suo eterno sprecare tempo nel tentativo.

La sua non è la situazione in cui, ad esempio, lo sforzo inutile, servendo da esempio e da insegnamento alle future generazioni, porterà da qualche parte. Non è il lavoro di quell'oceano di matematici che in ogni epoca, non essendone i picchi di genialità, possono solo accontentarsi di essere dei buoni maestri.

D'altra parte, in realtà la mia situazione non è quella di Sisifo: non ho alle mie spalle una infinita catena di fallimenti che mi avrebbe potuto convincere dell'inutilità di provare ancora; piuttosto, mi trovo davanti ad una parete di roccia che dà tutta l'impressione di essere verticale e priva di appigli. O forse “semplicemente” un K2, nel qual caso sinceramente non sono il tipo da rischiare di ingrossare le fila dei morti degli 8000.

permalink | scritto da in data 19 luglio 2009 alle 10:27 | Stampastampa
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