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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20081019

Fragile libertà Diario

Uno dei concetti più ambigui eppur più ambiti e forse per questo più abusati dal genere umano è senza dubbio quello di libertà.

In effetti, in contesti molto diversi è anche sensato che il concetto assuma significati diversi; purtroppo però questa libertà (ahem) semantica degenera spesso in una sorta di paraculismo che finisce con lo sminuire un concetto altrimenti di indiscutibile potenza.

Nel ristretto ambito della fisica, si definiscono gradi di libertà i parametri indipendenti atti a determinare la configurazione di un sistema rispetto ad un dato riferimento. Ad esempio, una palla 8 nera su un tavolo da biliardo ha 5 gradi di libertà: due per determinarne la posizione rispetto al centro del tavolo da biliardo, e 3 per determinare com'è girata. Ovviamente, è possibile vincolare un sistema in modo che i gradi di libertà diminuiscano: ad esempio, costringere la palla a scorrere e rotolare dentro un tubo poggiato sul tavolo limita i suoi gradi di libertà a 4 (uno per la posizione nel tubo, e sempre 3 per la rotazione). Viceversa, si possono rimuovere vincoli facendo aumentare i gradi di libertà (se la palla può staccarsi dal tavolo, la sua altezza diventa un sesto grado di libertà).

Ovviamente, da un punto di vista diciamo così ‘spirituale’, questa definizione di libertà non è di particolare appeal, se non altro per il semplice fatto che materialmente le suddette libertà vengono stracciate dalla necessità delle leggi fisiche che governano l'andamento del sistema: benché la palla 8 lanciata in aria abbia 6 gradi di libertà, la sua (ri)caduta (libera!) è univoca, ben determinata ed imprescindibile (che noi la si possa prevedere con esattezza o meno, è ovviamente un altro paio di maniche). Non sorprende quindi che non si affermi comunemente che gli oggetti inanimati siano liberi, anzi Liberi.

Si potrebbe andare anche un po' più in là, osservando che per gli oggetti inanimati non ha nemmeno senso parlare di Libertà. E non pochi sarebbero d'accordo nel dire che persino per la maggior parte degli esseri viventi allo stato brado non si possa parlare di Libertà. Sembrerebbe quasi che quando si parla della Libertà, la libertà che interessa l'uomo, o gli uomini, o certi uomini, non si possa non presupporre che l'individuo, l'ente della cui Libertà si disquisce, per la cui Libertà si lotta, la cui Libertà si assicura a gran voce abbia quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo contrasto contro i vincoli cui è sottoposto.

Tuttavia, a ben guardare, non ci si sofferma poi più di tanto sui quei vincoli a cui l'intero Cosmo (per quanto da noi conosciuto) sembra essere soggetto, come ad esempio le famose leggi fisiche di cui sopra: nel migliore dei casi, si cercano modi per raggiungere i limiti di certi leggi fisiche sfruttandone altre, come l'uso della fluidodinamica o dell'elettromagnetismo per vincere la forza di gravità (per qualche motivo, la legge di gravitazione universale sembra essere se non l'unica sicuramente una delle principali contro cui l'uomo ha cercato di combattere: dall'eterno sogno del volo alle moderne diete dimagranti). La loro ineluttabilità rende sensato il non considerarli quando si parla di Libertà.

Se a questo si aggiunge che si arriva tranquillamente a parlare di Libertà anche per gli animali che dall'uomo vengono vincolati (in spazi sufficientemente ristretti), non è difficile giungere alla conclusione che in realtà la Libertà di un ente ha come propria precondizione una costrizione imposta da un altro ente1, e che di quest'ultimo si suppone che sia dotato di quel Qualcosa (autocoscienza? anima? spirito? libero arbitrio? volontà? intenzione?) che lo possa portare ad un attivo e premeditato imporre vincoli ad altri enti, vincoli che chiamerò arbirariamente ‘artificiali’ per distinguerli da quelli inescapabili dettati dalle leggi ‘naturali’. (S'intende quindi che per quanto precede e per quanto segue si debba suppore che l'attività umana —e forse non solo quella— non sia guidata esclusivamente da banali reazioni biochimiche.)

A questo punto è d'uopo una piccola digressione. Volendo immaginare un mondo privo dell'uomo (e di qualunque altra specie si possa supporre dotata del suddetto ed iterato Qualcosa che la ‘liberi’ dall'essere una semplice componente ‘paesaggistica’), si vedrebbe probabilmente un mondo in cui le leggi ‘armoniose’ ma non per questo incruente della natura regnino sovrane: un mondo in cui l'ordine del giorno è dettato dalla legge comunemente detta “della giungla”, con gerarchie e (vincolanti?) prevaricazioni dettate dai rapporti di forza tra i singoli esseri viventi, eventualmente nelle loro (spontanee e naturali) associazioni in greggi/branchi/stormi/etc.

Verrebbe da chiedersi se le cose sono poi tanto diverse nel momento in cui entra in gioco l'uomo, ovvero un agente che grazie all'ormai troppo citato Qualcosa si suppone agisca al di fuori di criteri prettamente ‘naturalistici’. Da un lato, la spiccata capacità creativa (che in realtà con il progredire degli studi sugli animali sembrerebbe essere limitata alla creazione di strumenti per creare altri strumenti) altro non è che il punto di forza su cui poggia la sua prevaricazione sul resto degli esseri viventi, che potrebbe quindi rientrare nei criteri ‘naturali’ di dominio. Dall'altro, le strutture sociali su cui si fondano le comunità in cui questa specie si riunisce portano con al loro interno il marchio del Qualcosa, e quindi dell'‘artificiale’.

Si notano così alcuni fenomeni interessanti. Si assiste alla stipulazione (più o meno formale, più o meno metaforica) di contratti sociali (più o meno rispettati) che alterano i rapporti di forza all'interno della società, a volte ad esempio concedendo autorità a figure che per le proprie doti non sarebbe ‘naturalmente’ portata al dominio, ed il contadino la cui figlia viene stuprata dal nobile rampollo si ritrova privato della possibilità di reagire, benché non avrebbe in condizioni naturali alcun problema a staccare la testa del suddetto pargolo dal collo dello stesso. E l'aspetto più interessante è la base quasi (ed a volte nemmeno tanto quasi) sovrannaturale, mistica e/o religiosa su cui certe forme di autorità fonda(va)no il proprio dominio: ed è interessante in quanto tentativo di rendere inattacabile una data struttura ‘artificiale’ spacciandola per ‘naturale’ e quindi imprescindibile.

Veniamo quindi ad un primo possibile punto di diatriba: cosa si può dire di un individuo che, sottoposto a vincoli artificiali (basta con le virgolette, eh?), non ne sia cosciente? Da un lato, un osservatore esterno potrebbe affermare che l'individuo in questione non è libero, poiché egli (l'osservatore) sa che costui (l'individuo) potrebbe trovarsi in una condizione in cui il vincolo imposto artificialmente non fosse presente. D'altra parte, l'individuo, non avendo coscienza dell'artificalità del vincolo, non lo vivrebbe diversamente da quei vincoli naturali che, come già discusso sopra, non vengono normalmente presi di mira nella ricerca di Libertà: dal suo punto di vista non avrebbe quindi neanche senso parlare di Libertà (almeno riguardo a quello specifico vincolo) nella maniera in cui ne parlerebbe l'osservatore esterno.

Un secondo importante punto di diatriba, strettamente collegato al primo: è opportuno far sì che un individuo prenda coscienza di essere sottoposto a vincoli artificiali? Ed ancora: è opportuno liberarlo da quei vincoli? È meglio morire liberi o vivere senza avere coscienza del proprio non esserlo? Domande tutt'altro che retoriche ed oziose (si rifletta ad esempio sulle difficoltà di sopravvivenza degli animali nati e cresciuti in cattività, nel caso vengano liberati, o al senso di frustrazione ed alla conseguente degradazione della qualità della vita che si potrebbe provare nello scoprire di essere sottoposti ad un vincolo artificiale contro il quale non si può far nulla). Questo secondo punto meriterebbe una lunga ed approfondita discussione, ma la già eccessiva verbosità di questo articolo mi spinge ad accantonare queste interessanti domande per tornare al punto chiave che le accomuna e le lega alla precedente.

Il primo, fondamentale passo per guadagnare la propria Libertà è il prendere coscienza di avere una scelta: anche quando alcune delle scelte possano essere poco raccomandabili per via delle potenzialmente dannose se non letali conseguenze. Sarà forse una forzatura parlare di ‘scelta’ in questo caso, ma è comunque un aspetto molto importante da tener presente: un uomo sul ciglio di un burrone può scegliere se buttarsi o meno, benché probabilmente in condizioni normali la stragrande maggioranza degli individui che si trovassero in questa condizione sceglierebbe di non buttarsi. (Nel caso si buttasse, non potrebbe scegliere se precipitare o meno).

Con questa prospettiva, chi non ha coscienza di avere una scelta non è libero. Ad esempio, un individuo che segua le tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché così? perché non … invece …», costui certamente non è libero. Ma si può dire che chi ha coscienza di avere una scelta lo sia?

Si potrebbe ad esempio osservare che in certi contesti le alternative tra cui si può teoricamente ‘scegliere’ non offrano poi una gran varietà di scelte materialmente praticabili, vuoi perché si tratta di scegliere tra cose non realmente diverse da loro, vuoi perché tutte le alternative tranne una sono ‘insensate’. Chi non si è mai trovato in un contesto in cui il ventaglio di possibilità non nascondeva altro che scelte obbligate (almeno nella prospettiva del soggetto al momento della scelta)? Difficile dire che in questi casi la coscienza di avere una scelta sia sufficiente a dare la libertà.

A volte, però, anche scelte non obbligate degenerano. Un fenomeno non troppo difficile da constatare, ad esempio è la ‘ricerca dei limiti’ che caratterizza solitamente la preadolescenza e l'adolescenza degli esseri umani, un periodo in cui la progressiva scoperta della possibilità di disubbidire scivola non infrequentemente nella ricerca della disubbidienza. Quali che siano i meccanismi psicoemotivi che soggiacciono a questa reazione, il risultato è un imperativo ad agire in contrasto al vincolo artificiale: qualcosa che superficialmente potrebbe apparire come il semplice esercizio di una guadagnata libertà nasconde nella propria natura imperativa un nuovo vincolo, dove si arrende la propria libertà alla propria necessità di agire contro.

Con riferimento al precedente esempio, un individuo che agisca volontariamente ed intenzionalmente in contrasto alle tradizioni assimilate dal contesto in cui è nato e cresciuto, senza mai porsi un interrogativo, senza mai chiedersi «ma perché non così?», costui certamente non è più libero del precedente individuo: come le azioni ed i pensieri del primo erano dettate in maniera sostanziamente deterministica dall'assenza di coscienza, quelle del secondo sono dettate in maniera non diversamente deterministica dalla coscienza stessa: fare le cose solo perché sono proibite non è meno vincolante che il non farle per lo stesso motivo.

Da questo punto di vista, le motivazioni che stanno dietro l'agire, o il non agire, in un certo modo, sono importanti tanto quanto, se non più delle azioni stesse, nel definire la libertà dell'individuo: cosa in sé non sorprendente, se l'idea di libertà implica il libero arbitrio. Inoltre, il prendere coscienza dell'artificialità di un vincolo non è quindi condizione sufficiente per la conquista della libertà, a meno di non ridurre la stessa all'infantile percezione di libertà come il “fare cose proibite”. Ma chi mai d'altra parte si ferma a questo livello?

Uno sketch del grande Giorgio Gaber procedeva secondo queste linee:

Un uomo in catene sa benissimo quello che vuole: vuole togliersi le catene. E allora si dibatte, lotta, ringhia, tende i suoi nervi, tira fuori tutta la sua energia. E finalmente: ‘SPRAAACK!’ «Libero! Sono libero, sono libero, sono libero … Oddio come sono libero …» E piano piano tutti i muscoli della sua faccia si rilassano, si afflosciano, lasciando intravedere i chiari sintomi una tristezza infinita e progressiva. Dopo un po' ingrassa, anche.

In realtà, ciò che si verifica in quei contesti sociopolitici dove certe libertà comunemente ritenute fondamentali sono almeno formalmente garantite (ovvero certi vincoli comunemente ritenuti un'universalmente ingiusta prevaricazione non sono ufficialmente imposti), è un rivolgercisi ad altre ‘lotte per la libertà’: ma per che tipo, che forma di libertà?

La libertà di parcheggiare in mezzo alla strada per minimizzare il percorso dallo sportello alla tabaccheria, la libertà di avere rapporti sessuali con chi si vuole quando si vuole, la libertà di truffare, la libertà di possedere l'automobile che si desidera guidare, la libertà di dire ciò che si vuole quando si vuole a chi si vuole, la libertà di consumare i cibi le bevande e le sostanze che si desidera consumare, la libertà di non far sapere ciò che si fa a chi non lo si vuole far sapere, la libertà di non essere giudicati, la libertà di non pagare per le conseguenze delle proprie azioni.

Una lettura del concetto di libertà che quindi altro non è che deresponsabilizzazione.

Per inciso, è interessante vedere le differenze tra la chiave pubblica e quella privata di questa lettura. Nel privato sembra infatti che si orienti spesso verso sogni che potrebbero essere estremizzati nell'irrealistica (e ridicola) inversione della ricerca di riconoscimento: «vorrei che mi amassero tutti, lasciando però che io li tratti sempre e solo a pesci in faccia», non meno irrealistico, in effetti, del sogno del volo. Nel pubblico si cerca invece una singolarità nel contratto sociale verso la propria persona, che è in genere quella di un individuo di una certa rilevanza politica e/o sociale: si cerca la possibilità di agire a discapito degli altri, chiedendo garnazie a protezione da quegli stessi altri, con la ben precisa intenzione di privarli della libertà di esigere un compenso per il danno subito.

In fondo, quello che si cerca in entrambi casi è un ritorno ad uno stato ‘naturale’, un po' verso l'infatilmente ingenuo (ed anche per questo non certo non crudele) nel caso privato, più verso un'amplificazione (piuttosto che un riequilibrio) di una legge ‘della giungla’ che valorizzi potere e prestigio piuttosto che altre meno demologiche capacità. In entrambi casi, andando più a fondo, quello che si cerca non è quindi una semplice liberazione del sé, ma una libertà individuale la cui altra faccia è pura e semplice prevaricazione, la cancellazione della libertà altrui.

Una siffatta libertà per sua stessa natura non può essere raggiunta da tutti. Viene allora da pensare che si debba cercare altrove il seme di una libertà individuale più universale.

Forse la risposta va ricercata proprio in quel Qualcosa che, distinguendo il genere umano dagli altri esseri viventi, sarebbe alla base della necessità stessa della ricerca di Libertà, poiché senza di essa non si potrebbe nemmeno parlare di intenzionale prevaricazione. Ed allora alla coscienza dell'artificialità dei vincoli si dovrà affiancare un'analisi critica delle conseguenze della nostra azione, presa in considerazione a prescindere dai vincoli stessi, valutando pertanto l'opportunità di seguire i vincoli o andarvi contro, a patto di accettare, responsabilmente, le conseguenze di ogni nostra scelta. Senza di ciò non si potrà mai veramente togliere ogni rilevanza etica al vincolo artificiale più insormontabile: il giudizio degli altri.


1 Con meno foga e secondo regole meno generali si parla anche di libertà per coloro che rimangono vincolati da eventi ‘naturali’ o comunque prescindenti da una volontà umana esterna a quella del vincolato, ma questo non disturba molto il resto del discorso.

permalink | scritto da in data 19 ottobre 2008 alle 18:47 | Stampastampa
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20080901

Large Mayan Collider Diario

Tempo fa un fisico mi parlò non proprio lodevolmente dei cosiddetti fisici ‘particellari’, ovvero di quei fisici che si occupano delle particelle che dovrebbero essere a fondamento della struttura della materia.

Uno dei motivi a base della scarsa stima, se non ricordo male, è l'approccio da codesti fisici usato per comprendere la suddetta struttura della materia. Il metodo da loro utilizzato, infatti, è paragonabile alle azioni di colui che per comprendere com'è fatto un tavolo lo scagli a folle velocità contro un muro, per poi studiarne i frammenti.

Questo è infatti il tipo di esperimenti che vengono condotti all'interno degli acceleratori di particelle, l'ultimo dei quali, il Large Hadron Collider, ha ultimamente raggiunto persino Repubblica.it a causa dei presunti rischi apocalittici dell'esperimento che vi si condurrebbe tra una decina di giorni.

Tra i tanti rischi che una fetta minoritaria della comunità scientifica ha ipotizzato, l'unico presentato da repubblica è la generazione di un buco nero stabile che finirebbe con l'inghiottire la Terra.

Faccio presente che la scelta dei 4 anni (anzi! 50 mesi) è tutt'altro che arbitraria (e purtroppo anche tutt'altro che fisica): sarebbe piuttosto da ricondurre a certe apocalittiche aspettative per il 2012 delle quali ho già avuto occasione di parlare. Vuoi vedere che, come suggerito con opportuno senso dell'umorismo su #linux-it qualcuno ha ipotizzato un aumento esponenziale del numero di credenti, qualcun altro una crescita nel numero di suicidi, soprattutto suicidi di massa. A mio parere, la caratterizzazione principale degli ultimi anni di esistenza del nostro pianeta sarà la violenza.

Non parlo di violenza istituzionale (dalla Genova del G8 all'Abu Ghurayb, dalle guerre d'invasione alla soppressione del giornalismo d'opposizione, dall'odio razziale a quello religioso). No, la violenza che si diffonderà alla fine del mondo sarà quella più privata ed edonistica: di branco magari quando non individuale, ma comunque soggettiva e finalizzata a soddisfazione a breve, brevissimo termine.

Stupro e saccheggio, in cima alla lista. A seguire, l'omicidio, probabilmente in larga misura a carattere difensivo. Per pacifisti e nonviolenti non suicidi ci sarà una buona probabilità di scomparsa prima della fine del mondo, vittime della fame se non della violenza altrui.

Laddove il classico futuro distopico postapocalittico, almeno nella letteratura fantascientifica, produce comunità sostanzialmente isolate più o meno piccole e di stampo spesso fascistoide, la certezza di una assenza di futuro renderebbe totalmente inutile la sussistenza di una qualunque forma di contratto sociale: ne conseguirebbe pertanto il crollo di qualunque struttura sociale attualmente esistente (che nei futuri distopici è causa di cataclismi naturali o artificiali) e la mancata rinascita di alternative (che nei futuri distopici è dettata dalle prospettive di coesistenze future).

In fin dei conti, uno dei pilastri (magari impliciti, magari inconsci) alla base del rispetto e della tolleranza della Vita (o di opportune forme di vita) necessari per la coesistenza e convivenza è la prospettiva di una, collettiva se non individuale, eternità. A leggere bene, persino il famoso Tantra Totem che nella sua ridicolezza ha assillato le nostre caselle email presuppone che ‘qualcosa’ resterà.

Ma tolta codesta prospettiva, a chi non scegliesse di lasciarsi morire o di anticipare la fine non resterebbe molto altro da fare. Qualunque progetto, qualunque idea si abbia in mente sarà irrealizzabile, nei quattro (anzi probabilmente meno) anni che si prospetterebbe a ciascuno di noi, e a tutto quello che ci circonda. E poi, a che pro fare qualcosa? Persino viaggiare, nel caos da panico e violenza che si prospetta, sarà difficile se non impossibile.

C'è anche la possibilità che una ristretta cerchia di persone si metta al lavoro (o meglio cerchi di mettere al lavoro qualcuno) per sviluppare un modo per spostarsi su un altro pianeta (con qualche meccanismo di terraformazione). A prescindere dal successo di una tale iniziativa, agli altri non resta altro che sesso e possesso.

Oh sì, meditazione, preghiera, ascesi. Rifugiarsi anticipatamente in un mondo (spirituale) che sia già altrove. Ma per quanti invece la guida non sarà altro che la coscienza del fatto che non avrà più alcun senso prendere in considerazione le conseguenze delle proprie azioni?

Caos e violenze, dicevo. Per questo se anche dovesse venirsi a creare un pericoloso buco nero, la notizia non verrà resa nota tanto presto. E solo quando gli effetti saranno sotto gli occhi di tutti se ne parlerà ufficialmente.

E cosa farete voi allora?

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20080309

TDT #1: Atteggiamento intenzionale Risposte

In risposta ad Atteggiamento intenzionale sul blog di Tommy David

Se ho ben capito, l'atteggiamento intenzionale è la tendenza dell'inviduo (che ‘ritiene’ se stesso capace di elaborare i proprî contenuti mentali) ad attribuire questa stessa capacità a ciò che gli è esterno (esseri animati o oggetti inanimati che siano); un po' come succede nelle religioni animiste. L'idea di Dennett sarebbe allora di applicare questo approccio in maniera metodica (e non soltando quando la macchina ci fa il dispetto di non partire o il semaforo ci vuole fare arrivare tardi al lavoro).

Io non direi che questo ci porterebbe a “fare a meno della scienza”; d'altronde, l'idea di non andare a guardare riduzionisticamente a tutte le interazioni delle componenti essenziali della materia è tutt'altro che estranea alla scienza “della natura”.

Prendiamo ad esempio la fluidodinamica; quando si studiano i gas, si possono assumere due prospettive: una microscopica, in cui il gas viene concepito come un insieme di palline da ping-pong (corpi con caratteristiche fisiche fissate) che rimbalzano qui e lì all'interno del contenitore, ed una macroscopica che invece considera la massa di gas come un corpo unico con caratteristiche fisiche che possono anche mutare nel tempo. Il modello macroscopico descrive piuttosto bene il comportamento della massa di gas senza dover andare a vedere cosa fa ciascuna delle palline che lo compongono. In alcuni casi però la descrizione macroscopica è inadeguata, ed in tal caso il modello microscopico può essere preferibile. I due modelli non sono totalmente indipendenti: vi sono alcune leggi statistiche che legano le proprietà delle particelle alle carattistiche macroscopiche del gas. E questo, ovviamente, è solo un esempio. La scienza è piena di modelli macroscopici che non guardano al microscopico.

La novità introdotta da Dennett consisterebbe piuttosto nell'usare come base del modello ‘macroscopico’ l'idea (molto immaginativa) che gli enti trattati siano dotati di ‘raziocinio’, abbiano una mente capace di ospitare dei contenuti e di elaborarli per decidere come agire.

Non nego che sarei molto curioso di vedere una fisica costruita a partire da questi presupposti, e vedere a che tipo di risultati porterebbe, ma sinceramente sono molto scettico sulle sue potenzialità; questo tipo di approccio lo vedo meglio per le ‘scienze’ umane, ed in particolar modo per studiare la sociologia e la psicologia delle masse, considerando la massa non come insieme di persone ma come entità pensante autonoma; tuttavia, ho il sospetto che in quel campo l'idea di Dennet non sia poi tanto originale (ma non essendo del campo non ne ho la minima idea).

Ciò che veramente mi rende perplesso, ma che immagino verrà chiarito dai tuoi futuri articoli, è in che modo si possa andare a prevedere il comportamento di un ente partendo solo dalla sua intenzionalità. Dovrebbe quanto minimo essere necessario sapere (1) su quali basi l'ente costruisca i propri ‘ragionamenti’ (2) come sono effettivamente costruiti questi ragionamenti (e.g.: seguono la logica formale? quella aristotelica? sono più sul paralogistico?) (3) quali dati sono effettivamente disponibili all'ente per costruire i propri ‘ragionamenti’. Ma tutto questo mi sembra molto scientifico: si costruisce un modello del ‘modo di pensare’ dell'ente, e se ne deduce come si comporta.

E sì, questo ha risvolti molto interessanti per quel che riguarda il libero arbitrio. Anche non arrivando al determinismo, si cammina pericolosamente vicini al probabilismo (un po' come la meccanica quantistica contro quella classica, per dire); in ogni caso si toglie tanto l'arbitrarietà quanto la libertà. Ma di questo, se non ricordo male, ne vorrai parlare tu stesso a suo tempo.

permalink | scritto da in data 9 marzo 2008 alle 12:23 | Stampastampa
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