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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20081120

A (s)proposito di strumenti Diario

Il primo computer che di cui sono entrato in possesso direttamente (ovvero non ereditandolo usato da mio padre) è stato un portatile Dell Inspiron 8200 che mi ha accompagnato fedelmente per più di sei anni (da maggio del 2002, poco dopo essere stato ammesso al dottorato).

Ciò che allora mi spinse a scegliere quel Dell fu la possibilità di configurarlo online con tutta una serie di opzioni che già allora erano difficili da ottenere altrimenti, ed ora sono praticamente impossibili da avere: sistema operativo Windows XP Professional in lingua inglese, tastiera con layout americano, spina schuko europea CEE 7/7. In realtà del sistema operativo avrei volentieri fatto a meno, ed infatti non molto tempo dopo il portatile passò ad una configurazione dual boot Windows XP/Linux Debian, che un paio d'anni fa è diventata un quasi permanente utilizzo di Linux.

Il portatile, dicevo, mi ha fedelmente accompagnato per poco più di sei anni, con qualche piccolo ritocco di manutenzione: ventoline di raffreddamento sostituite, nuovo alimentatore, più RAM, nuovo disco fisso. Recentemente (da fine agosto di quest'anno) era però intervenuto un difetto che ha reso improrogabile l'acquisto di un nuovo portatile: i cardini del monitor avevano completamente perso presa, ed ovviamente richiedere un appoggio per il monitor di un portatile ne riduce notevolmente la mobilità.

Peraltro, il monitor di quel portatile era qualcosa di straordinario: un contrasto di 800:1, una risoluzione di 133 punti per pollice (1600×1200 su un 15"), una limpidezza ed una nitidezza d'immagine che sinceramente non ho mai riscontrato altrove.

Purtroppo e per fortuna, il progetto che finanzia il mio assegno di ricerca prevede anche il calcolo scientifico su scheda grafica, per il quale il mio vecchio e fidato compagno di lavoro (e di svago) è assolutamente inadeguato; così, è stato previsto l'acquisto di un nuovo portatile, nominalmente dell'università, ad uso e consumo del sottoscritto.

Ieri sono finalmente entrato in possesso del nuovo portatile, un HP Pavilion dv5, una macchina di cui spero, sinceramente, di disfarmi quanto prima.

Innanzi tutto, il design del portatile è straordinariamente tamarro (i tamarri, per chi non lo sapesse, sono quelli che si fanno la Punto metallizata con gli alettoni e sotto ci montano i neon blue e/o verdi, per poi scarrozzarsi il sabato sera con la tunztunzica sparata a tutto volume, che pare camminino a propulsione sonora più che petrolchimica). Ora, io non sono il tipo di persona che generalmente si prende ad esempio per l'eleganza (non esito ad esempio a vestirmi di nero e marrone, da vero cafone); ma tra la nera sobrietà del mio precedente portatile e l'argentata sbrillugicaggine del nuovo c'è una differenza sgradevolmente notevole.

In secondo luogo, la tastiera fornita è italiana: cosa che sapevo già, ed a cui si pone rimedio facilmente imponendo al sistema operativo un layout più consono alle mie abitudini. Ma non è comunque cosa carina scrivere su una tastiera che non corrisponde a quello che vorresti. (Purtroppo, gli unici che vendono portatili con layout americani sono la Dell, la cui offerta non aveva una scheda grafica adeguata, e la Apple, i cui prezzi erano superiori di almeno 400€ agli altri portatili di specifiche confrontabili.)

Sul positivo, la tastiera è confortevole, risponde bene, non stanca molto. E c'è il lettore di impronte digitali che fa molto pheego.

La terza mostruosità sta nel sistema operativo precaricato, un Windows Vista Home Premium che non esita a singhiozzare e smettere di rispondere anche con i 4GB di RAM in dotazione al sistema et ai due core del processore, un Intel Core2 Duo da 2.53 GHz. Il sistema operativo, ovviamente in italiano, ha richiesto un'oretta circa tra inizializzazione, creazione dei dischi di ripristino e configurazione della rete (enormi problemi con la wireless di dipartimento); per di più, manca ancora la possibilità di configurare automaticamente la rete fissa a seconda del router a cui mi aggancio, cosa che in Linux ho risolto già parecchi anni fa.

Di positivo c'è che finalmente Windows Vista permette di ridurre le partizioni anche mentre sono montate e senza installare programmi aggiuntivi, facilitando quindi un importante passo per l'installazione di un altro sistema operativo (cosa che mi sono ovviamente affrettato a fare appena tornato a casa ieri).

Infine, la pecca più grave di questo nuovo portatile è, prevedibilmente per contrapasso, quella in cui l'altro brillava di più: il monitor. Io, abituato ad un'immagine chiara, nitida e splendida mi ritrovo con un monitor dalla risoluzione banale (98 punti per pollice) e con quel fastidioso effetto di lucido riflettente che tanto va di moda, purtroppo, nei nuovi acquisti.

A caval donato non si guarda in bocca, ma è proprio vero che gli strumenti dovremmo sceglierceli noi, senza costrizioni di tempo, modo e forma.

permalink | scritto da in data 20 novembre 2008 alle 16:56 | Stampastampa
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20081119

Artifex Diario

Ricordo che in un libricino che mi fu regalato negli anni '80, curato da Piero Angela, si menzionava una importante differenza tra gli esseri umani e le scimmie (in particolare gli scimpanzé): la capacità di creare strumenti. In realtà, ma ormai la mia memoria vacilla, credo che fosse qualcosa di leggermente più sofisticato: i nostri non lontani parenti sarebbero in grado di usare gli strumenti, o anche di creare semplici strumenti a mani nude (tipo: sfrondando un ramo), ma non di usare strumenti per creare altri strumenti. Peraltro, non escluderei che più recenti studi di etologia abbiano portato alla luce invece atti di questo tipo, ma per il senso di quanto segue supporrò che questa sia, in qualche modo la differenza indicativa tra l'uomo e le altre specie viventi.

Dopo tutto, almeno a partire dal rinascimento l'uomo (o per lo meno il cosiddetto uomo occidentale) si è gloriato di essere faber, quando non artifex, del proprio destino. Anche con più modeste pretese, però, escludendo forse un po' la fase medievale, l'uomo ha sempre cercato nell'opera d'ingegno materiale (o anche intellettuale) la propria realizzazione. E ci si potrebbe chiedere: chi meglio di colui che crea può conoscere quali esigenze devono essere soddisfatte dagli strumenti di cui deve disporre? chi meglio di lui può quindi concepire l'ideale strumento perfetto per il proprio operare?

Saltando dall'opera allo strumento si può seguire un'indefinita spirale discendente, in cui ciascuno strumento è a sua volta un'opera, che a sua volta necessita di strumenti per la creazione, e dall'opera allo strumento per creare l'opera si passa allo strumento per creare lo strumento per creare l'opera, allo strumento per creare lo strumento per creare lo strumento … ed ognuno di questi passaggi è un campo dove l'artifex può esprimere la propria vena d'ingegno, raggiungendo magari il culmine della creatività del campo ottenendo un insuperabile capolavoro. Ma l'artifex di ciascun campo necessita degli artefices dei campi precedenti, che possano fornirgli i propri capolavori come strumenti per il suo lavoro.

Potremmo arrivare a dire che ogni strumento è un'opera, e viceversa ogni opera è uno strumento, ammettendo che certe opere ‘terminali’ sono strumenti che hanno come fine la fruizione diretta dell'opera stessa (vuoi la sua contemplazione, o la soddisfazione del creatore nell'averla creata: nutrirsi, grattarsi) piuttosto che la creazione di ulteriori strumenti. In tal senso, ciò che distingue la scimmia dall'uomo è che la scimmia si limita ad opere ‘terminali’ laddove l'uomo riesce ad andare oltre.

Certo è interessante osservare che da questo punto di vista l'uomo raggiunge la propria massima espressione (che per l'appunto lo distingue dagli altri esseri viventi) non tanto quando disegna o scolpisce o compone, quanto piuttosto quando pialla, inchioda, suda davanti alla fornace. Dopo tutto, l'ornata suppellettile che nutre lo spirito ed il senso estetico del fruitore è funzionalmente più simile al legnetto con cui la scimmia raccoglie le formiche che non allo scalpello con cui è stata creata.

Vi rileverò dalla necessità di contestarmi osservando che laddove la scimmia provvede solo ai proprio fabbisogni fisici e corporali, le opere terminali dell'uomo hanno anche (se non soprattutto) lo scopo di nutrire il suo spirito, quello stesso spirito che è, a detta di molti se non di tutti, ciò che realmente ci distingue dal resto degli esseri viventi. E basta notare l'abbrutimento di chi non cura e coltiva il proprio spirito per capire quanto questo nutrimento che ci separa dagli animali sia importante.

L'osservazione, benché puntuale, sposta di poco l'aspetto funzionale dell'opera terminale: il soddisfacimento di bisogni.

Una specie che avesse oltre ai bisogni fisici ed a quelli spirituali altri bisogni (inesplicabili per noi come i nostri bisogni spirituali lo sono per le scimmie) non vedrebbe nulla di speciale nel nostro fruire opere terminali per nutrire il nostro spirito, esattamente come noi non vediamo nulla di speciale nel fatto che gli animali mangino. A ben pensarci, non è da escludere che ciascuna specie abbia bisogni non fisici che le altre specie non sono in grado di comprendere, nemmeno di indovinare. È ciò che va oltre il soddisfacimento dei bisogni, quindi, la cosa a cui guardare —ammesso e non concesso che la creazione di strumenti per creare altri strumenti non possa essere interpretata anch'essa come soddisfacimento di bisogni, benché in maniera più indiretta: ogni passo nella catena degli strumenti è un livello di indirezione, in cui il bisogno da soddisfare va ricercato nel tentativo di semplificarsi il lavoro ai livelli più vicini al bisogno ‘primario’, terminale.

Comunque, se davvero è nella creazione di opere/strumenti atti alla creazione di altre opere/strumenti (metastrumentalità) che soggiace la differenza (in termini di capacità) dell'uomo dalla scimmia, questa differenza raggiunge la massima espressione (e quindi l'uomo raggiunge l'apice delle proprie capacità) nella creazione ‘a mani nude’ di opere/strumenti che non hanno altro possibile fine che la creazione di altre opere/strumenti (in contrasto, quindi, con quelle che hanno magari anche una fruibilità propria non mirata alla creazione di altro).

Ovviamente, nel caso dell'uomo, alla semplice arteficità più propriamente manuale si aggiunge quella spesso detta “di concetto”, la creazione puramente astratta, tipicamente mentale. E non credo di essere molto lontano dal vero nel sostenere che alla creazione materiale prelude (quasi) sempre quella astratta: la seconda è quindi facilmente strumentale alla prima, e nella misura in cui lo è, è anche una più alta espressione delle capacità dell'uomo. In tal senso, ad esempio, la logica su cui si basa la matematica su cui si basa la fisica su cui si basa l'ingegneria è probabilmente un esempio della più alta realizzazione delle capacità umane.

È opportuno inoltre osservare che tra i campi in cui sa e può operare l'uomo esistono relazioni di metastrumentalità che non sono né lineari né univoche né, soprattutto, a senso unico: strumenti possono essere usati per creare e/o migliorare strumenti che favoriscono la creazione e/o il miglioramento degli strumenti che li hanno creati. Più che di una spirale sarebbe quindi forse più opportuno parlare di una rete, una metaforica tela di ragno al cui centro troviamo l'uomo con le sue mani e la sua mente, e da cui si dipartono fili verso i bisogni ‘diretti’ dell'uomo stesso, fili attraversati a diverse distanze da altri fili a struttura vagamente concentrica, rappresentanti i vari campi del sapere e dell'operare umano, dalla falegnameria alla pittura, dalla filosofia alla matematica: le intersezioni tra i fili sono le opera e gli strumenti, ed i fili stessi indicano una relazione di dipendenza, che può essere in un solo verso ovvero in entrambi, a seconda che l'uno strumento possa essere usato per l'altro e viceversa: da un campo all'altro dal centro alla periferia, nello stesso campo trasversalmente.

Purtroppo, benché la metastrumentalità sia una caratteristica della specie umana in senso collettivo, essa non può facilmente dirsi caratteristica del singolo individuo: benché in tempi passati si potessero trovare arti, mestieri e professioni in cui il faber si dedicasse alla creazione ed al perfezionamento dei propri strumenti quanto a quella delle proprie opere o degli strumenti per le opere altrui, il fenomeno si è sempre più ridotto fin quasi a sparire in tempi moderni, dove l'alta specializzazione, l'aumentare delle conoscenze e la complessità degli strumenti stessi portano ad insormontabili difficoltà nello spaziare per l'intera lunghezza di uno di quei fili che dall'umanità si dipartono verso le sue opere terminali.

Basti pensare che già solo per comprendere il funzionamento degli strumenti su cui poggia il nostro vivere quotidiano avremmo bisogno di conoscenze che spaziano dalla fisica alla chimica, dall'elettronica alla meccanica; per poterli mantenere e riprodurre dovremmo essere fabbri, meccanici, sarti, cuochi, idraulici, ingegneri elettronici, e dovremmo avere a disposizione cantine, officine, camere bianche, nonché una corrispondente quantità di ulteriori strumenti. Non solo degli strumenti d'uso quotidiano abbiamo però una conoscenza non certo approfondita, che nei migliori dei casi si limita a minime capacità di manutenzione, e quasi mai di riproduzione: la maggior parte degli uomini moderni si trova spesso anche sul lavoro a far uso di strumenti dei quali ha nel migliore dei casi una conoscenza solo superficiale; reciprocamente, chi produce opere che hanno un duplice valore terminale e strumentale facilmente si dimentica del secondo, e concentrandosi solo sul primo si allonta dalla piena estrinsecazione di quella capacità che distingue il genere umano.

Non è tanto una limitatezza degli interessi ad impedire agli uomini di occuparsi degli strumenti di cui usufruisce, quanto piuttosto il loro essere selettivi: dopo tutto, anche un polimate, un Uomo Universale (ancora echi del rinascimento) potrebbe comunque non essere in grado di adoprarsi per creare o migliorare gli strumenti a lui necessari per il suo dominio sui molteplici campi di cui si occupa. Sarebbe quindi interessante sapere quali meccanismi psicologici spingono le persone ad interessarsi dei proprî strumenti piuttosto che di altri campi più o meno connessi tra loro.

Dopo tutto, per quale motivo un matematico dovrebbe interessarsi delle applicazioni della sua teoria alla fisica, quando non direttamente all'ingegneria? Eppure la più sconvolgente presentazione del SIMAI 2008 è stata su un sorprendente nesso tra la matematica più astratta (l'algebra omologica) e quella più ingegneristica (gli elementi finiti): non a caso, la presentazione era anche mirata a sottolineare l'arbitrarietà di certe convenzionali distinzioni tra matematica pura (intesa appunto come opera ‘terminale’, per lo più fine a sé stessa) e matematica applicata (intesa appunto come opera strumentale, ‘calcolatrice’).

Viceversa, perché mai un matematico dovrebbe interessarsi degli aspetti tipografici dei lavori che porteranno in giro le sue idee? Eppure il più longevo (e se non il, sicuramente uno dei più longevi) dei software attualmente ancora in circolazione è il TEX, che fu sviluppato sul finire degli anni '70 da Donald Ervin Knuth, matematico ed informatico (anzi Maestro dell'Arte della Programmazione al Computer) che si mise a studiare tipografia non tollerando lo scempio cui veniva sottoposta la (sua) produzione scientifica: non a caso il nome del software deriva dalla te´???, la capacità dell'artifex (mi si perdoni l'exploit [ahem] linguistico).

In effetti, ci sono casi in cui è possibile lavorare ai propri strumenti (o a parte di essi) senza trascendere (o con una minima trascendenza de)i limiti della conoscenza settoriale, all'interno quindi della propria te´???, e raggiungendo comunque apici di metastrumentalità. Ad esempio, nei bei tempi andati un fabbro era in grado di produrre la maggior parte dei propri strumenti; in tempi più moderni, la cosa è vera per chi scrive programmi al computer: benché non sempre se ne occupi, un programmatore ha già le conoscenze per scrivere programmi che lo aiutino nel proprio lavoro di programmatore. E visto quanto la metastrumentalità porti ad una prospettiva quasi paradossale sull'importanza e la rilevanza delle nostre capacità, verrebbe da chiedersi: essere metastrumentali senza uscire dal proprio campo è meglio o peggio che esserlo spaziando in campi diversi?

(Poi, ecco, tutto questo prende ovviamente spunto dal periodo che sto attraversando, periodo in cui ho lavorato con gran profitto e gran soddisfazione non solo al più immediato compito per il quale da questo mese, e quindi materialmente dal prossimo, riceverò il mio soldo d'impiegato di concetto, ma anche ad una serie di strumenti di contorno. Vedere le proprie conoscenze da matematico ed informatico concretizzarsi nella prima bozza di codice per calcolo scientifico su scheda grafica non è cosa da poco. Ma quando i proprî contributi vengono ufficialmente accettati in un importante strumento di sviluppo utilizzato da molti importanti progetti, be', c'è una soddisfazione tutta particolare.)

permalink | scritto da in data 19 novembre 2008 alle 0:50 | Stampastampa
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