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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20081119

Artifex Diario

Ricordo che in un libricino che mi fu regalato negli anni '80, curato da Piero Angela, si menzionava una importante differenza tra gli esseri umani e le scimmie (in particolare gli scimpanzé): la capacità di creare strumenti. In realtà, ma ormai la mia memoria vacilla, credo che fosse qualcosa di leggermente più sofisticato: i nostri non lontani parenti sarebbero in grado di usare gli strumenti, o anche di creare semplici strumenti a mani nude (tipo: sfrondando un ramo), ma non di usare strumenti per creare altri strumenti. Peraltro, non escluderei che più recenti studi di etologia abbiano portato alla luce invece atti di questo tipo, ma per il senso di quanto segue supporrò che questa sia, in qualche modo la differenza indicativa tra l'uomo e le altre specie viventi.

Dopo tutto, almeno a partire dal rinascimento l'uomo (o per lo meno il cosiddetto uomo occidentale) si è gloriato di essere faber, quando non artifex, del proprio destino. Anche con più modeste pretese, però, escludendo forse un po' la fase medievale, l'uomo ha sempre cercato nell'opera d'ingegno materiale (o anche intellettuale) la propria realizzazione. E ci si potrebbe chiedere: chi meglio di colui che crea può conoscere quali esigenze devono essere soddisfatte dagli strumenti di cui deve disporre? chi meglio di lui può quindi concepire l'ideale strumento perfetto per il proprio operare?

Saltando dall'opera allo strumento si può seguire un'indefinita spirale discendente, in cui ciascuno strumento è a sua volta un'opera, che a sua volta necessita di strumenti per la creazione, e dall'opera allo strumento per creare l'opera si passa allo strumento per creare lo strumento per creare l'opera, allo strumento per creare lo strumento per creare lo strumento … ed ognuno di questi passaggi è un campo dove l'artifex può esprimere la propria vena d'ingegno, raggiungendo magari il culmine della creatività del campo ottenendo un insuperabile capolavoro. Ma l'artifex di ciascun campo necessita degli artefices dei campi precedenti, che possano fornirgli i propri capolavori come strumenti per il suo lavoro.

Potremmo arrivare a dire che ogni strumento è un'opera, e viceversa ogni opera è uno strumento, ammettendo che certe opere ‘terminali’ sono strumenti che hanno come fine la fruizione diretta dell'opera stessa (vuoi la sua contemplazione, o la soddisfazione del creatore nell'averla creata: nutrirsi, grattarsi) piuttosto che la creazione di ulteriori strumenti. In tal senso, ciò che distingue la scimmia dall'uomo è che la scimmia si limita ad opere ‘terminali’ laddove l'uomo riesce ad andare oltre.

Certo è interessante osservare che da questo punto di vista l'uomo raggiunge la propria massima espressione (che per l'appunto lo distingue dagli altri esseri viventi) non tanto quando disegna o scolpisce o compone, quanto piuttosto quando pialla, inchioda, suda davanti alla fornace. Dopo tutto, l'ornata suppellettile che nutre lo spirito ed il senso estetico del fruitore è funzionalmente più simile al legnetto con cui la scimmia raccoglie le formiche che non allo scalpello con cui è stata creata.

Vi rileverò dalla necessità di contestarmi osservando che laddove la scimmia provvede solo ai proprio fabbisogni fisici e corporali, le opere terminali dell'uomo hanno anche (se non soprattutto) lo scopo di nutrire il suo spirito, quello stesso spirito che è, a detta di molti se non di tutti, ciò che realmente ci distingue dal resto degli esseri viventi. E basta notare l'abbrutimento di chi non cura e coltiva il proprio spirito per capire quanto questo nutrimento che ci separa dagli animali sia importante.

L'osservazione, benché puntuale, sposta di poco l'aspetto funzionale dell'opera terminale: il soddisfacimento di bisogni.

Una specie che avesse oltre ai bisogni fisici ed a quelli spirituali altri bisogni (inesplicabili per noi come i nostri bisogni spirituali lo sono per le scimmie) non vedrebbe nulla di speciale nel nostro fruire opere terminali per nutrire il nostro spirito, esattamente come noi non vediamo nulla di speciale nel fatto che gli animali mangino. A ben pensarci, non è da escludere che ciascuna specie abbia bisogni non fisici che le altre specie non sono in grado di comprendere, nemmeno di indovinare. È ciò che va oltre il soddisfacimento dei bisogni, quindi, la cosa a cui guardare —ammesso e non concesso che la creazione di strumenti per creare altri strumenti non possa essere interpretata anch'essa come soddisfacimento di bisogni, benché in maniera più indiretta: ogni passo nella catena degli strumenti è un livello di indirezione, in cui il bisogno da soddisfare va ricercato nel tentativo di semplificarsi il lavoro ai livelli più vicini al bisogno ‘primario’, terminale.

Comunque, se davvero è nella creazione di opere/strumenti atti alla creazione di altre opere/strumenti (metastrumentalità) che soggiace la differenza (in termini di capacità) dell'uomo dalla scimmia, questa differenza raggiunge la massima espressione (e quindi l'uomo raggiunge l'apice delle proprie capacità) nella creazione ‘a mani nude’ di opere/strumenti che non hanno altro possibile fine che la creazione di altre opere/strumenti (in contrasto, quindi, con quelle che hanno magari anche una fruibilità propria non mirata alla creazione di altro).

Ovviamente, nel caso dell'uomo, alla semplice arteficità più propriamente manuale si aggiunge quella spesso detta “di concetto”, la creazione puramente astratta, tipicamente mentale. E non credo di essere molto lontano dal vero nel sostenere che alla creazione materiale prelude (quasi) sempre quella astratta: la seconda è quindi facilmente strumentale alla prima, e nella misura in cui lo è, è anche una più alta espressione delle capacità dell'uomo. In tal senso, ad esempio, la logica su cui si basa la matematica su cui si basa la fisica su cui si basa l'ingegneria è probabilmente un esempio della più alta realizzazione delle capacità umane.

È opportuno inoltre osservare che tra i campi in cui sa e può operare l'uomo esistono relazioni di metastrumentalità che non sono né lineari né univoche né, soprattutto, a senso unico: strumenti possono essere usati per creare e/o migliorare strumenti che favoriscono la creazione e/o il miglioramento degli strumenti che li hanno creati. Più che di una spirale sarebbe quindi forse più opportuno parlare di una rete, una metaforica tela di ragno al cui centro troviamo l'uomo con le sue mani e la sua mente, e da cui si dipartono fili verso i bisogni ‘diretti’ dell'uomo stesso, fili attraversati a diverse distanze da altri fili a struttura vagamente concentrica, rappresentanti i vari campi del sapere e dell'operare umano, dalla falegnameria alla pittura, dalla filosofia alla matematica: le intersezioni tra i fili sono le opera e gli strumenti, ed i fili stessi indicano una relazione di dipendenza, che può essere in un solo verso ovvero in entrambi, a seconda che l'uno strumento possa essere usato per l'altro e viceversa: da un campo all'altro dal centro alla periferia, nello stesso campo trasversalmente.

Purtroppo, benché la metastrumentalità sia una caratteristica della specie umana in senso collettivo, essa non può facilmente dirsi caratteristica del singolo individuo: benché in tempi passati si potessero trovare arti, mestieri e professioni in cui il faber si dedicasse alla creazione ed al perfezionamento dei propri strumenti quanto a quella delle proprie opere o degli strumenti per le opere altrui, il fenomeno si è sempre più ridotto fin quasi a sparire in tempi moderni, dove l'alta specializzazione, l'aumentare delle conoscenze e la complessità degli strumenti stessi portano ad insormontabili difficoltà nello spaziare per l'intera lunghezza di uno di quei fili che dall'umanità si dipartono verso le sue opere terminali.

Basti pensare che già solo per comprendere il funzionamento degli strumenti su cui poggia il nostro vivere quotidiano avremmo bisogno di conoscenze che spaziano dalla fisica alla chimica, dall'elettronica alla meccanica; per poterli mantenere e riprodurre dovremmo essere fabbri, meccanici, sarti, cuochi, idraulici, ingegneri elettronici, e dovremmo avere a disposizione cantine, officine, camere bianche, nonché una corrispondente quantità di ulteriori strumenti. Non solo degli strumenti d'uso quotidiano abbiamo però una conoscenza non certo approfondita, che nei migliori dei casi si limita a minime capacità di manutenzione, e quasi mai di riproduzione: la maggior parte degli uomini moderni si trova spesso anche sul lavoro a far uso di strumenti dei quali ha nel migliore dei casi una conoscenza solo superficiale; reciprocamente, chi produce opere che hanno un duplice valore terminale e strumentale facilmente si dimentica del secondo, e concentrandosi solo sul primo si allonta dalla piena estrinsecazione di quella capacità che distingue il genere umano.

Non è tanto una limitatezza degli interessi ad impedire agli uomini di occuparsi degli strumenti di cui usufruisce, quanto piuttosto il loro essere selettivi: dopo tutto, anche un polimate, un Uomo Universale (ancora echi del rinascimento) potrebbe comunque non essere in grado di adoprarsi per creare o migliorare gli strumenti a lui necessari per il suo dominio sui molteplici campi di cui si occupa. Sarebbe quindi interessante sapere quali meccanismi psicologici spingono le persone ad interessarsi dei proprî strumenti piuttosto che di altri campi più o meno connessi tra loro.

Dopo tutto, per quale motivo un matematico dovrebbe interessarsi delle applicazioni della sua teoria alla fisica, quando non direttamente all'ingegneria? Eppure la più sconvolgente presentazione del SIMAI 2008 è stata su un sorprendente nesso tra la matematica più astratta (l'algebra omologica) e quella più ingegneristica (gli elementi finiti): non a caso, la presentazione era anche mirata a sottolineare l'arbitrarietà di certe convenzionali distinzioni tra matematica pura (intesa appunto come opera ‘terminale’, per lo più fine a sé stessa) e matematica applicata (intesa appunto come opera strumentale, ‘calcolatrice’).

Viceversa, perché mai un matematico dovrebbe interessarsi degli aspetti tipografici dei lavori che porteranno in giro le sue idee? Eppure il più longevo (e se non il, sicuramente uno dei più longevi) dei software attualmente ancora in circolazione è il TEX, che fu sviluppato sul finire degli anni '70 da Donald Ervin Knuth, matematico ed informatico (anzi Maestro dell'Arte della Programmazione al Computer) che si mise a studiare tipografia non tollerando lo scempio cui veniva sottoposta la (sua) produzione scientifica: non a caso il nome del software deriva dalla te´???, la capacità dell'artifex (mi si perdoni l'exploit [ahem] linguistico).

In effetti, ci sono casi in cui è possibile lavorare ai propri strumenti (o a parte di essi) senza trascendere (o con una minima trascendenza de)i limiti della conoscenza settoriale, all'interno quindi della propria te´???, e raggiungendo comunque apici di metastrumentalità. Ad esempio, nei bei tempi andati un fabbro era in grado di produrre la maggior parte dei propri strumenti; in tempi più moderni, la cosa è vera per chi scrive programmi al computer: benché non sempre se ne occupi, un programmatore ha già le conoscenze per scrivere programmi che lo aiutino nel proprio lavoro di programmatore. E visto quanto la metastrumentalità porti ad una prospettiva quasi paradossale sull'importanza e la rilevanza delle nostre capacità, verrebbe da chiedersi: essere metastrumentali senza uscire dal proprio campo è meglio o peggio che esserlo spaziando in campi diversi?

(Poi, ecco, tutto questo prende ovviamente spunto dal periodo che sto attraversando, periodo in cui ho lavorato con gran profitto e gran soddisfazione non solo al più immediato compito per il quale da questo mese, e quindi materialmente dal prossimo, riceverò il mio soldo d'impiegato di concetto, ma anche ad una serie di strumenti di contorno. Vedere le proprie conoscenze da matematico ed informatico concretizzarsi nella prima bozza di codice per calcolo scientifico su scheda grafica non è cosa da poco. Ma quando i proprî contributi vengono ufficialmente accettati in un importante strumento di sviluppo utilizzato da molti importanti progetti, be', c'è una soddisfazione tutta particolare.)

permalink | scritto da in data 19 novembre 2008 alle 0:50 | Stampastampa
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20071031

Quan(d|t)o sono (geek|nerd) #5: the lion pin Diario

Uscendo di casa per andare in dipartimento stamane trovo nella busta delle lettere un involto piuttosto consistente. Avendo letto giusto ieri sera l'email che annunciava la distribuzione del nuovo numero di ArsTeXnica indovino subito, senza guardare il mittente, che si tratta del pacco del GuIT. Sono ora orgoglioso possessore di (un altro) pin del leoncino del TeX. E mi piace

permalink | scritto da in data 31 ottobre 2007 alle 16:22 | Stampastampa
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20070721

Lavoro, vero? Diario

Da quando il committente ha cominciato a guardare le prove di layout, richiedendo ovviamente modifiche correzioni ed aggiunte, mi capita ogni tanto, soprattutto durante le pause lavorative, di fare mente locale sul fatto che questo mio lavoro ha una importante caratteristica che lo rende notevolmente diverso da tutte le altre attività da me svolte finora.

Intanto, la più parte della mia vita io l'ho passata ad assumere: leggere, ascoltare, studiare. Le attività più, appunto, attive, più creative, di scrittura e programmazione, sono state principalmente hobbistiche: il loro risultato interessava me, e pochi altri. Persino quando ho cominciato a contribuire a vari programmi open source, i miei contributi, anche quando importanti, anche quando sostanziali, anche quando cruciali, sono sempre stati, in fin dei conti, a libera discrezione mia ed a libera accettazione altrui: quando non convincevano, non è che spostasse molto.

E persino il mio lavoro di ricerca all'università non mi ha responsabilizzato più di tanto: in buona parte per una condizione intrinseca della ricerca matematica, ed in secondo luogo perché tra il mio lavoro di ricerca e l'applicazione che vedrà il mercato, tra l'idea e l'implementazione finale, ci sono molti strati intermedi su cui io non agirò, ed a prescindere dal valore del mio contributo, è sufficiente per me indicare le “grandi linee”, senza preoccuparmi del lavoro “di fino”.

La situazione è notevolmente diversa nella mia collaborazione con la Logo s.r.l: non solo non sono più io a decidere “cosa va dove” (piuttosto, ciò di cui mi occupo è come far andare cosa dove), ma, soprattutto, la mia consegna (fine luglio) sarà definitiva: il prodotto che andrà in stampa sarà sostanzialmente prodotto dal layout implementato da me. Ecco, quando faccio mente locale su questo fatto, la cosa mi disturba un po'; credo principalmente perché è una responsabilità supplementare, e la cosa più strana è che nonostante la situazione non fosse poi tanto diversa quando sviluppai le macro per la rivista di dipartimento, la sensazione allora non mi toccò nemmeno di striscio: forse perché essendo una cosa di dipartimento, in qualche modo era “in famiglia”; e forse anche perché, digiamocelo, la nostra rivista di dipartimento non è proprio avvolta da un'aura di serietà.

In qualche modo, questa esperienza mi sta aiutando ad approfondire la conoscenza delle differenze tra accademia e lavoro “vero”.

permalink | scritto da in data 21 luglio 2007 alle 13:45 | Stampastampa
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20070615

Ai confini del presente Diario

Diciamo che ci sono stati sequel peggiori, ecco. Che è un po' triste che sia la cosa più bella che si possa dire dei Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo. Perché diciamolo, è difficile essere peggio di Matrix Revolutions, e solo Spider-Man 3 (tra le serie che ho visto) riesce a competere per quell'ignobile posto. Ma ecco, diciamo che per il terzo dei Pirati c'è poco da salvare, qualche scena comica (neanche troppe e nemmeno troppo comiche), il solito Johnny Depp/Jack Sparrow, e la gnocca britannico-jamaicana Naomie Harris/Tia Dalma.

È interessante invece come nella vita reale certi ritorni promettano molto meglio, come un potenziale contratto di lavoro con il TEX (e sul serio stavolta, non come quella presa in giro per la rivista di dipartimento, che promette di essere uno sfruttamento di lunga durata senza pecunia di compenso). Scrive la pecora nera del cambiamento, del diventare adulti; non la biasimo, sono io il primo a non amare il cambiamento, persino la crescita: eppure succede, ed io mi considero fortunato perché tutto sommato la sto vivendo senza particolari traumi, solo qualche piccolo graffio ogni tanto. Così ho fatto la mia prima visita (purtroppo infruttuosa, ma per fortuna forse anche inutile) alla CGIL, e mentre scendevo in centro pensavo proprio a questo, che era come prendere in mano un altro degli innumerevoli fili della mia vita. E l'approssimarsi di una scelta, forse.

Le scelte, forse ancora più un problema che la crescita, perché per ogni scelta fatta quante possibilità si perdono? Una prospettiva sulla ruota del karma forse un po' diversa da quella tradizionale, non so, con l'attenzione non tanto al modo in cui le nostre azioni influenzano l'equilibrio del cosmo, quanto piuttosto su come le azioni che non abbiamo compiuto avrebbero potuto influenzarlo. Mi piacerebbe poter vivere infinite vite, tutte diverse, un po' come l'Homer, anima riluttante di Wiley (Non Sequitur), ma ricordandomi di ognuna, e poi chissà, sceglierne la migliore, o più probabilmente no, continuare a viverle tutte. Ma così non sembra che sia, e sebbene preferisco trovarmi a dover scegliere tra la ricerca scientifica ed un lavoro con il TEX (perché vorrebbe dire che ho proposte importanti in entrambi i campi), sarebbe forse più semplice non avere scelta. Potrei essere talmente fortunato da poter restare all'università e lavorare al TEX? Si potrebbe porre la questione in termini diversi, del tipo: sarei in grado di prendere in mano un ulteriore filo della mia vita, e condurre quel tipo di relazioni che potrebbero portare a progetti e cofinanziamenti che mi permettessero di lavorare al TEX all'università? ed io dico sì, e si stanno offrendo nuovamente possibilità; ma la difficoltà è ben altra: posso farlo restando (anche solo inizialmente) sotto l'ala protettiva del mio attuale gruppo di ricerca? Già qui la situazione si fa più complicata, perché il mio advisor ha già dimostrato di non essere interessato al TEX, ed ha invece avuto la cortesia di prospettarmi un ulteriore progetto di ricerca.

Che poi sono comunque fortunato, perché se di scelta si tratterà, sarà comunque tra cose che mi piace fare, perché non è che la ricerca scientifica non mi piaccia: è solo che in essa raggiungo livelli di frustrazione che nella programmazione non ho (finora) raggiunto: perché anche la situazione più stressante in programmazione alla fine mi si è risolta; ma ci sono punti (ben dolenti) nella ricerca che minacciano di trascendono in fatiche sisifee. (Semmai, dovendo programmare per lavoro mi troverei davanti altri tipi di problemi, come l'insoddisfazione che un perfezionista come me potrebbe provare nel dover consegnare qualcosa che non ritiene pronto. Eppure, sospetto che preferirei. Ma chissà quali altre frustranti magange salterebbero fuori. A leggere Dilbert non sembra una situazione tanto più rosea della mia, ma diciamolo, almeno lì il problema sono gli esseri umani, non problemi astratti: ben diverso, visto che comunque gli esseri umani, insomma, si sa che sono quello che sono.)

permalink | scritto da in data 15 giugno 2007 alle 1:46 | Stampastampa
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