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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20080418

Leggere, Capire, Pensare, quindi Intervenire Diario

IlCannocchiale mette a disposizione dei propri utenti un forum, il cui scopo dichiarato, messo ben in vista dalle prime righe sotto il titolo, è il seguente:

Benvenuti nel forum di discussione della piattaforma del Cannocchiale. Questo forum nasce con lo scopo di aiutare gli utenti nell'utilizzo della piattaforma, inoltre può essere fonte di suggerimenti per il suo miglioramento e crescita.

Invitiamo tutti gli utenti a partecipare aiutando i nuovi iscritti a conoscere meglio le potenzialità e le particolarità di questa piattaforma. Prima di inviare una richiesta, provate a scorrere alcune delle pagine del forum per verificare che il vostro quesito non sia stato già posto e non abbia già ricevuto risposte o spiegazioni.

Trovo che il testo sia scritto in italiano corretto e di facile comprensione. Ma forse sono abituato male io, perché negli ultimi mesi si è verificata un'ondata di messaggi totalmente fuori tema, che ha praticamente trasformato il forum in un punto d'appoggio per i sostenitori del PD, sia sotto forma di pura campagna elettorale ‘personale’, sia per fare richieste e dare suggerimenti.

Nonostante i ripetuti interventi di gente come il sottoscritto o gattopesce, e persino una minaccia da parte della redazione di eliminare tutti i messaggi fuori tema (minaccia ovviamente mai concretizzatasi, visto il perenne assenteismo della redazione stessa e la mole di messaggi), l'ondata di spam è proseguita imperterrita, coronata ovviamente in questi ultimi giorni da nuovi messaggi di pacchesullespalle e coraggioeavanti.

A leggere la prima pagina del forum in questo momento si vede una lista infinita di messaggi con relativa risposta, un invito ad andare a parlarne sul blog apposito.

Il pensiero che nasce, spontaneo, riguarda i rapporti tra persone, internet ed educazione.

Il predecessore del forum web è il newsgroup: originariamente un fenomeno principalmente universitario, il newsgroup aveva sviluppato, tra le altre cose, un proprio codice di comportamento che veniva puntualmente infranto dalle ondate di nuovi arrivati ad ogni inizio di anno accademico. Gli utenti esistenti perdevano quindi il primo mesetto ad insegnare ai newbie le regole fondamentali: non urlare (non scrivere in maiuscolo), non citare un milione di righe per rispondere con un «anch'io», non andare fuori tema, e via discorrendo. Dopo di che, i newsgroup ritrovavano il proprio equilibrio, fino al settembre successivo.

Dal 1993, anno in cui America Online (AOL) ha cominciato ad offrire accesso ai newsgroup a tutti, le annuali ondate di utenti si sono trasformate in un flusso continuo e di enorme portata di newbie: ora, se i veterani di Usenet potevano gestire senza problemi le matricole universitarie, non foss'altro per una questione di numeri, sempre per la stessa questione di numeri divenne impossibile assicurarsi in breve tempo l'assimilazione delle regole basilari della netiquette: è cominciato così il Settembre Eterno.

Ora, io mi sono sempre chiesto per quale motivo ci debba persino essere bisogno di insegnarle, le regole della netiquette. Voglio dire, a me sembra ovvio che prima di entrare con tutto il proprio peso in una congrega (comunità? diciamo comunità) si perda un po' di tempo a vedere quali sono i meccanismi che la reggono, i ruoli ed i tipi degli individui che la compongono, e così via dicendo.

Invece, sembra che l'ingresso in internet, ingresso non solo come fruitori passivi ma come contribuenti attivi (quindi in defitiva come prosumer), porti l'egocentrismo di molti ad un'espansione tale da prevaricare non solo ogni argine di convenzione sociale, ma anche ogni attesa di relazione con gli altri.

Ma l'egocentrismo è evidente insufficiente a giustificare questa esplosione di disattenzione iniziale con tutte le sue conseguenze; dopo tutto, io sono una delle persone più egocentriche di mia conoscenza (e voglio vedere chi, tra coloro che mi conoscono, potrebbe portare un esempio migliore) e tuttavia proprio in quel periodo iniziale che dovrebbe portare alla conoscenza, se non anche all'accettazione, delle regole, mi pongo come osservatore (poi ci vado giù pesante, ma quello è un altro discorso).

Ho già discusso in passato di come tre miti del virtuale (il “vero io”, l'anonimato e l'universalità) giocassero un ruolo cruciale nella generazione dei famosi troll. Ma laddove nel troll vi è un'intenzione provocatoria e distruttiva nei confronti della comunità, per l'utenza normale il ‘trollaggio’ (a tutti capita di trollare, anche per errore) non è intenzionale, ma frutto di una sostanziale mancanza di educazione. Ne è riprova il fatto che basta in genere comunicare le regole perché queste vengano seguite.

Il fattore numerico è quindi determinante: con il diffondersi dell'incultura e dei conseguenti comportamenti ‘maleducati’, diventa sempre più difficile ottenere poi un rispetto delle regole, poiché esse diventano minoritarie: e per quanto possano essere più civili e più sensate, non sono sufficientemente diffuse da potersi imporre.

Ora, sarebbe bello poter pensare che questo fenomeno della diffusione a macchia d'olio dell'incultura e della conseguente perdita di civiltà sia un fenomeno prettamente, o prevalentemente, virtuale. Ovviamente, sarebbe anche piuttosto ingenuo: è vero che su internet il fenomeno (come praticamente tutti i fenomeni di internet) ha avuto una portata ed una rapidità di manifestazione senza paragoni, ma non è difficile riscontrare il fenomeno nella vita quotidiana.

Il fenomeno è lo stesso: lo sgretolarsi delle regole; ma a distinguere il fenomeno reale da quello virtuale non è solo la rapidità con cui si manifesta, bensì anche il risultato della ricerca di nuove regole: che su internet si sposta verso fenomeni di tipo anarco-comunisti (dall'open source al peer-to-peer), mentre nella vita reale si sposta verso strutture opposte.

La cosa non è particolarmente sorprendente: il fascino della libertà totale esercitato dai succitati miti su internet porta in maniera naturale all'aggregazione spontanea ed alle conseguenti strutture anarchiche; ma ciò che attrae in internet diventa scomodo quando non addirittura imbarazzante nella vita reale, spingendo quindi verso la sottomissione a gerarchie umane o, in mancanza di meglio, simboliche.

Non è difficile immaginare che, proprio a causa di questa dicotomia, si andranno diffondendo sempre più rapidamente i meccanismi di controllo di internet (il cui esempio più plateale è la Cina, ma da cui non sono esenti nemmeno le nazioni occidentali): causa persa in partenza, ovviamente, poiché le tecniche per sfuggire a questi controlli saranno sempre un passo avanti, grazie alle possibilità di decentralizzazione (principalmente basate sul DHT, il fondamento tanto della rete Kad di eMule quanto della botnet usata dal worm Storm) e crittografia offerte dalle nuove tecnologie.

Il seguito è postumano, ma quello è un articolo che devo ancora scrivere

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20071109

Supertroll, o degli etici contrasti Diario

Un troll (virtuale) è un individuo la cui partecipazione ad una comunità (forum, newsgroup, …) è sostanzialmente circoscritta a provocazioni che hanno lo scopo di suscitare reazioni violente da parte degli altri membri. I troll variano dai più grezzi, che si limitano al continuo e pesante insulto di alcuni membri (spesso i più suscettibili), se possibile facendo riferimento a dettagli poco piacevoli della vita privata dei membri in questione, a quelli più fini che operano aprendo discussioni su argomenti ‘caldi’ (questione palestinese, razzismo, etc) con toni provocatori e controversi, magari svanendo subito dopo e lasciando che siano altri ad aggredirsi, salvo poi tornare per rianimare le fiamme ogni volta che queste discussioni vanno a morire.

Il troll può o meno credere alle idee che propugna, ma la cosa è del tutto inafferente: i suoi scopi (ed i suoi mezzi) non sono diretti alla sviscerazione di questo o quell'argomento, ma solo al suscitare le reazione più violente; anche per questo un troll non va confuso con qualcuno che ha semplicemente convinzioni molto forti e che difende accanitamente, benché anche questo possa (ovviamente) generare violente discussioni: ciò che caratterizza il troll è in primis l'intenzione, e di conseguenza spesso il metodo. Proprio per questo non sempre è facile identificare un troll, se non nei casi più grezzi: un troll molto capace è difficilmente distinguibile da qualcuno fermamente (e magari aggressivamente) convinto delle proprie idee, cosa che porta infatti spesso alla errata identificazione degli altri per gli uni.

Di questo (non) si parla nel recente articolo in difesa dei troll scritto dallo Sposonovello. Un aspetto della sua tesi (che non so fino a che punto sia sincera e fin dove invece sia avvocatura diabolica) piuttosto interessante è che ciò che distingue il troll dal resto della comunità è una (sincera) differenza d'opinione, ma non una differenza d'opinione su un qualsiasi argomento, bensì una differenza di opinione proprio sull'etica dei fora: laddove la maggior parte dell'utente dei fora è interessato a questo o quell'argomento, e magari una certa forma di social bonding con gli altri utenti, il troll è interessato solo ed esclusivamente alla ‘magia’ delle discussioni accese e feroci.

È quindi abbastanza naturale che il troll non sia ben accetto dalla comunità: non tanto perché ha (o potrebbe avere o manifesta) idee diverse da quelle degli altri (o di alcuni altri) su questo o quell'argomento, ma perché la sua etica sociale è profondamente diversa. La sua posizione non è pertanto poi tanto diversa da quella di chi, nella vita reale, ha (e si comporta secondo) un'etica profondamente diversa da quella della comunità in cui vive, un'etica magari offensiva nei confronti della cultura circostante.

Potrebbe essere il caso ad esempio dell'omicida, del pedofilo o, volendo essere meno estremi, della ‘donna di facili costumi’ (nei confronti delle quali si potrebbe aprire un'infinita parentesi con cardine sull'ipocrisia del rifiuto pubblico e dell'accettazione privata), o di qualcuno che si diletta nel ruttare, sputare e/o scorreggiare pubblicamente e vistosamente.

Ora, pare che gli esperimenti mentali (tipo questo, che tra l'altro è sempre su un esempio di contrasto etico-culturale) siano molto in voga tra i filosofi, forse come tentativo di emulazione della scienza (e dei suoi esperimenti ideali). D'altra parte, non mi è difficile comprenderne l'utilità esemplificativa, anche se quanto si ottiene si potrebbe comunque smontare sulla base del “sì, ma una cosa del genere non è mai successa” (come se questo potesse indicare che non succederà mai; ma sorvoliamo sulle diffuse (in)capacità dialettiche).

Ho deciso di dilettarmi anch'io in questa ginnastica mentale introducendo i Supertroll: una comunità che valuta il valore dei propri individui in base alla violenza delle reazioni suscitate. In un simile contesto a venir ignorato (cura usuale contro i troll nelle classiche comunità) non sarebbe più il provocatore, bensì l'incapace, l'utente che si riveli non in grado di suscitare inferni di parole, scegliendo gli argomenti giusti o esponendoli nel modo giusto; invece del Moderatore ci sarebbe magari il Punzecchiatore, ed invece di bannare si andrebbe in giro per forum ad invitare la gente a litigare nel proprio. Il comportamento tipico del troll, malvisto dalle altre comunità, è qui il modo giusto di comportarsi.

Questo esempio mentale mi avvicina inevitabilmente a quella che credo sia l'idea alla base dell'articolo dello Sposonovello, ovvero che il comportamento del troll non è intrinsecamente negativo, ma è tale solo in rapporto alla, se vogliamo, mentalità dominante; e non potrei non essere d'accordo, vista la mia personale convinzione che non esiste nulla di intrinseco (né di assoluto) nell'etica. Tuttavia, questa non intrinsicità della negatività del comportamento trollesco non implica in alcuna misura che le comunità non debbano difendersi dai troll.

Non si può pretendere di vivere all'interno una comunità (reale o virtuale che sia) con comportamenti che vadano contro le regole (scritte e non scritte) della comunità stessa senza pagarne le conseguenze; le comunità non hanno alcun obbligo, né all'accoglienza, né alla tolleranza né tanto meno all'adattamento, nei confronti dell'estraneo (estraneo che, almeno nei casi di comunità reali, può persino essere nato in seno alla comunità, e la cui estraneità è proprio definita dal contrasto etico): si tratta piuttosto di una disponibilità che le varie comunità possono (o meno) avere, in misura diversa.

Benché dal punto di vista relazionale la situazione reale e virtuale non sia quindi differenti, il rejetto virtuale ha però due grossi vantaggi rispetto al rejetto reale (anzi tre se includiamo il rischio molto minore di subire fisicamente le conseguenze della propria diversità): dislocazione rapida e possibilità di fondare nuove comunità. È abbastanza ovvio infatti che lo sforzo necessario ad allontanarsi da una comunità virtuale per immergersi in un'altra è notevolmente minore di quello di smontare baracca e burattini per trasferisi in una nuova nazione: virtualmente, è raramente richiesto più che l'inserimento di qualche dato (tipo nick e avatar), e la cosa più grave che può succedere è che il proprio nick preferito sia già usato da qualcun altro; è persino più facile trovare la nuova comunità, generalmente, di quanto non lo sia andare fisicamente in cerca di gente con cui ci si integra bene. Per di più, nel caso in cui non ci si ritrovasse in alcuna comunità già esistente, c'è grande disponibilità per fondarne una nuova, diversamente da un eventuale gruppo di persone che volesse fondare una nuova società con regole radicalmente diverse da quelle dei vicini, se non altro per l'attuale carenza di terreni colonizzabili.

Tornando ai troll, viene da chiedersi perché non mettano in pratica questa possibilità di fondare la comunità supertroll che viene loro offerta dalla virtualità; e mi sovvengono almeno tre possibili motivi con cui spiegarne l'(almeno apparrente) assenza.

Una spiegazione è che in realtà tale comunità esista, ben nascosta, e che i troll che imperversano per le comunità online siano in realtà in missione per parte di una comunità coesa, quella dei supertroll, che invece di esercitare ed esprimere il proprio distruttivo valore all'interno della comunità stessa lo esplica travolgendo le altre comunità; i trollaggi sarebbero quindi attacchi in piena regola, non il risultato di iniziative individuali. Questa ipotesi si lega bene con un'altra, ovvero che una comunità supertroll sia esista in passato, ma che si sia sgretolata a causa dei violenti attriti interni causati dall'esercizio continuo della provocazione come regola di convivenza sociale. Si potrebbe persino ipotizzare che un primo tentativo sia fallito come nella seconda ipotesi, per poi risolversi nella prima.

La terza ipotesi invece si basa sull'ipotesi che la comunità supertroll non esista e non sia mai esistita, evidenziando aspetti più psicologici dell'essere troll; parte quindi da un'osservazione sull'essenziale individualismo del troll (anche se capita di trovare troll che agiscono insieme) per concludere che una comunità supertroll (intesa proprio come comunità coesa e non come semplice denotazione esterna di una collezione di individui) non può esistere in realtà perché il troll si realizza nel suo essere individuale e malvisto dalla comunità: trovare quindi una comunità che lo accetti, lo apprezzi o addirittura lo incoraggi sarebbe la sua nemesi, persino peggio che l'essere ignorato.

permalink | scritto da in data 9 novembre 2007 alle 13:08 | Stampastampa
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