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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20080913

Spompai: «'e CIME 'e Napule» Diario

Molto meno noto del collega Go Nagai (passato alla storia come disegnatore di robottoni) è il barbuto Acchianando Spompai, da noi conosciuto, nell'ilarità generale, durante l'ennesimo ritorno in hotel dalla spiaggia, (subito) dopo pranzo.

Il “noi” in questione si riferisce alla microcomitiva formata, oltre che ovviamente dal sottoscritto, dal collega Informatico nonché da una simpatica compagine di giovin pulzelle di quel di Napoli, fondamentale contributo costoro alla piacevolezza del tempo trascorso qui al Grand Hotel San Michele di Cetraro (CS) in occasione del corso estivo sui Level Set organizzato dal CIME.

Scrivo questo articolo nella hall dell'albergo, un posto niente male scelto, tra le tante, da una comitiva di inglesi che hanno appena finito di celebrare un matrimonio in terrazza e stanno ancora lì a festeggiare. Speriamo che restino a godersi il calore che la pioggia prandiale ha appena intaccato.

Una buona metà dei partecipanti al corso è già partito, approfittando della fine anticipata dei corsi. Restiamo soltanto il sottoscritto (che aspetta di partire direttamente per il convegno SIMAI 2008), un professore (l'unico italiano, e quello i cui seminari si sono rivelati più chiari e completi) e qualche altro studente. Questo mi lascia un po' di tempo per scrivere, e per ripassare la presentazione che non ho voglia di presentare lunedì.

Sono fiero dei complimenti fattimi da Osher, uno dei padri dei Level Set, per la mia comprensione della lingua: a quanto pare, ero l'unico a ridere delle battute. È indubbio d'altronde che i suoi seminari siano stati i più divertenti, benché non certo i più approfonditi.

A ben guardare, durante il corso non si è parlato moltissimo dei Level Set in quanto tali, quanto piuttosto di tutto quell'impianto teorico (analisi funzionale variazionale) più o meno recente che sta alla base del loro utilizzo nella

(le stangone inglesi in minigonna sono alquanto distraenti)

del loro utilizzo, dicevo, nella manipolazione delle immagini (dall'eliminazione del rumore al riconoscimento di figure).

Una bella esperienza, complessivamente, nonostante o anche per gli inglesi ubriachi da mattina a sera (tranne oggi per il matrimonio — irriconoscibili). Ed il piccolo magone dei saluti stamattina.

Ora ci si rilassa: si prende il mare, il primo temporale estivo, si sta collegati ad internet tramite colleghi, si gioca a carte.

permalink | scritto da in data 13 settembre 2008 alle 18:21 | Stampastampa
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20080905

Le leggi che non si possono infrangere Diario

Tra le regole che ci autorizzano a dare al nostro universo l'appellativo di Cosmo ve n'è una che il buon figlio di Alighero fa espressamente nominare a Betran de Born:

Come ho già avuto modo di accennare in passato, mi è stato assegnato il compito (ovviamente non remunerato) di sviluppare (e mantenere) il foglio di stile LATEX ed il processo di automazione per la creazione degli articoli per la rivisita del dipartimento, compito che peraltro non mi dispiace (sorvolando sul carente aspetto pecuniario).

In questi giorni è finalmente stato mandata in stampa il primo numero della rivista su cui figuri un mio articolo. Questo è anche il secondo o terzo volume che viene preparato e mandato in stampa con il foglio di stile ed il processo di automazione da me creati e mantenuti.

Ovviamente, tra tutti gli articoli pubblicati il mio è l'unico ad avere un difetto, difetto di cui ci si è accorti solo a stampa e consegna avvenute: manca la bibliografia.

Trovare la causa di questo problema è stato molto facile. Porvi rimedio in tempi brevi e modi decenti sarà alquanto meno agevole.

permalink | scritto da in data 5 settembre 2008 alle 12:06 | Stampastampa
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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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20080308

Servitore di due padroni Diario

Mi ritrovo improvvisamente la vita piena. Una pila di libri da studiare accanto al letto; almeno due programmi a cui lavorare; ed ancora l'ombra del progetto LIMA (maledetta mentalità del publish or perish).

Passerà ancora del tempo (quanto?) prima che potrò essere io a decidere i campi di ricerca a cui dedicarmi. E nel frattempo posso solo sperare che ciò che mi viene offerto mi attiri, mi piaccia, mi coinvolga, e non mi frustri.

Ma cosa succede se il Professore spinge verso un tipo di ricerca, ed allo stesso tempo mi trova una nuova collaborazione (stavolta con l'INGV) che tira da un'altra parte? Devo cominciare a gestire il mio tempo distribuendolo nella maniera più opportuna.

Non riesco a presentare al Professore i miei ultimi risultati? È il momento di metterli in pausa e dedicarmi alla simulazione delle colate di lava. Il Professore vuole vedere perché la sua idea non funziona? Dimentichiamoci delle colate e torniamo al codice che mi ha chiesto di scrivere.

E poi c'è questa gran pila di libri: dalla fluidodinamica ai levelset, si spazia dalla fisica all'analisi numerica. In realtà probabilmente ho esagerato; l'esperienza del progetto LIMA sembrava avermi suggerito di cercare di documentarmi il più possibile prima di ricominciare, ma in realtà la cosa sembra non funzionare tanto: è come se la lettura non mi lasciasse nulla, come se la mente si fosse impermeabilizzata, e l'unico modo per apprendere sia il mettere mano.

Sarà questo il motivo per cui all'INGV mi abbiano chiesto di cominciare da subito a lavorare con loro, benché il progetto debba partire tra un mesetto? Cosa c'è di meglio, dopo tutto, che mettere mano al loro simulatore (con il tutoraggio di chi l'ha creato) per capire come funziona e studiare come migliorarlo? Io pensavo di dedicarmi prima allo studio della teoria fisica che ci sta dietro; ma devo ammettere che ho fatto di più in questi due giorni dedicati al codice che nella settimana di serate passate a leggere il testo di fluidodinamica. O forse è che le letture della buona notte non sono l'ideale? Ma anche di giorno non è che vada sempre meglio …

PhD Comics 20080222
PhD Comics 20080225

Alla fin fine, ad essere sinceri, la mia più grossa obiezione al cominciare subito la collaborazione era la necessità di compiere il sacrificio di dislocare il culo per raggiungere la sede di Catania dell'INGV; che è comunque un sacrificio più grande del raggiungere il dipartimento, perché si tratta di scendere in centro. Ma visto che quando ci scendo ci resto fino a sera, la cosa non va tanto male; anche se devo smontarmi il computer ogni volta. Essere stato tutto sommato ‘costretto’ a farlo è servito a farmi per lo meno apprezzare il risultato.

E poi con tutto il carico di lavoro le soddisfazioni non mancano. Come l'aver avuto ragione nel non essere d'accordo con il Professore su un algoritmo (poi la gente si chiede perché penso di aver sempre ragione …). O come lo scoprire la delicatezza numerica di MAGFLOW semplicemente riscrivendo le formule in preparazione per l'analisi di sensitività.

E visto che riesco anche a trovare ancora il tempo per qualche piccolo passatempo, direi che si può fare.

permalink | scritto da in data 8 marzo 2008 alle 23:53 | Stampastampa
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20080223

Un gesto di coraggio Diario

Non parlo di politica, delle liste ‘pulite’ ma solo per quelli non indagati per “motivi politici”.

Non parlo di economia, di come un aumento dell'1-2% del prezzo del greggio porti all'aumento del 15-20% dei derivati.

Non parlo del bot, della sua nuova casa o della sua nuova capacità di aggiornare Twitter in automatico.

Parlo del mio gesto di coraggio: dire al professore che un certo passaggio in un metodo da lui proposto e su cui stiamo lavorando è, secondo me, concettualmente sbagliato.

permalink | scritto da in data 23 febbraio 2008 alle 1:13 | Stampastampa
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20070924

Un piccolo crescendo Diario

Ci sarà forse qualcosa di zen negli eventi (o nella mancanza di eventi) di questa settimana, o forse è stato semplicemente uno di quei momenti del respiro della propria vita in cui si passa dalla completa espirazione all'inizio dell'ispirazione.

Fatto sta che da questa passata settimana, in cui mi sono rimproverato la scarsa iniziativa lavorativa, la poca voglia di fare cose (anche se una serata al bowling ce l'abbiamo infilata) e persino la pigrizia bloggereccia (con un articolo in gestazione da lungo tempo, a tema rivoluzione e cambiamento, che preme per esser partorito ma che resta lì a giacere e maturare).

Il weekend ha segnato la svolta, partendo dall'incazzatura finestrica (poi uno dice che incazzarsi fa male …); il sabato pomeriggio si va alla presentazione di Non più estate, a cui l'autrice arriva in madornale ritardo (non colpa sua), e da cui ottengo una copia del fumetto personalizzata dal disegnatore (invidia per un'arte di cui non tengo parte): ed è una bella esperienza vedere le tavole originali.

La domenica non brilla dal punto di vista lavorativo (diciamo), ma la sera si celebra un tardo pomeriggio tranquillo con l'Affine, che si conclude con un'allegra nottata al concerto di Elio e le Storie Tese, offerto (gratis) da MusicAteneo (Università di Catania).

E poi, oggi le belle notizie: dopo essermi fatto firmare (finalmente!) dal direttore di diparimento la certificazione per il pagamento dell'assegno degli ultimi quattro mesi, passo dal Professore, che mi aggiorna sul possibile futuro del mio assegno di ricerca. E se non posso dire che vi siano certezze su un mio futuro accademico, mi piace vedere le possibilità, le opportunità che si presentano.

Anche se sono offeso del fatto che il Professore non abbia notato la maglietta che indossavo, nonostante l'avessi messa apposta per lui. Ah, che ingratitudine …

E poi con Alex abbiamo corso un minuto più dell'altra volta, ad un ritmo a me più consono, anche se il tempaccio ci ha impedito di fare lardominali.

Insomma, si prospetta un buon inizio di settimana.

permalink | scritto da in data 24 settembre 2007 alle 22:47 | Stampastampa
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20070905

Le buone notizie che fanno male Il mio mondo

Sarà vero che non tutti i mali vengono per nuocere, ma io ho la sensazione che ci siano alcuni beni che invece hanno proprio questa intenzione. Sono quelle “buone notizie” che ti capitano tra capo e collo, ed il loro capitare ti fa subito dire «ehi, no, un momento, ragioniamo, io non …», ma non c'è niente da fare.

Ad esempio. Io non ho grandi aspirazioni: non mi dispiacerebbe poter trovare un posto fisso in ambito accademico, ma mi accontenterei di un angolino nell'ombra, un orticello da coltivare in santa pace dedicandomi ai miei interessi. Ma lo so che questo non è possibile, che il mondo accademico assegna degli oneri, oneri che a me sinceramente non fanno impazzire. Tipo, l'insegnamento. E so bene quanto sono stato fortunato a poter attraversare quattro anni di dottorato e due anni di assegno di ricerca senza neanche l'ombra di un incarico didattico.

Poi ieri sera, s'era a casa degli Sposinovelli a guardare e fotografare lo zampillone di lava alto qualche centinaio di metri sboccato da una fiancata dell'Etna, arriva la brutta buona notizia: mi telefona il professore dicendomi che ci sarebbe questo corso da coprire. In un capoluogo dell'entroterra siciliano. E la mia risposta iniziale è stata ovviamente «Ma io veramente …» Perché diciamolo. Insegnare. A degli ingegneri. A 100 km da casa mia. Una materia che è la base del mio lavoro, ma della quale non ho mai seguito un corso all'università. Non è che fosse proprio il tipo di cose a cui si possa dire «Sì!» con entusiasmo.

Ma il professore (altrettanto ovviamente) mi fa capire che la proposta è un quiz a risposta chiusa e le uniche risposte sono “sì”, “certamente” e “ci mancherebbe altro”. Ovviamente non dice questo, ma che mi manderà comunque il bando con le informazioni così ci posso pensare su e valutare se sono in grado di tenere il corso.

Mi mangio le mani per tutta la serata.

In realtà già dopo la pizza ed una rapida passeggiata in quel di via di San Giuliano, figuriamoci poi dopo una bella notte di sonno, la prospettiva non è tanto tremenda. Perché comunque ho il tempo di prepararmi a tenere il corso, corso che tra l'altro comincerà a fine novembre: si tratta quindi semplicemente di rassegnarmi, riprendere a studiare, farmi dare qualche consiglio da chi questi corsi li ha già tenuti, e poi andare lì. (No, meglio che per ora non ci penso al dover andare lì.) E questa prospettiva mette molto più in risalto certi lati positivi, come il fatto che il professore abbia pensato a me.

Mi viene in mente lo sketch di Gaber sul giovane disoccupato

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro.

I nostri vecchi dicevano: "Chi lavora un piatto di minestra ce l'ha sempre. Chi non lavora ce ne ha due".

Oggi forse la battuta potrebbe sembrare un po' di cattivo gusto per le difficoltà e l'enorme fatica che si fa a trovare un posto di lavoro sicuro.

Un giovane se lo deve cercare e poi trovare … c'ha tanto di quel tempo libero … e allora che fa? Va al bar, va in discoteca, al pub con gli amici, torna a casa alle quattro di notte …

Finché una mattina finalmente: DRIIIN!

(voce ottenebrata dal sonno) «Pronto.»

(voce pimpante) «Buongiorno signore. Lei è fortunato. Ha trovato un lavoro!»

«Maledizione, proprio io … con tutti i disoccupati che ci sono!».

Perché diciamolo, è così che mi sento io. Vivo questa ambiguità nei confronti della vita, desiderando stabilità, certezze, tranquillità, ma allo stesso tempo non disprezzando l'ambiguità di un futuro incerto: perché se anche è vero che l'incertezza soffoca i progetti, è anche vero che la certezza chiude i futuri possibili. Non solo! Forse per questo, forse per la mia pigrizia, forse per entrambe le cose, io ho la tendenza a vivere aspettando che le cose capitino, ma proprio in attesa; eppure quando poi le cose capitano mi stravolgono: ed è sempre così, sia che la cosa che capita sia attesa, sia che non lo sia; sia che sia ben accetta, sia che non lo sia; sia che sia desiderata, sia che sia temuta.

Ma la cosa buffa di stavolta è che io mi stavo muovendo (forse troppo tardi?) per il prossimo passo del mio futuro, un nuovo progetto a cui lavorare, ed invece (o forse sarebbe più corretto dire in più?) capita questo …

Ecco, forse il punto chiave della mia attesa che le cose capitino è che nel momento in cui sono in arrivo il desiderio diventa che si siano già risolte.


E stanotte ho sognato pomodori con i vermi, e la cosa che mi preoccupava soprattutto era che non ero subito riuscito a riconoscerli (non che il pomodoro fosse strano perché era bianco e totalmente cavo dentro).

permalink | scritto da in data 5 settembre 2007 alle 10:19 | Stampastampa
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