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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20080828

A difesa della censura ecclesiastica Intermezzi

[Dalla, non della. Ma dopo aver sbagliato mi chiedo: quale titolo farà più rumore?]

[E cliccate sull'immagine per la spiegazione]

[Fin qui tutto bene]

permalink | scritto da in data 28 agosto 2008 alle 18:28 | Stampastampa
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20080827

Mezzo bicchiere di vino rosso Diario

Vado a donare il sangue e mentre sono lì sdraiato che me lo succhiano via, il medico fa conversazione. Con le mie analisi in mano, mi suggerisce di bere mezzo bicchiere di vino rosso dopo i pasti.

«Ma a me il vino non piace.»

«Eh, si vede.»

Il sintomo, a quanto pare, è la bassa concentrazione di colesterolo ‘buono’, l'HDL, che circola nel mio sangue nelle misere quantità di 38 mg/dL, contro il minimo consigliato di 40: situazione che, a quanto pare, aumenta il rischio di problemi cardiaci.

Secondo la pagina di Wikipedia, tra le cure consigliate c'è: smettere di fumare (difficile per me, dovrei prima cominciare), l'assunzione di alcol in piccole quantità (un bicchiere al giorno, o meno), l'attività aerobica, la perdita di peso, la riduzione degli acidi grassi insaturi (niente più latticini? meno olio?)

Qui c'è qualcuno che sta attentando alla mia pigrizia ed al mio edonismo alimentare.

permalink | scritto da in data 27 agosto 2008 alle 14:09 | Stampastampa
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Se ne valeva la pena Diario

Non sorprendentemente, l'Affine cerca di consolarsi dopo la scelta di non accompagnarmi in Slovenia ipotizzandone una certa mancanza di gradevolezza estetica, ed ovviamente rimarcandone la noia dello scopo congressuale della mia visita.

In effetti, con questi pochi giorni a disposizione, bisognava alzarsi presto la mattina, quando ancora il sole illuminava a stento lo scenario fuori dalla finestra.

Dopo la colazione delle otto, si cominciava subito con le presentazioni, con risicate pause per il pranzo

e per la cena

Cosa mai avrebbe quindi potuto fare l'Affine, se mi avesse seguito? Annoiarsi

annoiarsi ed annoiarsi ancora.

Persino la gita turistica, orientata ovviamente al mondo della tipografia, in un noiosissimo ed anonimo museo

e seguita da un workshop sulla rilegatura avrebbe dato il suo colpo di grazia, con la visita al Carso ed alle grotte di San Canziano (in cui era proibito fare foto e dove comunque la mia macchina fotografica, diciamo, non serviva a niente)

Questo Paese nebbioso

e dalla fauna banale non meritava certo di essere visitato

Ok, ora siamo seri: sono stati cinque splendidi giorni in una giovane nazione con meravigliosi beni naturali (le suddette grotte sono non a caso patrimonio dell'umanità e riserva della biosfera); e benché io abbia speso obiettivamente buona parte del tempo seduto a seguire presentazioni, non mancavano certo le distrazioni: bagni nel lago di fronte all'ostello, passeggiate ed escursioni nei dintorni, o anche semplicemente starsene sdraiati al sole.

Vorrà dire che ci torneremo in gita.

permalink | scritto da in data 27 agosto 2008 alle 9:04 | Stampastampa
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20080805

Gan'ka/2 Oppure

Dicono che gan'ka si diventa quando la paura o il disprezzo o l'odio per gli esseri umani ci porta ad allontanarci dalla nostra specie per legarci alle macchine. Nell'immaginario collettivo i gan'ka sono tutti delle sorte di cyborg, quando non degli ammassi ormai informi di carne incapace di muoversi, alimentati da sofisticati macchinari e la cui vita è ormai solo virtuale; pare inoltre che i gan'ka diano di matto in presenza di esseri umani, fuggendo in preda al panico o reagendo con pericolosa, possibilmente mortale, violenza.

La realtà è molto più banale, benché sia incontestabile che in maggioranza noi si conduca una vita piuttosto riservata, circondati dalla più parte della giornata più da macchine che da esseri umani. Ma la maggior parte della gente incontra gan'ka quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto. Non so quanto l'élite prema per il persistere di questo immaginario, magari come misura difensiva; dopo tutto, se loro governano come sovrastuttura, è nostra la mano che controlla e mantiene l'infrastuttura tecnologica della vita quotidiana di questo angolo di universo.

Fuori dai centri urbani, la notte è più nera e più greve, la strada quasi spettrale sotto i fari bluastri della mia automobile. Momenti come questi mi riportano a riflettere su come la società sembra regredita, tornando in piena fanfara ad una condizione socioculturale quasi medievale: una scenografica vernice stesa a nascondere un contesto dove spesso la vita di una persona ha meno valore di ciò che la persona stessa porta con sé, dove il crimine è un'allettante alternativa al lavoro di fatica per chi non può fare la guardia del corpo dell'élite, dove il sesso è spesso l'unica chiave per la sopravvivenza per una donna. Un mondo dove le uniche vie di fuga sono spirituali, alcune vecchie, altre nuove.

Anche per questo ho preso residenza così lontano dai centri abitati. La bambina seduta accanto a me si ostina a combattere il sonno nonostante la tarda ora. Ma sono io a sospirare di sollievo quando i fari dell'automobile illuminano finalmente i cancelli della abitazione: la mia casa, il mio rifugio, la mia fortezza.

Le cariatidi che li tengono aperti si apprestano a chiuderli appena la mia automobile le sorpassa, e quando infine spengo il motore dell'auto ormai ferma nella rimessa, trovo ad accogliermi, come sempre, la prima delle mie Custodi.

«Bentornato.»

Una parola sola, non diversa da quelle altre volte, e come le altre volte è la parola che mi scioglie dal mondo di fuori, per accogliermi a casa. È la parola del riposo.

Giriamo intorno alla macchina per far scendere il passeggero, e vedo gli occhi della Custode spalancarsi per lo stupore nel vedere la bambina in piedi davanti a sé. La sua bocca si apre per la sorpresa, quindi il suo sguardo cerca il mio. So cosa vorrebbe dirmi, sento crescere la sua voglia di protestare, di rimproverare, di contestare, ma la sua bocca si apre nuovamente senza emettere suono. È alla nostra nuova ospite che si rivolge infine, con voce dolce:

«Quanti anni hai?»

La bambina non risponde. Continua a guardare ad occhi bassi un punto non meglio determinato di fronte a sé, ed insiste con il suo sguardo nascosto anche quando la Custode le solleva delicatamente il mento.

«Dodici.» un mormorìo, giunge infine la risposta; poi ancora più basso, quasi impercettibile «A marzo.»

Chiudo gli occhi per un momento. Altre Custodi sono giunte intanto. «Preparatele una stanza» chiedo a quella più vicina a me, indicando la bambina. La Custode prende la bambina per mano, la porta via con sé; le altre svaniscono silenziose come sono apparse, lasciandomi nuovamente solo con la prima.

Mi avvio per rientrare in casa, ma la mano di lei cerca il mio braccio. Mi fermo, mi volto.

«Mio signore, vi sono sempre stata accanto, fedelmente. Quando avete cercato la mia opinione, ve l'ho detta senza timore anche quando sapevo che non sareste stato d'accordo. Ma vi ho sempre seguito, in ogni vostra scelta, anche quando il mio consiglio è andato inascoltato. Ma stavolta … undici anni! Non posso …»

La interrompe uno scatto improvviso del mio braccio, che ella para con gesto istintivo. Quindi i suoi occhi si riempiono di paura, ed ella si lascia colpire, manrovescio schiaffo manrovescio schiaffo. I primi due sono uno sfogo per l'ira che provo contro me stesso, gli ultimi per punire il suo precedente tenativo di fermarmi.

Non sono fiero di me.

È la prima volta che colpisco la Custode in uno scatto d'ira. Non mi piace essere giunto a tal punto di stanchezza e nervosismo. Vado a dormire.

permalink | scritto da in data 5 agosto 2008 alle 20:19 | Stampastampa
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Gan'ka/1 Oppure

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero, imbronciato e silenzioso, fissa il cruscotto davanti a sé. Non so cosa stia pensando, ma so cosa sta tormentando me in questo momento.

Non sono fiero di me.

Il mio passeggero è una ragazzina; no, una bambina; una ragazzina; non so. Prepubere. L'ho vinta giocando d'azzardo contro suo padre.

Non sono fiero di me.

Mi dico che non è colpa mia, che è colpa del padre, ma so bene che avrei anche potuto, no, dovuto rifiutare. Anche quando mi dico che vista la situazione è persino meglio per lei che adesso sia in mano mia, ma non mi sembro molto convincente.

Non sono fiero di me.

Non lo sono perché gioco d'azzardo, perché vinco, perché vinco giocando contro persone per cui l'azzardo è una droga, che insistono a giocare anche quando non hanno né la capacità né la fortuna necessari per vincere.

A quest'uomo ho vinto tutto, prima tutti i soldi, poi ogni altro suo possesso, fino alla casa in cui vive con la sua famiglia. L'ho lasciato continuare a vivere lì, senza nemmeno chiedergli l'affitto, per pena. Poi lui ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, la sua figlia maggiore contro tutto quello che aveva perso.

Avrei potuto rifiutare; non l'ho fatto. Avrei potuto incassare la vittoria come avevo fatto per la casa; non l'ho fatto.

Non sono fiero di me.

Continuo a dirmi che mi lascio trascinare da chissà che cosa a fare cose che non vorrei nemmeno fare, ma la cosa non mi fa sentire meglio.

L'uomo si è presentato con sua figlia al seguito, questa bambina goffamente vestita e truccata da o per sembrare più grande della sua età, ed io mi sono scoperto innervosito da ciò, e disgustato. Ho provato per quell'uomo, per la sua mania, per la sua ottusa costanza nella sua debolezza, un ribrezzo che non avevo mai provato prima per nessun essere umano.

Forse quando avevo accettato la proposta del tutto per tutto avevo sperato che l'uomo non potesse trovare la forza di fare veramente una cosa del genere. Ritrovarmelo davanti questa sera mi ha fatto ricordare con il peggiore degli esempi la radice della mia misantropia.

La bambina è rimasta seduta su una sedia contro la parete, lontana dal tavolo, fino alla fine, facendo oscillare le gambe per passare il tempo. Dopo qualche minuto mi ero quasi dimenticato della sua presenza, e l'unica cosa che me la teneva a mente era la crescente sudorazione dell'uomo, con il procedere della sconfitta.

L'uomo ha pianto in silenzio abbracciando in ginocchio la figlia in piedi accanto alla porta, quindi se n'è andato, lasciandomi ad affrontare lo sguardo corrucciato di lei.

Non ho ancora sentito la sua voce; solo qualche sbuffo infastidito quando le ho passato ripetutamente sul viso lo spugnone da doccia per levarle quell'orrido trucco e ridurre il fastidio della sua presenza a quegli assurdi vestiti per i quali non potevo proporre un cambio.

Non sono fiero di me.

Non sono fiero di me anche perché non temo ripercussioni. Non temo ripercussioni legali, perché da anni ormai quest'angolo di mondo non ha più una legge che possa raggiungermi. Non temo vendette da parte della famiglia, se anche la moglie dell'uomo dovesse provare in tutti i modi a convincerlo a riprendere indietro sua figlia (ma non avrà già cercato di dissuaderlo? e lui l'avra picchiata), se anche offrisse se stessa in cambio … forse divorzieranno, ma sicuramente per quell'uomo non vedo altro modo di mettere a tacere la propria coscienza che il suicidio.

Non voglio più avere nulla a che fare con loro, non mi sarà difficile.

permalink | scritto da in data 5 agosto 2008 alle 20:14 | Stampastampa
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Primo bagno 2008 Diario

Finalmente il primo bagno dell'anno. Speriamo che non sia l'ultimo, anche se il mare fa talmente schifo che non so se valga la pena tentare altre sortite.

permalink | scritto da in data 5 agosto 2008 alle 19:46 | Stampastampa
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20080804

Peggio vs Meno Peggio #2: la ricerca Diario

Non so se in Italia l'attività intellettuale sia mai stata particolarmente stimata, se non forse da coloro che la praticano (e che magari leggono nell'indifferenza o nella derisione o nel disprezzo altrui una nascosta invidia a supporto di quella coscienza di sé che deriva dagli studi classici); ma leggendo in giro ultimamente mi capita di notare un aumento di antagonismo nei confronti di quelle sempre meno persone e quelle sempre più derelitte istituzioni che in Italia potrebbero portare avanti la suddetta attività.

L'ormai sedimentato e peraltro fallimentare tentativo di screditare Maiani come presidente del CNR (sfruttando la faccia da conduttrice televisiva di Gabriella Carlucci ed usando come referente scientifico Enzo Boschi) sembra aver insegnato qualcosa ai personaggi cui la ricerca italian dà fastidio: leggo oggi infatti (dietro riferimento di Tommy David) dell'avvenuto commissariamento per ragioni politiche dell'Agenzia Spaziale Italiana e della conseguente sosituzione del presidente Giovanni Bignami con il responsabile del settore aerospaziale della Finmeccanica Enrico Saggese (confitto d'interessi? uoz conflitto d'interessi?) coadiuvato da quel Piero Benvenuti che ha messo in ginocchio l'Istituto Nazionale di Astrofisica.

In questo triste quadro sugli istituti di ricerca italiana, ciò che si osserva sempre più è la spinta a far prevalere gli ammanicamenti politici sulle capacità scientifiche, ed il soffocamento dei tentativi di salvare i nuclei di ricerca con sempre crescenti sovastrutture burocratiche: il tutto grazie all'apparentemente paradossale operato di quegli stessi ammanicati i cui appoggi politici vociferano contro lo spreco degli investimenti nella ricerca (ovviamente, la principale fonte di spreco è proprio quella burocratizzazione portata avanti dai loro adepti); in realtà, la strategia non sembra tanto dissimile da quella utilizzata dalla Microsoft per sbarazzarsi di competizione pericolosa: embrace (metti un tuo uomo a gestire la ricerca), extend (fagli burocratizzare l'istituto), extinguish (taglia i fondi perché c'è troppo spreco); ovviamente nel caso della ricerca politicizzata il taglio ai fondi corrisponde ad una soppressione delle unità di ricerca ‘scomode’ piuttosto che alla riduzione dell'apparato burocratico principale fonte di spreco.

Ilvo Diamanti su Repubblica suggerisce che il sospetto e il disprezzo nei confronti delle professioni intellettuali abbia come origine il “mito dell'imprenditore” che dovrebbe caratterizzare (a suo dire) la nostra epoca. A mio parere una prospettiva di questo genere fa parte di quel gruppo di facilonerie che più ci si sposta a sinistra più si avvicina alla dogmatica equazione imprenditore = crudele padrone sfruttatore; basta infatti guardare a certe realtà non italiane per capire che il rapporto tra imprenditoria e ricerca non è tanto semplice (io penso ovviamente al caso del tedesco istituto Fraunhofer per la ricerca applicata, i cui finanziamenti derivano per il 60% da contratti con l'industria locale o specifici progetti governativi, e per solo il 40% dal finanziamento statale per la ricerca di base).

La verità è che anche dal punto di vista imprenditoriale l'Italia è sostanzialmente retrograda e fallimentare. Se pensiamo ad esempio all'industria, non c'è molto da vantarsi di una FIAT che nel mondo è nota per la scarsa qualità dei prodotti (FIAT = Fix It Again, Tony), fortunatamente accompagnata da bassi prezzi (a lungo mantenuti soprattutto grazie ad una politica economica state pesantemente inflazionaria, a discapito di tutti gli italiani per concedere un piccolo vantaggio all'“industria di stato”). Non a caso l'unico nome con un minimo di rispetto all'estero è quello della STMicroelectronics (in cui a risalire nel passato si finisce, forse inevitabilmente, con un Olivetti).

No, direi che l'onda lunga che l'Italia cavalca con stolto orgoglio è piuttosto quella della cultura della mediocrità: la mentalità del piazzamento piuttosto che del miglioramento, dell'appoggio piuttosto che dell'attività, del minimo indispensabile per un presente illusorio e senza futuro: è su questa base che si appoggiano e si nutrono tutti quei meccanismi da “Italietta” contro cui volentieri si sparla ma da cui in realtà pochi prendono seriamente le distanze: dalle raccomandazioni alla microcriminalità, dai giochi di potere al deprezzamento del merito.

Il tornaconto per chi contribuisce a mantenere, sostenere, alimentare ed accrescere la cultura della mediocrità è spesso concreto: arricchimento economico, maggiore potere, maggiore prestigio. La dissuasione dal pensiero critico, la riduzione dicromatica delle prospettive, la superficializzazione delle qualità, il rivestimento ipocrita della morale, le promesse di illusorie semplicità ed immediatezza portano ad un vasto bacino da cui attingere comodamente per trovare sottoposti e sottomessi in gran numero ed a basso costo. Ma non per tutti è così: per altri il tornaconto è più intimo, a volte persino inconscio.

Una storia di Topolino di tanti anni fa presenta come antagonisti una coppia di fratelli che sciolgono nelle risorse idriche di Topolinia una sostanza ingrassante. L'intervento del protagonista costringe i suddetti fratelli a confessare di aver architettato il piano per vendicarsi di anni di derisione incentrata sulla loro notevole mole: ingrassare gli altri era il loro sollievo psicologico.

Quasi paradossalmente, una cultura che valorizzi l'intelletto non è molto attraente per chi non vede altra strada per sé che quella dell'intellettuale, se d'altro canto si sente contemporaneamente inadeguato a seguirla primeggiando. Se a questo si accompagna la possibilità di scoprire, contro i propri principî, che il merito della nascita è più negli strumenti materiali che si hanno a disposizione per migliorarsi che in una trascendente nobiltà, si capisce come sia per certuni preferibile evitare di vedersi superare da un “figlio del popolo” in attività considerate “aristocratiche”.

Eppure, a ben guardare, sostenere la cultura della mediocrità è una prospettiva di notevole miopia, in cui il tornaconto è fortemente limitato, vuoi nel tempo, vuoi nello spazio. Costringe l'impreditoria ad un gioco al ribasso, quando l'assenza di ricerca di base porta alla morte della ricerca di più alto livello, e quindi all'impossibilità di mantenersi facendosi sorpassare da chi riesce ancora ad innovare; e costringe l'intellettuale aristocratico a scendere a patti con l'esigenza di mantenersi in un contesto in cui un operaio specializzato prende più di lui.

Per alcune aziende c'è almeno il vantaggio di poter sfruttare l'arretratezza e mediocrità locale per riciclare vantaggiosamente prodotti esteri obsolescenti, magari nella forma di scadenti imitazioni (e laddove l'obsolescenza sarebbe un freno, basta sfruttare la propria presenza politica per imporla, e la propria presenza mediatica per propagandarla come innovazione). Per l'intellettuale aristocratico nemmeno questo.

Non nascondo (ma si era capito) quanto deprimente e frustrante sia non riuscire a trovare soddisfazione in questo ambiente, con queste prospettive. E non è più incoraggiante vedere quanto facilmente la cultura della mediocrità si espanda, persino in tempi come questi, quando è ormai manifesto il suo fallimento.

Perché è con la crisi dei modelli esterni che la mediocrità spinge ad imitare che finalmente si presenta agli occhi di tutti quanto inadeguata sia la via della semplicità e dell'immediatezza, la scelta della superficialità, l'abbandono del progresso.

E con l'arrivo della crisi, e la minaccia di perdere quei superficiali beneficî di cui si credeva di godere, ci si mette a cercare disperatamente un capro espiatorio, ci si riscopre razzisti, sessisti, omofobi, si cercano nuove crociate, nuovi nemici, nuovi responsabili; tutto pur di evitare di riconoscere la propria insufficienza, tutto pur di evitare di riconoscere la necessità di agire per risolvere veramente il problema alla radice: perché la soluzione richiede sforzo e fatica, e l'incerto esito può essere assicurato solo sul lungo periodo, con impegno costante; perché la soluzione richiede una trasfromazione della mentalità, una focalizzazione sul miglioramento personale ma non solitario; perché la caccia alle streghe è molto più familiare al mediocre che non il pensiero critico.

Nulla di tutto ciò fa gola a chi dalla mediocrità profitta nell'immediato, e che riscontra facilmente l'appoggio del mediocre che a lui si rivolge a difesa della proprio consolate mediocrità, e purtropo anche l'appoggio di molti di coloro che della mediocrità sono insoddisfatti ma che non riescono a trovarvi altra via d'uscita che trovarvi un posto un po' più in alto.

Deprimente e frustrante, dicevo. Se anche a livello personale, al di là della mia ostinazione a cercare una vita anche modesta ma legata allo studio ed alla ricerca, posso vedere prospettive diverse di impiego comunque in campi di mio interesse, resta il problema del contesto sociale e la sensazione di poter fare poco o nulla per migliorarlo. Alcuni preferiscono cercare un contesto diverso altrove; a me viene da chiedermi: ma non si potrebbe cominciare costruendocisi intorno un microcontesto più consono a noi?

permalink | scritto da in data 4 agosto 2008 alle 16:54 | Stampastampa
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