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Non esser mai! Non esser mai! Più nulla,
ma meno morte che non esser più!

Diario

20090731

Statistiche abortive Diario

Leggendo le reazioni al via libera per la pillola abortiva RU486 la cosa che colpisce di più è l'insistenza degli oppositori sulle "29 morti accertate".

Come già osservava malvino qualche giorno fa, insistere su questa notizia è un brillante esempio di disinformazione; non tanto perché la notizia in sé sia falsa (sebbene se non ricordo male le morti per le quali è stato effettivamente accertato che la causa fosse il mifepristone sono solo 21), quanto perché dare il valore numerico così, senza ulteriori notizie del tipo, che so io, su quanti casi, non vuol dire nulla; 29 morti su 29 assunzioni? 29 morti su 29 milioni di assunzioni? Si passa da una mortalità del 100% ad una mortalità dell'1 per milione.

Giusto per farsi un'idea di quanto sia inutile il numero, si consideri che gli anti-infiammatori non steroidei (aspirina, paracetamolo (Tachipirina, Efferalgan), etc) negli Stati Uniti causano 7600 morti all'anno (via). E non mi sembra che questo susciti violente indignazioni per l'uso frequente (con vendita da banco, peraltro, non con uso controllato in ospedale) di questi farmaci.

E allora, quelli che vogliono bloccare la RU486 perché “pericolosa” abbiano la cortesia di presentare statistiche dettagliate sul suo tasso di mortalità, e se ne hanno il coraggio lo facciano confrontandolo con (1) la pericolosità di tecniche abortive diverse (2) l'uso di altri farmaci. (Per inciso, l'uso della Ru486 ha una valanga di note controindicazioni; già che ci sono, gli oppositori potrebbero controllare quante delle 29 morti non rientravano in nessuno di questi casi?)

Io posso capire (benché non le condivida) le obiezioni etiche (se e solo se non sono limitate alle RU486 ma dirette all'aborto in generale). Ma se volete fare obiezioni 'scientifiche', almeno fatele correttamente.

permalink | scritto da in data 31 luglio 2009 alle 12:29 | Stampastampa
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20090727

C'avevo (quasi) creduto Diario

Ai tempi della prima repubblica usava dire che la Democrazia Cristiana aveva due anime (o anche di più) riferendocisi non tanto al numero di iscritti o di sostenitori, quanto piuttosto alle diverse ideologie che in effetti vi erano rappresentate.

Recentemente mi è venuto in mente che un discorso apparentemente simile può farsi per il PdL, un partito in cui convivono e si manifestano due anime: un'anima mediatica, propagandistica, pubblicitaria, bombasticamente orientata a creare una ben precisa immagine che possa mietere consensi nel popolo; ed un'anima ben distinta trasportata invece dai fatti, dalle scelte effettive, dagli atti concreti, dalle loro conseguenze e dalle loro implicazioni.

Diversamente dal caso della DC, in cui anime diverse erano sostanzialmente rappresentate da persone diverse (un po' come il correntismo che il PD ha ereditato dall'accozzaglia di partiti di centro e di sinistra da cui proviene), le due anime della PdL si incarnano —con evidente ipocrita paradossalità, ben accetta da quei pochi nel suo elettorato che ne sono coscienti— nei medesimi individui.

Abbiamo così ad esempio da un lato un vigoroso affermare del valore della famiglia tradizionale cattolica, eterosessuale e monogama, spinto fino alla necessità di organizzare un Family Day, una sorta di Catholic Heterosexuality Pride, in risposta alla presunta minaccia omosessuale che dovrebbe minare la tradizionale famiglia ed il suo essere base della nostra sana società, e dall'altro abbiamo che i più grandi esponenti dei partiti che partecipano al Family Day (da Berlusconi a Fini, da Bondi a Casini) sono tutti divorziati. E qualcuno è anche documentatamente puttaniere, che non solo non è esattamente il comportamenteo più strettamente compatibile con l'etica cattolica della famiglia base della società, ma è anche (o anzi dovrebbe essere) inatteso nel rappresente di un partito che si è scagliato contro il meretricio mirando tanto al magnaccia quanto al cliente (altrimenti detto “utilizzatore finale”), passando ovviamente per le prostitute stesse.

(E si arriva al ridicolo di considerare morboso e bacchettone chi adempie il proprio diritto/dovere di informare il suddetto popolo della realtà delle cose, piuttosto che riflettere sull'ipocrisia di chi propaganda un'etica comportandosi poi in maniera diametralmente opposta.)

(A proposito, questo articolo dovrebbe essere pieno di link a tutti i vari fatti di cronaca e di storia recente cui si fa riferimento, ma sono troppo pigro. Bonus points a chi li mette per me.)

Ovviamente, l'ipocrisia cattolico-puttaniera è solo un esempio (anche se forse il più eclatante) della duplicità delle anime della PdL. Se ne trovano molti anche, per esempio, nella sedicente lotta agli sprechi ed alla malamministrazione pubblica di cui si fa campione in particolar modo il ministro Brunetta.

Peraltro, laddove le basi etiche per l'opposizione alle unioni omosessuali sono, nella migliore delle ipotesi, dubbie, lo stesso non può dirsi della teoria dietro i discorsi di Brunetta: riduzione degli sprechi, efficienza, lotta all'assenteismo … ovviamente, quando poi si guarda alla pratica, la prospettiva cambia parecchio, e si entra nel dominio delle buone intenzioni che, come si sa, lastricano la via per l'inferno.

Non parliamo qui del governo anti-sprechi che taglia istruzione e ricerca (fondamenta del futuro della nazione), per le quali l'Italia era già il fanalino di coda dell'Europa, ma non i costi della politica (stipendi e beneficî di parlamentari, annessi e connessi), che invece in Italia sono i più alti d'Europa (al punto da spingere Mastella a lamentarsi della miserrima —298 euro— diaria del parlamentare europeo), con conseguente pensione (quasi 1400€ di minima, circa 100€ più del netto mensile di un assegno di ricerca).

Non parliamo delle risoluzioni anti-assenteismo, che puniscono il ricercatore dell'INGV (costretto a sottostare alle medesime regole dell'impiegato postale, nonostante abbia un lavoro di tipo totalmente diverso, per il quale ad esempio richiedere la compresenza è ridicolo) lasciando che il personale di segreteria continui a sperimentare un gioco nuovo al computer a settimana, nonostante gli (altrimenti inspiegabili) ritardi nel disbrigo pratiche.

In realtà, il casus verbi che ha suscitato questo articolo è stato il susseguirsi delle affermazioni di Brunetta sulla politica meridionale:

Che esista da sempre un problema meridionale è indubbio - spiega Brunetta - ma la questione è affrontare con fermezza i nodi di una classe dirigente e politica inadeguata. […] Se si tratta di avere piu' soldi e spenderli male allora dico di no.
e dell'ultima aggiunta al decreto anticrisi, il lodo Bernardo, uno scudo erto a proteggere l'intera catena amministrativa, dal più scaffituso degli enti locali al premier, da processi per disservizi e malamministrazione, impedendo l'avvio di un procedimento se non si conoscano già proprio quelle informazioni che dal procedimento dovrebbero venire fuori (entità del danno ed eventuale “dolo o colpa grave”).

Allora le cose sono due: o Brunetta è nel governo sbagliato, visto che i suoi stessi alleati sono i primi a spuntare le uniche armi che si avrebbero per combattere veramente la disfunzionalità di tutti i livelli dell'amministrazione italiana, o lui già per primo non ha idea di come agire per correggere veramente i problemi (o peggio ancora, ha ben idea ma preferisce evitare).

Tenendo conto che anche nei suoi provvedimenti si vada a colpire solo il pesce piccolo (con più danno collaterale che benefici), senza nemmeno scalfire l'intera catena di comando che dovrebbe essere responsabile della (s)corretta gestione delle risorse (materiali, umane e temporali), ho il sospetto che la seconda ipotesi sia più valida della prima.

permalink | scritto da in data 27 luglio 2009 alle 23:15 | Stampastampa
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20090719

La rassegnazione non è serenità Diario

A volte penso di essere sereno. Non avrò il migliore dei futuri possibili nel migliore dei mondi possibili, vivendo come vivo in una nazione senza futuro che non riesce nemmeno a rappresentare degnamente il proprio passato, dominata da scimmioni alopetici, ipocriti, egocentrici e velleitari pur incapaci di immaginarsi e quindi costruirsi una vita che non sia misera emulazioni di altre vite, passate o contemporanee; e non nego che preferirei di gran lunga una situazione diversa; ma tutto sommato, da una prospettiva non meno egocentrica, penso che il peggio che mi possa capitare, forse perché mi sento sempre molto fortunato, sia di ricoprirmi delle ferite della noia. E non è una brutta prospettiva.

In realà, e la percezione si fa ben più evidente dopo esperienze come quella appena conclusasi a Kaiserslautern, non è serenità quella in cui vivo, bensì rassegnazione, uno stato d'animo molto diverso: perché se la serenità, pur non essendolo nettamente, della positività ha comunque il sapore ([qui ci andava la formula $lim_{x->\infty} \frac 1 x$ ma ovviamente in HTML sono pressoché impossibili da fare]), la rassegnazione ha invece una connotazione nettamente negativa: è l'abbandono, o almeno la constatazione della necessità di abbandonare, prospettive di betterness, indotta o importata che sia.

Se Sisifo avesse avuto possibilità di scelta tra il proseguire all'infinito nutrendosi dell'illusione di riuscire prima o poi nell'intento ed il lasciar perdere e fermarsi a sedere indefinitivamente ai piedi del monte, poggiando la schiena al macigno assegnatogli, cosa avrebbe scelto? E cosa sarebbe stato meglio scegliesse?

L'interpretazione che vuole Sisifo simbolo della pervicacia con cui gli esseri umani perseguono i propri obiettivi, anche di fronte all'apparente loro irrealizzabilità, lo vorrebbe persistente, perché anche un obiettivo irrealizzabile porta nella propria ricerca risultati, side effects a volte involontari, a volte a parziale tentativo del raggiungimento dell'irraggiungibile meta (e qui capita a fagiolo la citazione del giorno (di ieri), un approccio quasi zen alla felicità).

Ma Sisifo è stato condannato alla sua sisifica (sisifea?) mission impossible in quell'oceano di eterna inutilità che sono gli inferi della cultura greca. Questo è ciò che non gli dà possibilità di scelta, ma è anche ciò che, se gliene darebbe, dovrebbe piuttosto convincerlo ad abbandonare, a lasciar perdere, a fermarsi, a rassegnarsi: il macigno non raggiungerà mai il picco della montagna, non per opera sua, ed ogni suo sforzo in tal senso è e sempre sarà perfettamente inutile, senza alcun effetto collaterale, né positivo né negativo, se non il suo eterno sprecare tempo nel tentativo.

La sua non è la situazione in cui, ad esempio, lo sforzo inutile, servendo da esempio e da insegnamento alle future generazioni, porterà da qualche parte. Non è il lavoro di quell'oceano di matematici che in ogni epoca, non essendone i picchi di genialità, possono solo accontentarsi di essere dei buoni maestri.

D'altra parte, in realtà la mia situazione non è quella di Sisifo: non ho alle mie spalle una infinita catena di fallimenti che mi avrebbe potuto convincere dell'inutilità di provare ancora; piuttosto, mi trovo davanti ad una parete di roccia che dà tutta l'impressione di essere verticale e priva di appigli. O forse “semplicemente” un K2, nel qual caso sinceramente non sono il tipo da rischiare di ingrossare le fila dei morti degli 8000.

permalink | scritto da in data 19 luglio 2009 alle 10:27 | Stampastampa
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20090717

Torpor Ætatis Diario

C'era un tempo in cui giocavo a pallacanestro, e correre avanti e indietro, saltare e muoversi in generale era quasi abituale, e benché stancante non causava dolorosi aftershocks nei giorni seguenti.

Poi ci fu invece il tempo in cui ballavo il tango, e tre, quattro ore a girare per una milonga era quasi abituale, e benché stancante raramente (tipo solo per il TangoFestival) hanno avuto effetti devestanti.

Ma più passa il tempo meno tempo occorre al nostro corpo per dimenticare la “forma”, perdere il tono, cedere miseramente agli sforzi prolungati.

Domani torno a Catania da Kaiserslautern, dopo una settimana in cui ho ripreso dimestichezza con le estati tedesche (due giorni di sole su 7) e scoperto che i gruppi di ricerca di matematica della Technische Universität Kaiserslautern si sfidano annualmente in un torneo di calcetto seguito da una grigliata, in quel di Schopp.

Così mi sono trovato coinvolto con la squadra dell'Arbeitsgruppe (AG) Technomathematik, e dopo tre giorni l'acido lattico non vuole ancora lasciare le mie gambe.

Dopo la mia ultima visita qui a Kaiserslautern (allora ancora all'ITWM) avevo ormai raggiunto l'abitudine, dal punto di vista ambientale, e la saturazione, dal punto di vista lavorativo. Stavolta, ambienti diversi e lavori diversi hanno portato una ventata di freschezza. Persino la stanza è stata diversa: piccola, letto singolo, bagno striminzito: di tutte le cose che sono cambiate questa è forse stata l'unica in peggio.

Francia, Germania, India (ariana e dravida, ovviamente assolutamente indistinguibili per me), Italia, Kenya, Nepal, Pakistan. E queste erano solo le nazionalità rappresentate nell'AG Techno con cui sono venuto a contatto. Esperienze come queste fanno pensare, e molto; così come fa pensare il verde in cui è immersa Kaiserslautern, ed in particolare la sua università; così come fanno pensare le infinite bottiglie di vetro, le costosissime bottiglie di plastica (tutti vuoti a rendere).

E se scoprire queste cose non serve solo per ricordarti che altrove esse esistono, che altro pro se ne può trarre se poi si torna dove non si può far nulla perché si concretizzino?

permalink | scritto da in data 17 luglio 2009 alle 22:59 | Stampastampa
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