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Il mio mondo, parte seconda

Sono circondato da gente che esprime in continuazione il proprio disprezzo per le etichette, gli incasellamenti, gli schemi. È gente che non vuole vivere ``libera'' dai (pre)giudizi, dalle categorie degli altri. Si può supporre che questa gente a sua volta ritenga di non avere (pre)giudizi, categorie, schemi e che non etichetti, incaselli gli altri.

Mi viene in mente una striscia di Sergio Stàino, con Bobo che prima si lamenta che la moglie non riesce a pensare fuori dagli schemi, a non usare etichette, e che poi a sua volta usa quella che lui chiama una ``sintesi'' (fascista).

La verità che la gente di cui sopra sembra avere difficoltà ad accettare è che la nostra mente è basata sulle categorie. Senza categorie, schemi, incasellamenti non saremmo in grado di immagazzinare, elaborare, a scelta recuperare, la miriade di informazioni che i nostri sensi assimilano continuamente.

Secondo me, i problemi essenziali contro cui è giusto stare in guardia, sono tre: primo, il pensare che le categorie descrivano interamente le entità a cui vengono riferite; secondo, che le categorie siano intrinsicamente duali; terzo, il pensare per categorie rigide ed immutabili.

C'è un bellissimo koan Zen che esprime la mia idea sul primo problema meglio di quanto io possa sperare di fare di testa mia:


Shuzan sollevò il proprio corto bastone e disse: «Se questo
lo chiamate un corto bastone, vi opponete alla sua realtà.
Se non lo chiamate un corto bastone, ignorate il fatto. Orbene,
come volete chiamarlo?»


Io posso capire coloro che stanno in guardia contro le vittime del primo errore. Ma sono preoccupato dal fatto che per evitarli cadano nell'errore di ignorare i fatti. O di forzare, coscientemente e talvolta contro se stessi, le categorie in cui temono di venir rinchiusi dagli altri.

Chi cade nell'errore di ritenere che una categoria sintetizzi e descriva appieno qualcosa, può essere probabilmente tacciato di bigottismo. Ma chi si oppone di forza a questo bigottismo, risolve forse il problema?

Anche il secondo errore è caratteristica preponderante del pensare bigotto. Più che di mettere etichette, il vero bigotto è semmai caratterizzato dal non riuscire a vedere mezzitoni, è colui per il quale non esistono che vero o falso, con me o contro di me, bello o brutto, stupido o intelligente, bianco o nero. Senza gradazioni, alternative. È forse l'aristotelico per eccellenza, il logico inflessibile (tertium non stat), ma è questo un fatto positivo?

Il vero bigotto è persona pericolosa per sé e per gli altri, è persona che si circonda di nemici (tutti coloro che non aderiscono in tutto e per tutto alla lora visione del mondo) ed i cui pochi amici non possono fare nulla per aiutarlo perché dello stesso stampo. Il vero bigotto è colui che non è in grado di capire che si può convivere pur essendo in disaccordo, poiché per lui non esiste possibilità di intesa, in quanto il mondo è fatto da estremi caratterizzati dall'essere incompatibili.

Bigotti purtroppo ne esistono in qualunque gruppo, per qualunque filone di pensiero. Sono i fanatici che rendono un disservizio a qualunque idea si accostino, rendendola inattuabile, irreale, paranoica. Sono coloro che creano nemici dove non ne esistono, che allontanano sostenitori e simpatizzanti perché non abbastanza convinti per i loro gusti, sono coloro per i quali i neutrali diventano scettici.

E quel che è peggio, sono coloro che non possono essere corretti perché non possono vedere il proprio torto. E così forse sì, anche il terzo punto è loro prerogativa.

Pubblicato il 13/4/2004 alle 13.9 nella rubrica Il mio mondo.

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