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Shining Baltimore

Alla fine del mio quarto giorno a Baltimora, sono stato costretto dalle circostanze alla più odiosa delle attività: lo shopping; una doppia sconfitta, poiché nello specifico alla noia e al fastidio dell'attività in sé si aggiunge il riconoscimento delle scarse probabilità di riprendere possesso del mio bagaglio, che a quanto pare ha deciso di fare una sosta permanente in quel di Fiumicino. Alla collettiva presa per il culo dell'affaire Alitalia si aggiunge così il danno personale causato dai disagi creati (a me come a molti altri) in un aereoporto già di per sé non certo famoso per l'efficienza e la qualità dei servizi.

Il mio compagno di viaggio, con cui condivido l'albergo ma non la stanza, si rivela un'eccezionale risorsa. La sua fortuna bagagliesca viene compensata però da un impianto di riscaldamento molto rumoroso e dalla difficoltà di accedere ad Internet dalla camera, punti invece di forza del mio miniappartamento che si trova sul lato opposto della stessa ala dello stesso edificio, un piano più in alto.

L'albergo (?) che ci ospita, Broadview Apartments, a due passi dal campus della Johns Hopkins University, in realtà, non offre Internet wireless in camera: ufficialmente, salvo richiedere un kit che costa $46 al mese per la connessione in camera, si può sperare di collegarsi solo tramite la wireless (che però non funziona) presente nella social room, un lungo stanzone nel basement in cui si possono trovare libri, giochi da tavola, puzzle, un tavolo da biliardo ed uno da ping-pong, scelta quest'ultima quanto meno sorprendete visto che meno di due metri separano il soffitto dal pavimento.

Ma la caratteristica veramente degna di nota di questa struttura è l'atmosfera; salva la lounge con il suo clima tropicale, dal basso corridoio a mattoni pittati in bianco del basement ai tappetati e silenziosi corridoi che collegano ascensori e camere si respira un'aria da fare invidia all'Overlook Hotel di lucentesca memoria, benché io non possa dire di aver avuto la (s)fortuna di incontrare bambine che m'abbiano invitato a giocare, né donne più o meno putrescenti nella vasca da bagno.

L'atmosfera della città è molto più serena: poca gente in giro, poche macchine, quasi niente polizia. Ultimamente le cose si sono un po' più vivacizzate, tra la visita di Obama prevista per domani ed i playoff per il di domenica; non manca certo l'entusiasmo per i Baltimore Ravens ed il loro nuovo quarterback, ma non c'è nulla di confrontabile all'esagitazione cui arrivano le tifoserie calcistiche italiane.

In cambio, ai nostri orari europei la poca gente per strada diventa praticamente inesistente. Non sorprende certo la cosa: quando la gente torna a casa alle cinque e mezzo/sei per cenare mezz'ora dopo, è evidente che se si va fuori la sera lo si fa tra le sette e le dieci,e dopo non si incontra quasi più nessuno, tranne forse qualche tiratardi al One World Café.

Con lo scendere della temperatura (stasera si arrivava ai 14 F, che sono -10 C) le strade si sono ulteriormente svuotate, le mie tazze di cioccolato si sono allungate, ed il mio compagno di viaggio ha rinunciato ai caffè ristretti che era finalmente riuscito a farsi fare, preferendo il tè, bevanda calda di maggior duratura e non disprezzabile come il caffè americano. A questo punto mi piacerebbe andare a trovare la commessa di H&M che otto gradi centigradi fa, alla mia domanda se avessero pantaloni più pesanti, rispose: «it doesn't get any colder than this»; come se non facesse già abbastanza freddo allora per i pantaloni di cotone.

Pubblicato il 17/1/2009 alle 4.4 nella rubrica Diario.

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