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Non ciò che ero (1)

Lei dorme prona, la faccia girata dalla parte opposta a me, le braccia piegate sotto il cuscino; il suo respiro è regolare, ma non profondo. Io non dormo; sto seduto sull'altra piazza del letto, la schiena contro il perlinato della parete, le gambe incrociate; guardo un po' lei un po' la stanza. Mi viene in mente Norwegian Wood dei Beatles. Mi viene in mente che fa molto scena da film, ripresa da qualche parte con lei in primo piano, quasi invisibile nell'ombra, la mia silhouette chiaramente marcata dall'abat-jour accesa sul comodino alla mia destra. Destra, sinistra; lei è alla mia sinistra, io sono alla sua sinistra. Relatività. La scena farebbe molto più film se io stessi fumando. La silhouette non sarebbe allora chiaramente marcata, ma immersa in questa nuvola di fumo. E forse non dovrei essere a gambe incrociate, ma con una gamba distesa e l'altra con il ginocchio sollevato, a fungere da supporto per il braccio con cui non tengo la sigaretta. Invece io non fumo. Non è una questione di vizio, è una questione di congiuntivite, di senso di soffocamento. Quindi non fumo. Ci sono un sacco di cose che non faccio. Ci sono anche un sacco di cose che credevo, speravo direi, non avrei mai fatto. Come ad esempio trovarmi in una situazione del genere. A letto con una ragazza. Bionda. Di destra. Di cui so così poco, e di cui quel poco che so non mi piace tanto. Per questo non so bene cosa ci faccio qui, o quello che farò, o che dovrei fare. So solo quello che ho fatto, anche se preferisco non pensarci. Anche il fatto che dico di sapere così poco di lei, ed il fatto che lo dica pensando ``di lei come persona´´, è significativo, probabilmente; vuol dire qualcosa sull'importanza che do alla componente non fisica di una persona: quello che le passa per la testa, la sua scala di valori, il suo modo di pensare, di parlare, di agire; e ciò da cui tutto ciò deriva, le origini dell´imprinting. Ed a maggior ragione, allora, non mi risulta chiaro perché sono qui. O piuttosto perché è successo quello che è successo. Che in realtà lo so, anche se non mi spiego bene quando ciò che ero ha smesso di essere, ha ceduto il passo a qualcun altro, che ha agito in almeno due cruciali momenti in maniera diversa da come avrebbe agito ciò che ero. Però il fatto che continui a pensarci vuol dire che ciò che ero è ancora lì da qualche parte e che ritorna, vorrebbe riprendere ad essere. Anche il fatto che continui a pensare per frasi così convolute. «Non dormi?» mi chiede. La voce non è pastosa, ma un po' strascicata. «Neanche tu, mi pare.» Scuote debolmente la testa in segno di diniego. Non la solleva nemmeno dal cuscino, non riesco a capire se sia veramente un diniego. Forse è un assenso. In entrambi i casi, potrebbe voler dire qualunque cosa. «Abbracciami.» biascica ancora. Scivolo disteso, mentre lei si solleva su un fianco, sempre volgendomi la schiena. Di nuovo la sua pelle contro la mia; quando le mie braccia la cingono, il suo braccio destro, ora libero, cerca a sua volta un abbraccio un po' difficile, quindi si ferma su una natica. Mentre stiamo così mi vengono in mente tutta una serie di cose a cui ciò che ero dava una priorità secondaria, terziaria, spesso anche meno. Come: devo lavorare sugli addominali; forse mi dovrei depilare. Forse perché non è facile pensare come pensavo quando ero ciò che ero, quando come adesso si ha il corpo nudo di un altro essere umano tra le braccia. C'è da qualche parte qualcuno che alza o abbassa un interruttore in base alla situazione. Chissà se ha la saggezza di scegliere sempre correttamente. Mentre stiamo così i pensieri si spengono ed emergono le sensazioni, preponderatamente tattili e olfattive; ed con esse il corpo che agisce di testa sua. «Hai di nuovo voglia.» dice lei ad un certo punto. «No.» dico io, senza troppa convinzione. «Tu magari no, ma qualcun altro credo proprio di sì.» si volta verso di me quanto le è possibile senza distruggere il cucchiaio, le leggo un sorriso sul volto. «Forse.» ancora non molto convinto. Mi stacco da lei, mi sdraio sulla schiena; lei si volta completamente verso di me, sempre sorridendo chiede: «Che c'hai, eh?» È allegra, lei. Ed io non riesco a guardarla, non quando il flusso e riflusso come di mare sulla battigia porta di nuovo ciò che ero a dominare i miei pensieri. «A che pensi?» Continuo a guardare il soffitto, la presenza di lei un'ombra appena percepibile con la coda dell’occhio. «Mi chiedo che ci faccio qui.» Il suo viso mi si para davanti; è sempre allegra «È una domanda seria?» Non ci crede; forse pensa che io mi atteggi. Si siede cavalcioni sul mio ventre. Si abbassa finché il suo seno sfiora il mio petto, mi acchiappa le guance, una per mano, me le stira in una smorfia di sorriso, e sorride in risposta. Fa il pesce. Poi si china ancora, finche le nostre fronti si toccano, e strofina il naso contro il mio, lentamente, da un lato e dall’altro. «Che c'hai, eh?» ripete ancora, la voce ora bassissima. Quello che c'ho ora è la sorpresa per il suo gesto del bacio eschimese. Perché l'ho sempre considerato persino più intimo del tanto decantato e praticato bacio francese. Ecco qual è il mio problema. Proiettare sugli altri i miei pensieri, ritenere che gli altri facciano, o non facciano, un certo gesto, dicano, o non dicano, certe parole per lo stesso motivo per cui io farei, o non farei, lo stesso gesto, direi, o non direi, le stesse parole.

Pubblicato il 9/7/2004 alle 4.9 nella rubrica Oppure.

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