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Autodifesa (1)

Il meccanismo più elementare, e forse per questo il più diffusto, di autodifesa sociale è la menzogna. Si mente per due ragioni, principalmente. Ottenere un guadagno, che sia materiale (un oggetto che sarebbe altrimenti difficile o impossibile da ottenere) o meno (prestigio, o persino paradossalmente fiducia); oppure, ed è questa la vera menzogna difensiva, per nascondere una propria mancanza, un proprio errore, più raramente un proprio difetto. Perché la menzogna sia efficace occorre innanzi tutto che sia creduta sul momento. La cosa forse straordinaria, il punto che più mi rende perplesso, è che per molta gente questo è l'unico elemento che conta; di più, vi sono circostanze critiche in cui nemmeno la momentanea credibilità diventa importante, e ci si riduce a negare l'evidenza, arroccarsi a difendere posizioni impossibili, forse anche insultare l'altro, usando l'attacco, in genere violento ed inconsulto, come difesa. Mi sono chiesto spesso che cosa esattamente spinga la gente (me compreso) a mentire. Cosa spinga a farlo in generale, ma soprattutto quando la menzogna non può avere nessuna efficacia nemmeno temporanea, come può succedere ad un bambino che sa di aver fatto qualcosa di male, ma non vuole ammetterlo. Che cosa fa sì che persino gli adulti si comportino in questo modo? Raramente c'è una qualche spiegazione razionale per la menzogna difensiva. Al contrario, ogni tipo di ragionamento sembra dimostrare che la menzogna sarebbe nella maggior parte dei casi la peggiore delle scelte, perché sul medio e lungo periodo crea ben più problemi di quanti ne risolva sul momento. Perché le menzogne attraggono inevitabilmente altre menzogne (sempre come meccanismo di difesa, in cui la mancanza, l'errore, il ‘misfatto’ altri non è che la precedente menzogna); e perché vengono fuori, in un modo o nell'altro, prima o poi. Non v'è nulla di razionale, invero; nella maggior parte dei casi, in effetti, la bugia è una reazione dettata soprattutto dalla paura. Ed è una paura, purtroppo, spesso ben fondata: quella che il riconoscimento della mancanza, dell'errore venga accolto nel peggiore dei modi. Il vero obiettivo, in questi casi, non è tanto quello di stornare definitivamente la ‘‘punizione’’ (più in generale la reazione) —anche se magari un desiderio in quel senso vi è— quanto piuttosto di allontanarla, ritardarla, rimandarla. Con il triste risultato che quando infine essa arriva —perché nella maggior parte dei casi arriva— tutte le menzogne costruite diventano aggravanti. E la reazione diventa ancora più violenta, più lesiva, più mortificante. La menzogna difensiva ha spesso l'effetto opposto a quello che dovrebbe avere: invece di proteggere chi la costruisce, finisce con l'ingigantire la natura del ‘‘misfatto’’, ed in proporzione la sua reazione. Che cosa allora porta la gente a mentire? Forse, soprattutto il fatto che già in condizioni normali le reazioni sono esagerate. Il significato dell'aforisma errare è umano, perdonare divino, tutto sommato, è proprio questo, ed ha ben poco di religioso: gli esseri umani, nonostante siano essi stessi proni alla fallacia, mancano della capacità di accettare le mancanze degli altri. Ma anche di se stessi; quando il pensiero a livello conscio si potrebbe esprime in termini come ‘‘l'ho fatta grossa; mentirò quindi perché non si venga a sapere che sono stato io, perché non me la perdoneranno mai’’, non sempre sappiamo che non verremo perdonati, ma piuttosto capita non infrequentemente che noi stessi non siamo in grado di perdonare il nostro errore. In più, vi è ancora qualcosa che interviene quando un errore viene commesso e la situazione viene affrontata: spesso, ciò che conta davvero è la reazione del momento; se anche chi reagisce male ad una mancanza altrui è in grado di riconoscere l'errore latente nella propria reazione, non sempre si ha possibilità di riconciliarsi con chi la reazione l'ha subita. C'è forse qualcosa di paradossale in questo, perché in un certo senso la reazione sbagliata è a sua volta qualcosa che va ‘‘perdonato’’, una mancanza da fronteggiare. E chi ha subìto una reazione negativa, è difficile che riesca ad averne una diversa. Non necessariamente per sciocca ripicca; piuttosto, per istinto, per esperienza. È per questo che ci sono due cose a cui mi sto educando, e nel farlo sto scoprendo che qualcosa di intrinsecamente sbagliato, che tuttavia non riesco ad individuare appieno, prescinde qualunque mio sforzo. La prima cosa è: educarmi ad accettare le mancanze (confesse1) altrui. È al contempo più facile e più difficile di quanto non sembri. A prima vista, si direbbe che la cosa migliore da fare sia non fare nulla: lasciarsi il tempo di riflettere sulla faccenda a mente più fredda, se proprio non riusciamo ad accettare, a digerire la mancanza sul momento; si tratta cioè di concedere una sorta di beneficio del dubbio, a se stessi ed all'altro: non solo questo è indice della volontà di trovare una soluzione equilibrata, ma spesso aiuta proprio in quella direzione. Eppure, vi sono circostanze in cui anche la mancanza di una reazione, di qualunque reazione che non sia la pura e semplice accettazione del fatto, senza alcuna conseguenza (ovvero, se possiamo così semplificare, il perdono), persino la mancanza di reazione, dicevo, è già una reazione negativa, o per lo meno come tale viene percepita dall'altro. Il secondo obiettivo è quello di educarmi alla sincerità. Ed è qui che avviene la scoperta forse più sconcertante, certamente la più frustrante: la menzogna è talmente endemica (alla nostra società, o al genere umano?) che essere sinceri è difficile non solo perché ci portiamo dappresso un bagaglio (culturare, di educazione, di esperienze passate) che ci spinge a mentire in troppe circostanze, ma (forse soprattutto) perché la sincerità, persino quando viene spontanea2, lascia perplessi, sconvolge, disturba; e troppo spesso, paradossalmente, non viene creduta; o viene considerata superficiale, o formale, o peggio, uno schermo per secondi fini. Cosa ci manca perché troviamo la forza di sollevare una cornetta, o presentarci di persona, a chiedere scusa per i nostri sbagli? E cosa ci manca per accettare veramente, con serenità, un gesto simile? Quante volte siamo riusciti a compierlo, e quanto volte abbiamo avuto la fortuna di vederlo accettare? E viceversa, quante vole abbiamo avuto la fortuna di riceverlo, e siamo riusciti ad accettarlo? Forse sta tutta lì la chiave del nostro benessere. Perché alla fine la menzogna non aiuta noi, e non aiuta gli altri; semmai, al contrario, non ottiene altro che impantanarci in una melassa da cui più tempo passa più diventa difficile uscirne da soli. Non resta allora che augurare, a chi fosse ormai a tal punto vittima di sé e di chi ha fomentato la più profonda delle paure3 che ne sta alla base, di trovare la forza di uscirne, o la mano tesa di qualcuno. Ed a tutti, di riuscire ad essere quella mano tesa per chi ne avesse bisogno.


1Tutto il discorso qui è basato sul presupposto che chi sbaglia sia cosciente, magari a posteriori, dell'aver sbagliato; i casi in cui non ci renda conto di aver sbagliato sono alquanto più complessi, e non hanno a che fare con la menzogna, almeno non a livello cosciente (può ovviamente capitare che si menta a se stessi, ad un livello più profondo, ed allora la faccenda si complica ulteriormente ...) 2Cosa che sorprendentemente non viene poi così difficile come si potrebbe pensare, anche se occorre una certa forza interiore per oltrepassare i momenti peggiori, le reazioni negative, tutto ciò che ci spinge a credere ‘‘ecco, se avessi mentito sarebbe stato meglio’’. Forse per questo è importante prima imparare ad accettare (perdonare?) tali reazioni, per poter poi crescere verso la sincerità; ma più correttamente forse bisognerebbe dire che le due cose vanno di pari passo. Perché anche con se stessi, verso se stessi bisogna imparare la misura nella reazione, e la sincerità. Imparare a riconoscere innanzi tutto davanti a se stessi di aver sbagliato, ed indi non essere né troppo duri nel ‘‘punirci’’ né troppo leggeri nel dimenticare: perché il vero perdono non è dimenticare, ma risiede piuttosto nella coscienza ed accettazione del fatto. Così come il coraggio non viene dall'assenza di paure, che è piuttosto incoscienza, ma nel saperle gestire. 3Che poi alla fine altro non è che la paura di non venire accettati.

Pubblicato il 28/9/2004 alle 0.34 nella rubrica Intermezzi.

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